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	<title>magzine &#187; femminismo</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>CENTRI DI ASCOLTO PER UOMINI MALTRATTANTI: COSì SI PREVIENE LA VIOLENZA DI GENERE</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Mar 2025 07:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Curci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrara]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[«Lo scorso anno si sono rivolti a noi oltre sessanta uomini autori di violenze: il nostro obiettivo è lavorare sulla prevenzione per ridurre i casi di maltrattamenti sulle donne», spiega Alessandra ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/03/guy-2617866_1280.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="guy-2617866_1280" /></p><p><span style="font-weight: 400;">«Lo scorso anno </span><b>si sono rivolti a noi oltre sessanta uomini autori di violenze</b><span style="font-weight: 400;">: il nostro obiettivo è </span><b>lavorare sulla prevenzione per ridurre i casi di maltrattamenti sulle donne</b><span style="font-weight: 400;">», spiega Alessandra Frenza, sociologa e operatrice del </span><b>Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti </b><span style="font-weight: 400;">(CAM) di Ferrara. Ogni giorno, all’interno di questa struttura, psicologi e volontari si occupano di sostenere gli uomini che, dopo aver preso consapevolezza dei propri atteggiamenti abusanti, intraprendono un percorso per </span><b>decostruire le logiche patriarcali </b><span style="font-weight: 400;">sistematicamente applicate nella quotidianità. Molte di queste persone realizzano che il concetto di maltrattamento è profondamente complesso e stratificato e che i soprusi hanno volti differenti: la minaccia verbale o la cieca gelosia danneggiano la psiche e lo spirito tanto quanto uno spintone o uno schiaffo. Un assunto confermato dai dati del 2024 diffusi da Istat: </span><b>oltre il 35% delle donne che ha contattato il  1522 &#8211; il numero antiviolenza e antistalking &#8211; ha denunciato una vessazione psicologica subita dal proprio partner o ex partner</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il primo CAM è nato nel 2009 a Firenze, mentre la sede di Ferrara si è costituita nel 2014</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello di Ferrara, però, non è l’unico centro, anzi in Italia se ne contano oltre novanta: il primo è stato fondato a Firenze nel 2009 e si è costituito come associazione nel 2019. «Molte strutture antiviolenza supportano le donne che per anni hanno subito vessazioni di ogni genere &#8211; spiega Frenza -. </span><b>Ma per noi è fondamentale operare in maniera attiva anche sugli autori di questi maltrattamenti</b><span style="font-weight: 400;">, partendo dalla prevenzione e, in questo modo, scardinando il concetto di mascolinità tossica». L’obiettivo è dare agli uomini i corretti strumenti per accogliere e gestire in maniera positiva sentimenti complessi, come la rabbia, la frustrazione oppure il senso di rifiuto. «All’inizio organizziamo dei colloqui singoli: è importante capire la storia e le criticità della figura che abbiamo di fronte a noi &#8211; racconta l’operatrice -. Poi si passa alle attività di gruppo ed è questa la fase più delicata: in questo momento molti dei partecipanti realizzano che il loro atteggiamento danneggia se stessi e le persone che hanno intorno». </span><b>Ed è proprio il confronto diretto con gli altri uomini a giocare un ruolo centrale nel percorso di reintegrazione sociale</b><span style="font-weight: 400;">: «Per molti, </span><b>ascoltare la storia degli altri è un po’ come guardarsi allo specchio senza trucchi o inganni</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; spiega Alessandra Frenza -. Diventa un viaggio introspettivo per rafforzare l’autoconsapevolezza e darsi la possibilità di riflettere criticamente sulle proprie scelte di vita». </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«All’inizio organizziamo dei colloqui singoli e poi si passa alle attività di gruppo: ascoltare la storia degli altri è un po’ come guardarsi allo specchio senza trucchi o inganni», <span style="font-weight: 400;">spiega Alessandra Frenza, operatrice del CAM di Ferrara</span></span></p>
<p><b>L’introduzione del Codice Rosso</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; la legge approvata nel 2019 che inasprisce le pene per gli autori di violenze, atti persecutori e maltrattamenti &#8211; </span><b>ha incrementato l’affluenza di uomini all’interno dei CAM di tutta Italia</b><span style="font-weight: 400;">. Questo è un cambio di passo che mette a dura prova queste strutture, solitamente abituate ad accogliere coloro che volontariamente chiedono aiuto e sono, di conseguenza, molto più aperti al dialogo. Per psicologi e volontari si tratta di una vera e propria sfida: «</span><b>Chi arriva da noi su richiesta di un giudice non sempre ha la volontà di iniziare questa esperienza</b><span style="font-weight: 400;"> ma è semplicemente costretto a farlo  &#8211; spiega Frenza -. In più, secondo la legge, </span><b>il loro percorso deve durare un anno</b><span style="font-weight: 400;">: </span><b>si tratta di un tempo brevissimo per lavorare su se stessi</b><span style="font-weight: 400;">». Gran parte delle esperienze, però, si conclude positivamente ed esiste una sola prova del nove: «</span><b>Capiamo che il nostro lavoro ha dato i suoi frutti quando queste persone, relazionandosi con altri uomini, portano sul piano pratico ciò che hanno appreso qui dentro</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; racconta Alessandra Frenza -. Perché è proprio quando si è in gruppo che la mascolinità tossica raggiunge il suo apice. In molti si trovano costretti a indossare una maschera e a comportarsi </span><b>non come </b><b><i>vorrebbero </i></b><b>ma come </b><b><i>dovrebbero </i></b><b>secondo certi schemi sociali</b><span style="font-weight: 400;">». </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>A Torino, invece, da oltre vent&#8217;anni opera il &#8220;Cerchio degli uomini&#8221;: un&#8217;associazione che riflette sugli stereotipi di genere e sulle diverse modalità per abbatterli</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La volonta&#8217; di combattere gli stereotipi di genere e&#8217; condivisa dall’</span><b>associazione torinese “Cerchio degli uomini”</b><span style="font-weight: 400;">. Il gruppo &#8211; che da tempo lavora a stretto contatto con i CAM di tutta Italia &#8211; organizza eventi e iniziative con l’obiettivo di superare e abbattere un modello di vita maschilista ormai in contrasto con la società moderna. </span><span style="font-weight: 400;">«In molti pensano che la violenza verso le donne nasca solo all’interno di contesti difficili, ma la realtà è ben diversa &#8211; spiega Roberto Poggi, tra i fondatori del gruppo -. </span><b>La cultura patriarcale è ancora salda tra le mura delle nostre case, indipendentemente dal nostro status sociale</b><span style="font-weight: 400;">: </span><b>sono i nostri gesti, le reazioni che abbiamo e le risposte che pretendiamo dagli altri a essere pregni di mascolinità tossica</b><span style="font-weight: 400;">». E così, da oltre vent’anni, un gruppo di uomini si ritrova in cerchio per analizzare le proprie azioni e riflettersi negli occhi di chi ha di fronte. «Qui ogni tabù viene infranto: l&#8217;obiettivo è toccare le corde più profonde e nascoste di ognuno di noi &#8211; aggiunge Poggi -. Questi incontri segnano un’apertura e una comprensione sincera delle proprie fragilità e del proprio vissuto». </span><b>E il cerchio, pian piano, si è allargato sempre di più: con il passare del tempo, infatti, si sono aggiunti anche tanti uomini autori di violenza</b><span style="font-weight: 400;">: persone che, per la prima volta, hanno deciso di mettere in dubbio le proprie scelte di vita. «Durante questi momenti, molti dei partecipanti sono scoppiati in lacrime e si sono aperti senza filtri o censure &#8211; racconta Poggi -. In piedi, davanti a tutti, hanno gettato a terra la corazza pregna di stereotipi e mascolinità tossica che per anni li ha accompagnati come un’ombra». Il “Cerchio degli uomini” accoglie anche tante persone segnalate dal Codice Rosso e con loro, abbattere il muro di resistenza, è molto più difficile: «</span><b>Molti autori di violenza minimizzano o negano le loro azioni</b><span style="font-weight: 400;"> &#8211; spiega il fondatore -. Loro non sono così diversi dagli uomini che incontriamo per strada o persino da me stesso. </span><b>Non mi sento migliore degli altri o deresponsabilizzato solo perché non commetto gesti estremi</b><span style="font-weight: 400;">: </span><b>mi considero in perenne fase di decostruzione e, forse, è proprio il costante lavoro su se stessi la via per una maggiore equità e rispetto tra uomini e donne</b><span style="font-weight: 400;">».</span></p>
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		<title>L&#8217;omicidio Cecchettin si chiude con l&#8217;ergastolo per Turetta: cosa ci dice questa sentenza</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Dec 2024 15:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[«La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/Giulia-Cecchettin.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giulia Cecchettin" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«<strong>La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri o a domani. Nessuno mi darà indietro Giulia</strong>». Al di fuori dell’aula del Tribunale di Venezia, Gino Cecchettin, padre di Giulia, commenta così la sentenza con cui la Corte di Assise ha appena condannato all’ergastolo Filippo Turetta per l’omicidio della sua ex fidanzata, avvenuto l’11 novembre 2023</mark>. Dopo una camera di consiglio durata più di cinque ore, <strong>la giuria ha deciso di accogliere la richiesta di ergastolo avanzata dal pubblico ministero, Andrea Petroni, riconoscendo anche la premeditazione del delitto</strong>. Una circostanza che l’accusa ha sostenuto essere inequivocabile alla luce di alcuni elementi: la lista di oggetti da acquistare redatta da Turetta pochi giorni prima dell’omicidio, la presenza all’interno della sua vettura di due coltelli e di tutto quanto occorresse per rapire la ragazza, l’insolito prelievo effettuato al bancomat poco prima, nonché le dichiarazioni rese dall’imputato nel suo interrogatorio: «Prima di riaccompagnarla a casa mi sono fermato con la macchina in un parcheggio perché volevo stare insieme e allungare il tempo prima di toglierle la vita, perché comunque a questa cosa ci avevo pensato». Al contrario, sono state escluse le aggravanti della crudeltà e degli atti persecutori, per ragioni che diventeranno chiare con la pubblicazione delle motivazioni, entro novanta giorni. La pronuncia, a poco più di un anno dalla morte della ragazza, ha messo la parola “fine” al processo di primo grado, un iter iniziato il 23 settembre con la formula del giudizio immediato, un procedimento speciale che consente un passaggio diretto dalle indagini preliminari al dibattimento, senza udienza preliminare.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Nel corso di quest’anno, la vicenda ha assunto una rilevanza fortissima, divenendo emblema di quanto la nostra società sia ancora permeata e avvelenata dalla <strong>violenza di genere</strong> e dal <strong>patriarcato</strong></mark>. Giulia è stata sin da subito raccontata in tutta la sua semplicità e altruismo attraverso le parole lucide e decise della sorella Elena e il composto dolore del padre Gino, suscitando un’empatia popolare al di fuori di ogni previsione. La vicenda ha consentito di dare una spinta ulteriore alla battaglia contro i femminicidi, trasformando il tradizionale silenzio del lutto con il “rumore” richiesto dalla sorella: al funerale della ragazza erano in 10mila i presenti in piazza che, con applausi e campanacci, hanno voluto dimostrare che il momento di tacere è finito. <mark class='mark mark-yellow'>«Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere», sono state allora le parole di Elena</mark>. La scelta della famiglia è stata portata avanti anche il 25 novembre 2024, nella Giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne, in cui l&#8217;intergruppo dei deputati per le Donne, i Diritti e le Pari opportunità, guidate dalla coordinatrice Laura Boldrini, ha deciso di osservare un minuto di rumore alla Camera, in presenza di papà Gino, seduto in prima fila, pochi giorni dopo la presentazione della <strong><em>Fondazione Giulia Cecchettin</em></strong>. Intanto, da un anno, nelle piazze sono migliaia le donne che decidono di utilizzare il volto e il nome di Giulia come slogan per la lotta al patriarcato, al grido di “Per Giulia, per tutte, non una di meno”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La sorella della vittima, Elena Cecchettin: «Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere»</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>In aula, l’iter processuale ha cercato di ricostruire l’intera vicenda, scandagliando tutti gli aspetti della vita privata dei protagonisti, attraverso audio, foto, messaggi, lettere e, soprattutto, l’interrogatorio dell’imputato.</strong> Un passaggio del dibattimento da cui l’accusato avrebbe potuto decidere di astenersi e che la difesa ha cercato di interpretare come un evidente segno di pentimento, ma da cui è emerso un quadro opaco della vicenda. Filippo, in lacrime, ha ricostruito quanto successo in maniera poco chiara, con evidenti eclissi logiche: da un lato emerge la gelosia nei confronti di Giulia e dei suoi affetti, intrecciata alla paura di perderla; dall’altro, la voglia di vendetta e di infliggere sofferenza a una ragazza per cui nutriva una dipendenza affettiva morbosa; sullo sfondo, c&#8217;è la ricostruzione sfocata dell’aggressione, accennata come un ricordo: «Avevo il coltello in mano e, a un certo punto, c’era solo il manico quindi deve essersi rotto oppure devo averla colpita». Il processo ha ricostruito il rapporto tra i due, nato tra i banchi di ingegneria dell’<strong>Università di Venezia, </strong>presto trasformatosi in relazione, durante il secondo anno di corso, nel <strong>gennaio 2022</strong>. Un fidanzamento che Giulia decide di interrompere la prima volta il 16 marzo 2023 per l’eccessiva dipendenza e ossessione di Filippo, invidioso di qualsiasi scelta di vita della ragazza in cui lui non fosse incluso. Già questa rottura scatena quello che il pubblico ministero ha definito un «martellante atteggiamento dell’imputato per riconquistarla, sostenendo di essere cambiato, di essere sofferente e di non aver più voglia di vivere». Dopo una breve separazione di tre mesi, in cui i due continuano a sentirsi e frequentarsi con amici comuni, la relazione riprende, per poi interrompersi definitivamente nel luglio 2023. Ma anche questa volta i due continuano a vedersi, perché l’atteggiamento di Filippo attanaglia Giulia in un senso di colpa che non le permette di allontanarsi, come lei stessa racconta alle amiche in un audio whatsapp che dopo la morte della ragazza ha avuto una diffusione virale: «Non ce la faccio più a stare dietro a Pippo. Vorrei che lui, almeno per un periodo, sparisse. Solo che a lui non posso scriverlo, perché credo che darebbe di matto. Mi dice che non trova più un senso per andare avanti, che pensa solo ad ammazzarsi. Non credo lo farebbe, però il rischio c’è. E il fatto che potrebbe essere colpa mia mi uccide».</p>
