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	<title>magzine &#187; ElezioniUsa2020</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Usa, la storia di Mark Kelly, senatore eletto grazie all&#8217;AI</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2020 07:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Maccarrone]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[Vincere un seggio al Senato anche grazie all&#8217;aiuto dell&#8217;intelligenza artificiale (AI). È l&#8217;impresa riuscita a Mark Kelly, divenuto senatore americano con il Partito Democratico guidato dal presidente eletto Joe Biden. Un evento reso ancora ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1052" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/computer-searches-1172404_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="computer-searches-1172404_1920" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Vincere un seggio al Senato anche grazie all&#8217;aiuto dell&#8217;intelligenza artificiale (AI).</mark> È l&#8217;impresa riuscita a <strong>Mark Kelly</strong>, divenuto senatore americano con il Partito Democratico guidato dal presidente eletto Joe Biden. Un evento reso ancora più difficile dalla tendenza dell&#8217;Arizona – lo Stato in cui è stato eletto Kelly – a votare per il Partito Repubblicano, ma che alle elezioni del 3 Novembre ha deciso di scegliere Joe Biden, contribuendo attivamente alla sua vittoria.</p>
<p>Mark Kelly non è un candidato qualunque. Prima di decidere di scendere in politica, il neo senatore era stato aviatore nella <strong>US Navy</strong><em>, </em>la marina militare statunitense, con la quale aveva preso parte alla <strong>Prima</strong> <strong>guerra del Golfo</strong> e totalizzato più di cinquemila ore di volo a bordo di oltre cinquanta diversi velivoli. Poi, nel 1996, insieme al gemello Scott, aveva passato con successo la selezione per astronauti nel programma <strong>Shuttle</strong> della <strong>Nasa</strong>, venendo scelto quattro missioni<em>. </em>La Nasa, infatti, si proponeva di studiare gli effetti sugli esseri umani della prolungata permanenza nello spazio, partendo dall&#8217;ipotesi che la gravità possa piegare il tempo. Per farlo aveva deciso di separare due gemelli, cioè persone provviste dello stesso corredo genetico, e di far passare uno dei due molto più tempo in missione rispetto all&#8217;altro.</p>
<div id="attachment_48948" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/scott-mark-kelly.jpg"><img class="size-medium wp-image-48948" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/scott-mark-kelly-300x180.jpg" alt="Credit Nasa - I due gemelli omozigoti Mark (a sinistra) e Scott Kelly (a destra)" width="300" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">Credit Nasa &#8211; I due gemelli omozigoti Mark (a sinistra) e Scott Kelly (a destra)</p></div>
<p>Ed eccoci all&#8217;esperienza in politica. Mark ha vinto il seggio al Senato nelle elezioni svolte per rimpiazzare il posto vacante di <strong>John McCain</strong>, il repubblicano critico di <strong>Donald Trump</strong> ed ex candidato alla Casa Bianca, scomparso nel 2018. Nella battaglia di Kelly contro la sua sfidante repubblicana, <strong>Martha McSally</strong>, è stata impiegata l&#8217;AI nella gestione dei social media, <mark class='mark mark-yellow'>tecnologia che si è rivelata decisiva durante la campagna elettorale per aumentare il coinvolgimento degli elettori.</mark></p>
<p>In piena pandemia, infatti, quando il distanziamento sociale e le norme restrittive anti-Covid imponevano un cambio radicale di paradigma in cui comizi, porta a porta e <span style="color: #333333;">manifestazioni</span> erano limitati al massimo, il <strong>Machine Learning</strong><em> </em>e le altre forme di AI permettono di potenziare le campagne elettorali attraverso una migliore interpretazione dei sentimenti di opinione pubblica e lettori, migliorando l&#8217;interazione sui social media. <strong>Justin Jenkins</strong>, il direttore digitale della campagna elettorale di Kelly, ha detto a <span style="color: #ff9900;"><a style="color: #ff9900;" href="http://https://venturebeat.com/2020/11/30/how-mark-kelly-used-conversational-ai-to-help-win-a-senate-seat/">Venturebeat</a><span style="color: #333333;">: «Quando è scoppiata la pandemia, la campagna ha iniziato a esplorare modi diversi di ripetere quelle conversazioni faccia a faccia che abbiamo sempre avuto». </span></span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Con Kelly impossibilitato a incontrare gli elettori, sono entrati in campo i bot generati dall&#8217;AI</mark>, che non erano i classici messaggi standardizzati che, in un certo senso, tendono a condurre una forma di interazione con l&#8217;interlocutore online abbastanza alienante. Al contrario, questo tipo di AI in grado di condurre una conversazione cerca di interpretare l&#8217;intento dell&#8217;utente e, di adattarsi alle varie espressioni che gli interlocutori in chat possono usare a seconda delle diverse conversazioni. L&#8217;obiettivo è quello di assemblare delle risposte che siano allo stesso tempo utili e amichevoli a chi formula le domande, senza sembrare un robot.</p>
<p>Ovviamente i vantaggi offerti da una tale tecnologia sono molteplici. Innanzitutto, i messaggi generati tramite AI – a maggior ragione se adatti a una conversazione e non robotizzati – possono portare a un&#8217;interazione più veloce e autentica. Nel caso di Kelly, per esempio, i bot gli hanno consentito di parlare con più di 180mila elettori tramite <strong>Facebook</strong> <strong>Messenger</strong> durante il primo mese di utilizzo del programma AI.</p>
<p>Questo dimostra che, se utilizzata nel modo corretto – e quindi usando dei bot intelligenti che riproducano una conversazione adattandosi ai diversi tipi di linguaggio etc. – l&#8217;AI consente di rispondere a coloro che sui social commentano i post del candidato e, nel frattempo, anche spronare coloro che reagiscono positivamente al messaggio politico a interagire, votare e, perché no, a fare una donazione. Tutto ciò a una velocità maggiore, guadagnando un vantaggio sullo sfidante.</p>
<p>Nei prossimi anni si presume che l&#8217;intelligenza artificiale applicata ai social possa migliorare in credibilità, intelligenza e anche nella velocità di consegna dei messaggi. <mark class='mark mark-yellow'>Gli addetti ai lavori non si pongono limiti; si potrà discutere in chat di cucina, così come di riduzione delle tasse o di politica estera</mark>. Solo che dall&#8217;altro lato del pc non ci sarà un essere umano, ma un dispositivo intelligente che, adattandosi al linguaggio corrente, riuscirà non solo a rispondere ma a intrattenere vere e proprie discussioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Per saperne di più, continua a leggere su</strong> <span style="color: #ff9900;"><a style="color: #ff9900;" href="https://venturebeat.com/2020/11/30/how-mark-kelly-used-conversational-ai-to-help-win-a-senate-seat/">Venturebeat</a></span></p>
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		<title>Fiona ed Ellie, un&#8217;America spaccata in due</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2020 05:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Barra]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[donald trump]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni americane]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni USA]]></category>
		<category><![CDATA[ElezioniUsa2020]]></category>
		<category><![CDATA[Joe BIden]]></category>
		<category><![CDATA[Usa 2020]]></category>

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		<description><![CDATA[Le presidenziali Statunitensi sono agli sgoccioli e si configurano come le elezioni dei record e delle continue sorprese. Con 290 voti – contro i 232 dell’uscente Donald Trump – Joe ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6912" height="4160" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-pixabay-290386.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa 2020" /></p><p>Le presidenziali Statunitensi sono agli sgoccioli e si configurano come le elezioni dei record e delle continue sorprese. <mark class='mark mark-yellow'>Con 290 voti – contro i 232 dell’uscente Donald Trump – Joe Biden ha ottenuto la nomina come presidente degli Stati Uniti d’America</mark>, aggiudicandosi anche il titolo di candidato più votato di sempre. Il democratico è, inoltre, il terzo ad aver vinto le elezioni senza vincere l’Ohio dal 1900: prima di lui solo Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy.</p>
