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	<title>magzine &#187; egitto</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>LA STORIA DI SARA ALY: DA STUDENTESSA A 007 PER IL BRITISH MUSEUM</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Feb 2025 00:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Curci]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[British Museum]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Aly]]></category>

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		<description><![CDATA[Sara Aly di professione fa la 007 per il British Museum. A soli 32 anni  è un’investigatrice di crimini d’arte. Ogni giorno la giovane egittologa dà la caccia trafficanti che mirano ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="800" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/02/egypt-5106687_1280.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="egypt-5106687_1280" /></p><p><strong>Sara Aly di professione fa la<i> 007</i></strong><span style="font-weight: 400;"><strong> per il British Museum</strong>. A soli 32 anni  è un’investigatrice di crimini d’arte. Ogni giorno la giovane egittologa dà la caccia trafficanti che mirano a trafugare le opere che hanno segnato il nostro passato, presente e futuro. I<strong>l furto di mummie, amuleti e sarcofagi provenienti dall’Egitto non è un fenomeno di nicchia</strong>, anzi è all’ordine del giorno e ormai, con il progresso delle tecnologie, si annida sul web. Ed è proprio in questi casi così complessi e delicati che Sara Aly interviene. </span><span style="font-weight: 400;">«Si tratta di un fenomeno molto diffuso ma ancora troppo sottovalutato &#8211; spiega la studiosa -. <strong>La rete ha reso la comunicazione tra i truffatori più semplice</strong>». </span></p>
<p><strong><span style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Dopo una laurea in Lettere antiche, Sara Aly ha seguito un master a Manchester per poi approdare al British Museum</span></span></strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nata a Vigevano, Aly scopre la sua passione per la storia tra i banchi dell’università. </span><span style="font-weight: 400;">«Le lezioni sull’Egitto mi hanno stregata e fin da subito ho capito che l’arte sarebbe stata il mio futuro», racconta. </span><span style="font-weight: 400;">Un amore, quello per le antichità, che l’ha portata ad abbandonare l’Italia, approfondire i suoi studi a Manchester per poi stabilirsi in pianta stabile a Londra. Ed è proprio nella capitale del Regno Unito che la giovane ha iniziato le sue indagini per uno dei musei più rinomati del mondo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«<strong>Per riuscire a sfuggire ai controlli spesso i trafficanti camuffano gli oggetti che hanno trafugato o addirittura li fanno a pezzetti</strong>, li nascondono all’interno di una valigia e la imbarcano in aeroporto», spiega l’investigatrice. Ed è a causa di questa tecnica che, una volta recuperato il reperto, diventa necessaria un’opera di restauro per dargli una seconda vita e riportarlo alla bellezza di un tempo. Ma i truffatori non modificano questi oggetti solo per farli passare inosservati: «<strong>Certe volte vogliono renderli più appetibili per farli pagare di più agli acquirenti</strong> &#8211; racconta l’egittologa -. Si tratta di una pratica molto diffusa: questi piccoli ritocchi rappresentano <strong>un danno culturale incommensurabile</strong>»</span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il traffico di antichità è molto diffuso: una volta ritrovati, molti reperti richiedono lunghe opere di restauro&#8221;, racconta l&#8217;egittologa</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Buona parte del lavoro di Aly è però <em>top secret</em>: «Non posso rivelare il mio <em>modus operandi</em>, altrimenti svelerei le mie carte ai trafficanti e potrebbero giocare d’anticipo. Questa è una vera corsa contro il tempo  &#8211; racconta l’egittologa -. Una cosa posso dirla: il computer è ormai il mio compagno di viaggio da oltre cinque anni». <strong>Ogni giorno Aly sonda la rete, confronta aste online e pagine web alla ricerca di dettagli ed elementi che potrebbero sembrarle sospetti.</strong> E quando scatta l’allarme, inizia la caccia al truffatore. «Molte opere finiscono nelle mani di collezionisti che, per pur pura vanità, desiderano avere pezzi rari e introvabili». </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Il mondo del traffico d’arte è composto da attori differenti</strong>. Tra questi c’è il cosiddetto  tombarolo, ovvero colui che si sporca le mani in prima persona e trafuga l’opera; poi vi è un tramite, una figura che garantisce una comunicazione costante tra chi occulta i reperti e chi deve smerciarli, ovvero i trafficanti d’arte alla ricerca di collezionisti a cui vendere gli oggetti sottratti. «Il mio obiettivo è spezzare questa catena &#8211; spiega Aly -. <strong>Il nostro patrimonio storico è un monito fondamentale per la nostra società: ci ricorda chi eravamo, chi siamo e quale potrebbe essere il nostro futuro</strong>».</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cop 27: in Egitto è partita aperta su clima e diritti</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2022 11:32:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Bufoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#clima]]></category>
		<category><![CDATA[Alaa]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[climate change]]></category>
		<category><![CDATA[Cop27]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>

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		<description><![CDATA[La crisi climatica è tornata a calcare il palcoscenico globale e questa volta spetta all’Egitto aprire le quinte. Si sta svolgendo in questi giorni a Sharm el Sheikh la Cop ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="946" height="495" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/alaah.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="alaah" /></p><p>La crisi climatica è tornata a calcare il palcoscenico globale e questa volta spetta all’Egitto aprire le quinte. Si sta svolgendo in questi giorni a <strong>Sharm el Sheikh la Cop 27</strong>, il vertice annuale delle <strong>Nazioni Unite</strong> in cui i leader mondiali si incontrano per negoziare accordi sul clima. Occorre attendere la fine dei lavori della Conferenza delle Parti, ospitata sulle coste del <strong>Mar Rosso dal 6 al 18 novembre</strong>, per capire se all’ambiente sarà riservato un ruolo da protagonista o da semplice comparsa.</p>
<p>I 197 Paesi che hanno aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sul clima nel 1992 stanno riprendendo un discorso interrotto un anno fa in Scozia. La Cop 26 di Glasgow ha lasciato in eredità il <strong><a href="https://unfccc.int/documents/310475">Glasgow Climate Pact</a></strong>: in questo accordo, firmato il <strong>13 novembre 2021</strong>, per la prima volta viene fatto esplicito riferimento al <strong>carbone come responsabile del cambiamento climatico</strong> e, a fronte di un aumento della temperatura globale ormai ineluttabile, viene posto l’obiettivo di contenere questo aumento sotto il grado e mezzo.</p>
<p>Stesse promesse, stessi obiettivi, location diversa. Un anno dopo la Cop sbarca sulla costa del Mar Rosso e la scelta è densa di significati. Dopo 6 anni -l’ultima fu a Marrakech in Marocco- l’Africa torna ad ospitare un vertice sul clima, una scelta che, oltre a testimoniare come questo sia il continente in cui<strong> la popolazione sta già subendo le conseguenze del cambiamento climatico</strong>, lancia un monito: la transizione energetica dovrebbe essere accessibile a tutti e necessita gli aiuti economici dei Paesi più solidi economicamente.</p>
<p><strong>La trincea dei diritti umani</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-59887" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/zki_regeni.jpg" alt="zaki_regeni" width="653" height="362" /></p>
<p>La Cop accende i riflettori sul clima, ma non solo: gli occhi del mondo sono puntati su un <strong>Paese che ha violato e continua a violare ripetutamente i diritti umani</strong> di attivisti, detenuti, studenti. Secondo il<strong> <a href="https://www.cfjustice.org/">report</a> del Committee for Justice</strong>, dalla metà del 2013 all’ottobre 2020, sotto il regime di Al-Sisi sono morti nelle carceri egiziane <strong>1058 detenuti</strong>, principalmente per la mancanza di cure mediche e per episodi di tortura. Ed ora gli occhi sono puntati sulle condizioni di salute di <strong>Alaa Abdel Fattah</strong>, l’attivista e intellettuale che sta portando avanti la sua <strong>battaglia per la democrazia</strong> da una cella di un carcere egiziano, dove ha iniziato lo <strong>sciopero della fame e della sete</strong>, proprio in concomitanza con l’inizio della Cop27.</p>