<p style="font-weight: 400;">È la stessa Giulia a invitare Filippo a uscire l’<strong>11 novembre</strong>: i due passano il pomeriggio assieme al centro commerciale <em>La Nave de vero</em>, poi la cena da McDonald’s. Un pomeriggio “tranquillo”, secondo il memoriale di Turetta, ma che appare tutt’altro che sereno dalla visione delle telecamere del luogo: l’accusa interpreta le immagini come scene di minacce ossessive nei confronti di Giulia, rimproverata perché sta utilizzando il cellulare durante il tempo assieme; Filippo non smentisce. A fine serata, di ritorno verso la casa di Giulia a <strong>Vigonovo,</strong> la Punto nera di lui si ferma a piazza Moro, dove i due discutono: <mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo litigato sempre per la possibilità di tornare insieme o comunque avere un rapporto molto stretto. Le dicevo: “Ho bisogno di te, non ce la faccio, mi ammazzo se non mi dai un’altra possibilità. Lei giustamente ha reagito malissimo”»,</mark> racconta Turetta. La litigata continua fuori dalla vettura e la scena viene vista da un vicino di casa che avvisa immediatamente il 112: «Salve, chiamo da Vigonovo, dal balcone di casa mia: ho appena assistito a una scena di un ragazzo che picchiava una ragazza. Lei è uscita dalla macchina, una Grande Punto mi sembra, e gridava aiuto… poi è caduta a terra e lui l’ha presa a calci, però se ne stanno andando in questo momento». È nella <strong>zona di Fossò</strong> che il cellulare di Giulia aggancia per l’ultima volta una cella telefonica e proprio qui le telecamere registrano i suoi ultimi fotogrammi, mentre lei cerca di scappare, finché non viene raggiunta da Filippo, che la fa cadere e la carica in auto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo alcuni giorni di attesa, in cui le famiglie restano con il fiato sospeso nella speranza di un finale diverso, il corpo della ragazza viene ritrovato nei pressi del lago di Barcis, in provincia di Pordenone. Il giorno successivo, Filippo, da giorni in fuga in Germania, viene catturato in autostrada a <strong>Lipsia</strong> ed estradato in Italia. Il ritrovamento avviene in maniera quasi casuale, quando un automobilista chiama la polizia per allertarla del pericolo: nella corsia di emergenza c’è un’auto a fari spenti, al buio. Si tratta della macchina di Turetta, senza benzina. Qualche giorno dopo, la confessione dell’omicidio. Un gesto dettato da una logica tipica dei femminicidi: “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”. Racconta Turetta: <mark class='mark mark-yellow'>«Perché ho ucciso Giulia non so dirlo semplicemente con un motivo: volevo tornare insieme ma lei non voleva; quindi, la incolpavo del fatto che io non riuscissi a portare avanti la mia vita. E poi volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi perché pensavo: “se soffro io, devi soffrire anche tu”»</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Il gesto di Turetta ricalca una logica comportamentale tipica dei femminicidi che corrisponde al pensiero “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo la sentenza di ieri, la vicenda è ormai conclusa, ma solo giuridicamente. Giulia continua a vivere, attraverso la fondazione, attraverso la lotta al patriarcato e alla violenza di genere. La decisione dei giudici non è altro che un passaggio obbligato, una tappa di un percorso che non può e non deve terminare qui. Non c’è nessun punto di arrivo, ma solo la consapevolezza della necessità di mettersi in discussione e di ripensare al sostrato culturale che caratterizza la nostra società e il suo funzionamento. La storia di Giulia non è un traguardo ma un monito, il motore propulsore di un cambiamento su cui si deve lavorare ancora infinitamente. A evidenziarlo, con il suo dolore sempre composto, è stato, ancora una volta, Gino Cecchettin, appena dopo la lettura del dispositivo: <mark class='mark mark-yellow'>«È stata fatta giustizia e la rispetto, però penso che dovremmo fare di più come esseri umani. <strong>La violenza di genere non si combatte con le pene ma con la prevenzione, insegnando concetti che sono forse un po’ troppo lontani. Oggi era una tappa dovuto ma ora si cerca di andare avanti e di guardare al futuro</strong>. Il percorso si fa su altri temi, su altri banchi. Aiutateci e aiutiamoci nel percorso da fare insieme. C&#8217;è tanto da fare»</mark>.</p>
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		<title>Festival di Perugia tra crisi climatica, inclusione, local e solution journalism</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Apr 2024 19:07:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Tamberi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Festival di Perugia]]></category>
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		<category><![CDATA[local news]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giornalismo internazionale non trascura i principali temi sociali odierni. Proprio per questo, al festival di giornalismo di Perugia si sono toccati tanti argomenti diversi, dal crisi climatica all&#8217;inclusività. Alcuni di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/04/photo_2024-04-20_19-50-29.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="photo_2024-04-20_19-50-29" /></p><p>Il giornalismo internazionale non trascura i principali temi sociali odierni. Proprio per questo, al <strong>festival di giornalismo di Perugia</strong> si sono toccati tanti argomenti diversi, dal crisi climatica all&#8217;inclusività. Alcuni di questi sono stati affrontati con una prospettiva di <strong>&#8220;solution journalism&#8221;</strong>, ovvero con l&#8217;obiettivo di trovare delle soluzioni concrete, su piccola e larga scala, alle problematiche che si riscontrano quotidianamente. Non sono mancati quindi analisi approfondite su come i media si relazionano al cambiamento climatico, su come si sta evolvendo il giornalismo locale dopo anni di grandi difficoltà, e su come cambiare la nostra visione nei confronti di quei Paesi che ancora oggi si stanno emancipando dalla colonizzazione.</p>
<h2>Che ruolo gioca il potere nella crisi climatica?</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono ormai anni che si parla di cambiamento climatico e di come affrontarlo, ma allo stesso tempo sembra che i passi avanti verso la transizione ecologica siano minimi, se non addirittura inesistenti. Questo accade perché, secondo i giornalisti che si occupano di questo tema, esistono dei responsabili che cercano di inquinare il dibattito pubblico, creando confusione e negazionismo. <strong>Giancarlo Sturloni</strong>, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia, ha presentato un </span><a href="https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/16330/crisi-climatica-in-tv-lanalisi-di-greenpeace-su-tg-e-trasmissioni-di-approfondimento/"><span style="font-weight: 400;">report realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia</span></a><span style="font-weight: 400;">, che monitora come nel nostro Paese si fa informazione sulla crisi climatica: «I dati ci dimostrano che se ne parla in modo sporadico, generalmente quando ci sono eventi estremi. Il secondo problema poi è che se ne fa un racconto omertoso: intendo dire che <mark class='mark mark-yellow'>si parla sempre di meno di cause e di responsabili</mark>, ovvero rispettivamente i combustibili fossili e le compagnie del gas e del petrolio».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché questo silenzio assordante? In parte perché, nei principali quotidiani nazionali, le inserzioni pubblicitarie di aziende inquinanti sono un elemento economico fondamentale: «Questo ci fa capire», continua Sturloni, «che i quotidiani e i telegiornali sono fortemente dipendenti dai finanziamenti di queste grandi compagnie. Questo genera un grave problema sul tema dell’indipendenza dell’informazione». Allo stesso tempo, chi cerca di denunciare questa responsabilità incontra l’ostacolo delle stesse compagnie fossili, che grazie al loro strapotere economico usano le querele per mettere a tacere le voci discordanti. È stato il caso, per esempio, di <strong>Cecilia Anesi</strong>, co-fondatrice di Irpi Media: <mark class='mark mark-yellow'>«Quando lavoriamo sull’ambiente, queste sono sicuramente le storie in cui ci infiliamo in più guai legali»</mark>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Davanti a un tale inquinamento del dibattito, fatto di greenwashing e di altre pratiche atte a edulcorare la questione, c’è da mettere in conto anche la responsabilità del singolo giornalista. Ne ha parlato <strong>Meenshaki Ravi</strong>, voce del podcast “The Listening Post” e produttrice esecutiva della serie “All Hail the Planet”, entrambi progetti di Al Jazeera: «Il problema che si riscontra nel giornalismo sul clima è che <mark class='mark mark-yellow'>si viene spesso sopraffatti dai grandi poteri, siano essi i governi, le aziende o le istituzioni</mark>. Hanno il denaro, l’influenza e molto spesso il potere di controllare i dati. Come possiamo mettere in discussione questo potere in modo credibile? Sono queste le sfide di oggi. Non dobbiamo cadere nella trappola di essere nervosi o spaventati nel nostro giornalismo: gli errori si commettono quando veniamo schiacciati dalle stesse persone di cui cerchiamo di parlare».</span></p>
<h2>Il potere delle senza potere</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Un&#8217;attenzione particolare è stata dedicata al ruolo delle donne nel giornalismo, non in senso generico, ma sempre declinata in un ambito specifico. Per esempio, </span><b>Annette Young</b><span style="font-weight: 400;">, giornalista di France24, ha festeggiato i dieci anni </span><a href="https://www.france24.com/en/tv-shows/51-percent/"><span style="font-weight: 400;">del suo programma sulle donne</span></a><span style="font-weight: 400;"> e su come stanno cambiando forma al mondo in un panel giovedì 18 aprile durante un panel in cui si è discusso di come sia possibile trattare i conflitti attraverso una prospettiva di genere. «C&#8217;è un&#8217;economia della guerra, ma non un&#8217;economia della pace» ha fatto notare </span><b>Melina Huet,</b><span style="font-weight: 400;"> giornalista freelance. <mark class='mark mark-yellow'>«È in atto una forma di disumanizzazione reciproca che dobbiamo fermare»</mark> ha insistito </span><b>Nivine Sandouka</b><span style="font-weight: 400;">, attivista palestinese. Per farlo è necessario costituire una società più attenta, più empatica, dove chi comanda è in grado di sedersi intorno a un tavolo e parlarsi, non affrontarsi solo con la violenza. Annette Young è convinta che un maggior numero di donne in posizioni apicali permetterebbe questo cambiamento di prospettiva, o almeno darebbe vita alla possibilità di soluzioni alternative.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È questa alternativa di governo che i regimi autoritari vogliono scongiurare esautorando ogni forma di rilevanza sociale delle donne. «Si tratta di un sistema politico in senso proprio quindi che impatta sulla vita reale delle persone, non su teorie» sostiene </span><b>Eliza Anyangwe</b><span style="font-weight: 400;">, caporedattrice del </span><a href="https://edition.cnn.com/interactive/asequals/"><span style="font-weight: 400;">team internazionale sulla disuguaglianza della CNN</span></a><span style="font-weight: 400;">. È stata proposta una panoramica internazionale che spazia tra Kenya, Cina e Argentina. Il quadro che è stato tratteggiato mostra una sostanziale omogeneità, seppure con caratteristiche specifiche per ogni nazione, nel trattamento discriminatorio della popolazione femminile. «La sottomissione delle donne è necessaria per il controllo sociale» ha detto </span><b>Leta Hong Fincher</b><span style="font-weight: 400;">, ricercatrice associata alla Columbia University. E questa forma di soggiogamento si esplica nella privazione della libertà riproduttiva, lavorativa ed economica. </span></p>
