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	<title>magzine &#187; covid19</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Russia e Cina, i regni del vaccino</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 10:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con la crisi pandemica che non accenna a fermarsi, i vaccini contro il Covid-19 &#8211; rappresentando l’unica soluzione in possesso di ogni governo per mettere in sicurezza la propria popolazione ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="402" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/xi_putin.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia e Cina, alleanza" /></p><p>Con la crisi pandemica che non accenna a fermarsi, i vaccini contro il Covid-19 &#8211; rappresentando l’unica soluzione in possesso di ogni governo per mettere in sicurezza la propria popolazione e far ripartire l’economia &#8211; stanno acquisendo un’importanza strategica non indifferente sullo scacchiere internazionale. Tutti i Paesi infatti lo bramano, anche se solo alcuni se lo possono permettere, visto che attualmente le dosi scarseggiano: è così cominciata una competizione su scala globale per accaparrarsele, che premia chi dispone di maggiori risorse.</p>
<p>I denari però da soli non bastano, perché in questa nuova grande partita geopolitica contano anche e soprattutto competenze e capacità scientifiche, sperimentali, logistiche e produttive: a partire i<em>n pole position</em> nella “corsa al vaccino” sono infatti quei Paesi che questo ambitissimo antidoto l’hanno brevettato e ora lo producono, oltre a commercializzarlo. Sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, a decidere a chi consegnarlo prima e a chi dopo, se farlo a prezzo di mercato o a condizioni privilegiate, per avere poi naturalmente un tornaconto personale.<mark class='mark mark-yellow'>Il vaccino è dunque diventato il vero <em>asset</em> della politica estera dei nostri giorni, soprattutto per quei Paesi – su tutti, la Russia – che ne hanno nazionalizzato il percorso di ricerca, la produzione e la distribuzione</mark>. Uno strumento geopolitico flessibile, un’arma di soft-power che consente agli “Stati donatori” di migliorare i rapporti diplomatici e di allargare la propria sfera d’influenza a quelle aree che rivestono un ruolo strategico per il loro business.</p>
<p>Con questo nessuno vuole negare che i Paesi produttori siano animati da un forte senso di responsabilità e da pulsioni filantropiche, ma non si può nemmeno tacere di fronte a certi scambi di favori impliciti, tanto lampanti quanto caratteristici delle dinamiche geopolitiche. In questo mercato dei taciti accordi, a dominare la scena sono Russia e Cina che, oltre a voler consolidare una serie di rapporti commerciali, puntano a nobilitare la loro immagine nel mondo.</p>
<p>I primi cercano di obliare l’annessione della Crimea e il caso Navalny e i secondi mirano  a diventare i salvatori della pandemia dopo averla generata. L’Occidente per il momento, anche per via del braccio di ferro tra Bruxelles e AstraZeneca e dei ritardi nelle forniture di Pfizer e Moderna, sembrerebbe defilarsi per concentrare i propri sforzi sulla vaccinazione interna;<mark class='mark mark-yellow'>nonostante un ruolo di grande protagonismo nella ricerca e nella produzione, Stati Uniti e Unione Europea stanno trascurando le opportunità geopolitiche che si nascondono dietro la corsa all’immunizzazione di massa, forse perché da questo punto di vista hanno meno da dimostrare rispetto agli altri due <em>player</em></mark>.</p>