<div id="yiv9558682455divRplyFwdMsg" dir="ltr">I riflettori hanno già in passato illuminato le crepe dell’Egitto di Al-Sisi e della noncuranza con cui viola i diritti umani. Tra gli episodi che più hanno scosso il nostro Paese ricordiamo le vicende di <strong>Giulio Regeni e Patrick Zaki</strong>. Il primo era un <strong>dottorando friulano</strong> -studente dell’università di Cambridge- rapito, torturato e ucciso a El Cairo tra la fine di gennaio e l’inizio di <strong>febbraio del 2016</strong>, in quanto accusato di essere una spia britannica. Il lungo iter investigativo ha portato all’individuazione dei responsabili ma oggi, dopo quasi sette anni, le autorità egiziane ancora non hanno fornito le autorizzazioni per poter arrestare i colpevoli. Quattro anni dopo un altro episodio ha scosso l’opinione pubblica italiana e non solo: <strong>Patrick Zaki</strong>, studente egiziano dell’università di Bologna, viene arrestato il 7 febbraio del 2020, accusato di propaganda terroristica e diffusione di notizie false. Grazie anche alla notevole attenzione mediatica che ha avvolto il caso, Zaki è stato<strong> rilasciato l’8 dicembre del 2021</strong> ma il processo è ancora in corso.</div>
<p>I due casi sono esempi della gestione dei veri o presunti oppositori politici nel regime di Al-Sisi. Due ragazzi che si aggiungono alla lista di ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime di Al-Sisi e di come questo governo sia ben lontano dalla democrazia.</p>
<p><strong>La partita del clima</strong></p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-59888" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/parigi.png" alt="parigi" width="893" height="486" /></p>
<p>Sulle coste del Mar Rosso si sta giocando oltre a quella sui diritti anche un’altra partita cruciale: quella sul clima. Basta aprire <strong>il <a href="https://cop27.eg/assets/files/COP27-PRESIDENCY-VISION-THEMATIC-DAYS-FULL-PROGRAM.pdf">sito</a> ufficiale della Cop 27</strong> e si trova un programma denso, propositivo almeno nelle intenzioni, in cui i grandi decisori politici sembrano intenzionati a cominciare a guardare al <strong>clima</strong> come un <strong>problema da affrontare</strong> e un’occasione per delineare un modus vivendi inedito, più sostenibile, rispettoso dell’ambiente e dell’uomo.</p>
<p>Ma <strong>l’atteggiamento propositivo non sempre basta</strong>: l’ultima Cop26, ospitata a Glasgow un anno fa, ha dimostrato la lacunosità dei programmi e degli impegni, spazzati via dall’incombere della pandemia di Covid-19 e dagli effetti di una guerra a noi così vicina.</p>
<p>Per capire la Cop 27 bisogna partire dal 2015 e dagli<strong> <a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/the-paris-agreement">Accordi di Parigi</a></strong> in cui i 196 paesi della Cop 21 si impegnavano a tenere l’aumento della temperatura globale sotto i due gradi rispetto ai livelli preindustriali e allo stesso tempo cercare un <strong>modo per svincolarsi dai combustibili fossili</strong> e investire sulle energie rinnovabili. La necessità della transizione energetica viene riconosciuta già a Parigi, riconoscendo che tuttavia implica dei costi economici e sociali e che spetta ai paesi più solidi economicamente finanziare e aiutare anche quei Paesi più fragili, per una <strong>svolta green</strong> realmente alla portata di tutti e per raggiungere nel 2050 l’obiettivo dell’azzeramento di emissioni di CO2.</p>
<p><strong>Gli impegni di Glasgow</strong></p>
<p>Già un anno fa in Scozia si parlava di questo traguardo da raggiungere a metà secolo. La <strong><em>zero carbon solution</em> è al centro della Breakthrough Agenda</strong>, il programma stilato al vertice dei leader mondiali durante la Cop 26 di Glasgow. Tra i firmatari troviamo i 45 Paesi che rappresentano il 70% del Pil mondiale.</p>
<p>Questa agenda ha individuato i <strong>5 settori chiave e responsabili di più della metà delle emissioni globali</strong>: la produzione di energia, i trasporti su strada, la produzione di acciaio e di idrogeno, l’agricoltura. Questo è il recinto entro cui devono muoversi i Paesi per cercare di contenere le emissioni.</p>
<p>Altro traguardo tagliato a Glasgow è stato il monitoraggio annuale dei progressi raggiunti dai Paesi, affiancati dagli esperti dell’Agenzia Internazionale per l’energia (AIE) e dall’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (IRENA). <strong>Le promesse vengono tuttavia disattese già nel primo <a href="https://www.iea.org/reports/breakthrough-agenda-report-2022">Report</a></strong>, pubblicato lo scorso settembre, in cui gli scienziati hanno invitato i Paesi ad una maggiore collaborazione per evitare di rallentare la <em>zero carbon solution</em>.</p>
<p>In questi primi giorni di Cop 27 il riferimento esplicito a questa Agenda ha portato i Paesi a stilare un <strong>pacchetto di 28 azioni prioritarie</strong>, proprio per dare una risposta alle sollecitazioni provenienti dagli scienziati e dall’esito del monitoraggio. Si sta dunque stilando un piano internazionale per la decarbonizzazione dei 5 settori chiave.</p>
<p>Se guardiamo a questi settori, vediamo come <strong>l’energia</strong> sia responsabile del <strong>23 % delle emissioni globali di gas serra</strong>. L’Agenda mira dunque a rendere più accessibili le rinnovabili, aumentando del 12 % ogni anno il loro utilizzo in 10 anni. Dopo Parigi <strong>la produzione globale di carbone si è ridotta del 76%</strong>. Per quanto riguarda <strong>l’acciaio</strong>, esso è responsabile del<strong> 4 % di emissioni globali di gas serra</strong>, e per rispettare il programma dell’agenda dovrà entro il 2050 essere prodotto usando non più l’elettricità prodotta dal carbone ma quella proveniente da altre fonti, ad oggi responsabile solo del 15% della produzione del materiale.</p>
<p><strong>Il 10 % dell’emissione di gas serra è invece attribuibile al trasporto stradale</strong>. Secondo questa agenda e gli <strong>obiettivi Net Zero Emissions 2050</strong>, rendere sostenibile il trasporto permetterà di salvare 2 milioni di persone all’anno, riducendo le morti per inquinamento. Inoltre, il mercato dell’elettrico è in espansione, tanto che in tre anni è triplicato e nella prima metà del 2021 ha venduto 8 milioni e mezzo di veicoli.</p>
<p>Altro settore chiave su cui intervenire è <strong>l’idrogeno</strong>. Per produrlo ogni anno vengono emessi 830 tonnellate di CO2. Solo un’azione condivisa e globale può portare a diffondere su larga scala la produzione di idrogeno pulito, e svincolarlo dai combustibili fossili.</p>
<p>Infine, l’agenda pone un focus sulla necessità di <strong>un’agricoltura sostenibile</strong>. Questo settore è infatti responsabile di <strong>un terzo dell’emissione globale di gas serra</strong>. Secondo il Report degli esperti occorre investire per trovare innovazione nei settori dei fertilizzanti, per ridurre le emissioni di metano del bestiame, e accogliere un approccio agrobiologico.</p>
<p><strong>Gli attori del climate change</strong></p>
<p>Gli accordi e le speranze di un mondo più green si scontrano con la realtà dei fatti: se osserviamo quali Paesi investono di più nella transizione ecologica possiamo constatare che effettivamente gli<strong> Stati Uniti e la Cina</strong> dominano la classifica ma questo risultato è vanificato se messo in relazione con un altro: quello dei Paesi che emettono più CO2 al mondo.</p>
<div class="flourish-embed flourish-hierarchy" data-src="visualisation/11794009"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p>Il podio delle due classifiche coincide: dunque i <strong>Paesi che investono di più nella transizione ecologica sono anche quelli che stanno causando il cambiamento climatico</strong>. Inoltre, tra i cinque Paesi responsabili a livello globale dell’inquinamento, ai tavoli di Sharm el Sheikh stanno sedendo solo gli Stati Uniti: assenti Cina, India, Russia e Giappone. Proprio il presidente <strong>Joe Biden</strong> ha dichiarato nella giornata di apertura della Cop27 che gli Usa «raggiungeranno gli obiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2030. <strong>Chiedo scusa per il ritiro dagli accordi di Parigi del 2015</strong> da parte dell’ex presidente Donald Trump».</p>
