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	<title>magzine &#187; EEAO</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Oscar 2023: sette statuette per il film della premiata ditta dei &#8220;Daniels&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Mar 2023 11:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Samuele Valori]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Trent’anni fa usciva nelle sale Encino Man, una commedia americana che aveva come protagonisti due amici che, scavando una piscina in giardino, trovano un uomo primitivo perfettamente conservato in un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/2023_oscar-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="2023_oscar-1" /></p><p>Trent’anni fa usciva nelle sale <em>Encino Man</em>, una commedia americana che aveva come protagonisti due amici che, scavando una piscina in giardino, trovano un uomo primitivo perfettamente conservato in un cubo di ghiaccio. Brendan Fraser e Ke Huy Quan, entrambi nel cast, per molti anni si sono ritrovati in una situazione del genere: intrappolati nel ghiaccio, vivi, ma con le rispettive carriere congelate. Ieri notte hanno tutti e due rotto le fredde pareti che li intrappolavano. La 95esima edizione degli Oscar è stata quella del riscatto e delle coincidenze come questa. Le sorprese invece sono mancate, tutto è andato come previsto.</p>
<p><strong>Vincitori</strong></p>
<p><strong><em>Everything Everywhere All at Once</em></strong> non è solo il film trionfatore assoluto di quest’anno, ma anche uno di quelli più vincenti di sempre. Sette statuette, di cui sei nelle categorie principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e ben tre attori premiati, tutti con una storia di riscatto alle spalle. Jamie Lee Curtis è la miglior attrice non protagonista, Michelle Yeoh, invece, batte la favorita Cate Blanchett e diventa la prima donna di origine asiatica a vincere la statuetta di miglior attrice. Inizialmente i Daniels avevano scritto l’intero copione pensando a un protagonista maschile, nello specifico avrebbero desiderato Jackie Chan, ma hanno cambiato idea in corso d’opera. Ecco, i Daniels: Daniel Scheinert e Daniel Kwan, registi e sceneggiatori al secondo film &#8211; il primo è il gioiellino <em>Swiss Army Man</em> – hanno eguagliato il record dei Fratelli Coen con Non è un paese per vecchi. Sono la seconda coppia a vincere nella stessa edizione regia, film e sceneggiatura. A proposito di sceneggiatura originale, resta un po’ l’amaro in bocca per <em>L’isola degli spiriti</em> di Martin McDonagh che forse avrebbe meritato la statuetta.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>In uno dei tanti multiversi Ke Huy Quan non ha mai lasciato Saigon e lavora in un ristorante vietnamita. In un altro non ha mai ottenuto il visto dagli USA e vive nel campo rifugiati di Hong Kong. C’è poi il Ke esploso dopo i <em>Goonies,</em> con all’attivo più di cinquanta film. Il nostro multiverso però è il più poetico e ci ha regalato l’immagine simbolo di questa edizione</span></p>
<p><strong><em>Niente di nuovo sul fronte occidentale</em></strong> è l’altro grande vincitore di ieri sera. Il remake tedesco targato Netflix trionfa come prevedibile come miglior film internazionale, ma a sorpresa si porta a casa altre tre statuette. James Friend vince per la migliore fotografia, scalzando il più quotato Roger Deakins (Empire of the Light), Volker Bertelmann batte il record man di candidature, nonché più anziano in gara, John Williams (The Fabelmans) con la sua colonna sonora carica di tensione e infine la scenografia. Netflix torna protagonista agli Oscar anche grazie al miglior film d’animazione: <strong><em>Pinocchio</em></strong> di Guillermo del Toro è stato il primo ad essere premiato ed era anche il vincitore più scontato. Bellissime le parole del regista messicano: «L’animazione è cinema. L’animazione non è un genere».</p>