<h2>Raccontare storie alla pari</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Voci che si fanno sempre più forti. Andare oltre gli stereotipi. Guardare verso il futuro. Questi sono solo alcuni dei temi che sono emersi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. L’importanza anche di dare voce a chi non ha voce, senso primario della professione giornalistica e farlo trovando modi innovativi che possano abbracciare un bacino sempre più esteso di persone. È imperativo raccontare i fatti in modo corretto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All’incontro “Debunking Africa, nuovi sguardi per conoscere il Continente” si è molto parlato di questo. </span><b>Antonella Sinopoli</b><span style="font-weight: 400;">, giornalista e fondatrice del progetto </span><b><i>AfroWomenPoetry</i></b><i><span style="font-weight: 400;">, </span></i><span style="font-weight: 400;">propone uno sguardo avanguardistico di vedere al continente africano attraverso gli occhi della poesia e della letteratura, un modo per andare a comprendere le sfumature di grigio su una realtà a cui si guarda troppo spesso in termini di bianco o nero, tutto o niente. «La poesia è uno strumento libero e quindi il giornalismo può capire qualcosa di più leggendo le poesie soprattutto delle giovani autrici donne contemporanee» spiega Sinopoli e continua: «questo aiuta a capire di più l’Africa e le sue tematiche con l’augurio di aprire una finestra sulla produzione poetica». L’Africa che conosciamo è sempre stata raccontata da un punto di vista strettamente occidentale, serve, al contrario, conoscere la prospettiva dei nativi del luogo. L’immagine che racconta l’Africa in maniera stereotipata è quella rimasta alla guerra del Biafra, un territorio che ha raccontato una delle guerre più atroci e che ha mostrato la fame nei bambini. Queste immagini sono tra le prime che sono arrivate all’Occidente e sono diventate il portabandiera, tragico, di un intero continente. «La letteratura in questo caso aiuta a rivedere e a ripensare alcune delle cose che diamo per scontate o per assodate» commenta </span><b>Chiara Piaggio</b><span style="font-weight: 400;">, antropologa presente all’incontro. Il tentativo di queste donne africane è, attraverso la propria voce, quello di smantellare pezzo per pezzo i mattoni della corruzione, del patriarcato e di un sistema sociale che non funziona raccontando cose “comuni” che però non vengono dette come gli stupri nelle famiglie. I giovani attendono delle risposte dai loro leader politici: è un modo per sollecitare il paese dato che gli spazi politici sono chiusi e ancora troppo maschili. «La letteratura e la poesia diventano strumenti di attacco» conclude Sinopoli. </span></p>
<p><b>Meera Senthilingam</b><span style="font-weight: 400;">, è una vincitrice plurima di diversi premi giornalistici, oltre che vicedirettrice della </span><b>CNN “As Equals</b><span style="font-weight: 400;">” per la parità di genere, il cui focus è mondiale, ma con attenzione specifica alla parte sud del globo. Attraverso le storie di vita delle persone riporta la disparità di genere nelle donne. Anche in questo caso l&#8217;obiettivo è cercare di mettere un megafono di fronte alle storie che non vengono raccontate.</span></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">I rapporti umani sono una delle colonne portanti del giornalismo; dunque, è importante non limitarsi all’articolo da pubblicare contenente la storia. Il lavoro è anche saper andare oltre e avere la capacità di mantenere relazioni che sono prima di tutto umane. Solo il 0,02% delle notizie globali riguarda temi che sproporzionalmente intaccano le donne: la questione di genere è spesso riportata nelle storie che parlano di conflitti o addirittura di cambiamenti climatici, ma raramente i </span><i><span style="font-weight: 400;">mass media</span></i><span style="font-weight: 400;"> riflettono il modo in cui il patriarcato modella gli esiti della vita. <mark class='mark mark-yellow'>La disparità di genere è infatti un tema che deve emergere nel giornalismo come un argomento di pubblico interesse</mark> attraverso l’investigazione, la spiegazione e la umanizzazione del contenuto. </span><i><span style="font-weight: 400;">As Equals</span></i><span style="font-weight: 400;"> tenta proprio di fare questo e di raccontare le storie di ingiustizie sociali che possano connettere la gente su diversi piani.</span></strong></p>
<h2>La “partecipazione” gaberiana a Detroit</h2>
<p><span style="font-weight: 400;">“La libertà è partecipazione” cantava <strong>Giorgio Gaber</strong> al tramonto del Novecento. Una canzone che è passata nella storia della musica e del cantautorato italiano per la forza dirompente del suo messaggio. Eppure, se torniamo indietro con la memoria, l’autore milanese ha sempre considerato “partecipazione” un termine mai veramente appropriato: “Porca miseria, mi son spiegato male, è stata interpretata come dire ‘andate a votare&#8217;, ma io nemmeno ci andavo a votare, figuriamoci…”. Le successive esegesi del termine, tanto affascinante, quanto ambiguo e criticabile, si sono soffermate sul mero atto di voto. Sull’atto finale, ecco, del processo democratico: il marcare un foglio con una X indelebile. Senza, però, capire il vero valore messaggio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Gaber pensava ad un movimento continuo che, dal basso, si agita, si scontra, dibatte e riflette continuamente sulla realtà che la circonda</mark>. La democrazia si nutre di questo: di parole e idee che, come due linee, divergono e convergono ininterrottamente; dell’osservazione dei cittadini dei piccoli o grandi disagi che mortificano le metropolitane; della denuncia dei giornalisti, che si fanno carico di questi disagi e li presentano ai rappresentanti eletti. Un circolo virtuoso che, come detto, parte dal basso e nutre il sistema.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Noah Kincade</strong> e <strong>Lynelle Herndon</strong>, entrambi giornalisti, sono riusciti a creare una realtà che incarna perfettamente lo spirito di quei versi. Nonostante Detroit, centro dello Stato del Michigan, sia famosa per essere una delle città più povere degli Stati Uniti, i due giornalisti sono riusciti a radunare un gruppo di oltre 500 residenti per vagliare le misure del Governo ed impegnarsi in gesti di giornalismo locale. <mark class='mark mark-yellow'>“Partecipare”, appunto</mark>. I “Detroit Documenters”, programma ideato da Kincade e Herndon, offre workshop e corsi di formazioni ai cittadini con lo scopo di attivare più persone possibili nelle dinamiche sociali e politiche della città. “Stiamo cercando di coinvolgere le persone nella democrazia di ogni giorno – sostiene Noah Kincade – in modo tale che non si limitino a votare e ad aspettare quattro anni per l’elezione successiva e che vengano inclusi nel processo che avviene nel frattempo”. L’obiettivo è di aggiornare le comunità e costruire infrastrutture informative a livello locale. Grazie al lavoro di denuncia, sono avvenuti molti cambiamenti a Detroit. Gli autobus passano con più frequenza, i diritti dei detenuti (soprattutto i minorenni) vengono maggiormente tutelati, rispetto al passato i verbali dei consigli comunali vengono pubblicati quotidianamente.</span></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;">Questi piccoli esempi ci permettono di capire come un serio lavoro di inchiesta e di </span><i><span style="font-weight: 400;">engagement</span></i><span style="font-weight: 400;"> possa cambiare le realtà locali. Anche nei quartieri più malfamati. «Le cose stanno andando meglio – continua Kincade –. Ora possiamo andare incontro alla prossima sfida. <mark class='mark mark-yellow'>Cerchiamo di avviare un’evoluzione laddove ce ne sarà bisogno</mark>». Il 2024 sarà un anno delicato, alcuni lo definiscono l’anno elettorale più importante della storia. Per ciò, sarà ancora più prezioso questo autentico lavoro che vede l’attività del giornalista al servizio della comunità. Tra l’altro, in un&#8217;epoca che, tra tecnologie e intelligenze artificiali, si continua a svalutare il senso di questa professione.</span></strong></p>
<h2>Come lavorare per un giornalismo costruttivo e risolutivo</h2>
<p>Il Festival è un’opportunità per dare voce alle minoranze e alle battaglie per garantire l’uguaglianza. Per farlo è importante che il tipo di giornalismo che facciamo sia quanto più costruttivo e risolutivo, andando in fondo alle storie tramite <strong>l’incontro</strong> con le persone.</p>
<p><strong>Marta Bellingreri, giornalista freelance e ricercatrice indipendente, che attualmente lavora come redattrice presso SyriaUntold e UntoldMag</strong>, da anni lavora in Medio Oriente e in Sud Africa. Ha sottolineato come l’incontro umano con le persone sia alla base di questo tipo di giornalismo. <mark class='mark mark-yellow'>L’analisi dei fatti, svolta con capacità critica, deve essere mediata dall’incontro vero e profondo con le persone</mark>. Parallelamente, sottolinea l’importanza di cercare alleanze tra ambiti diversi: tramite i centri o i grant, ma sfociando anche al di là di redazioni e centri giornalistici attraverso l’incontro con associazioni e centri culturali. Un giornalismo vivo coinvolge più ambiti, sia in termini di sostenibilità economica sia in termini di alleanze produttive. Bellingreri aggiunge <strong><span style="font-weight: 400;">«</span></strong>Spesso la politica e i governi soprattutto schiacciano i fatti, le persone e il giornalismo stesso, in un qualche modo questo svilisce il compito del giornalismo stesso. <strong>Studiare, studiare, studiare,</strong> ogni contesto e ogni Paese ha un senso se ne conosci la storia<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>. Questo per capire le radici e la profondità di una società. <mark class='mark mark-yellow'>Solo così si può fare un buon giornalismo: studiare rende in grado di fare vivere quelle che sembrano solo nozioni tramite l’ascolto delle persone che uno incontra nel reportage, nell’inchiesta, nell’analis</mark>. L’unico antidoto alla narrazione spesso falsata dei fatti è quello di avere una conoscenza storica.</p>
<p>Di questo ha parlato anche <strong>Jhon-Allan Numa, giornalista investigativo e co-fondatore e CEO di Africa Uncensored, una casa editrice con sede a Nairobi, in Kenya</strong>, in un incontro sulla resilienza digitale per i giornalisti in un anno di elezioni. Insieme a <strong>Catherine Mackie</strong> della Thomson Foundation, <strong>Charlotte Maher</strong>, editor dei social media per Bellingcat e <strong>Jon Roosenbeek</strong>, Postdoctoral Fellow della British Academy ha sottolineato quanto sia fondamentale <mark class='mark mark-yellow'>la ricerca e la verifica dei fatti per fare un giornalismo sano e indipendente. Questo oggi, con lo sviluppo di nuove tecnologie mediatiche, è particolarmente necessario</mark>: rischio di attacchi di disinformazione da parte di strumenti come l’IA, i contenuti online e i social media. I giornalisti devono essere in grado di smascherare e fermare la diffusione di informazioni false, che manipolano l’elettorato – in questo caso – conoscendo il pubblico di riferimento. <mark class='mark mark-yellow'><strong><span style="font-weight: 400;">«</span></strong>È un problema così grande che abbiamo bisogno di soluzioni abbastanza grandi e audaci per essere in grado di contrastarlo</mark>. Quegli strumenti e quei metodi sono stati perfezionati, AI prende sempre più spazio<strong><span style="font-weight: 400;">»</span></strong>. Informare affinché i lettori sappiano i rischi, la manipolazione e la propaganda esiste. Parallelamente, portare avanti un giornalismo che sia sempre chiaro, verificato e basato sulla ricerca.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Herrera, le brave ragazze vanno dappertutto ma con lo stiletto</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2022 12:39:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Federica Farina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
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		<description><![CDATA[“Date a una donna le scarpe giuste e potrà conquistare il mondo”. Soprattutto se quelle scarpe sono un paio di tacchi a spillo: sinonimo di emancipazione e tenacia. La citazione di ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="576" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/05/photo6037500000197523529.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="&quot;Ragazze, prendiamoci il mondo!&quot;
In foto: (da sinistra) Silvia Grilli (60), Mariasole Pollio (19), Laura Lanni, Noemi (40), Andrea Delogu (39)." /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>“Date a una donna le scarpe giuste e potrà conquistare il mondo”</mark>. Soprattutto se quelle scarpe sono un paio di tacchi a spillo: sinonimo di emancipazione e tenacia. La citazione di Marilyn Monroe calza a pennello – assecondando il gioco di parole – con l’evento “Ragazze, prendiamoci il mondo”, organizzato da <em>Grazia</em> per presentare la nuova fragranza <em>Very Good Girl Glam</em> di Carolina Herrera, il cui marchio è da sempre lo “stiletto”. E Laura Lanni, direttrice del marketing del brand, ha preso come esempio le parole della grande attrice per enfatizzare la carica di autostima che possiede una donna quando indossa quel tipo di scarpe. <mark class='mark mark-yellow'>In occasione della manifestazione a palazzo Giureconsulti a Milano, Lanni ha presentato lo spot della nuova campagna, lanciata lo scorso marzo: “Tratta proprio quello che è il concetto dell’empowerment femminile”.</mark></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Mlxom7YFIvo" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Al centro della scena c’è un gruppo di <em>Good girls</em>, che hanno qualcosa da dire, qualcosa da raccontare. <mark class='mark mark-yellow'>“Quelle ragazze, tutte diverse fra loro, ma unite rappresentano ognuna di noi. Più siamo unite, più veramente possiamo conquistare il mondo”.</mark> È questo l’obiettivo di Carolina Herrera: incoraggiare le donne ad avere fiducia in loro stesse. Ed è anche il filo conduttore di questo talk a cui hanno partecipato anche Mariasole Pollio, Noemi e Andrea Delogu, invitate da Silvia Grilli, direttrice di <em>Grazia</em>. A turno si raccontano in modo intimo e incoraggiante: le prime esperienze, gli ultimi traguardi raggiunti, i sogni nel cassetto, la voglia di prendersi tutto, ma anche le paure e i soliti luoghi comuni che tutte hanno subito almeno una volta.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Avere fiducia in se stesse è il primo passo per raggiungere i propri sogni. Il secondo è lottare, da donna, per le donne: così le ospiti dell&#8217;evento ospitato dal magazine <em>Grazia</em> si raccontano alla direttrice Silvia Grilli, in occasione del lancio della nuova fragranza di Carolina Herrera</span></p>