<div class="flourish-embed flourish-hierarchy" data-src="visualisation/11784453"><script src="https://public.flourish.studio/resources/embed.js"></script></div>
<p>E l’Italia? Al novembre 2022 l’Italia sta emettendo 110 milioni di tonnellate di CO2 in più rispetto alle stime necessarie al raggiungimento della <em>CO2 neutrality</em>, dati che emergono dal<strong> <a href="https://www.esg360.it/report-analisi-e-ricerche/zero-carbon-policy-agenda-italia-lontana-dal-target-2030/">report</a> <em>Zero Carbon Policy Agenda</em></strong>. L’Italia sta riducendo le emissioni di CO2 solo di 44 milioni di tonnellate, ossia un quarto di quanto dovrebbe fare entro il 2050. Se confrontiamo questo dato con l’Europa possiamo osservare -prendendo in considerazione gli ultimi 30 anni- che il nostro Paese<strong> ha tagliato le emissioni solo del 20%, 6 punti percentuali in meno della media europea</strong>.</p>
<p><strong>Questione di affari</strong></p>
<p>Non solo battaglie per i diritti e per il clima: la <strong>Cop 27 è anche una vetrina per le aziende italiane</strong> produttrici di energia che vedono questo appuntamento internazionale come occasione per incrementare investimenti, con la duplice questione di trattare con un Paese produttore di petrolio ma che si trova ad essere il palcoscenico per la svolta green. <strong>Massimo Nicolazzi</strong>, membro dell’Ispi, professore di economia e gestione delle imprese all’Università di Torino ed esperto di infrastrutture energetiche ha sottolineato: «Alla Cop 27 ci sono grandi aziende italiane, come <strong>Enel ed Eni</strong>, che hanno degli interessi nell&#8217;area; l’Eni, ad esempio, è una delle aziende petrolifere più importanti in Egitto». L’azienda del cane a sei zampe detiene il <strong>20% delle riserve di gas del Paese e contribuisce per il 60 % alla produzione totale del Cairo</strong>. «Eni ed Enel sono alla Cop perché sono aziende in via di trasformazione e accompagnano le delegazioni italiane in una manifestazione che punta anche alla decarbonizzazione. Oggi è un <em>core business</em> fondamentale. Per adesso non possiamo dire che cosa verrà fuori da questi giorni dovremo aspettare il 18 novembre» ha concluso Nicolazzi.</p>
<p>Nella località turistica del Mar Rosso si stanno dunque giocando diverse partite, e <strong>gli scenari sono aperti</strong>. Il giorno più importante sarà il <strong><em>solution day</em> previsto per il 17 novembre</strong>, in cui si proverrà a stilare un programma contenente le possibili soluzioni, e a prendere nuovi impegni. Proprio questi ultimi rischiano però di rimanere vani. A sottolineare l’urgenza di soluzioni concrete ci ha pensato il segretario generale delle Nazioni Unite <strong>Antonio Guterres</strong>, che alla cerimonia di apertura ha ricordato come con le nostre azioni <strong>«siamo su un autostrada diretta verso l’inferno climatico, con il piede sull’acceleratore»</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><strong>Ascolta il nostro <a href="https://www.spreaker.com/user/9424463/egitto-cappon1-mixdown">podcast &#8220;Speciale COP27&#8243;</a> </strong></h2>
<h2 style="text-align: center;"><strong>sulla piattaforma Spreaker </strong><strong>di @Magzine con la giornalista </strong><strong>Laura Cappon</strong></h2>
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		<title>La graphic novel su Patrick Zaki non è solo una storia egiziana</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Feb 2022 07:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Eugenia Durastante]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[dirittiumani]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[graphicnovel]]></category>
		<category><![CDATA[patrickzaki]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tre febbraio è uscito nelle librerie “Patrick Zaki. Una storia egiziana”, graphic novel edita da Feltrinelli Comics, scritta dalla giornalista Laura Cappon e disegnata dal fumettista Gianluca Costantini. Un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/zaki_fonte-fb-costantini.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: Facebook_Gianluca Costantini" /></p><p class="western" lang="en-US">Il tre febbraio è uscito nelle librerie “Patrick Zaki. Una storia egiziana”, <strong>graphic novel</strong> edita da <strong>Feltrinelli</strong> Comics, scritta dalla giornalista <strong>Laura Cappon</strong> e disegnata dal fumettista <strong>Gianluca Costantini</strong>. Un lavoro lungo e meticoloso ma entusiasmante, fatto anche di grande coraggio per far entrare chiunque nella vita del giovane Patrick, un ragazzo come un altro, che ha avuto però la sfortuna di nascere nel posto sbagliato.</p>
<p class="western" lang="en-US"><span class='quote quote-left header-font'>Poco dopo l’arrivo di Patrick Zaki al Cairo un account anonimo manda un messaggio a Gianluca Costantini e gli chiede di disegnare Patrick: il ragazzo è sparito nel nulla</span>.</p>
<p class="western" lang="en-US"><mark class='mark mark-yellow'>È il 7 febbraio 2020 quando Patrick Zaki, studente egiziano del GEMMA (Master Erasmus Mundus in studi di genere e delle donne) all’Università di Bologna, sparisce all’Aeroporto del Cairo</mark>. Patrick era tornato in <strong>Egitto</strong> dalla sua famiglia per una breve vacanza, trasformatasi subito in un incubo lungo 22 mesi. Il giorno dopo si scopre che Patrick è stato arrestato con cinque capi di accusa: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di notizie false, propaganda per il terrorismo. Tutto questo per dei presunti post pubblicati su Facebook dal ragazzo, attivista per i diritti umani e membro dell’EIPR, <em>Egyptian initiative for personal rights</em>.</p>
<div id="attachment_53572" style="width: 207px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/zaki-aeroporto-2-fumetto_Fonte-Fb-VanityFair.it_.jpg"><img class="size-medium wp-image-53572" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/zaki-aeroporto-2-fumetto_Fonte-Fb-VanityFair.it_-207x300.jpg" alt="Fonte: VanityFair.it" width="207" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: VanityFair.it</p></div>
<p class="western" lang="en-US">Quel 7 febbraio, poco dopo l’arrivo di Patrick al Cairo, un account anonimo manda un messaggio sul cellulare di Gianluca Costantini, artista ma anche noto attivista, diventato un portavoce dei diritti umani nel mondo. Questo account gli chiede di disegnare Patrick: il ragazzo è sparito nel nulla. Ed è così che un’ora dopo, quasi d’istinto, nasce il primo disegno che rappresenta Zaki. Capelli ricci, barba, occhiali e uno sguardo rilassato, ma soprattutto un filo spinato attorno a lui.</p>
<div id="attachment_53570" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/Gianluca-e-Disegno-Zaki_Fonte-ABOUTBOLOGNA.IT_.png"><img class="size-medium wp-image-53570" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/Gianluca-e-Disegno-Zaki_Fonte-ABOUTBOLOGNA.IT_-300x199.png" alt="Fonte: Facebook_Gianluca Costantini" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Facebook_Gianluca Costantini</p></div>
<p class="western" lang="en-US" align="left">«L’aggiunta del filo spinato dà l’idea di una sofferenza continua e le persone hanno reso quel ritratto un simbolo, usato migliaia di volte, sui balconi, nei festival. Da quel disegno, che è diventato così importante per tante persone, è partita tutta la campagna per Patrick». Il disegno è stato realizzato nel giro di pochissimi istanti proprio perché la campagna per la sua liberazione si attivasse il prima possibile. Inoltre, Gianluca racconta che quella sagoma, esposta poi in Piazza Maggiore a Bologna, ha sostituito il corpo reale di Patrick durante tutta la sua assenza.</p>
<p class="western" lang="en-US">Un’assenza che in parte continua perché, <mark class='mark mark-yellow'>nonostante la notizia della sua scarcerazione avvenuta l’8 dicembre 2021, Patrick non è stato assolto</mark>. È libero ma non può abbandonare l’Egitto fino alla fine del processo quando si deciderà per l’assoluzione o la condanna, ma anche l’ennesima udienza per porre fine all’incubo è stata rimandata. Il sei aprile, forse, il Tribunale di Mansura darà delle risposte. Quello che è certo è che <mark class='mark mark-yellow'>l’Italia intera, e non solo, aspetta a braccia aperte questo ragazzo dalla faccia simpatica e dal cuore grande</mark>.</p>