<p>In questo modo hanno lasciato spazio alla penetrazione diplomatica di Russia e Cina, che si sono accaparrate ampie fette di mercato, conquistandosi la fiducia anche di Paesi filo-occidentali: il Dragone ha rastrellato tutto il Sud-Est asiatico, mentre il Cremlino ha fatto valere la sua influenza nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in India, in Iran e in Palestina. Entrambe si sono poi divise spicchi di Medio Oriente (dove comunque permane il predominio cinese visti gli accordi con Emirati Arabi e Bahrain) con forniture doppie in Turchia ed Egitto, ma anche il Nord Africa con Pechino pronta a rifornire il Marocco e Mosca che venderà il suo siero all’Algeria. Stesso schema si replica anche in America Latina con la Russia che ha stretto accordi con Venezuela, Bolivia, Cile, Paraguay, Argentina e Brasile, che però hanno avviato acquisti anche dai fornitori cinesi.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le mire espansionistiche di queste due potenze sono arrivate in Europa, dove si sono ingraziate Serbia e Ungheria, sempre più refrattarie alle politiche europeiste. Il vaccino russo, complici i tagli alle forniture di Pfizer e i dubbi sull’efficacia per gli over 70 che accompagnano l’approvazione di AstraZeneca, potrebbe presto varcare persino i confini dell’Unione Europea</mark>: occorrerà però prima aspettare l’approvazione dell’Ema, ad oggi tutt’altro che scontata, visto che non è ancora stato possibile condurre un controllo indipendente sulla reale efficacia del farmaco.</p>
<p>Sempre la Russia di Putin ha allargato i suoi orizzonti anche per l’aspetto produttivo del vaccino stipulando un accordo privato molto importante con un centro Pharma italiano, situato in Lombardia: Adienne Pharmas Biotech. Tutto questo è stato fatto per produrre 10 milioni di dosi del vaccino Sputnik V in pochi mesi. Saranno poi tutti rivenduti all’Italia o successivamente verranno redistribuiti ad altri Paesi?</p>
<p>Ma non è finita qui.<mark class='mark mark-yellow'>Il Cremlino, galvanizzato dalle attenzioni che la comunità internazionale sta riservando allo Sputnik V, ha infatti l’ambizione di dilatare ulteriormente il proprio piano espansionistico, offrendo un aiuto alle nazioni più povere, che stanno vivendo con impotenza la delicata fase di approvvigionamento dei vaccini</mark>.</p>
<p>Per realizzare tale progetto, Putin ha commissionato al Centro Gamaleya di Mosca la produzione della cosiddetta “versione light” dello Sputnik V, che potrà essere somministrato in una sola dose. “La versione light – ha evidenziato il direttore del laboratorio Alexander Gintsburg – servirà a quelle nazioni che attualmente non dispongono di un siero, non sono in grado di produrlo in proprio e non dispongono di fondi sufficienti per procurarsi con rapidità quelli realizzati altrove”. Gintsburg ha poi specificato che “la versione originale del vaccino offre una garanzia completa contro forme gravi che possono trasformarsi in letali; quella light invece riduce solo la probabilità di casi gravi ma non li esclude completamente”.<mark class='mark mark-yellow'>Nei giorni scorsi anche il presidente Vladimir Putin aveva detto che la durata effettiva della protezione dello Sputnik V monodose non sarà lunga come quella del vaccino autentico (si parla di circa 3-4 mesi). Tuttavia, secondo le sue parole, consentirà di inocularlo a molte più persone. E in quei Paesi questo dettaglio potrebbe fare tutta la differenza del mondo</mark>.</p>
<p>Il piano sembrerebbe filare, ma c’è un aspetto, piuttosto rilevante, che Putin sta sottostimando: molti di questi stati si trovano in Africa, bacino d’influenza di Pechino che, in quell’area, sta implementando una vera e propria infrastruttura di distribuzione del vaccino. Questa invasione di campo non verrebbe vista di buon occhio da Xi Jinping, che potrebbe far saltare l’alleanza russo-cinese, sulla carta inevitabile alla luce dell’ostruzionismo occidentale verso queste due superpotenze. D’altronde la geopolitica ci insegna che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Almeno fino a quando non si registrano ingerenze inaspettate.</p>
<p><strong><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9267.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-51296" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9267-300x200.jpg" alt="IMG_9267" width="300" height="200" /></a> </strong></p>