<p>“Nel mondo dello spettacolo, per una donna è molto difficile convincere gli altri che quello che ha raggiunto sia stato frutto di fatiche e sacrifici e non di favoritismi grazie al <em>bel faccino</em> o <em>bel corpo</em> che si ritrova”, ammette con amarezza Andrea Delogu. E Noemi conferma: “A volte ci sentiamo in colpa per essere troppo femminili, troppo carine. Ci vuole molta forza interiore”. E questo comporta un percorso con ostacoli che possono momentaneamente farci perdere l’equilibrio, come ribadisce Mariasole Pollio. <mark class='mark mark-yellow'>“Crescere per me significa proprio questo: capita di perdere l’equilibrio perché magari andiamo in un posto in cui non siamo mai state prima. Poi però impariamo che quel posto ci piace, ci sta bene addosso. Che può essere un vestito, una compagnia, un luogo di lavoro. È bello avere questa forza interiore di andare oltre alla mente, che purtroppo spesso è la nostra peggior nemica”.</mark></p>
<p>Delogu conclude celebrando ancora una volta la determinazione e l’unicità di ogni donna: <mark class='mark mark-yellow'>“Dobbiamo tutto al nostro talento. E per quanto i nostri obiettivi possano essere lontani, il nostro percorso possa essere più difficile, più complicato, più tortuoso, noi ce la faremo sempre, grazie al nostro talento”.</mark></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/LPtJQT7UG8s" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>&#8220;Acciaio&#8221; è la canzone di Noemi scelta da <em>Save The Children</em> per rappresentare i bambini e le bambine che vivono nelle zone di guerra. Durante l&#8217;incontro, la cantante dice che anche le donne possono essere dei &#8220;fiori d&#8217;acciaio&#8221; per la loro delicatezza, ma anche per la loro forza e resistenza.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Silvia Grilli, direttrice di <em>Grazia</em>, è soddisfatta di questo talk &#8220;fatto di donne per le donne e che parla a tutte coloro che vanno fiere della propria unicità, si mostrano senza nascondere i loro difetti, sfidano gli uomini in ogni campo, condividono le loro passioni sul web e amano chi e come vogliono, senza nascondersi. Le donne stanno cambiando il mondo semplicemente vivendo la loro vita, seguendo i loro valori, rifiutando le vecchie convenzioni e lasciando al passato i troppi luoghi comuni che hanno danneggiato le donne.”</span></p>
<p><strong>Cos’è l’<em>empowerment femminile</em> oggi e quanto nel 2022 è importante parlarne?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><em>L’empowerment</em> femminile è la sicurezza in noi stesse: avere forza, avere ambizioni e onorarle.</mark> Spesso siamo noi stesse a non riconoscere le nostre ambizioni, non sappiamo bene cosa vogliamo ma capirlo è fondamentale anche grazie all’ambiente che ci circonda. Nonostante siamo nel 2022 non bisogna dare nulla per scontato: possiamo perdere facilmente i diritti che abbiamo acquisito, quindi è importante ribadire la nostra forza. Per esempio, mai scegliere tra carriera e famiglia: possiamo avere entrambe e abbiamo bisogno di uomini che capiscano che una società con donne che realizzano le proprie ambizioni è una società più felice per tutti.</p>
<p><strong>Che cosa è stato fatto e che cosa si può e si deve ancora fare nel mondo del giornalismo per raggiungere la parità tra i sessi?</strong></p>
<p>Racconto un aneddoto personale perché con le storie si arriva al cuore delle persone. <mark class='mark mark-yellow'>Facevo cronaca nera in un giornale a Torino ed ero bravissima; nonostante questo, il direttore decise che mi sarei dovuta occupare di costume e società cioè delle notizie considerate più frivole e secondarie in un giornale. Questo per spiegare che i ruoli più forti, o apparentemente tali, se li porta a casa la categoria maschile.</mark> Forse non è una questione di sessismo ma proprio di portarsi a casa il potere perché le donne sono state abituate in passato a rinunciarvi. Se accadeva, toccava a una donna &#8220;più donna&#8221; delle altre perché mostrava di sapersi sacrificare per gli altri e si dedicava solo poi alla famiglia e ai figli. Secondo me dobbiamo cambiare semplicemente le persone attorno a noi.</p>
<p><strong>Lei ha lavorato anche all’estero: c’è differenza di giudizi, al di fuori dell’Italia, per <strong>una donna che lavora e che ha una famiglia contemporaneamente</strong>?</strong></p>
<p>Gli Stati Uniti sono più simili all’Italia di quanto si possa credere; però, lì è sicuramente più forte la consapevolezza dei diritti di genere mentre in Italia questa consapevolezza è arrivata dopo. Ci sono molte più differenze anche tra  l’Italia e i Paesi nordici come Finlandia, Svezia e Norvegia. Lì c’è davvero una società costruita affinché uomini e donne lavorino e si occupino entrambi dei figli e della famiglia.</p>
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		<title>La psicologa: &#8220;Dall’Italia agli Stati Uniti c’è molto lavoro da fare&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2020 07:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza. Chissà che cosa direbbe oggi il Mahatma Gandhi di fronte a un mondo che non ha mai davvero fatto proprio il suo messaggio, lanciato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="810" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/Mascolinità-tossica_2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mascolinità tossica_2" /></p><p><strong>2 ottobre</strong>,<strong> Giornata internazionale della nonviolenza</strong>. Chissà che cosa direbbe oggi il Mahatma Gandhi di fronte a un mondo che non ha mai davvero fatto proprio il suo messaggio, lanciato per manifestare pacificamente l’opposizione alla dominazione coloniale britannica in India.</p>
<p>In un 2020 segnato non solo dalla pandemia, ma dalla prosecuzione di conflitti ormai secolari, appellarsi alla nonviolenza è come parlare al vento. <strong>Non occorre uscire dai confini italiani per rendersi conto di come la violenza sia diffusa a livello capillare nella società</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>il solo mese di settembre è stato segnato da due eventi di cronaca che continuano a far scalpore</mark>. Parliamo del pestaggio del giovane Willy in provincia di Roma e dell’omicidio nel Napoletano di una ragazza innamorata di un coetaneo in transizione. Si tratta di episodi violenti perpetrati da giovani uomini vicini per età e cultura, accomunati inoltre da una forte mascolinità tossica. Abbiamo approfondito l’argomento con <strong>Chiara Volpato</strong>, docente di psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano.</p>
<p><strong>Da cosa deriva questo tipo di violenza?</strong></p>
<p>Premesso che non sono fenomeni nuovi, è interessante vedere come negli ultimi anni si stia sviluppando in una parte fortunatamente non maggioritaria della popolazione una nostalgia piena di rabbia e rancore per una mascolinità tradizionale che si basa sul mito della forza maschile – spesso confusa con la violenza – e sul fatto che sia giusto il predominio dell’uomo sulla donna. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Si è sviluppata una costellazione di credenze e valori secondo cui questa superiorità maschile, a cui si collega la supremazia dell’uomo bianco in particolare, sia stata messa in crisi nel dopoguerra</strong> da una serie di fenomeni: da un lato sono mutati i rapporti di forza a livello internazionale – gli uomini bianchi occidentali, cioè, non hanno più il predominio assoluto sul resto del mondo; dall’altro c’è il femminismo, il fatto che le donne abbiamo iniziato a rivendicare una visione diversa dei rapporti tra i generi. <strong>Ciò porta a sentimenti di rivalsa quali rancore e odio</strong>.</mark> Ne vediamo gli effetti da molti punti di vista: sul Web, per esempio, c’è quella che è stata denominata <em>men’s sphere</em>, piena di contenuti di questo tipo. Non è un problema solo italiano: se guardiamo a un paese di riferimento come gli Stati Uniti, troviamo continuamente esempi di questo genere. <mark class='mark mark-yellow'>Un concetto importante che affiora è il <em>backlash</em>, la rivincita densa di rancore, rispetto a quella che è percepita come la rivalità femminile: <strong>poiché l’uomo bianco occidentale ha perso o rischia di perdere la sua funzione preminente</strong>, sentendosi umiliato nel suo ruolo tradizionale, <strong>si manifestano questi atti di rivalsa che troviamo nella vita di ogni giorno</strong>, oltre che atteggiamenti di estrema attenzione e valorizzazione del corpo maschile</mark>, come accaduto nel caso dei due fratelli Bianchi nell’ambito dell’omicidio di Willy. C’è il desiderio di restaurare il mitico ordine perduto in cui l’uomo bianco è al vertice della gerarchia mondiale.</p>
<p><strong>Nel caso dei fratelli Bianchi spicca l’accanimento contro un ragazzo che si era limitato a difendere un amico. Cosa innesca la logica del branco?</strong></p>
<p>Sicuramente <mark class='mark mark-yellow'>il singolo, Willy, è stato visto come un elemento che incrinava l’ordine mentale e sociale nella testa dei suoi assalitori: non aveva il diritto di intervenire</mark>. Può essere considerato un esempio di ciò che gli studi di genere hanno definito <em>mascolinità secondarie</em>, ovvero più fragili; è il simbolo di chi si oppone indebitamente a quello che è ritenuto il modello giusto e dominante. Probabilmente, nel vederlo opporsi a questo modello, si è ritenuto che dovesse pagare per questo suo atto di insubordinazione. <mark class='mark mark-yellow'>Il tutto aggravato dal fatto che Willy non apparteneva alla maggioranza bianca italiana</mark>.</p>
<p><strong>Perché nessuno nel gruppo della maggioranza machista si è opposto a una simile violenza, sfociata nell’omicidio? Si teme di perdere prestigio o di essere esclusi dal resto del branco?</strong></p>
<p>Questa è una delle spiegazioni. <mark class='mark mark-yellow'>Non opporsi significa conformismo ai valori e alle norme del gruppo: ne faccio parte e aderisco anche se mi accorgo che qualcosa non va sia perché temo di essere escluso sia perché ho paura di ripercussioni violente nei miei confronti</mark>. Probabilmente, pur non essendo il leader, traggo identità e forza dall’appartenenza al gruppo, quindi sì, la possibile esclusione è il motivo più importante.</p>
<p><strong>L’omicidio di Colleferro è segnato anche da un vero e proprio culto per la fisicità, ammantato da uno spesso strato di narcisismo. Come si concilia questo amore per l’ostentazione della mascolinità con il timore di subire atti violenti in carcere?</strong></p>
<p>Non necessariamente deve conciliarsi. Quando siamo di fronte a queste persone troviamo un enorme cumulo di contraddizioni. La stessa ideologia che propugnano ne è densa, quindi non ricercherei della coerenza. <mark class='mark mark-yellow'>Metterei l’accento sul narcisismo</mark>: ci sono molti studi che testimoniano come sia un fenomeno in aumento nel mondo contemporaneo. <mark class='mark mark-yellow'>Le patologie narcisistiche stanno diventando le più importanti anche a livello quantitativo. In qualche modo incarnano un’epoca e affondano nel culto del corpo e della forza fisica</mark>. È chiaro che un conto è la vita fuori dal carcere e l’esibito narcisismo nei confronti degli altri, un conto è finire in galera e avere paura di ciò che potrebbe accadere una volta dietro le sbarre. In questo vedo delle costrizioni o degli adeguamenti a un ambiente diverso.</p>
<p><strong>In Campania invece l’omicida è il fratello della vittima. Si è difeso dicendo che non voleva ucciderla, ma solo impartirle una lezione perché “era infettata”. Allo stesso modo, i genitori hanno preso le parti del ragazzo affermando che “non avrebbe mai potuto farle del male” e che anzi “era meglio morta” piuttosto che al fianco del compagno con cui aveva scelto di stare. Perché si continua a negare l’</strong><strong>agency femminile e come si contrasta un modo di pensare così radicato nella società?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Questo tipo di linguaggio è a mio parere molto significativo, perché deumanizzante e biologizzante. <strong>La <em>biologizzazione</em> è una forma di deumanizzazione che permette di paragonare l’altro a una patologia</strong></mark>: si pensi a espressioni come “è un cancro, è una peste”, usate anche da gruppi della destra suprematista. Negli Stati Uniti Steve Bannon ha definito il femminismo “un cancro”, appunto. L&#8217;utilizzo di concetti biologizzanti è in crescita, perché siamo in un mondo in cui i concetti scientifici sono utilizzati quotidianamente e quindi diventano la base per nuove metafore.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Si nega alle donne la capacità di agire perché il maschilismo è ancora imperante, perché viviamo all’interno di un codice patriarcale molto forte che si irrobustisce ulteriormente in alcuni strati della società, oltre che in alcuni luoghi di provincia</mark>. C’è una radicale e diffusa difficoltà ad accettare la libertà femminile, come il fatto che una ragazza possa compiere scelte al di fuori dei canoni imposti dall’eteronormatività.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>L’unica via per contrastare questi fenomeni è l’educazione, intesa come una formazione culturale basata su nuovi schemi</strong></mark>. Non sono pessimista, perché credo che l’esistenza di queste realtà di destra suprematista e maschilista siano anche il sintomo che molto è stato fatto. Sono movimenti reattivi a quanto conquistato dal femminismo: se quest’ultimo non ci fosse stato, forse non avrebbero avuto bisogno di manifestarsi. Non dobbiamo vedere le cose solo sotto un punto di vista negativo; <strong>la trasformazione culturale è in atto, ma porta allo stesso tempo queste spinte di <em>backlash</em></strong>. È necessaria una crescita culturale di tutta la società.</p>