<p>E poi c’è il già citato <strong>Brendan Fraser</strong>. La storia della sua carriera è stata raccontata in tutte le salse da qualsiasi rivista di settore e non solo. <strong><em>The Whale</em></strong> di Darren Aronofsky è stata l’occasione giusta al momento giusto: un film toccante, ruvido e disturbante. Un lungometraggio che ha vinto anche la statuetta per il miglior trucco. Fraser quando sale sul palco a ritirare il premio trema e non riesce a trattenersi. Anche per lui, come per il resto degli attori premiati, quella statuetta è il simbolo di una rinascita dalle ceneri.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/7284873_13090200_brendan_fraser_chi_e_oscar_miglior_attore_dieta_grasso_memoria_molestie_oggi_13_3_2023.jpg"><img class="alignnone  wp-image-64449" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/7284873_13090200_brendan_fraser_chi_e_oscar_miglior_attore_dieta_grasso_memoria_molestie_oggi_13_3_2023.jpg" alt="7284873_13090200_brendan_fraser_chi_e_oscar_miglior_attore_dieta_grasso_memoria_molestie_oggi_13_3_2023" width="719" height="394" /></a></p>
<p><strong>Rimpianti</strong></p>
<p>Parlare di sconfitti in un contesto del genere non ha senso, per cui è più corretto parlare di rimpianti. Torna ancora utile il concetto di multiverso perché forse, in un altro arco spazio-temporale <strong><em>The Fabelmans</em></strong> vince almeno una statuetta e non dobbiamo accontentarci di vedere Steven Spielberg applaudire sorridente i Daniels. Assegnargli la miglior regia sarebbe stato più che legittimo. De <strong><em>L’isola degli spiriti</em></strong> abbiamo già scritto, peccato per Colin Farrell che ha perso il testa a testa con Brendan Fraser – il che ci può stare – ma è scandaloso anche qui l’assenza di un riconoscimento. Tra le aspettative non mantenute vanno di diritto i due blockbuster: <strong><em>Top Gun Maverick</em></strong> era il più apprezzato in platea e tra gli addetti ai lavori, tant’è che il presentatore Jimmy Kimmel è entrato in teatro in paracadute omaggiando Tom Cruise. Eppure, ha perso la gara per il miglior montaggio con EEAO e si è dovuto accontentare del sonoro. L’altro campione d’incassi è <strong><em>Avatar 2</em></strong>, il film più costoso della storia del cinema. Qui si potrebbe aprire un capitolo a parte, anche solo per capire come sia possibile che James Cameron non sia finito nella cinquina dei migliori registi. Il secondo capitolo del kolossal, come era ovvio aspettarsi, vince per i migliori effetti speciali. I rimpianti riguardano purtroppo anche il cinema italiano: il cortometraggio <strong><em>Le pupille</em></strong> di Alice Rohrwacher a sorpresa viene battuto da <strong><em>An Irish Goodbye</em></strong>. Stesso triste destino per il trucco e le acconciature di Aldo Signoretti: <strong><em>Elvis</em></strong> chiude la serata con zero statuette.</p>
<p><strong>Attimi</strong></p>
<p><strong> <a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/harrison-ford-ke-huy-quan-oscars-031223-1-caf90cd709eb450598d6184a9d673bf3.jpg"><img class="alignnone  wp-image-64448" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/harrison-ford-ke-huy-quan-oscars-031223-1-caf90cd709eb450598d6184a9d673bf3.jpg" alt="harrison-ford-ke-huy-quan-oscars-031223-1-caf90cd709eb450598d6184a9d673bf3" width="719" height="479" /></a></strong></p>
<p>Di momenti iconici non ce ne sono stati molti, neppure uno schiaffo. Si potrebbero citare le esibizioni emozionanti di Lady Gaga e Rihanna, la vittoria annunciata della canzone indiana <em>Naatu Naatu</em> tratta dal film <em>RRR</em>, oppure l’imbarazzo generale della platea durante il triste scambio di battute tra Jimmy Kimmel e il premio Nobel per la pace Malala Yousafzai. Tuttavia, questa foto è l’immagine della serata.</p>
<p>In uno dei tanti multiversi Ke Huy Quan non ha mai lasciato Saigon e lavora in un ristorante vietnamita. In un altro universo, invece, non ha mai ottenuto il visto dagli Stati Uniti e ha passato dieci anni nel campo rifugiati di Hong Kong. C’è poi anche un Quan che dopo i <em>Goonies</em> ha visto esplodere la propria carriera e ha all’attivo più di cinquanta film e almeno quattro candidature agli Oscar. Il nostro multiverso però è il più poetico e ci ha regalato l’immagine simbolo di questa edizione. Ke Huy Quan è sul palco con tutto il cast, dopo aver ritirato il premio come miglior attore non protagonista e aver salutato la mamma che lo guarda da casa: <strong><em>Everything Everywhere All at Once</em></strong> ha appena vinto sette premi, tra cui miglior film. Ad annunciare la statuetta più importante non è stato un attore qualunque, ma Harrison Ford. Ke, quando lo vede salire sul palco, torna il bambino di dodici anni che nel 1984 viveva il sogno di recitare al fianco di Indiana Jones ne <em>Il tempio maledetto</em>. Quell’abbraccio tra i due durante i festeggiamenti segna la fine di un cerchio. Sì, forse il multiverso dove eravamo incastrati ieri era il migliore possibile. Tutto, ovunque e allo stesso momento.</p>