<p class="western" lang="en-US">L’idea del libro viene a Laura Cappon in seguito ad un episodio. Accade che circa nove mesi dopo l’arresto di Patrick, nel novembre 2020, vengono arrestati tre dirigenti dell’EIPR, organizzazione dalla quale arrivava buona parte del team legale di Patrick. I tre verranno rilasciati il mese successivo. Ad aver colpito la giornalista è la mobilitazione internazionale sulla vicenda. «Il tema era entrato nel mainstream, non era più un tema di nicchia. Ne parlavano tutti, anche grazie agli appelli sui social lanciati da personaggi importanti come l’attrice Scarlett Johansson». Se Laura, sul caso Zaki e sul sistema repressivo egiziano, avesse scritto un saggio sarebbe stato difficile arrivare a tutti, soprattutto per la delicatezza dell’argomento. Avrebbe inoltre de-umanizzato il racconto perché la burocrazia e la storia del regime del Cairo avrebbero fatto entrare il lettore in un vortice burocratico troppo impegnativo per riuscire a concentrarsi sulla situazione vissuta dai prigionieri di coscienza. <mark class='mark mark-yellow'>Laura decide che il fumetto sarebbe stato perfetto e avrebbe permesso di raccontare in maniera diretta ed empatica la vicenda</mark>. Chiede aiuto a Gianluca che accetta in poco tempo proprio come fa la casa editrice Feltrinelli, dimostratasi subito interessata alla graphic novel che ottiene in seguito il patrocinio di Amnesty Italia, rappresentata da Riccardo Noury.</p>
<div id="attachment_53602" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/costaini-noury-cappon.jpg"><img class="size-medium wp-image-53602" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/costaini-noury-cappon-300x279.jpg" alt="Costaintini, Noury e Cappon " width="300" height="279" /></a><p class="wp-caption-text">Costantini, Noury e Cappon sulla panchina verde dell&#8217;attesa</p></div>
<p class="western" lang="en-US">In un anno scarso, la giornalista e l’artista, accompagnati dai bravissimi editor di Feltrinelli, hanno lavorato seguendo quello che Laura chiama “il passo da cronista, il passo di cambiare le cose in corsa”. Laura, abituata al mondo dell’informazione, apre e chiude i pezzi in corsa, ma il suo modo di lavorare non è quello del mondo dell’editoria: «Gli editor e Gianluca sono stati di una flessibilità e velocità incredibile. Hanno fatto uno sforzo immenso». Il fumettista si è documentato e ha raccolto enormi quantità di materiale fotografico per ricostruire posti che lui stesso non aveva mai visto dal vivo, ma che è riuscito a riprodurre fedelmente; dalla città del Cairo, al carcere di Mansura, ma in particolar modo i visi e le espressioni di tutti quelli che hanno sempre voluto bene a Patrick e che per 22 mesi lo hanno aspettato. I suoi disegni hanno quindi accompagnato giorno per giorno le parole che Laura scriveva. <mark class='mark mark-yellow'>«Tavola dopo tavola abbiamo messo nero su bianco nomi e fatti, date e protagonisti, concentrandoci sul dramma personale e familiare di Zaki», dice Gianluca</mark>.</p>
<p class="western" lang="en-US">Il libro è diviso in quattro parti: Patrick da bambino e all’università, il ritorno di Patrick in Egitto, l’arresto e la prigionia, la mobilitazione in Italia e alla fine si trova anche un approfondimento di quella che è stata la storia dell’Egitto dal 2011 ad oggi. E proprio la parte finale è stata cambiata nel giro di pochissimo tempo. <mark class='mark mark-yellow'>L’uscita del libro era già stata concordata per il febbraio 2022, pensata per i due anni dall’arresto del giovane egiziano, ma senza che nessuno se lo aspettasse a dicembre Patrick è stato scarcerato. Questo avvenimento ha cambiato i piani di Laura e Gianluca che si sono ritrovati a dover cambiare le ultime tavole del libro</mark>. Le tavole iniziali riportavano la scritta “questa storia non è finita” e le sei tavole finali ritraevano tutte le persone care a Zaki ad aspettarlo fuori dal carcere, sperando di poterlo riabbracciare presto. «Quando Patrick è stato liberato, abbiamo fatto saltare le ultime due tavole e abbiamo ricavato quattro pagine che sono diventate quattro tavole dove si racconta l’udienza, il rinvio a giudizio, l’udienza per la liberazione e la sua liberazione. Il libro finisce con lui che esce dalla stazione di polizia di Mansura e noi che lo sentiamo. Come è realmente accaduto».</p>
<p class="western" lang="en-US">Laura e Gianluca rispondono così alla domanda che poniamo loro: avreste mai pensato che Patrick un giorno sarebbe stato liberato? <mark class='mark mark-yellow'>«Fiducia e regime egiziano sono un ossimoro»</mark> dice la giornalista. Chi come lei conosce, ha vissuto e frequenta Paesi come l’Egitto sa che sperare nel lieto fine è difficile, quasi impossibile, perché niente dipende da noi. Gianluca, che da molti anni disegna prigionieri di coscienza, afferma invece di essere stato sempre molto positivo.</p>
<div id="attachment_53566" style="width: 225px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/Patrick-con-libro_Fonte-Fb-Gianluca-Costantini.jpg"><img class="size-medium wp-image-53566" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/Patrick-con-libro_Fonte-Fb-Gianluca-Costantini-225x300.jpg" alt="Fonte: Facebook_Gianluca Costantini" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Fonte: Facebook_Gianluca Costantini</p></div>
<p class="western" lang="en-US">Entrambi sono entusiasti che il ragazzo sia finalmente a casa dalla sua famiglia e sono emozionati nel sapere che Patrick ha ricevuto una copia della graphic novel. «È straniante vederlo tenere in mano il libro con quel ritratto in copertina. Ormai per me era solo un disegno non una persona. Invece adesso lui esiste, parla e interviene», dice l’artista. Laura, invece, ridendo ammette che era terrorizzata perché pensava «ma se poi questo libro non gli piacesse?» Ma è andata bene. Patrick stesso è addirittura più entusiasta di loro. E non lo è solo Patrick. Laura, Gianluca, la professoressa Rita Monticelli del master GEMMA, la famiglia, gli avvocati e tutti coloro che si sono mossi e hanno atteso la liberazione di questo ragazzo simpatico, generoso e coraggioso, tutti lo sono.  Come ricorda Laura Cappon <mark class='mark mark-yellow'>«dobbiamo capire che una cosa come quella accaduta a Patrick ci riguarda perché i prigionieri di coscienza sono persone come noi. Molti ai giorni nostri non seguono gli esteri e quando vedono qualcosa che accade, pensano che a loro queste cose non potrebbero mai succedere»</mark>.</p>
<p class="western" lang="en-US"><span class='quote quote-left header-font'>«Questo è un libro che deve bucare la bolla dei giornalisti, la bolla dell’editoria. Questo libro è stato fatto perché più persone possibili conoscano questa storia e capiscano perché ci riguarda»</span> Questo libro è stato fatto proprio per essere diffuso in maniera capillare; nelle scuole ma anche in provincia, nei posti più lontani. Perché questa è la sua missione, altrimenti avrebbero scelto un formato meno popolare. «Questo è un libro che deve bucare la bolla dell’editoria. Questo libro è stato fatto perché più persone possibili conoscano questa storia e capiscano perché ci riguarda».</p>
<p class="western" lang="en-US">E quindi <mark class='mark mark-yellow'>leggiamo, ascoltiamo, espandiamo i nostri orizzonti e smettiamo di pensare che una persona di un’altra nazionalità sia “l’altro”</mark>. “L’altro” potremmo essere noi. L’unica differenza tra noi e loro è essere nati nella parte “giusta” del mondo, e proprio perché privilegiati <mark class='mark mark-yellow'>dobbiamo «usare la nostra libertà per liberare chi libero non è»</mark>, chiosa Costantini.</p>
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		<title>Il kebap della Sacra Famiglia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 12:49:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Samuele Valori]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[#kebab]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Karim è egiziano, ha sedici anni ed è venuto in Italia cinque anni fa con suo fratello di ventuno, studia a Turro e dice di trovarsi bene.  Il padre Mahrous ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="723" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/photo5855101530934458015.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="photo5855101530934458015" /></p><p>Karim è egiziano, ha sedici anni ed è venuto in Italia cinque anni fa con suo fratello di ventuno, studia a Turro e dice di trovarsi bene.  Il padre Mahrous è sedici anni che sta qui e qualche tempo fa ha scelto di rilevare la gestione della pizzeria-kebap Niguarda. Da fuori è difficile riuscire a leggere il nome dell’insegna, le luminarie natalizie ancora spente che pendono dall’alto coprono parte delle lettere.</p>