<p><strong>La mascolinità tossica si è chiaramente manifestata anche nei confronti di Ciro, il fidanzato della ragazza uccisa, spesso appellato come </strong><strong>masculillo a causa della sua transizione da donna a uomo. Perché non si rispetta l’identità di genere di una persona che non si sente in sintonia con il proprio corpo?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Perché è vista come una sfida a quello che si crede essere l’ordine naturale delle cose. <strong>La transizione è un grande atto di libertà</strong> perché la persona sceglie ciò che crede meglio per sé, ma facendolo viola tutti i confini, attraversa le barriere considerate naturali</mark>. È chiaro che ci vuole una maturazione culturale che porti all’accettazione dell’altro come essere a sé. Questo incrina profondamente la cultura patriarcale ed erode l’ordine maschile dove l’uomo è dominante. La violenza ai danni di chi affronta la transizione è quindi perpetrata nel tentativo di ripristinare quello che è ritenuto essere l’ordine naturale delle cose.</p>
<p><strong>La violenza maschile si riversa anche su altri ragazzi o uomini più deboli. È il caso di quegli episodi – purtroppo ricorrenti nelle pagine di cronaca – in cui gli adolescenti fanno del male a coetanei con disabilità e perfino ad anziani e senzatetto. Da cosa deriva il piacere di infliggere dolore? Manca la percezione di avere di fronte a sé un altro essere umano?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Tutti gli studi sulla deumanizzazione ci dicono che essa facilita il fare del male, perché vengono meno le barriere morali che altrimenti impedirebbero di usare la violenza</mark>. Probabilmente ci sono anche episodi di sadismo individuale e di gruppo. In quest’ultimo caso parliamo di gang basate sul culto della violenza, formate da giovani che si sentono a loro volta vittime con la necessità di rifarsi su coloro che percepiscono più deboli o che, a loro parere, approfittano delle risorse sociali. Spesso vengono presi di mira immigrati e <em>homeless</em>, appunto, sia perché sono meno capaci di difendersi sia perché sono concepiti come target appropriati in quanto accusati di impadronirsi di risorse di cui non hanno diritto, sottraendole ad altri. Entra qui in gioco il concetto di <em>vittimizzazione competitiva</em>: si pensa di essere più vittima di altri e quindi di avere dei diritti che non sono riconosciuti. Anche questo è un innesco per la violenza.</p>
<p><strong>Le forme più comuni di mascolinità tossica sono quelle che si ritrovano nella dinamica dei femminicidi. Come si riconosce un giovane che fin da bambino ha sviluppato l’idea della possibile, futura compagna come oggetto di suo possesso?</strong></p>
<p>Non sono convinta che sia sempre riconoscibile. Un giovane violento probabilmente lo si individua perché mostra atteggiamenti aggressivi nei confronti della compagna, vista come sua proprietà. Qualsiasi cosa lei possa fare per cercare di sfuggire a questo ordine di cose, agli occhi del partner diventa un comportamento da punire. Se però analizziamo le storie dei femminicidi in Italia, notiamo come molto spesso – ma non sempre – sia difficile riconoscere prima il soggetto violento. Magari c’erano degli atti di gelosia interpretati come segni di amore e non come desiderio di possesso. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Gelosia, senso di proprietà e volontà di limitare la compagna sono segnali a cui fare molta attenzione</strong></mark>. A volte non è facile riconoscerli, in altri casi non si vuole vederli. Probabilmente ci sono dei momenti di innesco, come il tentativo di rompere una relazione; inoltre il senso di perdita e rancore non viene elaborato in maniera sana da molti uomini. È la stessa logica che si ritrova nel <em>revenge porn</em> e in quelle forme deumanizzanti tipiche di gruppi online – su WhatsApp, Telegram, Facebook – in cui ci si scambia foto – non necessariamente intime – di giovani donne su cui si riversa la retorica tossica.</p>
<p><strong>Un altro tema è la necessità di reprimere tutto ciò che possa far trapelare forme di empatia e sentimento. Basti pensare al detto “Non fare la femminuccia” o al doppio imperativo “Non piangere, fai l’uomo”. Che tipo è “l’uomo ideale” a cui si fa riferimento? E perché il pianto è percepito come una vergogna?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>È l’uomo così come pensato dal patriarcato: forte, che “non deve chiedere mai”, che comanda, che ha il potere sia fuori sia dentro la famiglia. È l’uomo la cui volontà diventa in qualche modo legge e che dunque non ha bisogno di riconoscere la libertà altrui</mark>.</p>
<p><strong>Per queste persone è difficile lasciar trapelare una serie di emozioni interpretate come debolezza perché considerate appartenenti alla sfera femminile</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Il pianto è la manifestazione di queste emozioni</strong></mark>. Ce ne sono altre invece consentite, come la rabbia, perché vanno di pari passi con il comando. <mark class='mark mark-yellow'>La paura e tutto ciò che è connesso alla fragilità – come l’imbarazzo – sono invece interpretati come segni di debolezza, quindi l’uomo li deve celare se vuole mantenere una posizione dominante</mark>.</p>
<p><strong>Gli studi di genere stanno progressivamente trovando spazio nel mondo accademico nostrano, mentre i </strong><strong>men’s studies continuano a essere una realtà decisamente poco esplorata. Perché? Che impatto potrebbero avere nell’evoluzione culturale della società italiana?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sono degli studi che ci farebbero bene: c’è un gran bisogno di riflessione su questi argomenti</mark>. Per certi aspetti li abbiamo affrontati soprattutto dal punto di vista delle donne e siamo stati guidati in questo da un certo tipo di pensiero e pratica femminista. I <em>men’s studies</em> non sono presenti in Italia probabilmente perché non c’è ancora un gruppo maschile che abbia iniziato a riflettere seriamente su se stesso e sulla propria posizione nella società, anche se ci sono personalità isolate che hanno cominciato a farlo. <mark class='mark mark-yellow'>L’Italia è in grosso ritardo rispetto ad altri Paesi e sconta ancora l’eredità fascista: il ventennio di dittatura ha costruito una precisa immagine maschile e allo stesso tempo la controparte subalterna femminile</mark>. Le persone che hanno guidato l’Italia fino a qualche anno fa, magari pur rifiutando questo tipo di costruzione sociale, sono state cresciute secondo questa mentalità. Questi discorsi non sono mai stati elaborati pubblicamente nel nostro Paese: da qui deriva il ritardo culturale sulla mascolinità e il fatto che questi studi non sono mai diventati argomento di interesse generale.</p>
<p><strong><em>Fa paura riflettere su se stessi, motivo per cui si evita di approfondire certi temi?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non è facile, perché mettersi in discussione può essere fonte di sofferenza</mark>. Si tratta di un percorso che non è sempre agevole. Se non si è costretti a farlo, non lo si fa volentieri.</p>
<p><strong><em>Spostandoci sul fronte statunitense, negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé il movimento </em></strong><strong>Black Lives Matter<em>, che ha tratto nuova linfa dopo il caso Floyd. Continuano ancora gli scontri tra comunità afroamericana e polizia. Oltre al suprematismo bianco, entra qui in gioco la dinamica per cui i membri della polizia sono uomini dell’ordine e dunque legittimati ad agire come fanno?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Gli Stati Uniti scontano ancora la mancata elaborazione del razzismo che si portano dietro fin dalle origini a causa della presenza della schiavitù</mark>. Alcuni dei concetti di cui ho parlato valgono anche per il contesto d’Oltreoceano, perché <strong>non a caso potremmo interpretare questi fenomeni come reazioni di <em>backlash</em> dopo la presidenza Obama</strong>. Credo che sarà molto difficile per gli Stati Uniti uscirne, ma anche che ci siano delle forze importanti che tentano di mettere in atto un discorso diverso.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Tutti gli studi sul pregiudizio e sul razzismo insegnano l’importanza delle istituzioni</mark>: le campagne contro il razzismo non hanno grandi capacità di riuscita se non sono fortemente sostenute dalle istituzioni. <mark class='mark mark-yellow'>Ciò che sta emergendo adesso negli Stati Uniti è l’assenza di questo supporto o comunque la sua mancanza a molti livelli</mark>. Se le istituzioni non specificano che la polizia, pur dovendo intervenire e avendo un ruolo fondamentale, deve lavorare all’interno di un quadro dei diritti molto preciso rispondendo delle proprie azioni, è chiaro che succede quanto sta accadendo. Lo si è visto anche in Italia ai tempi del G8 di Genova, per esempio. <mark class='mark mark-yellow'><strong>La polizia riceve dei segnali di legittimazione dall’ordine costituito e sulla loro base si comporta in modo appropriato o inappropriato</strong></mark>. È quindi importante guardare oltre il livello delle semplici forze dell’ordine, spostando lo sguardo sulle istituzioni.</p>
<p><strong><em>Nelle ultime due settimane si sta parlando molto anche della possibile nomina di una donna bianca e repubblicana come nuova giudice della Corte Suprema statunitense al posto della scomparsa Ruth Ginsburg. È un tentativo di mettere in pericolo alcuni diritti acquisiti dalle donne?</em></strong></p>
<p>Non sappiamo ancora se il Senato americano ratificherà la sua nomina, ma <mark class='mark mark-yellow'>se davvero dovesse assumere la carica di componente della Corte Suprema vedrei la cosa con enorme preoccupazione, perché una maggioranza così forte (sei a tre) di conservatori porterebbe alla messa in discussione di diritti come l’aborto</mark>, regolamentato anni fa proprio da una sentenza della Corte Suprema. Sarebbe molto grave come segnale. Ho comunque l’impressione che gli Stati Uniti siano profondamente divisi: la parte <em>liberal</em> rappresenta probabilmente più della metà della popolazione, a prescindere dall’esito delle elezioni. Non credo che un Paese del genere resterà immobile nei prossimi anni di fronte a quelli che vedo come tentativi di regressione.</p>
<p><strong><em>Dato che nel 2016 l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha portato a una recrudescenza del nazionalismo in Europa, come con il Front National – ora Rassemblement National – in Francia e la nuova retorica dell’ex Lega Nord in Italia, se Amy Barrett dovesse insediarsi, legittimando così quelle politiche esclusivamente a favore della famiglia tradizionale, i movimenti </em></strong><strong>pro life<em> nati in Italia negli ultimi anni potrebbero esserne rafforzati?</em></strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Assolutamente sì, purtroppo</mark>. Questi movimenti non restano chiusi in un solo paese, c’è un’osmosi continua tra paesi e culture. <mark class='mark mark-yellow'><strong>L’elezione di Trump ha rafforzato un certo tipo di realtà negli Stati occidentali e potrebbe succedere anche in questo campo</strong></mark>. Bisognerà vedere come si muoverà all’estero l’opinione pubblica, se alcuni movimenti avranno la stessa forza di quelli in azione negli Stati Uniti o se invece nel nostro Paese si reagirà in maniera diversa.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>Parola d’ordine: cambiamento culturale</strong></mark>. Solo così in futuro la Giornata internazionale della nonviolenza avrà davvero un senso.</p>
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		<title>Corea del Sud, se il femminismo può davvero cambiare il Paese</title>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2020 06:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Broglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Corea del Sud]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>

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		<description><![CDATA[25 marzo, Seul. Per la prima volta nella storia della Corea del Sud le forze dell&#8217;ordine mostrano in pubblico il volto di un presunto molestatore. Il suo nome è Cho ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/20181208_ASP002_1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Credits: Jean Chung/Getty Images" /></p><p>25 marzo, Seul. <mark class='mark mark-yellow'><a href="http://https://www.youtube.com/watch?v=g6psb_W-PnU" target="_blank">Per la prima volta nella storia della Corea del Sud le forze dell&#8217;ordine mostrano in pubblico il volto di un presunto molestatore</a>.</mark> Il suo nome è Cho Joo-bin, 25enne accusato dalla polizia di essere tra le figure chiave dell&#8217;<em>Nth Room Case</em>, vicenda di violenza ed estorsione verificatasi su Telegram tra il 2018 e il 2020. La decisione viene presa in seguito a una mobilitazione popolare senza precedenti: due milioni di firme per conoscere l&#8217;identità del presunto responsabile. In Corea del Sud il vento sta cambiando. La questione di genere non riguarda più solo le donne. <mark class='mark mark-yellow'>Crimini sessuali, sessismo in ambito lavorativo, mancato riconoscimento del ruolo della donna dal punto di vista sociale sono solo alcune delle ragioni che collocano la Corea al 108esimo posto (su 153 Paesi) nel Global Gender Gap Index 2020.</mark></p>
<p>A spiegarne ragioni e prospettive è <strong>Seungsook Moon, docente di Sociologia al Vassar College di Poughkeepsie, New York.</strong></p>
<p><strong>Secondo il <a href="http://http://www3.weforum.org/docs/WEF_GGGR_2020.pdf" target="_blank">Global Gender Gap Report 2020</a> la Corea del Sud possiede un identico tasso di alfabetizzazione tra uomini e donne (99%). La percentuale rimane simile se si considera l&#8217;iscrizione ai primi livelli di istruzione e si differenzia, anche se non in modo significativo, nelle università. Il vero <em>gap</em> si riscontra nell&#8217;accesso alla politica: le donne rappresentano solo il 16.7% dei membri del parlamento e il 22.2% delle figure che ricoprono posizioni ministeriali. Quali sono le ragioni di tale situazione?</strong></p>