<p>Una sfida sudata, che ancora vede in atto il<mark class='mark mark-yellow'>riconteggio dei voti in Georgia, uno dei cosiddetti “swing states”</mark>. Questi stati, detti anche “battleground states” – ovvero stati indecisi – sono quelli in cui si consuma effettivamente la sfida elettorale. Nel 2020, oltre la Georgia e l’Ohio, sono stati: Arizona, Florida, secondo distretto congressuale del Maine, Minnesota, Michigan, Nebraska, Nevada, North Carolina, Pennsylvania, Wisconsin e New Hampshire. Fatta esclusione della Florida che è andata a Trump, Biden si è aggiudicato il cosiddetto “Big Four” (composto da Florida, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin), considerato decisivo per il risultato delle elezioni presidenziali di quest’anno. La ragione di questa tesi è che i quattro stati sopracitati siano passati ai repubblicani nel 2016 solo per un punto percentuale o meno.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-andrew-neel-5821296.jpg"><img class="alignnone wp-image-48321 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/pexels-andrew-neel-5821296-1024x682.jpg" alt="usa 2020" width="1024" height="682" /></a></p>
<p>A elezioni concluse e dopo tutte le cose che abbiamo sentito dire da politici, esperti e giornalisti, ci è sembrato doveroso sentire il parere dei giovani che dovranno fare i conti con i risultati di queste elezioni. In particolare,<mark class='mark mark-yellow'>abbiamo parlato con Ellie Willard e Fiona Flaherty, due praticanti giornalisti dell’Arizona State University</mark>. Entrambi si dicono soddisfatti per il risultato, “con la speranza che lo slancio verso il cambiamento in questa nazione continui anche sotto il presidente democratico”, specifica Ellie. Sempre lei, definisce<mark class='mark mark-yellow'>la campagna elettorale fatta dai due candidati “molto intensa e abrasiva”</mark>. Le pubblicità sono state pervasive e i candidati non si sono preoccupati di insultare – anche facendo riferimento ad aspetti personali e non politici – l’avversario: “si trovavano prima di ogni video di YouTube”. Quello che emerge dalle parole della ragazza è che Biden si sia sforzato di fare appello ai giovani promuovendo questioni come il debito universitario e la sostenibilità. Fiona, invece, sottolinea un aspetto strettamente legato all’attualità: il Covid-19. “Penso che entrambi i candidati abbiano fatto un buon lavoro, con la differenza che Joe Biden ha condotto una campagna molto più sicura visto il tempo di pandemia in cui ci troviamo”. In più, Fiona fa luce su un aspetto tanto consolidato nell’opinione pubblica, quanto interessante dal punto di vista sociale e culturale: “Penso che nessuno dei due candidati abbia davvero influenzato qualcuno, ma c&#8217;è stato un movimento interessante tra molti giovani democratici chiamato &#8220;Settle for Biden&#8221;. Si tratta di un gruppo di ex sostenitori di altri candidati democratici a cui non piace necessariamente Biden, ma non piace Trump.” Sono moltissimi, infatti, gli elettori che hanno votato spinti non da una forma di consapevolezza o ammirazione nei confronti del candidato democratico, ma da un cosiddetto <mark class='mark mark-yellow'>“Anti-Trumpismo”</mark> dilagante nel paese, specialmente all’indomani della pandemia.  I giovani statunitensi stanno dimostrando un forte spirito critico, riuscendo a scindere la felicità per la vittoria del candidato maggiormente in linea con le proprie ideologie e pensando al bene del proprio paese. Prima di fidarsi, infatti, vogliono “assicurarsi che sia responsabile e che mantenga le sue promesse politiche”.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/biden-trump-sempionenews.jpg"><img class="aligncenter wp-image-48322 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/biden-trump-sempionenews.jpg" alt="biden trump " width="888" height="444" /></a></p>