<p>Trovo Karim che sta sparecchiando il tavolino dove ha appena finito di mangiare qualcosa che assomiglia a un pollo. È tornato da scuola, c’è il suo zaino appoggiato dietro alla cassa, territorio dove si muove disinvolto suo fratello.<mark class='mark mark-yellow'>Il clima è familiare, i due parlottano in arabo. Il più piccolo è l’unico che mastica l’italiano, quando squilla il cellulare del fratello è lui a risolvere la questione con un call center insistente</mark>. Karim è egiziano ed è venuto in Italia cinque anni fa con suo fratello di ventuno, studia a Turro e da grande vorrebbe fare il parrucchiere.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Karim è egiziano ed è venuto in Italia cinque anni fa con suo fratello di ventuno, studia a Turro e da grande vorrebbe fare il parrucchiere</span></p>
<p>Mi avvicino, Karim indossa una felpa del Milan sulla quale scherziamo per un po’: nonostante la timidezza è disposto a raccontare qualcosa. Gli affari vanno alla grande: «Abbiamo molti clienti, soprattutto giovani». Giovani come la ragazza grazie alla quale ho scoperto poco prima il suo nome: era entrata, aveva ritirato la sua ordinazione dalle mani di suo fratello e uscendo lo aveva salutato chiamandolo Karim, appunto. Ho finto comunque di non saperlo e questo lo ha sciolto ancora più del Milan: «Durante la pandemia non abbiamo sofferto, abbiamo guadagnato lo stesso», mi spiega. <mark class='mark mark-yellow'>Se la sono cavata, infatti, grazie all’asporto gratuito che scopro anche essere un raro esempio di <em>self-delivery</em> dove è suo padre a muoversi col motorino.</mark> Le sue parole sono colme di fierezza nei confronti del lavoro della sua famiglia e soprattutto di fiducia, la stessa che Karim mostra quando rivela che da grande vorrebbe fare il parrucchiere. Gli domando dell’Egitto e lui svia il discorso in modo perentorio e sofferto: «Beh, mi manca mia madre», poi abbassa lo sguardo sul cellulare.</p>
<p>Poco dopo sento il rumore di uno scooter, è suo padre che torna da una consegna. Mahrous entra nel locale sfilandosi il casco e mi rivolge un sorriso. I clienti delle quattro del pomeriggio devono renderlo felice. In realtà ha intuito qualcosa, <mark class='mark mark-yellow'> io gli racconto della conversazione e gli chiedo di sua moglie: i suoi occhi si illuminano quando Karim traduce la mia domanda</mark>. Allarga le braccia e alza lo sguardo, qualsiasi parola non riuscirebbe ad esprimere ciò che prova. Prima di andarmene chiedo loro di farsi una foto insieme, sarebbe venuto un bellissimo quadretto familiare, ma sono troppo riservati. Riesco comunque a scattarne una al figlio ventunenne che si vergogna e non guarda l’obiettivo.</p>
<p>Esco che si è fatto buio, il cancello della biblioteca di fronte è chiuso e il cortile si è svuotato. Schivo lo scooter di Mahrous e mi guardo indietro: le luminarie ora sono accese ed è impossibile leggere l’insegna, ma la vita che c’è dentro straborda.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/photo5855101530934458016.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-51713" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/01/photo5855101530934458016.jpg" alt="photo5855101530934458016" width="1280" height="723" /></a></p>
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		<title>Mutilazioni genitali, l&#8217;ombra del Covid pesa sulla giornata internazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2021 11:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Barbieri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#scuola]]></category>
		<category><![CDATA[#tradizione]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1100" height="715" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Mutilazioni-genitali-femminili.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mutilazioni-genitali-femminili" /></p><p>L&#8217;ombra del Covid-19 si allunga sulla lotta contro le mutilazioni genitali femminili di cui il prossimo 6 febbraio si ricorda la giornata internazionale. Perché la dispersione scolastica causata dalla pandemia sta confinando troppe bambine a casa, e minaccia i risultati finora raggiunti nella lotta per porre fine alle FGM. Già il rapporto di UNFPA del 2020, prevedeva, a causa delle limitazioni relative all’attuale pandemia,  una <strong>riduzione di 1/3 dei progressi verso la fine delle FGM entro il 2030, obiettivo che le organizzazioni internazionali si erano poste qualche anno fa. </strong>Inoltre, per le interruzioni di molti programmi di prevenzione, nel prossimo decennio potrebbero verificarsi <strong>circa due milioni di casi di FGM che sarebbero stati altrimenti evitati</strong>.</p>
<p>Le ragazze rischiano dunque più di prima di essere abbandonate a se stesse in un rito di passaggio obbligato e private di una parte del loro corpo. Con <b>mutilazioni genitali femminili</b> (FGM) si intende la rimozione parziale o totale dei genitali esterni, o la lesione di essi, senza motivazioni terapeutiche. Si va dalla più invasiva, l’infibulazione, che recide o sutura parzialmente le grandi labbra, fino alle più lievi, se così si può dire, come la compressione della clitoride e delle piccole labbra, incisioni, raschiature e cauterizzazioni. Si calcola che oggi circa <b>200 milioni di donne e bambine</b> vivono con queste mutilazioni (<b>4,1 milioni nel 2020</b>).</p>
<p>In Liberia, uno dei cinque stati africani dove questo rito è ancora legale, la tradizione viene appoggiata anche dal governo, attraverso delle strutture predisposte a preparare le ragazze a quello che viene considerato lo step fondamentale per passare dall’infanzia all’età adulta.<span class="Apple-converted-space"> Proprio questa realtà così unica nell&#8217;Africa sub-sahariana è raccontata dal documentario di <b>Emanuela Zuccalà </b>che viene trasmesso oggi pomeriggio in un evento online nel cinema virtuale di Distribuzioni dal Basso, in occasione del prossimo 6 febbraio, Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili.<span class="Apple-converted-space"> Il documentario si intitola </span></span><a href="http://www.magzine.it/wp-admin/%20https://vimeo.com/428722320"><b><i>La scuola nella foresta</i></b></a> .</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still02.jpg"><img class="alignnone  wp-image-50072" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still02-300x240.jpg" alt="Still02" width="493" height="394" /></a></p>
<p>Emanuela racconta una storia sconvolgente fra organizzazioni segrete di sole donne, riti nella foresta, ricatto politico: “Loro la chiamano scuola, ma in realtà vengono gestite da una vera e propria società segreta, chiamata <b>Sande</b>. Sono dei recinti fatti da foglie di palma in mezzo alla foresta e per arrivarci bisogna fare almeno 5 ore di viaggio in jeep dal villaggio più vicino &#8211; spiega la documentarista -. Le bambine entrano e si comincia con il rito di iniziazione, ovvero il taglio del clitoride, che viene praticato dalla grande sacerdotessa, <b>Zoe</b>. Hanno varie età, <b>dai 3 ai 18 anni</b>, e passano lì dentro da pochi mesi fino a massimo 3 anni e imparano quella che da noi si chiama &#8216;economia domestica&#8217;. Sono progettate per diventare future mogli e madri, imparano le danze tradizionali e un galateo che fa parte della loro tradizione. Le bambine non imparano a leggere e scrivere e ne consegue l’abbandono della scuola tradizionale e l’analfabetismo. Quando escono spesso non voglio tornare a istruirsi perché vengono considerate pronte per il matrimonio”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’infibulazione è una tradizione antichissima che risale all’<b>epoca faraonica e pre-islamica</b>, è trasversale e non ha origini religiose. La mutilazione viene considerate una sigillo di verginità per la donna, che annulla il suo organo del piacere sessuale in modo che sia sottomessa e si trasformi in una compagna fedele. Ogni gruppo etnico ammanta successivamente questa atto da un significato differente. In generale, se la donna ha gli organi genitali esterni viene considerata impura, non troverà mai marito e sarà quindi fuori dal contesto sociale. In tante culture africane quando la donna si sposa, è il marito che dà la dote alla famiglia, una forma di sostentamento per tutti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still01.jpg"><img class="alignnone  wp-image-50070" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Still01-300x240.jpg" alt="Still01" width="465" height="372" /></a></p>