<p>In Corea del Sud il numero di donne che si iscrivono all&#8217;università è in costante crescita. Si tratta di un trend globale, che coinvolge le società &#8220;sviluppate&#8221; e che dimostra il sempre maggiore interesse che le donne ripongono in un&#8217;educazione di più alto livello ai fini di un impiego certo e dell&#8217;indipendenza finanziaria. <mark class='mark mark-yellow'>Il mondo politico rimane tuttavia ancora dominato dagli uomini.</mark> Diversi fattori, sociali e culturali, contribuiscono a ciò. <mark class='mark mark-yellow'>Una delle motivazioni principali è riscontrabile nel fatto che, ancora oggi, l&#8217;esercizio della leadership politica sia influenzato dal genere, come d&#8217;altronde accade in tutti quei Paesi in cui persistono tradizioni patriarcali e sessiste.</mark>Si tratta dell&#8217;eredità della visione neo-Confuciana, la cui applicazione contemporanea legittima la presenza di uomini in posizioni apicali proprio per ragioni di gerarchia di genere. La società coreana contemporanea è infatti politicamente ed economicamente dominata da uomini di vecchie generazioni, secondo i quali autorità e comando sono compiti e privilegi esclusivamente maschili. <mark class='mark mark-yellow'>Ne deriva dunque la costante percezione che le donne siano principalmente connesse alla sfera domestica e che la sfera pubblica, la politica e il lavoro retribuito siano invece prerogativa maschile.</mark></p>
<div id="attachment_44044" style="width: 578px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Schermata-2020-04-23-alle-11.09.24-PM.png"><img class="wp-image-44044" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Schermata-2020-04-23-alle-11.09.24-PM.png" alt="Schermata 2020-04-23 alle 11.09.24 PM" width="578" height="491" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: WEF Global Gender Gap 2020</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il 15 aprile 2020 si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento. Per la prima volta un partito femminista, il <em>Women&#8217;s party</em>, si è candidato. Nessun seggio è stato vinto, benché siano stati ottenuti più di 200mila voti. Quanto è importante per la società coreana il fatto che sia stata costituita una formazione politica <em>gender-oriented</em>? È verosimile che il bacino elettorale abbia coinvolto anche uomini?</strong></p>
<p>Credo che il <em>Women&#8217;s party</em> abbia un valore simbolico importante. <mark class='mark mark-yellow'>Riflette la crescente consapevolezza che si sta diffondendo tra giovani e anziane: l&#8217;essere donne, prima di essere parte di una certa categoria sociale definita dalla classe di appartenenza, dalla zona in cui si risiede e dagli altri <em>social status</em> in generale. </mark> È fondamentale comprendere che le donne, come gli uomini, non si percepiscono come parte di un gruppo sociale omogeneo, soprattutto se nella società in cui vivono sono presenti altre e rilevanti categorie di appartenenza. Si collocano diversi fattori alla base della crescente presa di coscienza che le donne coreane stanno vivendo oggi. Tra questi, il verificarsi di aggressioni online perpetrare perlopiù da giovani uomini e rivolte alle donne in quanto gruppo sociale. Ma anche il fatto che per le donne sia più frequente abbandonare la sfera domestica per trovare degli impieghi retribuiti, facendo così emergere fenomeni di sessismo e gerarchia di genere nei luoghi di lavoro. Tutto ciò ha progressivamente sensibilizzato le donne proprio in quanto donne. <mark class='mark mark-yellow'>Il punto principale è proprio questo: nella società coreana l&#8217;essere donna, come categoria di genere, non è naturale o automatico, ma si riferisce a una categoria sociale e politica che esiste proprio in virtù del fatto che si venga trattate come parte di tale gruppo sociale.</mark></p>
<p><strong><a href="http://https://www.theguardian.com/world/2020/mar/25/outrage-in-south-korea-over-telegram-sexual-abuse-ring-blackmailing-women-and-girls" target="_blank">Il caso <em>Nth room </em></a>ha subito una svolta significativa il 20 marzo. Si tratta dell&#8217;ultimo esempio di una serie di vicende che vedono le donne come vittime di crimini sessuali, tra cui gli <em>hidden camera crimes (</em><a href="http://https://edition.cnn.com/2018/09/06/asia/south-korea-spy-cams-toilet-intl/index.html" target="_blank">utilizzo di microcamere illegalmente collocate in luoghi pubblici</a>). Esistono pene adeguate per questi reati? Le donne sono le uniche vittime?</strong></p>
<p>Secondo quanto sostenuto dalle organizzazioni che si occupano di crimini sessuali, le pene non sarebbero adeguate. <mark class='mark mark-yellow'>In Corea del Sud è frequente che alcuni uomini incolpati di crimini sessuali, soprattuto se potenti, denuncino per diffamazione le donne che li accusano.<mark class='mark mark-yellow'></mark> Le donne non sono tuttavia le uniche vittime di questi reati. Ci sono anche bambini e teenager, sopratutto ragazze. Non si sa invece se gli uomini siano vittime di questi genere di crimini.</p>
<div id="attachment_44041" style="width: 200px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Seungsook-Moon-KR_0012_72.jpg"><img class="wp-image-44041 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Seungsook-Moon-KR_0012_72-200x300.jpg" alt="Seungsook-Moon-KR_0012_72" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Professoressa Seungsook Moon</p></div>
<p><strong>Moltissimi post presentano l&#8217;hashtag #escapethecorset (#탈코). Il riferimento è al <em>Free the Corset Movement</em>, movimento che cerca di permettere alle donne coreane di essere libere dagli stretti canoni di bellezza imposti dalla società. Alla luce anche di quanto detto fino a ora e della maggiore consapevolezza che le donne coreane stanno acquisendo, può il <em>Free the Corset Movement</em> essere considerato un punto di rottura rispetto a una società che impone fortissime pressioni sull&#8217;aspetto fisico che una donna dovrebbe avere?</strong></p>
<p>Ritengo che questo movimento rappresenti il desiderio delle donne di rivendicare il proprio corpo. Poiché la Corea del Sud è modellata dal consumismo capitalista internazionale, sono diventati molto popolari rituali di bellezza che richiedono l&#8217;acquisto di numerosi prodotti. La società stessa spinge molti individui ad accumulare &#8220;asset&#8221; al fine di potere competere per raggiungere le limitate possibilità esistenti in termini di lavoro e vita privata; sempre più donne (e oggi anche sempre più uomini) stanno dunque &#8220;investendo&#8221; nella loro apparenza attraverso la cura di sé e la chirurgia plastica. Ma è proprio in questo contesto che alcune donne hanno acquisito una coscienza femminista più forte. Ne deriva il desiderio di sfidare questi trend popolari proprio diffondendo il <em>Free the Corset Movement</em>.</p>
<p><strong>Nel 2019 la Corte Costituzionale ha stabilito l&#8217;incostituzionalità del divieto di abortire. La legge del 1953, che prevede multe e carcere per le donne che abortiscono (a eccezione dei casi di stupro, incesto o rischi per la loro salute), dovrà essere riscritta entro la fine del 2020. Se così non fosse, verrà abrogata. La minaccia di essere incarcerate o sanzionate è stato fino a oggi un deterrente all&#8217;aborto?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'></mark>L&#8217;aborto in Corea del Sud rappresenta una di quelle pratiche sociali e individuali che mostrano un enorme distanza tra la legge e la sua attuazione.</mark> Per molti decenni, e anche oggi nel 2020, l&#8217;aborto, benché illegale, è stato raramente punito. Un caso simile si riscontra con la prostituzione, illegale ma punita solo di recente. Molte donne coreane hanno dunque abortito senza essere soggette alle pene previste. <mark class='mark mark-yellow'>Ciò che è degno di nota è il fatto che ora la vicenda abbia assunto contorni politici.</mark></p>
<h5>*immagine di copertina: Jean Chung/Getty Images</h5>
<p><em>translation in English language</em></p>
<p><em>March 25th, Seoul. For the first time in South Korean history, the authorities publicly disclose the face of an allegedly sex offender. His name is Cho Joo-bin, a 25 year old man accused by the police to have played a significant role in the Nth Room Case, the crime case of violence and blackmailing registered on Telegram between 2018 and 2020. The decision comes after an unprecedented public mobilization, which led two millions people to sign an online petition to reveal the identity of an alleged perpetrator. Times are changing in South Korea. Gender gap is no longer an issue only related to women. Sexual crimes, sexisms in workplaces, lack of recognition of the women’s role in society are some of the reasons that justify the low gender equality ranking of South Korea. Referring to the Global Gender Gap Index 2020, the Country is placed 108th on 153th. There are many reasons that can define which is the current state of the South Korean society, according to Professor Seungsook Moon, sociology professor at Vassar College (Poughkeepsie, NY). The WEF Global Gender Gap Report 2020 states the Republic of Korea presents an identical literacy rate in men and women (99%). The percentages remain quite similar about the enrollment in primary and secondary schools, becoming non significantly different in enrolling in tertiary school. </em></p>
<p><strong><em>It is the political empowerment field that really underlines the gaps occurring between the two genders: 16.7% is the rate of women in Parliament and 22.2% the one of women in ministerial positions. Are there any specific reasons to justify this situation? </em></strong></p>
<p><em>Women’s enrollment in the tertiary education has been growing. This change is also a global trend in “developed” societies indicating women’s growing interests in higher education and secure employment for financial independence. Yes, the political field remains male dominated in South Korea. There are multiple social and cultural factors contributing to this persistent gender hierarchy in politics. One major factor is the gendered perception of political leadership in South Korea (like many other societies in the world with lingering patriarchal traditions and contemporary sexism.) What is particular about South Korea is the neo-Confucian view of (male) scholars as government officials. To older-generation Koreans, who still dominate the society politically (and economically), the authority to rule people belongs to a masculine task and privilege. Reflecting neo-Confucian legacy and its contemporary appropriation, there is a persistent perception that women’s primary place is family and home (domestic sphere) and politics and paid employment outside in public sphere is primarily men’s place. </em></p>
<p><em><strong>The South Korea’s legislative elections were held on April 15th. For the first time, a feminist political movement, the Women’s party, decided to run. To what extent is it the setting-up of a feminist party important? Even though no seats were taken, the Women’s party was voted by more than 200k people. Is it credible to think about male voters, too?</strong> </em></p>
<p><em>I think the Women’s Party is symbolically important. It reflects the growing number of younger-generation women and some older women who see themselves primarily as women rather than members of any other social categories (e.g., social class, residential location, and other social status groups). It is very important to understand that women, just like men, do NOT automatically see themselves as a homogeneous social group, especially when there are other social status categories significant in a given society. Various social and political factors contribute to the rise of women’s consciousness as women. In contemporary Korea, as you may know, there has been growing aggressive attacks on women as a group in internet space by mostly younger-generation men, who are active users of internet. Additionally, as women step out the domestic sphere and veture into paid employment, they have realized underlying sexism and gender hierarchy in their workplaces. This has also sensitized them as women. The main point I’m making here is that women as a gender category is not something natural or automatic but a social and political category that emerges through specific experiences of being treated as such. The Nth room case is in the spotlight. This is the more recent example of a series of issues that involve women as victims of sex crimes, such as the hidden camera crimes (miniature cameras illegally installed in public places). </em></p>
<p><em><strong>Does the justice system provide adequate punishments for sex crimes? Are women the only victims of these crimes?</strong> </em></p>
<p><em>According to advocacy organizations working on sexual violence and crimes, the punishment for such crimes is not adequate. It has been common in S. Korea that men accused of sex crimes, especially if they are powerful men, file libel suits against their accusors. Regarding your last question, women are NOT the only victims; there are children or young teenagers, yes mostly female. It is not known how boys are subject to this type of crime. Countless posts can be found with the hashtag #escapethecorset. This is related to the “Free the Corset movement”, the movement that seek women to be free from the strict beauty standards required by society.</em></p>
<p><em><strong> Considering the shape of the current Korean society and the increasing women’s self consciousness, can it be considered the breaking point from a society which impose significant pressure on the body goals that a women should reach?</strong> </em></p>