<p>Per discutere della distribuzione del vaccino Sputnik V e Sputnik light nei Paesi più poveri<mark class='mark mark-yellow'>abbiamo interpellato <strong>Paolo Calzini</strong>, docente di relazioni internazionali e Studi russi nelle Università statali di Milano e di Bologna</mark>.</p>
<p><strong>Perché l’Europa sia partita prevenuta sul vaccino russo nei mesi in cui anche le altre case farmaceutiche non illustravano dati relativi alla produzione?</strong></p>
<p>La Russia, dall’Europa, è ormai da tempo giudicata come una nazione lontana dalla cultura e identità dell’Unione dal punto di vista amministrativo. Infatti si parla di regime e non di democrazia e questa crepa si è rafforzata subito dopo l’avvelenamento di Navalny. Non esiste un caso scientifico sul perché l’Europa sia partita prevenuta nelle considerazioni fatte sul vaccino Sputnik V, ma è stata solo una delle ultime azioni compiute per destabilizzare l’ecosistema russo</p>
<p><strong>Che prospettive vede nella guerra alla distribuzione del vaccino tra Russia ed Europa, in quelle aree contese come i Balcani (Serbia in particolare)?</strong></p>
<p>La distribuzione del vaccino rischia di mettere in pericolo i rapporti tra Unione Europea e l’area dei Balcani. Infatti, nonostante l’UE si sia dotata di un programma per rifornire Serbia, Kosovo, Bosnia, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania, Stati che potrebbero nei prossimi anni entrare nel blocco comunitario, le consegne stanno subendo diversi ritardi. Il presidente della Repubblica della Serbia, Aleksandar Vucic pertanto ha deciso di virare verso Mosca, acquistando 500 milioni di dosi dello Sputnik V e ridisegnando così lo scenario geopolitico della zona. Putin sarebbe pronto ad estendere la sua influenza sulla ex Jugoslavia e, se l’Europa non si attiverà in tempo in merito anche ad altri temi sul piatto, potrebbe anche riuscire nel suo intento.</p>
<p><strong>Con la produzione dello Sputnik light la Russia cercherà di rafforzarsi a livello geopolitico con la vendita ai Paesi più poveri, ma in questo trova un grande scoglio, la Cina. Non crede che una futura alleanza con il regime cinese potrebbe crollare di fronte a una competizione così serrata sul versante della diplomazia dei vaccini?</strong></p>
<p>La Cina è stato il primo Paese che ha deciso di distribuire il proprio vaccino in tutti gli altri, piccoli, Stati asiatici, soprattutto negli Emirati Arabi ed in Africa. Però il fatto che il vaccino russo sembra essere più sicuro, visto anche il ‘’benestare’’ della rivista scientifica <em>Lancet</em>, porta in dote a Putin qualche chance in più del ‘’suo cugino’’ Xi Jinping. In Asia è ormai certa la vendita del vaccino al Pakistan e alla Corea del Sud, con la quale sta collaborando relativamente alle catene di produzione e distribuzione. Invece, più che in Africa, lo Sputnik V sta riscontrando un grande successo in molti Paesi dell’America Latina, come per esempio il Brasile. Credo che non si arriverà ad una guerra nella distribuzione del vaccino tra Russia e Cina. Ogni Stato sarà libero di scegliere basandosi sui dati scientifici o su accordi diplomatici presenti da tempo con uno dei due grandi regimi.</p>
<p><strong>La partnership più naturale per Mosca, quindi, sarebbe quella con l’Europa, visto il legame geografico. Tuttavia gli Stati Uniti hanno sempre cercato di ostacolare in ogni modo questa alleanza. La Russia rischia allora di isolarsi?</strong></p>
<p>Userei un verbo al passato: l’Europa era la partnership ideale per Mosca. Ormai, dopo le dure dichiarazioni di Biden, non credo che la Russia abbia possibilità di entrar a far parte di quel progetto fondato sull’atlantismo, tanto auspicato in ultimo anche dal nostro premier Mario Draghi. La Russia se dovesse entrare in rotta di collisione con la Cina potrebbe isolarsi, ha ragione, ma come spiegato prima, secondo me non si verificherà alcun tipo di scontro sui vaccini.</p>
<p><strong>La diplomazia dei vaccini serve a compensare le macchie di questi anni, dall’annessione della Crimea al caso Navalny? Quante dosi di vaccino possono compensare le tante violazioni dei diritti umani?</strong></p>