<p>Un altro motivo per il quale ricorderemo queste elezioni è la<mark class='mark mark-yellow'>transizione non pacifica e la mancata accettazione della sconfitta da parte di Donald Trump, che ha deciso di fare ricorso alla Corte Suprema per presunti brogli elettorali commessi dai democratici</mark>. Un’accusa molto pesante a cui Joe Biden ha risposto con toni altrettanto duri, affermando che anche lui è disposto ad andare sul penale pur di fare chiarezza sulla questione. Come osserva giustamente Ellie, “i voti considerati mancanti non avrebbero fatto una grande differenza perché la maggior parte dei voti che hanno decretato il risultati sono stati contati in modo corretto ed equo”. Seppur la questione rimane ancora aperta, Fiona sottolinea che – in quanto giornalista e ricercatrice – non ci sia alcuna prova di frodi elettorali di massa. E questo è stato confermato anche da molte agenzie di intelligence del paese. “Negli ultimi decenni ci sono stati alcuni piccoli casi di frode, ma nulla che minerebbe il processo democratico – dice, e continua –. Penso che gli sforzi di Trump per cercare di far pensare che sia una frode siano pericolosi”.</p>
<p>La questione ha le sue radici nella battaglia – iniziata anni fa – da Trump riguardo il <mark class='mark mark-yellow'>voto postale</mark>. Questa modalità è diffusa in America in 34 stati su 50 sin dai tempi della guerra civile e consente a chi ha difficoltà a recarsi nel seggio di riferimento – per disabilità o perché residente in zone rurali molto lontane – di votare a distanza. L’ex presidente ha sempre sostenuto che questa modalità, più permeabile alle frodi, minasse il processo democratico. Secondo Fiona, invece, “lo implementa, perché consente a queste persone di far sentire la propria voce, quando altrimenti non avrebbero potuto, soprattutto se si pensa a coloro che vivono nelle riserve dei nativi americani o nelle terre tribali”. Ellie ricorda che sono anche i militari e i cittadini che vivono all’estero a beneficiare del voto per corrispondenza.<mark class='mark mark-yellow'>“Ovviamente quando si ha un gran numero di elettori c’è sempre la possibilità di frode”, ma i benefici di aiutare le persone a votare in sicurezza – soprattutto durante una situazione pandemica come quella corrente – superano quest’eventualità</mark>.</p>
<p>Ma la vera domanda che in molti si fanno è: cosa si aspettano i cittadini americani dall’elezione di Joe Biden? Quali sono i dubbi? Quali le speranze? C’è chi è più fiducioso e chi lo è meno. E<mark class='mark mark-yellow'>Fiona e Ellie si configurano un po’ come l’emblema di un’America spaccata in due</mark>. Da un lato c’è chi non crede cambierà molto “se non per quanto riguarda la pandemia”. Dall’altro, invece, chi pensa che la situazione cambierà in meglio perché – nonostante sia difficile unificare un paese così diviso in questo momento – “è positivo che finalmente ci sia qualcuno che metta in primo piano la lotta alle disuguaglianze sociali che subiscono le persone di colore e  la comunità LGBTQ”. I punti interrogativi sono ancora tanti, ma i giovani statunitensi sanno che, per avere delle risposte, si dovrà aspettare ancora. L’importante, nel frattempo, è non smettere di sperare che “America” possa non essere soltanto sinonimo di grandi ricchezze e rapidi profitti, ma anche patria di diritti sociali e civili.</p>
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		<title>Nebraska, lo stato più rosso e una svolta possibile</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2020 07:43:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Emiliano Dal Toso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[ElezioniUsa2020]]></category>