<p>“Sono i genitori stessi che desiderano mandarle in queste scuole perché per loro è un prestigio sociale &#8211; sottolinea la regista &#8211; altrimenti vengono emarginate. I genitori pagano e si indebitano subito, considerando che la popolazione liberiana vive nella povertà. Le ragazze che rifiutano il rito formano un loro gruppo, dove si proteggono a vicenda in quanto sono minacciate dalla società Sande come oppositrici. Le bambine che provano a scappare invece vengono recuperate, riportate all’interno e sottoposte a punizioni corporali”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’organizzazione Onu ha fatto <a href="https://www.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/UNFPA_PUB_2020_EN_State_of_World_Population.pdf">il punto nel 2020</a> sul <b>diritto alla salute sessuale e riproduttiva femminile</b> in tutto il mondo e i dati rimangono ancora rilevanti: la percentuale di chi tra i 15 ai 49 anni ha subito la mutilazione varia da circa l’1% in <b>Camerun</b> e <b>Uganda</b>, al 87% in <b>Gibuti</b>, <b>Egitto</b>, <b>Guinea</b> e <b>Mali</b>. Non mancano casi in <b>Iraq</b>, <b>Yemen</b> e in alcuni Paesi asiatici come l’<b>Indonesia</b>, dove il dato si attesta intorno al 49%.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Un dato interessante è ricordare il cambiamento avvenuto in uno dei Paesi dove il tasso di incremento della mutilazione è sempre stato attestato al 90%: il <b>Sudan</b>. “Nove bambine su dieci erano sottoposte alla mutilazione. Per i sudanesi è un’usanza che viene tramandata da famiglia a famiglia &#8211; racconta la giornalista <b>Antonella Napoli </b>-, è un rito che viene celebrato e ci si ritrova a casa per farlo, quindi in situazioni non igienico-sanitarie ideali. Sono donne anziane che lo praticano e le bambine vengono vestite a festa, con abiti bianchi prima di essere sottoposte con la forza all’intervento”. Dal <b>22 aprile 2020</b> il consiglio dei ministri ha vietato la pratica della mutilazione e chi cerca di praticarla all&#8217;interno di un istituto medico o altrove rischia tre anni di reclusione e una multa. Uno sforzo decennale che cerca di abbattere un fenomeno che si insinua nella visione sociale già compromessa, come ricorda sempre l’africanista: “La donna in Sudan è sempre stata considerata subordinata all’uomo, una figura con diritti nulli. Per esempio non poteva viaggiare senza un componente maschio della famiglia e aveva molte restrizioni anche nell’abbigliamento; rischiava anche 40 frustrate per aver indossato dei pantaloni o un abbigliamento non consono alla tradizione”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Per quanto riguarda l’Europa, in <b>Inghilterra</b> e <b>Galles</b> a partire dal 2015 si pensa che 137.000 ragazze siano state sottoposte a mutilazioni genitali femminili e guardando in particolare all’Italia, un’indagine dell’<b>Università Milano Bicocca</b> ha sottolineato come sia presente il fenomeno con <b>85-90 mila donne che hanno subito la mutilazione</b>, di cui 5-7 mila minorenni, con <b>Nigeria</b> ed <b>Egitto</b> come maggiori tributarie. Oggi <b>a rischio sono circa 5 mila</b>.</p>
<p>La giornalista <b>Stefania Ragusa</b> ci ha parlato della sua esperienza del rito nel nostro Paese: “Anche qui ci sono casi di bambini che vengono ‘operate’. Nonostante la legge presente in Italia dal 2006, molte volte la mutilazione viene operata in casa clandestinamente e la cultura rimane, con dei soggetti che si incaricano di farlo. Per loro è meno rischioso se l’operazione viene fatta nel loro paese perché possono essere meno intercettati. Le migrazioni hanno intensificato ancora di più il fenomeno, vista anche la grande comunità somala presente in Italia”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ma non solo: il <b>Coronavirus</b> ha accentuato ancora di più l’incremento delle dinamiche e ha bloccato gli interventi per far rispettare la legge. In un momento di emergenza, legato al confinamento, tutto diventa ancora più problematico: le scuole sono chiuse e le opere degli attivisti si sono spostate altrove. Ovunque rimane il problema anche dello stigma sociale affibbiato alle donne che non si sono volute sottoporre alla mutilazione. Vengono allontanate e questo è un tratto che non si può cambiare a livello legislativo, ma a livello culturale. Per di più le ragazze si trovano a perdere le loro famiglie a causa della loro ribellione e <b>l’infibulazione si trasforma in un’arma a doppio taglio</b>, che non lascia scampo alla socialità delle persone.</p>
<p><em>(qui il link alla proiezione del documentario &#8220;La scuola nella foresta&#8221; di Emanuela Zuccalà, in programma per oggi giovedì 4 febbraio: <a href="https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/">https://www.openddb.it/film/la-scuola-nella-foresta/</a>)</em></p>
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		<title>Quando il cinema si fa denuncia: le rivoluzioni arabe sul grande schermo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2021 05:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando la Storia tocca il maxi schermo dei cinema, i registi occidentali la lasciano incarnare nelle vicende di singoli individui che puntano a narrare eventi molto più grandi. Siamo sommersi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="680" height="382" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Nadir-Boumouch.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Nadir Boumouch" /></p><p><strong>Quando la Storia tocca il maxi schermo dei cinema, i registi occidentali la lasciano incarnare nelle vicende di singoli individui che puntano a narrare eventi molto più grandi</strong>. Siamo sommersi di film americani ed europei sull’Olocausto o sulle rivoluzioni del Settecento, ma riviviamo questi snodi del passato attraverso personaggi in cui ci immedesimiamo.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Non è questa la scelta compiuta dai registi nordafricani e mediorientali che hanno voluto raccontare al mondo che cosa sono state e che significato hanno avuto per le popolazioni locali le rivoluzioni arabe di dieci anni fa. I film confezionati in Paesi come la Tunisia, il Marocco, l’Egitto, la Siria hanno genesi contorte che rappresentano da sole la difficoltà di vivere in luoghi in cui la libertà era considerata un’utopia.</mark> Ciò che colpisce guardando queste opere – in alcuni casi si parla di registi alla primissima esperienza – è il modo in cui le proteste dilagate tra la metà di dicembre 2010 e il corso del 2011 si somigliano tutte, a prescindere dal luogo in cui sono avvenute. <strong>In prima linea ci sono sempre studenti – per lo più universitari, ma non solo – che richiamano i propri genitori e nonni alla rivolta contro i regimi che li hanno oppressi per decenni</strong>. Negli scontri lanciano pietre contro la polizia o verso i membri dell’esercito, si assiepano contro i palazzi del potere in un coro di “Dimettiti!”, “Vattene!”, “Vogliamo indietro la nostra dignità!”. <strong>Combattono nella consapevolezza di poter essere uccisi dai proiettili delle forze repressive, ma non cedono mai di fronte alla paura della morte</strong>. È il loro modo di denunciare al mondo l’ingiustizia e la corruzione di cui certi regimi sono capaci. <mark class='mark mark-yellow'>Da Rabat a Manama, passando per Il Cairo, Damasco, Amman e Sana’a, tutti chiedono tre cose: libertà, giustizia, dignità.</mark> Sono le parole con cui i manifestanti hanno trovato la forza di ribellarsi all’oppressione coltivando il sogno di una società finalmente uguale per tutti, con la democrazia come unica forma di governo possibile.</p>
<p>A dieci anni da questi eventi,<strong><em> Magzine</em> ha scelto tre film rappresentativi di altrettanti modi di narrare le rivoluzioni arabe</strong>.</p>