<p><strong> </strong>Moralmente ed eticamente le risponderei che nessuna azione dovrebbe nascondere atrocità; però, a livello geopolitico, in un momento di emergenza come questo ogni aiuto può darci la possibilità di uscire da questa situazione intricatissima. E qui la Russia giocherà un ruolo chiave nei prossimi mesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9268.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-51295" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/IMG_9268-300x196.jpg" alt="IMG_9268" width="300" height="196" /></a></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Sull’alleanza geopolitica con la Cina per la distribuzione dei vaccini in tutto il mondo, invece, abbiamo sentito <strong>Gabriele Battaglia, </strong>direttore dell’agenzia <em>China Files</em>, corrispondente di <em>Radio Popolare</em> e collaboratore di <em>Il Venerdì</em> di <em>Repubblica</mark>.</em></p>
<p><strong>Perché ci sono molte nazioni che puntano all’acquisto del vaccino cinese rispetto anche a quello </strong><strong>r</strong><strong>usso, dove riviste scientifiche internazionali come <em>Lancet</em> hanno dato esito positivo della sua efficacia?</strong></p>
<p>La Cina ha scelto da subito, come nel caso della Russia, di adottare una politica distributiva sul vaccino. Ovvero il governo cinese ha preferito vendere il proprio vaccino ad altri Paesi. Esempi vicino a noi sono Ungheria e Serbia, ancor prima di vaccinare la propria popolazione. Infatti, riportando gli ultimi dati disponibili sulle vaccinazioni interne, solamente il 6% dei cittadini cinesi ha ricevuto il siero. La Cina in questo è riuscita a colmare, sempre come nel caso della Russia, i vuoti lasciati dall’Unione Europea. La politica dell governo cinese, che preferisce la distribuzione, è resa possibile da diversi fattori. La Cina da oltre 40 anni è in grado di produrre internamente, grazie all’economie di scala, il vaccino. Rifornisce infatti il sud globale. La fortuna, poi, sulla distribuzione dei vaccini è dovuta anche agli stessi Paesi che comprano, in quanto lo fanno senza troppe pretese per quanto riguarda il rispetto di tutti gli standard, come invece avverrebbe con agenzie come Ema o Aifa. L’obiettivo di Paesi come Indonesia, Pakistan, Brasile, Turchia e Emirati Arabi Uniti è stato sin da subito vaccinare, vaccinare e vaccinare per tornare il più possibile alla vita di prima.</p>
<p><strong>La politica adottata sul vaccino come viene vista dagli stessi cittadini cinesi che si vedono scavalcati rispetto ad altri </strong><strong>P</strong><strong>aesi dal loro stesso governo? </strong></p>
<p>Le cose sembrano cambiare in questo momento. Dopo quanto fatto nei primi mesi dall’ottenimento del vaccino Sinovac, il governo si è posto come obiettivo quello di vaccinare entro giugno il 40% della popolazione cinese e, facendo un rapido calcolo, da oggi per tutti giorni devono essere fatte dieci milioni di vaccinazioni al giorno. La stessa popolazione comunque non ha criticato l’iniziale scelta del governo sulla distribuzione del vaccino ancor prima dell’inoculazione di massa interna, perché il sentiment attuale non è quello di vaccinarsi. Questo non per la poca fiducia nelle istituzioni nazionali, ma quasi l’esatto opposto. In Cina ha funzionato bene ciò che da noi è stato un fallimento totale, ovvero il tracciamento e i tamponi per controllare ogni quartiere. Tutto questo porta maggiore sicurezza e gli stessi cittadini sono liberi di uscire senza restrizione. Quindi la domanda, in Cina, è: perché dovrei vaccinarmi se il pericolo è contenuto perfettamente o quasi?  È vero anche che le autorità adesso, con i mezzi ‘’leciti’’ secondo loro, stanno cercando di sensibilizzare la popolazione sulla questione vaccino. Un tipo di pressione psicologica fatta da parte di funzionari locali a Pechino è quella di attaccare adesivi sulla porta degli uffici in cui è scritto che in quello studio, faccio un esempio, meno del 40% dei dipendenti si è vaccinato. Esponendo così alla pubblica riprovazione o alla vergogna.</p>