		<category><![CDATA[Nebraska]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno stato sanguigno, bianco, contadino, storicamente repubblicano, che ha dato il titolo a un album scarno e commovente di Bruce Springsteen e a un film di Alexander Payne sulla vecchiaia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1182" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/16xp-nebraska1-superJumbo.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="16xp-nebraska1-superJumbo" /></p><p>Uno stato sanguigno, bianco, contadino, storicamente repubblicano, che ha dato il titolo a un album scarno e commovente di Bruce Springsteen e a un film di Alexander Payne sulla vecchiaia e sulla decadenza. Uno stato che, nell’immaginario collettivo, rappresenta l’America centrale più radicale e meno urbanizzata, dove il terreno è prevalentemente agricolo e in cui si trovano alcuni dei più grandi allevamenti di bestiame degli Stati Uniti. Negli ultimi cinquant’anni, il <strong>Nebraska, </strong>considerato una<strong> roccaforte rossa,</strong> ha assegnato soltanto nel 2008 uno dei suoi voti elettorali a un candidato democratico. Ma le elezioni presidenziali del 2020 dovrebbero essere l’occasione per una storica seconda volta. Gli ultimi sondaggi relativi al secondo distretto vedono <strong>Donald Trump</strong> dietro a <strong>Joe Biden</strong> di ben sette punti percentuali. I sobborghi e le periferie stanno voltando le spalle alla politica dell’attuale Presidente. Ciononostante, la maggior parte dei politici repubblicani dello stato si dichiara serena, riportando l&#8217;esempio di quattro anni fa, quando Trump ha stravinto contro Hillary Clinton in tutto il Nebraska con un distacco di 25 punti percentuali.</p>
<p>Tre studentesse della <strong>UNL College of Journalism and Mass of Communications</strong> di Lincoln hanno commentato questo possibile cambio di scenario. Secondo Christa, “Joe Biden è una figura che alle persone piace molto di più di Hillary Clinton, perché appare più affidabile ed è un personaggio politico che può convincere anche coloro che in passato hanno votato i repubblicani. La gente del Nebraska è conservatrice ma non testarda, se il lavoro di un politico non piace non gli viene data fiducia a prescindere. Il mio timore però è che alla fine vinca di nuovo Trump”. Un&#8217;opinione non condivisa da Brooke, che è anche un’appassionata cheerleader dei Nebraska Cornhuskers, squadra universitaria di football americano: “Il mio voto va a Donald Trump, e sono sicura che vincerà anche questa volta. Penso che in queste elezioni il Partito Repubblicano avrà la meglio, perché trasmette molta più sicurezza alle persone rispetto ai Democratici”.</p>
<p>Una terza differente lettura viene offerta da Ryley, appassionata di giornalismo medico e in prima linea nella lotta contro il Covid-19: “Vincerà Biden, perché l’emergenza sanitaria ha convinto la maggior parte degli elettori che Donald Trump non è un presidente adeguato. Si è dimostrato un politico assolutamente non preparato e non è stato in grado di affrontare in maniera seria e istituzionale questa terribile pandemia”. Nell’ambiente universitario dello stato del Nebraska sembra esserci poca uniformità e la sensazione è che questa indecisione rispecchi il sentimento generale del Paese. In quello che per molti è ritenuto “lo stato più rosso dei rossi”, potrebbe esserci però una significativa inversione di tendenza. Ma le precedenti tornate elettorali ci hanno insegnato che nulla è già deciso.</p>
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		<title>USA 2020: quanto contano i vicepresidenti?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Cozzaglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[ElezioniUsa2020]]></category>
		<category><![CDATA[Joe BIden]]></category>
		<category><![CDATA[Kamala Harris]]></category>
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		<description><![CDATA[Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti lo scontro tra i due candidati, Donald Trump e Joe Biden, diventa sempre più acceso: il dibattito tra i due tenutosi il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="840" height="560" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/10/ae318d92eff3abe8a773c11b7ca54874.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="ae318d92eff3abe8a773c11b7ca54874" /></p><p>Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti lo scontro tra i due candidati, Donald Trump e Joe Biden, diventa sempre più acceso: il dibattito tra i due tenutosi il 30 settembre è stato definito “il peggiore della storia americana”. Pochi contenuti, molta aggressività. Per questo molte persone hanno accolto positivamente il netto cambio di stile nel confronto dell’8 ottobre tra i due contendenti alla vicepresidenza: <strong>Mike Pence</strong> e <strong>Kamala Harris</strong>.</p>