<p>Il primo è <strong><em>Karama has no walls</em></strong>, della regista scozzese-yemenita <strong>Sara Ishaq</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>Il documentario realizzato si concentra sulle proteste pacifiche e sulle successive repressioni violente che hanno sconquassato Sana’a, capitale dello Yemen.</mark> I 26 minuti del film si dipanano entro una doppia cornice che <strong>racconta quanto accaduto durante il Venerdì della Dignità</strong> (18 marzo 2011, giorno di massima protesta contro il regime trentennale di Ali Abdullah Saleh con 57 morti – di cui 23 bambini – e oltre 200 feriti) così come vissuto da due famiglie residenti a Sana’a. A loro si aggiungono i racconti di Nasr e Khaled, due giovani cameramen. Sono questi i protagonisti del documentario: grazie alle testimonianze raccolte e all’inserimento di alcune riprese realizzate proprio da Nasr e Khaled, <strong>la regista sottolinea l’importanza che il concetto di dignità ha rivestito per la popolazione yemenita. Il titolo stesso del film ne è una prova: <mark class='mark mark-yellow'><em>karama</em> significa dignità e il riferimento ai muri non è casuale. Durante le proteste a Sana’a, è stata costruita una barriera per separare in due tronconi i manifestanti. Quel muro sorto nel bel mezzo della strada, però, è diventato il simbolo ultimo della repressione ed è stato attaccato dalle persone in protesta fino a essere abbattuto</strong>.</mark> Sara Ishaq, cresciuta e rimasta in Yemen fino all’età di 17 anni prima di trasferirsi in Scozia, racconta da regista la città della sua infanzia attraverso i filmati di altri giovani registi, chiudendo l’opera con alcune precisazioni che impreziosiscono ancor di più il documentario: i due cameramen sono rimasti gravemente feriti nel corso delle successive proteste, ma questo non ha impedito loro di tornare dietro la telecamera una volta guariti. <strong>La lotta per la libertà in Yemen prosegue, così come non si arrendono tutti coloro che filmano ciò che accade per poterlo poi sottoporre agli occhi del resto del mondo</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><em>Karama has no walls</em> è diventato un film simbolo della cinematografia dedicata alle rivoluzioni arabe e ha ottenuto i riconoscimenti della critica internazionale. Il più prestigioso è stato l’approdo alla cerimonia di premiazione degli Oscar nel 2014, dove l’opera è stata candidata nella categoria Miglior cortometraggio documentario.</mark> Sara Ishaq non ha vinto la statuetta, ma il messaggio della sua opera è comunque arrivato forte e chiaro anche in Occidente.</p>
<p>Il secondo film è <strong><em>The Uprising</em></strong> dell’inglese Peter <strong>Snowdon</strong>. A differenza di quanto fatto da Sara Ishaq, <mark class='mark mark-yellow'>il regista non si concentra su un solo Paese, ma sulle rivolte scoppiate in sei Stati diversi: Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Siria e Yemen.</mark> Fin dall’inizio è evidente che l’opera sia frutto del lavoro di un occidentale, perché l’unico espediente narrativo che permette di raccogliere in un unico contenitore gli eventi dei Paesi interessati è una scritta, impressa al centro dello schermo, che specifica lo scorrere del tempo. Lo spettatore può leggere indicazioni come “Sette giorni fa”, “Sei giorni fa”, fino ad arrivare a “Ieri” e “Oggi”. <strong>Il documentario deriva da una sapiente e complessa opera di ricerca che il regista ha compiuto attraverso i social network, in particolare YouTube</strong>. I filmati utilizzati sono infatti stati caricati sulla piattaforma dai civili dei vari Paesi, in una profonda e veritiera rappresentazione di ciò che sono state le rivoluzioni e di come le persone le hanno vissute. <strong>Si tratta a tutti gli effetti di una grande collezione di testimonianze di <em>citizen journalism</em>, che ha coperto i principali momenti delle rivolte</strong>. Un po’ come accaduto a <em>Karama has no walls</em>, anche <em>The Uprising</em> ha ricevuto l’attenzione e il plauso della critica internazionale, trovando spazio per le proiezioni non solo in festival cinematografici come quelli di Torino ed Edimburgo, ma anche in musei, tra cui Palazzo Grassi a Venezia e il Museo d’Arte moderna di New York. Guardando il documentario, però, si percepisce il distacco emotivo dell’autore rispetto ai fatti e questo rende meno coinvolgente la visione anche per lo spettatore. <strong>La forza del film sta nelle testimonianze di chi ha manifestato o è stato suo malgrado travolto dalla violenza repressiva. È emblematica una sequenza dedicata a un giovane yemenita che parla dell’attacco subito dalla sua casa</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>“Ci hanno bombardato il tetto. Guardate cosa hanno fatto. Che sarebbe successo se mi fosse crollato tutto in testa? Al Qaeda vive forse tra i miei capelli? No. Allora che cosa ho fatto? Io manifesto con le parole e voi rispondete con i proiettili? Lo sapete che sono le tasse della gente ad averli comprati? Le persone lavorano duramente e pagano queste armi così che voi le usiate per difenderci da forze esterne, non per combattere contro il vostro stesso popolo”.</mark></p>
<p>Il terzo film è <strong><em>My Makhzen &amp; Me </em></strong>di <strong>Nadir Bouhmouch</strong>. Dei tre documentari è probabilmente quello che resta impresso con più facilità nella mente di chi guarda. <mark class='mark mark-yellow'>Ambientato in Marocco nell’estate del 2011, l’opera si apre con la spiegazione del significato di <em>Makhzen</em>, termine che si riferisce alle <em>élite</em> a cui appartengono i membri del governo,</mark> il sovrano Mohammed VI, uomini d&#8217;affari e ricchi proprietari terrieri, gli alti ufficiali dell&#8217;esercito e i membri del servizio di sicurezza. Il regista confeziona un film completamente diverso dai due precedenti. <strong>Egli stesso torna in patria dopo anni di studio negli Stati Uniti e una volta giunto in Marocco prende parte alla rivoluzione, affiancando dei coetanei che come lui sono i protagonisti del film</strong>. Si narra la nascita del <strong>Movimento del 20 febbraio</strong>, una vera e propria chiamata alla rivoluzione che i giovani marocchini hanno diffuso attraverso i social network, portando migliaia di persone a sfilare non solo nelle strade della capitale Rabat, ma in tutto il Paese. Le sequenze di cui si compone il film sono state originariamente caricate dal regista su YouTube, ma a seguito delle pressioni esercitate dalla polizia e delle suppliche dei propri genitori, Nadir Bouhmouch le ha rimosse dalla piattaforma video e le ha montate assieme, dando vita al documentario. <strong>La sua opera è circolata in Marocco solo attraverso proiezioni clandestine</strong>; quando il regista ha tentato di presentarla ai festival nazionali del cinema, le autorità hanno minacciato la chiusura definitiva di questo tipo di attività. <strong>Il film è in bianco e nero. Si tratta di una scelta stilistica precisa, che rappresenta l’ennesima forma di rottura contro la monarchia che vige in Marocco</strong>. Come spiega Nadir Bouhmouch nel <em>voice over</em> che accompagna in alcuni momenti lo scorrere delle scene, <mark class='mark mark-yellow'>uno degli slogan adottati dal governo per incentivare il turismo è “Marocco, una terra di colori”. “Vedendo lo stato in cui verte la mia nazione, mi trovo in totale disaccordo”, spiega il regista. Pian piano quindi il colore scema ed è sostituito da una scala di grigi che simboleggia la povertà e l’oppressione della popolazione.</mark> Il coinvolgimento di Bouhmouch è totale: è protagonista, primo testimone della rivoluzione, autore delle riprese. Proprio per questo anche lo spettatore è coinvolto nell’azione. Ci si dimentica di star guardando un film, perché chi osserva viene scagliato direttamente nel cuore della rivoluzione, in mezzo ai manifestanti e tra i proiettili vaganti sparati dall’esercito.</p>
<p><em><strong>Karama has no walls</strong></em><strong>, <em>The Uprising</em> e <em>My Makhzen &amp; Me</em> sono solo alcuni dei numerosi esempi del cinema nordafricano e mediorientale al servizio dell’informazione</strong>. Sono opere da guardare con attenzione e in silenzio, capaci di suscitare più di un interrogativo allo spettatore occidentale. Il paragone tra la forza di combattere a causa della disperazione e l’indolenza dei paesi europei, assopiti nella loro tranquillità quotidiana, nasce spontaneo. Viene da chiedersi se in Europa – e in Italia nello specifico – le persone siano ancora in grado di scendere compatte in piazza per il bene comune e non solo per tutelare ciascuno i propri interessi. In questo senso, forse, <mark class='mark mark-yellow'>le rivoluzioni dal basso portate avanti in Africa e Medio Oriente potrebbero essere d’esempio per aprire una profonda riflessione su ciò che sono oggi le società occidentali, chiuse nel proprio egoismo e incapaci di capire la portata epocale di eventi accaduti sull’altra riva del Mediterraneo.</mark></p>
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		<title>La quarantena responsabile di Faiah el-Degwy</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Castagna]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Faiah J. el-Degwy è una studentessa di 24 anni italiana di origini egiziane, e frequenta l&#8217;ultimo anno di medicina all&#8217;Università “La Sapienza” di Roma. Autrice di contenuti web ironici, ma ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Featured Video Plus v2.2.2 -->