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		<title>Oscar 2023: ritorno alla normalità, senza esclusioni di arte</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Mar 2023 17:32:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Samuele Valori]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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		<category><![CDATA[Eddie Awards]]></category>
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		<category><![CDATA[Kevin Tent]]></category>
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		<description><![CDATA[Un anno fa di questi tempi iniziavano a divampare le prime polemiche. L’Academy stava prendendo una decisione tanto storica, quanto impopolare, in vista della 94esima edizione: lasciare sette categorie fuori ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4800" height="2700" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/eeao-1673382546.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="eeao-1673382546" /></p><p>Un anno fa di questi tempi iniziavano a divampare le prime polemiche. L’Academy stava prendendo una decisione tanto storica, quanto impopolare, in vista della 94esima edizione: lasciare sette categorie fuori dalla diretta e consegnare loro la statuetta prima della trasmissione. Tra queste c’erano perlopiù quelli che di solito vengono a torto definiti premi “tecnici”, quindi scenografia, sonoro, trucco e montaggio. Una decisione che aveva causato una valanga di lettere di protesta e che è stato  e probabilmente rimarrà un unicum nella storia degli Oscar. <mark class='mark mark-yellow'>Quest’anno torna tutto alla normalità e, sembra quasi una casualità, ma i due lungometraggi favoriti per il premio più ambito di miglior film parlano in qualche modo di montaggio</mark>.</p>
<p><strong><em>Everything Everywhere All at Once</em></strong> dei Daniels è un’opera divisiva, sebbene non si direbbe visti i premi raccolti in giro nei vari Festival e il numero di nominations. Un film che sfrutta lo stratagemma narrativo del multiverso per parlare di male di vivere, senso della vita e di buchi neri dell’anima. In Italia molti critici non ne hanno apprezzato lo stile e la durata &#8211; forse un po’ eccessiva &#8211; ma hanno decisamente torto quando parlano di accozzaglia di citazioni e temi. È la cifra stilistica dei due registi &#8211; vedere <em>Swiss Army Man</em> per credere &#8211;  che in questa seconda prova mette in primo piano proprio il montaggio: un lavoro certosino che in alcuni casi pone in secondo piano persino la regia. Dall’altro lato c’è invece la classicità intramontabile, la perfezione formale che si traduce in emozione. Si sta parlando di <strong><em>The Fabelmans</em></strong> di Steven Spielberg, il film autobiografico che il regista aveva sempre avuto paura di scrivere e riprendere. Il montaggio è naturale e privo di particolari scossoni, eppure è protagonista della storia. Il giovane Sammy passa l’adolescenza con la camera in mano e alle prese con la pellicola da tagliare e incollare. Il montaggio come si faceva una volta, prima dell’avvento del digitale.</p>
<p>Kevin Tent, montatore hollywoodiano candidato agli Oscar nel 2012 con <em>Paradiso amaro</em> di Alexander Payne, ha vissuto questa trasformazione: «Ho iniziato con la pellicola e oggi, anche se tutto è cambiato radicalmente, il pensiero del taglio è lo stesso. Sono diversi gli strumenti che ti consentono di fare molte più cose e in molto meno tempo. Come quando scrivi, che sia la penna o la tastiera, il procedimento mentale è il medesimo».</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/ace-eddie-awards-2023-nomination-scaled.jpg"><img class="alignnone  wp-image-64392" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/ace-eddie-awards-2023-nomination-scaled.jpg" alt="ace-eddie-awards-2023-nomination-scaled" width="728" height="409" /></a></p>
<p><strong>ACE</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Kevin Tent non è solo un montatore, ma dal 2020 è il presidente dell’American Cinema Editors, l’associazione dei montatori statunitensi</mark>. «Molte volte la gente ci scambia per un sindacato, dato che svolgiamo qualche funzione simile, ma non lo siamo. Potremmo definirci come una società onoraria ha l’obiettivo di promuovere l’arte del montaggio. Molta gente non ha idea di ciò che avviene dietro le quinte e crede che il film sia girato così come lo vede sullo schermo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Kevin Tent: &#8220;Molta gente crede che il film sia girato così come lo vede sullo schermo. Tuttavia, le giovani generazioni, grazie a Instagram e TikTok iniziano a tagliare e modificare video fin da bambini. Questo è magnifico e rende il montaggio accessibile a tutti al punto che i ragazzi ne comprendono il carattere artistico&#8221;.</span></p>