<p>La crescente attenzione su due figure di solito ai margini nella corsa per la Casa Bianca suscita una domanda: tutto questo avrà delle conseguenze sul voto degli americani? Prima di tentare di rispondere, bisognerebbe riflettere sul reale potere dei vicepresidenti. Su questo punto si concentra la ricerca “Do running mates matter? The influence of Vice-Presidential candidates in presidential elections” di<strong> Christopher Devine</strong> (political science professor at the University of Dayton, Ohio) e <strong>Kyle Kopko</strong> (Director of the Center for Rural Pennsylvania, adjunct professor at Elizabethtown University), ospiti di un evento virtuale organizzato dal Consolato Americano di Milano.</p>
<p>Spesso si ritiene che un vicepresidente (o un candidato) possa assicurare al prossimo “comandante in capo” degli Stati Uniti il supporto del proprio Stato o, in alternativam attirare il consenso di alcuni segmenti specifici della popolazione. Ma in realtà il quadro è molto complesso. Secondo il professor Devine, la definizione più arguta sulla vicepresidenza fu data da <strong>John Adams</strong>, vicepresidente di George Washington (1789-1797): «Sono vicepresidente e non sono niente. Ma potrei essere tutto». <mark class='mark mark-yellow'>Secondo la costituzione americana il vicepresidente ha pochi poteri, ma può assumere il posto del presidente nel caso quest’ultimo sia gravemente malato, si dimetta e sia deceduto.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La definizione più arguta sulla vicepresidenza fu data da John Adams, vicepresidente di George Washington: «Sono vicepresidente e non sono niente. Ma potrei essere tutto»</span></p>
<p>Ma quando i vicepresidenti sono diventati centrali nello scenario politico americano? Secondo Kyle Kopko c’è una data precisa: le elezioni presidenziali del 1976. Fu un anno molto particolare poiché nel decennio precedente ben due vicepresidenti erano diventanti capi di Stato prima della scadenza naturale del mandato dei loro superiori: Lyndon B. Johnson nel 1963 dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e Gerald Ford nel 1974 dopo le dimissioni di Richard Nixon. Da quel momento il vicepresidente ha assunto maggiori responsabilità: presiede riunioni di alto livello, funge da interlocutore tra l’amministrazione presidenziale e i poteri intermedi (il Congresso e i governatori), rappresenta gli Stati Uniti nelle missioni all’estero.</p>
<p>Alla base delle ricerche dei professori Devine e Kopko, gli effetti dei vicepresidenti sull’elettorato si possono dividere in tre categorie: direct, targeted, indirect.  Partiamo dal primo gruppo: può un vicepresidente influenzare direttamente la scelta del prossimo inquilino della Casa Bianca? In realtà no. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo i dati dell’American National Election Studies (ANES), meno del 5% degli indici di gradimento o non gradimento di un vicepresidente condiziona la scelta del presidente. Questo dimostra che l’elettore preferisce guardare direttamente il futuro presidente, probabilmente in virtù dei maggior poteri del suo ruolo.</mark></p>
<p>La seconda categoria, i “<strong>targeted effects</strong>”, si riferisce alla capacità di un vicepresidente di attrarre il consenso di specifici settori dell’opinione pubblica. Non si intende qui solo l’elettorato del proprio stato, ma segmenti estesi su scala nazionale (donne, minoranze etniche, gruppi religiosi, categorie lavorative…). Trattandosi però di gruppi di difficile prevedibilità, questo tipo di effetti non si manifesta così regolarmente come si potrebbe ipotizzare. Secondo Kopko, <mark class='mark mark-yellow'>solo la categoria degli “<strong>indirect effects</strong>” ha una reale incidenza sulla campagna presidenziale. In questo caso la scelta di un particolare soggetto per la vicepresidenza aiuta gli elettori ad avere maggiori informazioni sul prossimo presidente</mark>: ad esempio, una scelta ritenuta saggia potrebbe infondere fiducia sulla capacità di giudizio del probabile inquilino della Casa Bianca. Similmente, un giudizio negativo sulla nomina del vicepresidente potrebbe invece dissuadere dal votare il candidato presidente.