<p><em>I would read this movement as women’s desire to reclaim their own bodies. As S. Korea is profoundly reshaped by transnational consumer capitalism, beauty rituals, requiring numerous commodities to be purchased, have become popularized. As more and more individuals are pressurized to accumulated individual “assets” to compete for limited opportunities for decent jobs and happy marriage and family life, more women (and now even men) are “investing” in their appearance through grooming rituals and plastic surgeries. In response to these developments, some women who gain feminist consciousness want to challenge this popular trend by organizing and spreading free the corset movement. In 2019 the Constitutional Court ruled that abortion ban was unconstitutional, ordering the abortion law to be revised by the end of 2020. </em></p>
<p><em><strong>If the amendments are not met by the deadline, the law will be null and void. Does the threat of being jailed or fined prevent women from abortion or women have abortion illegally?</strong> </em></p>
<p><em>Abortion as a practice rather than an idea in South Korea is intriguing because it is one of those social/individual practices showing a huge gap between law and actual practice. For many decades, even in 2020, abortion has been rarely punished despite its being illegal. (It’s similar to prostitution being illegal but rarely punished until fairly recently.) Many Korean women have used abortion as a way to deal with unwanted pregnancies without punishments. What is noteworthy is why now it has become more politicized.</em></p>
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		<title>The Good News Female Gospel Choir: cantare per sentirsi libere</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2020 06:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il panorama culturale milanese non smette mai di stupire. Quando poi la cultura abbraccia temi sociali importanti e troppo spesso trattati marginalmente, la miscela diventa esplosiva. Uno dei risultati positivi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1560" height="908" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/04/Gospel-Choir.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gospel Choir" /></p><p><strong>Il panorama culturale milanese non smette mai di stupire</strong>. Quando poi la cultura abbraccia temi sociali importanti e troppo spesso trattati marginalmente, la miscela diventa esplosiva.</p>
<p>Uno dei risultati positivi di questo mix è <strong><em>The Good News Female Gospel Choir</em>, un coro di sole donne che fin dal 2012 lotta per una società più giusta attraverso il canto</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Le tematiche a cuore di queste coriste di diverso orientamento sessuale – lesbiche, etero, bisessuali – sono il contrasto della violenza di genere e il sostegno ai diritti della comunità LGBT,</mark> come ci spiega <strong>la presidente dell’associazione, Francesca Fratini</strong>. Attraverso le proprie esibizioni sul palco, il coro punta a sensibilizzare in maniera alternativa rispetto alle semplici parole. Ma come è nata questa idea? «Nel 2014, con un’amica che lavora presso il centro antiviolenza “Cerchi d’Acqua”, siamo riuscite a organizzare un primo concerto che si è tenuto all’Umanitaria. Questo evento ci ha dato modo di crescere perché attraverso il rapporto con le professioniste di “Cerchi d’Acqua” abbiamo capito meglio anche come si svolge il percorso e quali sono le difficoltà che incontrano le donne, oltre al tipo di linguaggio che usano per descrivere gli episodi di violenza», racconta Francesca.</p>
<p>Oggi, con all’attivo più di novanta spettacoli, <strong>il <em>Female Gospel Choir</em> vanta una stretta collaborazione anche con la Casa d’Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano e si è fatto apprezzare in occasioni importanti come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne</strong>, oltre che presso altre realtà istituzionali. <strong>L’emergenza Coronavirus, però, ha interrotto il ritmo delle prove settimanali e spazzato via tutti gli eventi che si sarebbero dovuti tenere tra la fine di febbraio e la metà di maggio</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Il 23 febbraio era in programma uno spettacolo bellissimo per cui avevamo scritto un copione insieme all’attore e autore sudamericano Milton Fernandez,</mark> che collabora già da molti anni con “Cerchi d’Acqua” – dice ancora Francesca –. <mark class='mark mark-yellow'>Può sembrare strana la scelta di far salire un uomo sul palco in una ricorrenza vicina all’8 marzo, ma ci sembrava un azzardo molto costruttivo, perché un uomo che parla con la sua voce, ma raccontando storie di donne vittime di violenza circondato da tante altre donne ci sembrava un buon segnale».</mark></p>
<p>A chi si chiede a cosa faccia riferimento quel <em>Good News</em> che è parte integrante del nome dell’associazione, Francesca risponde con un semplice “Eravamo noi, la nostra presenza, la buona notizia”, mentre <strong>Cristina Boaretto, direttrice del coro</strong>, ci spiega l’iniziale scelta di privilegiare il gospel rispetto ad altri generi musicali: «Fino al 2010 facevamo parte di un altro coro, poi scioltosi, che era più vicino al gospel rispetto all’attuale. Quando abbiamo costituito il nuovo gruppo siamo ripartite da qui. Poi, in base alle tematiche affrontate, abbiamo dovuto spostarci su altre canzoni e quindi su generi diversi. Negli ultimi tempi abbiamo trascurato un po’ il gospel, ma di tanto in tanto qualche corista mi chiede di tornare alle origini». E dello spettacolo cancellato a febbraio dice: «Le nostre ultime prove si sono tenute il 17 e mi sono commossa, perché guardare e ascoltare Milton Fernandez leggere quei testi è stato davvero bello: emozionava ancora di più per l’enfasi che impiegava pur essendo un uomo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il Female Gospel Choir è un coro di sole donne &#8220;lesbiche ed eterosessuali&#8221;, fondato a Milano nel 2012. Fortemente impegnate nella difesa dei diritti di ogni genere e nella denuncia di ogni forma di violenza, hanno utilizzato le piattaforme social per celebrare, a modo loro, il 25 aprile di Liberazione </span></p>
<p>In questi otto anni di attività, il coro si è fatto progressivamente conoscere e apprezzare da un pubblico sempre più largo, anche se, come ricorda Cristina, <strong>le primissime prove si sono tenute presso Villa Pallavicini, un’associazione culturalmente vicina al <em>Female Gospel Choir</em></strong>. «Era come giocare in casa – si inserisce Francesca –. <mark class='mark mark-yellow'>Credo però che siano più importanti gli spettacoli che facciamo nei luoghi o per le realtà che ci conoscono poco, che non ci conoscono affatto o che non la pensano come noi.</mark> <strong>Di solito, prima di un concerto, salgo sul palco per fare una breve presentazione e sottolineo che siamo un coro lesbico ed eterosessuale. Questa dichiarazione è molto importante. La prima reazione può essere “Perché me lo dici? Che mi importa del tuo orientamento?”. Invece no, perché in un contesto in cui non si sono ancora superate le discriminazioni è fondamentale dichiararlo</strong>. Quando cantiamo in luoghi dove non ci conoscono penso che sia importante vedere negli occhi la reazione del pubblico. Evidentemente questa forma di presentazione ha funzionato, perché ci arrivano tante proposte e nuove coriste, il che ci rende molto felici». Cristina concorda: «Non vedo mai il pubblico perché dirigendo e suonando do sempre le spalle. La reazione di stupore alla frase iniziale, che il pubblico recepisce quasi come un pugno, è poi smentita quando il concerto finisce, perché chi ci ascolta resta entusiasta. Le nuove coriste nascono come delle fan, se vogliamo».</p>
<p>Le donne che si uniscono al coro hanno un’età media che si aggira intorno ai 50 anni e chiediamo come mai ci siano poche ventenni e trentenni. «Non è che i giovani non siano interessati a questi temi o alla politica. Credo che sia un atteggiamento diverso. Forse il canto di per sé non interessa molto le nuove generazioni. Magari dipende dalla forma di militanza: il coro non è molto attraente, mentre una manifestazione come il <em>Pride</em> lo è sicuramente di più perché entrano in gioco altri fattori che la rendono interessante per i giovani, proprio come forma di espressione», ipotizza Francesca, mentre Cristina annuisce e aggiunge: «Oppure, dato che quando abbiamo iniziato eravamo già un gruppo di donne mature, i giovani che ci hanno visto e ascoltato potrebbero aver pensato che l’attività del coro fosse limitata solo a determinate fasce d’età».</p>
<p>La presenza ridotta di ragazzi e ragazze accomuna molti altri cori, ma ciò non toglie che l’opera di sensibilizzazione dia frutti importanti. <mark class='mark mark-yellow'>«Credo di aver percepito un piccolo cambiamento sociale in questi otto anni – afferma Francesca –. Non che la violenza sulle donne sia regredita, purtroppo, ma se ne parla di più e anche in ambienti che non sono più solo quelli classici. Questo è un segnale di cambiamento, non si tratta più di storie per cui provare vergogna o imbarazzo, ma che possono essere raccontate.</mark> La nostra presenza sul palco contribuisce a questa apertura. <strong>Penso che quando cantiamo la nostra voce diventi davvero la voce delle donne, perché è il primo strumento che bisogna usare per denunciare la violenza subita e chiedere aiuto</strong>. Basta anche una telefonata, ma si deve parlare, perché così inizia tutto il lungo e difficile percorso che porta alla liberazione dalla situazione di maltrattamento». E Cristina esclama: «Non saremo noi la salvezza delle donne o dell’umanità, ma chi viene a sentirci almeno ha un po’ di respiro». Non solo sollievo, però: <strong>con gli spettacoli raccolgono fondi per i centri antiviolenza</strong>, purtroppo costantemente penalizzati dalle istituzioni.</p>
<p><strong>Ora che concerti e altri eventi culturali sono sospesi, le piattaforme social diventano un buono strumento per farsi ascoltare. Su YouTube e sulla pagina Facebook del coro è comparso un video che dopo settimane di silenzio ha riunito le oltre quaranta voci delle coriste, che hanno intonato <em>Lean On Me</em></strong>. Un brano importante per il messaggio che vuole trasmettere: <mark class='mark mark-yellow'>«Lo abbiamo cantato per tutti, per chi fa il possibile e l’impossibile, anche per chi purtroppo non può fare niente e deve aspettare di essere aiutato – chiarisce Francesca –. Sembra banale dirlo, ma in questo momento più che mai c’è bisogno di <em>appoggiarsi</em> a qualcun altro».</mark></p>
<p><strong>Tra chi cerca aiuto ci sono proprio le donne vittime di violenza domestica che la quarantena ha chiuso ancora di più nell’isolamento delle mura di casa ed è a loro che il <em>Female Gospel Choir</em> dedica in modo particolare il video realizzato</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>«Nelle prime settimane di <em>lockdown</em> sono crollate le chiamate ai centri antiviolenza, ma adesso sono triplicate. Questi dati non sono stati ancora interpretati, ma si ipotizza che all’inizio le donne pensassero che i centri fossero chiusi. In seguito alla campagna per far sapere che erano aperti, è emerso in parte ciò che sarebbe comunque uscito fuori, ma con l’aggravante di situazioni che sono esplose a causa della convivenza forzata in contesti già problematici – spiega ancora Francesca –.</mark> Resta comunque qualcosa di drammatico, perché è vero che il virus colpisce tutti indistintamente, ma chi può fare un isolamento comodo vive in condizioni diverse rispetto a chi è in carcere, in un centro d’accoglienza o in una famiglia dove ci sono tensioni terribili. Si aggravano situazioni già problematiche e si evidenziano le criticità della nostra società. Per le donne che chiedono appoggio c’è sicuramente la possibilità di chiamare, essere ascoltate e ricevere consigli, ma intervenire in questi momenti è particolarmente difficile».</p>
<p><em>Lean On Me</em> però è un inno che le coriste hanno dedicato anche a loro stesse. Questa <em>reunion</em> virtuale, come racconta Cristina con un sorriso, «è stata bellissima, soprattutto quando, oltre la metà del video, pian piano compaiono le coriste suddivise tra bassi, contralti e soprani. Mi ha riempito di gioia. Certo, manca il contatto umano, ma fortunatamente ci sono i social, le videochiamate e così via. Per me il lunedì di prove era una seratona; le coriste mi fanno sgolare, però ci divertiamo. È un momento molto bello di condivisione».</p>
<p>Essendo la direttrice di un coro, <strong>chiediamo a Cristina un parere sui flashmob musicali che hanno caratterizzato il primo periodo di quarantena</strong>: <mark class='mark mark-yellow'>«All’inizio ho apprezzato l’iniziativa. Mi è piaciuta come modalità, perché la gente si sentiva intrappolata in casa ed era un modo di evadere. Una nostra amica per esempio improvvisava canzoni su Facebook ed era molto divertente. Ora sono contenta che non si faccia più, perché poco alla volta è diventato sempre più assurdo ascoltare persone che cantavano dai balconi mentre migliaia di persone morivano sole in ospedale. Stonava nel contesto generale».</mark> Anche Francesca è d’accordo.</p>