<p><strong>Il governo cinese, dopo i dati positivi avuti sul turismo interno la scorsa estate, potrebbe aver pensato di vaccinare più tardi i propri concittadini</strong><strong>, così da non farli viaggiare </strong><strong>in vista del passaporto sanitario che sarà obbligatorio per </strong><strong>spostarsi</strong><strong> in molti </strong><strong>P</strong><strong>aesi occidentali da questa estate? </strong></p>
<p>Non credo; il tutto è subordinato a fattori come la sicurezza e la prevenzione. È vero che la scorsa estate, non potendo viaggiare, il profitto del turismo interno è aumentato, ma adesso, se dovessero scoppiare anche focolai interni in Cina, lo stesso governo sconsiglia di spostarsi internamente, incentivando il restare a casa, quindi non credo che la politica del vaccino sia collegata alla politica del turismo.</p>
<p><strong>Nelle ultime ore è stato stipulato un accordo tra Russia e Cina sulla produzione di 60 milioni di dosi del vaccino russo, Sputnik V</strong><strong>,</strong><strong> nella stessa Cina. Questa alleanza sempre più stretta tra le due potenze asiatiche come viene vista in occidente? Non è anche conseguenza delle politiche adottate dall’alleanza atlantica? </strong></p>
<p>Cina e Russia hanno una convergenza di interessi in questo momento. Non penso che si tratti di una vera e propria alleanza, anche perché in Asia centrale si spezzano i piedi come sfere di influenza. Diventano, però, di fronte all’aggressione da parte dell’Occidente, un’alleanza economica sempre più forte. Cercheranno di trovare una serie di nessi virtuosi o compromessi per continuare insieme. Un punto di incontro si sta raggiungendo sulla politica dei vaccini, con un vero e proprio scambio della produzione del vaccino, anche perché pure la Cina produrrà il vaccino Cansino in Russia. Tutto questo fa parte di un riassetto geopolitico mondiale che è ancora in corso.</p>
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		<title>Rosaria Iardino, il potere di un bacio</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2020 10:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Castagna]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;1 dicembre 2020, a quasi 40 anni da quel 5 giugno 1981, in cui il medico-ricercatore Michael Gottlieb diagnosticò i sintomi di una polmonite (a causa di un fungo patogeno) ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/Rosaria.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Rosaria" /></p><p>L&#8217;1 dicembre 2020, a quasi 40 anni da quel 5 giugno 1981, in cui il medico-ricercatore <em>Michael Gottlieb</em> diagnosticò i sintomi di una polmonite (a causa di un fungo patogeno) su pazienti omosessuali, ci troviamo ancora a dover combattere contro quella che fu una vera e propria pandemia e che legò indissolubilmente il contagio a comportamenti stigmatizzabili. Il 2020 ci ha “regalato” prove di quanto la nostra memoria sia labile riguardo agli errori umani e se la comunità cinese ha dovuto subire una dimostrazione delle violenze verbali e fisiche di cui le società non istruite sono capaci, la comunità Lgbt e chiunque tentasse di sostenerli rimasero per anni nel buio. Si ignora dunque una fase nascosta del passaggio del virus da quello animale (Siv) ad una mutazione umana (Hiv) in cui a manifestare gli anticorpi erano persone che vivevano gli ultimi decenni del 1800, per giunta tutte eterosessuali. Tornando però al 1981, il <em>Centers for Disease Control and Prevention</em> diede un nome a questa sindrome, e la chiamò: “Sindrome da immunodeficienza acquisita gay”.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/images-4.jpg"><img class="alignnone wp-image-48787 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/images-4.jpg" alt="images (4)" width="497" height="278" /></a></p>