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margin-bottom:0; margin-top:8px; overflow:hidden; padding:8px 0 7px; text-align:center; text-overflow:ellipsis; white-space:nowrap;">Un post condiviso da <a href="https://www.instagram.com/faiah.j/?utm_source=ig_embed&utm_campaign=loading" style=" color:#c9c8cd; font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; font-style:normal; font-weight:normal; line-height:17px;" target="_blank"> ғaιaн</a> (@faiah.j) in data: <time style=" font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; line-height:17px;" datetime="2020-03-08T14:46:50+00:00">8 Mar 2020 alle ore 7:46 PDT</time></p></div></blockquote> <script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script></div>

<img class="fvp-onload" src="http://www.magzine.it/wp-content/plugins/featured-video-plus/img/playicon.png" alt="Featured Video Play Icon" onload="(function() {('initFeaturedVideoPlus' in this) && ('function' === typeof initFeaturedVideoPlus) && initFeaturedVideoPlus();})();" /></p><p><strong>Faiah J. el-Degwy</strong> è una studentessa di 24 anni italiana di origini egiziane, e frequenta l&#8217;ultimo anno di medicina all&#8217;Università “La Sapienza” di Roma. Autrice di contenuti web ironici, ma anche di tematiche sociali riguardanti la sua vita e le culture che la influenza quotidianamente, è in prima linea attraverso i suoi canali social nel sapere orientare il “popolo del web” attraverso la creazione di progetti e messaggi positivi e costruttivi online. Alla redazione di Magzine ha voluto raccontare la sua esperienza come studentessa di medicina, fornendoci un punto di vista che comprende anche la situazione egiziana durante questa pandemia</p>
<p><strong>Hai fondato insieme ad altre persone il gruppo Telegram “Quarantena responsabile” Da dove nasce l’idea? </strong></p>
<p>Il 25 febbraio scorso, dopo qualche giorno di quarantena e dopo la firma dei decreti, mi sono resa conto della gravità della situazione. E quel giorno ho deciso di girare i miei primi video. Tra l’altro, quando l&#8217;epidemia di Coronavirus era scoppiata in Cina, avevo intuito che ci saremmo potuti trovare nella medesima  situazione: ero venuta a sapere che una mia conoscente che studiava a Wuhan, era tornata da lì. Quando è tornata nessuno l’ha controllata in aeroporto. Fortunatamente è una persona responsabile e si è messa in quarantena ma ho iniziato a pensare cosa sarebbe potuto succedere se non lo fosse stata.</p>
<p><strong>Quali erano e quali sono le tue preoccupazioni?</strong></p>
<p>La mia preoccupazione era il pericolo di sottovalutazione del problema da parte dello Stato. Avremmo potuto evitare tutto ciò se ci fosse stata una maggiore attenzione all&#8217;inizio. Perché sarebbe bastato isolare tutte le persone che venivano dalla Cina. Qualche giorno prima avevo finito la sessione d&#8217;esami e l’unica cosa che volevo andare a fare era uscire e andare a e andare a divertirmi e ballare in discoteca ma sono uscita soltanto una volta a prendermi il caffè, per “festeggiare”. Quando mi sono resa conto che il mio buonsenso non era comune a tutti, allora ho deciso di di spendere due parole sul Coronavirus on line. Seriamente ma con un tono simpatico, prima ancora che il presidente del Consiglio Conte si pronunciasse.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/WhatsApp-Image-2020-03-24-at-4.05.46-PM-1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-42552" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/WhatsApp-Image-2020-03-24-at-4.05.46-PM-1-151x300.jpeg" alt="WhatsApp Image 2020-03-24 at 4.05.46 PM (1)" width="151" height="300" /></a></p>
<p><strong>Perché Telegram?</strong></p>
<p>Mi ero già resa conto che la situazione sarebbe arrivata a un punto di non ritorno e mi sono detta “forse impazziremo”. Poiché credo di avere creato una comunità forte soprattutto sui social, anche dedicandomi a rispondere alle persone on line, ho pensato di creare qualcosa che ci tenesse insieme anche in questo momento. Lì per lì ho creato un gruppo su Telegram per conoscerci, interagire, fare nuove amicizie: in una parola, per non sentirci soli. Ho nominato altri amministratori con cui ho assegnato un bot per tutti quelli che <em>shit-postano</em>, con poche semplici regole. In fondo, non volevo essere al centro del gruppo ma sono stata un tramite per unire molte persone. Abbiamo fatto dei giochi e altri contenuti e ci siamo divertiti. Solo per svagarci, perché è difficile stare dentro casa: è molto difficile. Quando escono i decreti, sulla chat viene postato il messaggio in alto, poi le question &amp; answer vengono evidenziate. Cerchiamo di fare informazione sana, pulita e senza allarmismo. Allo stesso tempo, cerchiamo di smontare le bufale che arrivano come catene sui messaggi di WhatsApp. In sostanza, il nostro è un modo per trasmettere informazione utile ad una fascia di età di persone che, in genere, è molto irresponsabile.</p>
<p><strong>In che modo chi studia medicina può essere persuasivo?</strong></p>
<p>Non dipende dalla materia che si possiede ma dalla stima che le persone hanno di te. In questi anni mi sono guadagnata la stima delle persone, che si fidano. Quindi anche con il mio modo ironico di fare, cerco di dire la verità. Il fatto che io sia poi quasi medico mi attribuisce una maggiore credibilità.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-medium wp-image-42556" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Faiah-300x220.png" alt="Faiah" width="300" height="220" /></p>
<p><strong>In questi giorni sui tuoi profili hai pubblicato alcuni video, alcuni per svago, altri veramente per diffondere un messaggio responsabile. Che riscontro hai dalle persone? </strong></p>
<p>Ho ricevuto molti complimenti, soprattutto per la capacità di esprimere in un minuto esattamente la verità. Il messaggio <strong>“Quarantena parte 2”</strong> mette a paragone i cinesi con gli italiani e quindi ti fa capire che non c&#8217;è  una modalità diversa dalla collaborazione. E&#8217; un messaggio rappato perché  mi piace fare il rap, non per calcare la scena musicale ma perché mi interessa la musica per veicolare un messaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sei italo-egiziana: è una caratteristica che anche in questo caso ha contribuito alle tue scelte?</strong></p>
<p>Sono per metà egiziana e gli egiziani hanno un patriottismo e una capacità di pensare al prossimo unica. Sicuramente non sono individualisti. La mia metà italiana non si riconosce nell&#8217;individualismo di questa società e non vorrei che i miei coetanei egiziani mi identifichino come una potenziale individualista. Questa cosa mi ha sempre deluso e mi ha sempre toccato perché io sono italiana e non mi piace essere additata in questo modo. Ma ho sempre creduto che nel momento del bisogno vero, gli italiani si sarebbero veramente uniti: questo è il momento di unirsi e che in questo momento dobbiamo dimostrare di saperlo fare.</p>
<p><b>Com&#8217;è</b><strong> la situazione al Cairo?</strong></p>
<p>Al Cairo ci sono diversi casi di positività. Il sistema sanitario in Egitto è abbastanza scarso, in un Paese in cui ci sono poche regole, non si rispettano le regole di igiene fondamentali. Il sistema sanitario è abbastanza scarso, soprattutto il settore pubblico. Spesso mancano le strumentazioni necessarie per le cure, soprattutto intensive. Il settore privato è costoso, anche se un giorno la settimana anche i grandi luminari aprono le porte dei loro studi gratuitamente ai meno abbienti. Ma ci sono buone ragioni per  preoccuparsi. E io lo sono, non lo nascondo.</p>
<p><strong>Cosa ne pensi della decisione del governo di rendere la laurea in medicina abilitante?</strong></p>
<p>Da laureati potremo fare le guardie mediche, anche se quello che ci manca è l&#8217;esperienza, che non può essere acquisita in tempi brevi. In questa occasione però possiamo metterci a disposizione anche per le cose più banali, come ad esempio essere pronti a fare i tamponi in giro per l&#8217;Italia. Personalmente credo che sia sicuramente meglio avere più personale possibile che non averne e quindi sono favorevole alla scelta di rendere la laurea abilitante. Per me è una tortura stare a casa, perché mi metterei subito a disposizione.</p>
<p style="text-align: right;">Di Francesco Castagna</p>
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