<p><strong>Ma loro come hanno vissuto la pandemia e il distacco le une dalle altre?</strong> <mark class='mark mark-yellow'>«Una tragedia! – esclama di nuovo Cristina –. Chi pensava a una cosa così lunga? Come coro, l’8 marzo volevamo andare al Parco Lambro e cantare, seppur distanziate. Poi non si è potuto perché la notte di quel giorno è arrivata la chiusura totale.</mark> Da allora mando alle coriste pezzi nuovi e di ripasso, ma non è la stessa cosa, perché mi dicono che a distanza non riescono a capire. <strong>È veramente frustrante</strong>. Mi manca tanto non poterle vedere dal vivo. <strong>Perciò riuscire a realizzare un video su <em>Lean On Me</em> è stato un po’ come gasarci, ci ha dato uno sprint di gioia</strong>. Ho perso il conto di quante volte l’ho guardato; ogni volta mi dico “Ora spengo”, ma poi lo riavvio, è troppo bello». Anche Francesca condivide lo stesso umore, ma a proposito del video fa questa considerazione: «Per me questo da lontano è un lavoro utilissimo: mi costringe a cantare da sola e davanti alla mia immagine, perché devo riprendermi. Mi mancano le prove, ma questo esercizio è davvero qualcosa in più che normalmente non facciamo, perché stando in coro non ti accorgi di ciò che non va, visto che le voci di tutte le altre ti coprono. La musica per me ha bisogno del corpo di chi canta, di chi suona e del pubblico per essere davvero completa. Ci sono altri surrogati di valore, rappresentati dalla tecnologia, che sono comunque un ottimo strumento per continuare a esprimersi e stare insieme a distanza, ma la corporeità nel coro resta imprescindibile».</p>
<p><strong>La positiva esperienza e il successo riscosso online da <em>Lean On Me</em> sono due spinte in più per confezionare altri video</strong>. «<mark class='mark mark-yellow'>Stiamo preparando <em>Bella Ciao</em> per il 25 aprile e abbiamo deciso di inserire non solo i nostri visi, ma anche immagini di donne partigiane».</mark> Cristina ride: «Per questo brano, cantato a voci scoperte, le coriste stanno incontrando più difficoltà che non per <em>Lean On Me</em>».</p>
<p><strong>Per chi lotta in favore dei diritti delle donne e della comunità LGBT cosa rappresenta la festa della Liberazione</strong>? Risponde la presidente: <mark class='mark mark-yellow'>«<em>Bella Ciao</em> simboleggia la nostra emancipazione dalla dittatura e richiama quei valori sospesi durante il regime. È una canzone attuale perché i nostri valori di riferimento sono rimasti immutati e ci ricorda che dobbiamo sempre vigilare.</mark> È il discorso che abbiamo fatto alle giovani, una volta: la situazione d’oggi è diversa rispetto a quella vissuta da noi anni fa e alcune conquiste che ora si danno per assodate non devono affatto essere date per scontate. <strong>Bisogna sempre difendere questi diritti</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><em>Bella Ciao</em> è un messaggio molto potente sotto questo punto di vista. Non a caso è stata tradotta in un centinaio di lingue e sul Web ci sono delle interpretazioni che vengono anche da Paesi lontanissimi da noi geograficamente e culturalmente.</mark> C’è un motivo se ciò accade ed è perché <strong>rappresenta per tutti un sistema di diritti che deve essere costantemente presidiato e difeso</strong>».</p>
<p><strong>La canzone è stata scelta anche per il 17 maggio</strong> – <strong>Giornata internazionale contro l’omofobia</strong> – come rivela in anteprima Francesca. Cristina spiega: «Dall’8 al 10 maggio qui a Milano si sarebbe dovuto tenere il Cromatica Festival. È una manifestazione che riunisce noi e altri dodici cori arcobaleno provenienti da tutta Italia. Giocando in casa, stavamo preparando un <em>medley</em> su cui ho investito davvero molto tempo. Purtroppo anche questo evento è svanito a causa del virus e per me è stata una mazzata. Volevamo cantare <em>I am what I am</em> mixata con <em>Don’t Stop Me Now</em>: sono sulla stessa tonalità, si incrociano ed esce fuori una cosa stupenda. Il terzo brano era <em>Raise</em> <em>Up</em>, tratto da un musical». Interviene Francesca: «Sono tutte canzoni molto legate al mondo LGBT. Era un <em>medley</em> abbastanza complesso, quasi un <em>mash-up</em>, perché le musiciste hanno composto di fatto un brano nuovo composto da parti delle tre canzoni. Dato che il Festival è stato cancellato, <mark class='mark mark-yellow'>stiamo preparando un video con tutti i cori di Cromatica che andrà online per la Giornata contro l’omofobia. Naturalmente mettere insieme 250 coristi sparsi per l’Italia non era facile, quindi per scegliere il brano si è tenuto conto di tanti fattori e alla fine si è optato per <em>Bella Ciao</em>, perché è un brano già cantato in altre edizioni e anche chi non l’ha mai fatto comunque lo conosce».</mark> Cristina riprende la parola e specifica che questa versione sarà diversa rispetta a quella che il <em>Female Gospel Choir</em> realizzerà per il 25 aprile.</p>
<p><strong>Il repertorio del coro comprende soprattutto canzoni straniere. E i testi in italiano</strong>? <mark class='mark mark-yellow'>«Ci proviamo sempre, ma non si riesce mai a trovarli, tranne uno del Quartetto Cetra che parla di femminicidio – dichiara Cristina con aria sconsolata –. Ci pensiamo, ma non arriviamo mai a inserire una canzone in italiano.</mark> Non basta ascoltare una canzone, apprezzarla e proporla: deve essere attinente ai temi su cui vogliamo far riflettere». Francesca annuisce e apre una parentesi sulle canzoni estere: <mark class='mark mark-yellow'>«Tra i brani in inglese abbiamo cantato anche <em>I Can’t Keep Quiet</em> della cantautrice americana Milck.</mark> Nel testo parla dei maltrattamenti che ha subito e a un certo punto dice proprio “Io non posso tacere”: ecco che ritorna l’importanza della voce. Tra l’altro <mark class='mark mark-yellow'>è un brano che negli Stati Uniti le donne hanno cantato in molti flashmob e anche subito dopo l’elezione di Donald Trump: è stata intonata per la prima volta proprio nelle manifestazioni a Washington contro il presidente neo eletto».</mark></p>
<p>Per concludere, <strong>chiediamo a entrambe cosa direbbero a una donna vittima di violenza e al partner che perpetra gli abusi</strong>. Francesca sospira: <mark class='mark mark-yellow'>«C’è bisogno di credere in se stesse, senza per forza voler aderire a un modello, e di essere semplicemente se stesse.</mark> Il grimaldello per aprire la porta è proprio questo: accettarsi e vedersi per ciò che si è, non per quello che altre persone vogliono far credere. <mark class='mark mark-yellow'>Bisogna poi educare le nuove generazioni, maschi e femmine, a capire cos’è l’amore. È necessario imparare a riconoscerlo fin dall’infanzia, perché crescendo diventa più difficile demolire il nostro sistema di credenze.</mark> <strong>È un problema figlio del patriarcato</strong>, di un sistema familiare che non può più andare avanti così». Cristina, invece, è più diretta: <mark class='mark mark-yellow'>«Alle donne che subiscono qualsiasi tipo di violenza mi viene da dire “Scappate”, ma se non lo fanno non è facile riuscire a liberarsi. A chi perpetra abusi domando solo “Perché? Perché devi infierire così?”».</mark></p>
<p>Le salutiamo con entusiasmo, felici di aver conosciuto un’altra piccola, grande realtà che anima positivamente la città di Milano, con Francesca che sottolinea come il coro sia «un cantiere sempre aperto. <strong>Qualsiasi donna avesse desiderio di cantare e aderire al nostro progetto è benvenuta</strong>».</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La liberazione – dalla dittatura, dalla violenza, dal male – passa anche da qui.</mark></p>
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		<title>Marina Terragni: donne, siate fedeli ai vostri desideri</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2020 18:07:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[festa delle donne]]></category>

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		<description><![CDATA[Marina Terragni, giornalista, scrittrice e, non di meno, femminista, da anni è in prima linea per difendere i diritti delle donne. E ha qualcosa da dire su una Giornata Internazionale ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="864" height="453" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/donne-femminismo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'><strong>Marina Terragni</strong>, giornalista, scrittrice e, non di meno, femminista, da anni è in prima linea per difendere i diritti delle donne.</mark> E ha qualcosa da dire su una Giornata Internazionale della Donna che rischia di essere offuscata dall&#8217;emergenza Corona Virus.</p>
<p><strong>Un’ampia </strong><strong>rete di associazioni e singole femministe radicali italiane</strong><strong> collegate con il femminismo europeo si è riunita per parlare di inviolabilità del corpo femminile, elaborando un testo collettivo. Come si è sviluppata questa iniziativa?<br />
</strong>È nata in Italia una rete di femministe sensibili a diversi temi. Una serie di incontri hanno permesso di produrre un sommario articolato per punti, che noi consideriamo un testo aperto alla riflessione. (Qui consultabile: <a href="http://marinaterragni.it">http://marinaterragni.it</a>)</p>
<p><strong>Nel corso degli anni lei ha molto ragionato sulla questione dell’utero in affitto. <em><br />
</em></strong>Me ne occupo da almeno 12 anni. Ne ho scritto in particolare in <em>Temporary mother</em> e nella raccolta collettanea <em>Utero in affitto o gravidanza per altri?</em>. La mia posizione è ben rappresentata anche nel libro della filosofa francese Sylviane Agacinski dal titolo <em>L’uomo disincarnato. Dal corpo carnale al corpo fabbricato</em>. Critico la pratica perché non è una terapia, ma una prestazione a libero accesso da acquistare sul mercato.<mark class='mark mark-yellow'>Ricordo che Il business globale della fecondazione assistita ha fatturato 14 milioni di dollari nel 2018 e si prevede che ne fatturerà più di 27 milioni nei prossimi sette anni.</mark>. Il bambino nato da un utero in affitto è un bambino oggetto, un prodotto comprato. La relazione materna tra madre e figlio è il punto estremo alla mercificazione. Dall’epigenetica non si può prescindere.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il bambino nato da un utero in affitto è un bambino oggetto, un prodotto comprato. La relazione materna tra madre e figlio è il punto estremo alla mercificazione.</span></p>
<p><strong>Secondo il rapporto Eures in Italia ogni 3 giorni viene uccisa una donna e ogni 15 minuti è vittima di violenza. Come possiamo intervenire?<br />
</strong><mark class='mark mark-yellow'>Il vero cambiamento avverrà quando il mondo rinuncerà al dispositivo del dominio.</mark> Anche il papa emerito ne parla riferendosi al rapporto fra i due sessi. Nel testo da noi elaborato si legge: <em>«Siamo in </em><em>mobilitazione permanente contro il femminicidio</em><em> e contro la violenza maschile che produce una strage quotidiana casa per casa ed è funzione del dominio»</em><strong><em>. </em></strong>La violenza serve infatti a intimidire chiunque voglia sfuggire alla logica della sottomissione. Occorre che il sesso maschile rinunci a definirsi come il sesso che prevale sull’altro.</p>
<p><strong>Cos’è il femminismo?<br />
</strong><mark class='mark mark-yellow'>Il femminismo è la più grande rivoluzione degli ultimi cento anni ed è avvenuta senza spargimento di sangue né eserciti, di fatto senza rappresentati eletti nelle istituzioni eccezion fatta per Lina Merlin.</mark> È un movimento carsico: molto presente in alcuni momenti, in altri si immerge di nuovo per produrre nuove riflessioni. Esiste un femminismo radicale (da intendersi: che va alla radice) le cui massime rappresentanti sono state Carla Lonzi, Luce Irigaray e Luisa Muraro. Il nostro pensiero, trasposto nel testo redatto, è ugualmente tale andando alla radice della differenza sessuale e non accontentandosi di una lettura pari opportunitaria ed emancipazionista.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il femminismo è la più grande rivoluzione degli ultimi cento anni ed è avvenuta senza spargimento di sangue né eserciti, di fatto senza rappresentati eletti nelle istituzioni eccezion fatta per Lina Merlin.</span></p>
<p><strong>Quali letture sono state fondamentali nel corso della sua formazione?<br />
</strong>Tra i tanti ricordo: <em>Speculum</em> e <em>Etica della differenza sessuale</em> di Luce Irigaray, <em>La signora del gioco</em> (ricostruisce il primo processo di stregoneria in Europa, che avvenne a Milano) di Luisa Muraro, <em>Quintessenza</em> di Mary Daly, <em>Sputiamo su Hegel</em> di Carla Lonzi.</p>
<p><strong>Qual è la sfida più grande delle giovani donne oggi? E cosa augura a loro?<br />
</strong>La sfida più grande è non perdere il legame con il proprio autentico desiderio, ma non ci riesci da sola, devi avere almeno un’altra compagna che ti richiami alla tua verità.<mark class='mark mark-yellow'>Io raccomando alle ragazze di concedersi momenti in cui coltivare la loro differenza femminile. Auguro a loro di non pensare, come tutte abbiamo pensato, che il problema sia essere nate donne.</mark> La possibilità di libertà non deriva dall’imitazione dei modelli maschili. Si tratta invece di pensare di essere libere non nonostante l’essere nate donne, ma in forza di essere nate donne.<mark class='mark mark-yellow'>Alle giovani donne auguro dunque di incontrare presto la pienezza che si prova nel riconoscere il fatto di essere al mondo libere perché donne.</mark></p>
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		<title>L&#8217;8 (marzo) contro il virus del patriarcato</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Mar 2020 17:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[Non una di meno]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Coronavirus ha provato a bloccare anche l’8 marzo. Peccato che tra le malattie sociali più pericolose ci sia il patriarcato. A Milano l’emergenza sanitaria non ha fermato i collettivi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1063" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Lotto-contro-il-virus.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="FESTA DELLA DONNA" /></p><p><strong>Il Coronavirus ha provato a bloccare anche l’8 marzo</strong>. Peccato che tra le malattie sociali più pericolose ci sia il patriarcato. <mark class='mark mark-yellow'> A Milano l’emergenza sanitaria non ha fermato i collettivi femministi, che chiedono solo una cosa: la tutela dei diritti per tutti.</mark> Ne abbiamo parlato con il movimento <strong>Non una di meno</strong>, che ha rovesciato a proprio favore il clima ostile creando <strong>nuove forme di aggregazione sociale sfruttando il Web</strong>.</p>
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