<p>Probabilmente questo fu uno degli errori principali che causarono un conseguente stigma, ma in ogni caso da lì in poi la comunità Lgbt+ mondiale si trovò coinvolta e chiamata in causa. E rispose eccome, seppur con molto coraggio, perché, se al momento le “fake news” che riguardano il coronavirus sembrano inconcepibili, quelle sull’Hiv non furono da meno. E così, in uno dei tanti importanti scenari locali, si inseriscono l’immunologo dello Spallanzani di Roma <strong>Fernando Aiuti e Rosaria Iardino</strong>, attualmente esperta in politiche socio-sanitarie e all’epoca paziente sieropositiva.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/fernando-aiuti-bacio-aids-678x381.jpg"><img class="alignnone wp-image-48790 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/fernando-aiuti-bacio-aids-678x381.jpg" alt="fernando-aiuti-bacio-aids-678x381" width="678" height="381" /></a></p>
<p><strong>Lei ha definito il Covid-19 un virus ignorante, riprendendo una citazione del dottore Mantovani, ma all’epoca cosa nello specifico non si conosceva dell’Hiv?</strong></p>
<p>Il virus dell’Hiv era poco conosciuto sotto molti punti di vista, sia per quanto riguarda la provenienza e la sua diffusione. All’inizio si pensava veramente che si prendesse anche da un bicchiere e non si aveva la minima idea di quanto potesse resistere al di fuori del corpo. C’è poi una differenza di tecnologie rispetto al 2020 e la non conoscenza dell&#8217;Hiv che ha generato una cattiva comunicazione. Fino al 1985 era stato dato un nome diverso all’Aids: il <em>Center for disease control and prevention di Atlanta</em> (organismi di controllo sulla sanità pubblica statunitensi) diede un nome a questa malattia, definendola “sindrome di immunodeficienza correlata ai gay”. Le prime evidenze cliniche effettivamente furono rilevate negli omosessuali.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/aids-foto-gay-8-1.jpg"><img class=" wp-image-48788 aligncenter" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/aids-foto-gay-8-1-300x207.jpg" alt="aids-foto-gay-8-1" width="423" height="292" /></a></p>
<p><strong>E quindi cosa ha spinto ad approfondire una sindrome che non si conosceva?</strong></p>
<p>Nei giovani uomini si presentarono delle polmoniti frequenti da pneumocistosi, che non erano patologie correlate né a quell’età né a persone sane. Lo stigma stava venendo proprio da chi doveva dare il nome a questa sindrome, facendo un errore sia scientifico che sociale. Ed è stato un grande errore. Se infatti la diffusione del contagio negli Stati Uniti è avvenuta attraverso la comunità LGBT+, nel Sud dell’Europa le persone si contagiavano facendo uso di droga. Questi fattori ha fatto cambiare idea alla comunità scientifica (non bastarono i casi di Rock Hudson e Ryan White, <em>ndr</em>) e dal 1986 si scelse di chiamarla “sindrome da immunodeficienza acquisita”.</p>
<p><strong>Come è nata l’idea del bacio tra lei e il dottor Fernando Aiuti?</strong></p>
<p>Io e Fernando, la sera prima di quella foto, eravamo seduti al tavolo di un ristorante, arrabbiati per aver letto sui giornali (all’epoca era più che normale e frequente) che l’Hiv si trasmetteva con un bacio. Pensammo di rispondere ad una frase del genere con la provocazione che ci era stata “offerta”: il bacio stesso.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/Fernando_Aiuti_bacio.jpg"><img class="alignnone wp-image-48792 size-full" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/Fernando_Aiuti_bacio.jpg" alt="Fernando_Aiuti_bacio" width="435" height="340" /></a></p>
<p><strong>Che impatto ha avuto quella foto?</strong></p>
<p>L’impatto è stato globale: è servita molto di più di molte campagne di comunicazione che all’epoca costavano migliaia di lire, e non è replicabile oggi perché la visualizzazione della trasmissione è palese. Quel tipo di comunicazione era la raffigurazione della vita reale rispetto a qualcosa di narrato. L’impatto è stato fortissimo: noi non ce lo saremmo mai aspettati, ma contro ogni aspettativa quel bacio è entrato nei cento baci più importanti, in scala globale, del secolo. Questo bacio che ci siamo dati nel ’91 è servito ad allontanare la paura perché le persone non volevano nemmeno più toccarti se eri omosessuale. Nessun abbraccio né tantomeno un bacio era concesso. Questi gesti purtroppo oggi ci sembrano lontani, ma sappiamo che la lontananza non è dovuta ad una stigmatizzazione bensì ad una maggiore conoscenza delle malattie.<img class="aligncenter wp-image-48789" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/12/download-8.jpg" alt="download (8)" width="300" height="415" /></p>