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il risultato di queste ricerche rende necessaria una domanda: Kamala Harris può essere una scelta strategica e potenzialmente vincente per Joe Biden? Secondo Christopher Devine, la decisione può rivelarsi positiva sotto vari punti di vista.</mark> Innanzitutto, optare per una persona con robuste competenze legali e amministrative (Harris è stata procuratore generale della California dal 2011 al 2017) può offrire una visione positiva della capacità di giudizio di Joe Biden. Inoltre la giovane età della Harris potrebbe tranquillizzare quell’elettorato preoccupato per l’anzianità del candidato democratico. In ultimo lei occupa una posizione originale tra i democratici: non appartiene all’area centrista come Biden, ma non è nemmeno assimilabile all’ala più progressista identificabile nelle figure di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren.  Di conseguenza, la sua figura potrebbe servire a Biden per tenere unite le due anime del partito.</p>
<p>Chiunque sarà il prossimo vicepresidente, avrà comunque un ruolo cruciale nel governo degli Stati Uniti che delegherà a questa figura sempre più incarichi di alto livello. Una tendenza che difficilmente si potrà arrestare.</p>
<p><strong>Per vedere il video integrale dell&#8217;evento, cliccare <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TWdJNFk5WLw">qui</a></strong></p>
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		<title>Usa tra pandemia ed elezioni, quali diritti per i lavoratori?</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2020 11:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Castagna]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per le elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre, tutti gli occhi sono puntati sulla salute del Presidente, da quando ha dichiarato con un Tweet la positività al Covid-19 per ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1412" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/save-usa-5034828_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="save-usa-5034828_1920" /></p><p>Per le elezioni presidenziali americane del prossimo 3 novembre, tutti gli occhi sono puntati sulla salute del Presidente, da quando ha dichiarato con un Tweet la positività al Covid-19 per sé e per la first-lady. Ma il Covid non sta mettendo a dura prova una campagna elettorale già definita la peggiore di sempre.<mark class='mark mark-yellow'>Gli Stati Uniti hanno problemi ancora più gravi sul piano socio-economico e si trovano, nonostante la loro stabilità, a combattere gli effetti della pandemia sull’occupazione</mark>. Secondo un’indagine del Pew Research Center, il 50% della forza lavoro ha perso l’occupazione; solo nove milioni circa su 22 hanno trovato una nuova collocazione. Non stupisce quindi come il tema del lavoro sia salito in fretta in cima alle agende dei candidati.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Secondo un’indagine del Pew Research Center, il 50% della forza lavoro americana ha perso l’occupazione; solo nove milioni di cittadini su 22 hanno trovato una nuova collocazione lavorativa</span></p>
<p><strong>Yahaira Alonzo è sindacalista nella Civil Service Employees Association</strong> (Csea), una delle più grandi associazioni di lavoratori statunitensi e non ha dubbi che questa pandemia abbia influito in modalità &#8220;folli&#8221; sulle scelte del presidente Trump e sulla sua campagna elettorale.  “Trump è un disgregatore, quindi sa come creare il caos per mantenere l’ordine.<mark class='mark mark-yellow'>Questa pandemia, anche se a mio parere è stata gestita male sin dall’inizio, lo sta effettivamente aiutando a mantenere il sostegno del suo elettorato di riferimento</mark>. Molti dei lavoratori che io rappresento provengono dal Nord dello Stato di New York, cioè da contee a maggioranza repubblicana, e credono che il Covid-19 sia una bufala che scomparirà dopo le elezioni. Sono folli.”</p>