<p>Nata nel 1950, l’ACE ha sempre avuto un rapporto stretto con l’Academy: i montatori nominati agli Oscar erano i protagonisti di una cena annuale. Nel 1962 tutto ciò si è trasformato negli <mark class='mark mark-yellow'>Eddie Awards, una cerimonia che premia i migliori montatori dell’anno e che non comprende solo i film, ma anche le serie tv e i programmi televisivi. Quest’anno gli Eddie si sono tenuti una settimana prima degli Oscar e i vincitori per i lungometraggi sono stati Eddie Hamilton (<em>Top Gun Maverick</em>) e Paul Rogers (<em>Everything Everywhere All at Once</em>)</mark>. Due film che sono candidati per lo stesso premio anche dall’Academy: «È stato complicato votare quest’anno, i montatori candidati hanno tutti alzato il livello. Non solo quelli più estrosi, ma anche chi come Monika Willi (Tár) ha adottato uno stile più sottile e quasi invisibile. Sembra una cosa semplice e invece è difficilissimo. Sono molto contento anche per i premi alla carriera a Don Zimmerman (<em>Tornando a casa</em>, <em>Rocky III</em> e <em>IV</em>, <em>Patch Adams</em>) e a Lynne Willingham (<em>Breaking Bad</em>, <em>Better Call Saul</em>, <em>Ray Donovan</em>)» spiega Kevin.</p>
<p>Tent è stato soddisfatto della cerimonia di domenica, emozionante e soprattutto molto sentita dopo quanto accaduto nel 2022 a Los Angeles: «<mark class='mark mark-yellow'>L’esclusione dalla diretta degli Oscar dell’anno scorso ha ridato ancora più valore alla nostra cerimonia. Quella decisione aveva messo in difficoltà molti membri dell’ACE che facevano parte anche dell’Academy. Capisco che fossero sottoposti a molte pressioni finanziarie e che l’abbiano fatto per rendere lo show più divertente e veloce, ma non era una buona soluzione e penso che l’abbiano capito subito</mark>. Hanno ricevuto così tanta cattiva pubblicità a riguardo che sono certo che non succederà più una cosa del genere».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Kevin Tent: &#8220;Ho iniziato con la pellicola e oggi, anche se tutto è cambiato radicalmente, il pensiero del taglio è lo stesso. Sono diversi gli strumenti che ti consentono di fare molte più cose e in molto meno tempo. Come quando scrivi, che sia la penna o la tastiera, il procedimento mentale è il medesimo&#8221;.</span></p>
<p>Organizzazioni come l’American Cinema Editors in Italia non esistono, ma ne stanno nascendo diverse che racchiudono anche gli stati europei: «<mark class='mark mark-yellow'>C’è una federazione che si chiama <a href="https://www.tempo-filmeditors.com/">Tempo</a>, nata da poco e alla quale ci siamo uniti anche noi dell’ACE. Comprende i montatori di molti stati europei. È una cosa bellissima e credo che sia un grande primo passo verso una consapevolezza maggiore nei confronti del mestiere</mark>». La stessa consapevolezza che gli addetti ai lavori e i critici, per ovvi motivi, possiedono, si sta allargando negli ultimi tempi anche al pubblico, soprattutto quello di età più bassa. Il motivo risiede proprio in quel cambiamento tecnologico cui si faceva riferimento sopra, Tent ne è convinto: «Se nell’Academy tutti riconoscono il valore artistico del montaggio da sempre, tra le persone comuni penso che stia cambiando la percezione da un po’ di anni. Le nuove generazioni, persino i bambini, non appena aprono un loro profilo Instagram o TikTok, iniziano a modificare e montare i loro post. Questo è magnifico, un tempo era impensabile. <mark class='mark mark-yellow'>Il fatto che gli strumenti ora siano alla portata di tutti rende il montaggio molto più comprensibile e tutti iniziano a considerarlo una vera e propria forma d’arte</mark>».</p>
<p>È proprio il termine “arte” quello di cui spesso ci si dimentica. I film sono il prodotto di un lavoro collettivo che non comprende solo regista e sceneggiatore, ma un’innumerevole schiera di altre persone che no, non svolgono lavori “tecnici”. Sono artisti con una loro visione, un loro linguaggio e una loro poetica.</p>
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