<p><strong>Che cosa ne pensa dell’intervento sanitario che c’è stato durante le due pandemie, mettendole a confronto?</strong></p>
<p>Per il Covid-19 i governi di tutto il mondo non si possono permettere il lusso di bloccare qualsiasi tipo di comunicazione sanitaria e informazione scientifica. Le modalità con cui si trasmette questo virus presuppongono che ci sia un costante e forte intervento statale. Per quanto riguarda l’Hiv, è successo che gli Stati si sono impegnati nell’affrontare questo virus, ma quando si è riuscito con le cure ad arginarlo, clinicamente parlando, quasi se ne sono dimenticati. Da anni, infatti, la comunicazione su questo tema è fortemente ridotta e questo porta a registrare nuove infezioni ogni anno. Fortunatamente adesso abbiamo delle cure molto efficaci per rendere il virus non più trasmissibile da corpo a corpo ma dobbiamo ricordarci che anche l’Hiv è una pandemia e che senza un vaccino non ne usciremo. Per quanto riguarda il Covid-19, purtroppo, al momento, non disponiamo di cure valide in larga scala e perciò è fondamentale la ricerca di un vaccino.</p>
<p><strong>La presidente della fondazione <em>The Bridge </em>ha affermato che siamo passati</strong> <strong>da una società che ti porta all’emarginazione sociale per via della paura di un virus, come quello dell’Hiv, ad una che lo fa chiudendoti in casa per via di una situazione clinica, noncurante del tuo stato di famiglia, della tua condizione lavorativa e sociale.</strong></p>
<p>Con oltre 3mila casi di infezione in Italia, è importante analizzare le cause di questa diffusione che, seppur in calo, è ancora rilevante e, in assenza di un vaccino preoccupa ancora. I farmaci anti-retrovirali sono diventati molto più efficienti, si è passati da trattamenti giornalieri a trattamenti mensili, ma con specifici ceppi dell’Hiv il virus continua a rimanere resistente. La presidente Iardino sostiene inoltre l’importanza di una continua informazione e sensibilizzazione sul tema, che non sia relegata soltanto al giorno della lotta mondiale contro l’Aids.</p>
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		<title>Look Down, il marmo che ricorda i dimenticati</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 07:04:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Viviana Astazi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Una mattina di inizio novembre, Napoli si è svegliata ritrovando un neonato alle sue porte. Non un bambino qualsiasi: un piccolo gigante di marmo raccolto in posizione fetale e addormentato ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1066" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Look-Down_Jago.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Look Down_Jago" /></p><p>Una mattina di inizio novembre, Napoli si è svegliata ritrovando un neonato alle sue porte. Non un bambino qualsiasi: un piccolo gigante di marmo raccolto in posizione fetale e addormentato a piazza del Plebiscito, dove decine di persone si sono fermate a guardarlo a bocca aperta.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La scultura, dall’emblematico nome <em>Look Down</em> – gioco di parole che strizza l’occhio al termine <em>lockdown</em> ormai entrato nel nostro linguaggio corrente – è opera dello scultore anagnino <strong>Jacopo Cardillo</strong>, <strong>conosciuto in tutto il mondo come Jago</strong>. Il messaggio sociale che lancia è semplice quanto innovativo nella forma che assume: non dimenticare mai il prossimo, soprattutto in tempi difficili come quello che stiamo vivendo.</mark> Un invito che è stato raccolto dai lavoratori della Whirlpool, che nelle proteste contro la chiusura della sede napoletana decretata dai vertici dell’azienda hanno fatto di quest’opera un loro simbolo, coprendola con delle magliette come per proteggerla dalle intemperie dell’autunno e dell’inverno incombente.</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Look-Down_Jago-2.jpg" title="Look Down, il neonato incatenato a terra">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Look-Down_Jago-2.jpg" alt="Look-Down_Jago-2">