<p><strong>Cosa propongono i candidati in termini di diritti dei lavoratori e per il lavoro? Cosa propongono i Democratici?</strong></p>
<p>Non ci sono proposte. I democratici stanno promettendo di ristabilire l’ordine e l’assistenza sanitaria per tutti. Non molto, però, in termini di diritti dei lavoratori.<mark class='mark mark-yellow'>Le cose potrebbero cambiare se vincessero i Democratici perché potrebbero eleggere nei tribunali giudici più sensibili nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti</mark>.</p>
<p><strong>E Trump, invece?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Trump ha nominato diversi giudici della Corte Suprema, dei tribunali circoscrizionali e persino del National Relations Labour Board (l’agenzia federale indipendente che protegge i diritti dei lavoratori, ndr) i cui interessi sono antitetici ai sindacati e ai diritti dei lavoratori in generale</mark>. In un famoso caso discusso davanti alla Corte Suprema, Janus vs. Afscme nel 2018, il giudice ha stabilito che i lavoratori sindacalizzati del settore pubblico possono non pagare le quote associative. Questo, da un punto di vista economico, ha devastato i sindacati in tutto il Paese. A breve potrebbero arrivare altre sentenze che potrebbero infliggere un colpo ancora più duro ai sindacati. La posta in gioco è molto alta.</p>
<p><strong>Quanto ha gravato la pandemia in questo momento sulla perdita o sulla diminuzione dei posti di lavoro?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>In termini di impatto diretto sui lavoratori, la disoccupazione è ai massimi storici. Mai stata così alta nella storia degli Stati Uniti. Molti ricevono indennità di disoccupazione</mark>. Da marzo 2020 a luglio 2020, chi ha avuto un sussidio, ha ricevuto quasi mille dollari a settimana. Molte tra queste persone non avevano mai visto così tanti soldi in tutta la loro vita. Il problema è che la gente ha speso tutti questi soldi per cose veramente inutili, realmente insignificanti, tanto da mandare in tilt l’ufficio postale e i servizi di consegna, che erano molto impegnati, con consegne in ritardo da settimane. Le azioni di Amazon sono schizzate alle stelle. Le vendite di petardi (che sono illegali) erano ai massimi storici. Dopo luglio i soldi extra sono finiti e ora le persone ricevono aiuti meno consistenti e sono molto arrabbiate.</p>
<p><strong>Cosa sta accadendo quindi ai lavoratori iscritti ai sindacati, in particolare al tuo?</strong></p>
<p>Tutti i lavoratori aderenti al mio sindacato sono stati impiegati all&#8217;inizio della pandemia, perché erano considerati dipendenti essenziali. Ora che l’emergenza è finita li stanno licenziando, e lo stesso vale per i lavoratori delle amministrazioni locali, dei comuni e dei distretti scolastici.<mark class='mark mark-yellow'>Trump ha promesso di punire gli stati democratici non fornendo aiuti ai governi, perché pensa che abbiano gestito male la pandemia. Se questi stati non riceveranno aiuti dal governo federale, gli Stati Uniti vedranno molti più lavoratori bisognosi richiedere la disoccupazione</mark>. Questa volta toccherà ai lavoratori essenziali fare domanda di disoccupazione. Tutto ciò è molto preoccupante.</p>
<p><strong>Quali sono i lavoratori più a rischio?</strong></p>
<p>Poiché le scuole non aprono e la didattica è stata trasferita on-line,<mark class='mark mark-yellow'>gli autisti degli autobus e gli assistenti degli insegnanti vengono licenziati</mark>. I custodi sono sovraccaricati e oppressi da tutte le pulizie extra che devono fare. Ciò significa che, anche se non stai lavorando a pieno ritmo, sei comunque esausto.</p>
<p><strong>E invece cosa succede per i lavoratori con visto?</strong></p>
<p>Negli Stati Uniti, gli immigrati o le persone con visto non votano. Quindi, i cittadini americani non si pongono nemmeno il problema della loro esistenza o condizione. Francamente,<mark class='mark mark-yellow'>solo ora molti cittadini americani si sono resi conto che gli Stati Uniti sono un Paese molto razzista</mark>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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