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							Look Down, il neonato incatenato a terra
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<p>Jago ha rappresentato le categorie più fragili condensandole in un inerme neonato, ma <strong>a chi pensa per primo quando si parla di ultimi?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Anche a me stesso, a dire la verità</mark> – sorride in collegamento su Skype –. La domanda è: primi rispetto a che cosa e ultimi rispetto a chi? Ci sarà sempre qualcuno che viene dopo. Ho fatto sicuramente esperienza degli ultimi, mi sembra di averne visti, ma anch’io sono dietro qualcun altro. Se ci rendiamo conto di questo, possiamo partecipare a un meccanismo collettivo che può essere rivoluzionario nel riuscire a posizionarci e a capire che siamo tutti profondamente collegati. E poi anche sapersi accontentare. Mi è capitato, nei giorni scorsi, di vedere un video di bambini in Messico che ricevevano in regalo matite, colori… un po’ ho rivisto me da piccolo. Per loro era qualcosa di inaspettato; bambini che non hanno nulla, eppure vedevi una gioia infinita con quello che può sembrare poco – ma poco non è – perché i colori si possono tradurre in capolavori, in opportunità, in creatività, e rivoluzionare un’esistenza. <mark class='mark mark-yellow'>Non so effettivamente chi è ultimo, ma mi rendo conto che ci sono delle persone che soffrono una condizione “naturale” o imposta e vedo anche altre persone a cui non manca nulla, ma che si lamentano più di chi non ha niente.</mark> Credo che l’unica cosa che vale la pena fare sia occuparsi di se stessi, perché se io ho amor proprio riesco anche a dedicarmi con amore agli altri. <mark class='mark mark-yellow'>Ognuno vede nell’opera ciò che vuole: apri gli occhi e guarda in basso, renditi conto di dove sei rispetto a chi puoi fare un intervento diretto. <strong>Ognuno a livello diverso può fare un intervento diretto</strong></mark>».</p>
<p><strong>Un dettaglio che cattura l’attenzione di chi osserva l’opera è il cordone ombelicale, rappresentato con una lunga catena di ferro</strong> che blocca a terra la statua. Jago ne spiega il significato: «<mark class='mark mark-yellow'>È un’immagine a cui ho pensato nel 2016, perché il cordone ombelicale è il primo elemento del nutrimento, che deriva dal benessere di chi, attraverso quel cordone, ti fornisce il sostentamento. Se la vita è malsana, chi ne subisce le conseguenze senza poter fare nulla? Il bambino che se ne sta lì inerme. Anche il popolo a volte si trova in questa condizione: può scalciare, lamentarsi e piangere, ma poi quel cordone, se non porta nutrimento, può diventare una catena da cui diventa difficilissimo staccarsi</mark>». <strong>C’è qualcosa che fa sentire anche lui prigioniero?</strong> Jago annuisce: «<mark class='mark mark-yellow'>La mancanza di cultura e il dover dipendere da altri.</mark> Questo mi può far sentire in catene e mi rende vorace di informazioni, perché voglio essere libero e, se hai consapevolezza culturale, sei tu che puoi aiutare gli altri. Ma se manchi di cultura, dipenderai dagli altri e crederai a ciò che ti dicono, diventerai un consumatore. Non parlo di nozionismo: tutti possono aprire un libro e imparare a memoria delle cose, ma la vera consapevolezza è padroneggiare un contenuto e metterlo in pratica nella vita di tutti i giorni».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Donald_Jago-2.jpg" title="Donald, riferimento a Trump e al muro con il Messico">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Donald_Jago-2.jpg" alt="Donald_Jago-2">
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							Donald, riferimento a Trump e al muro con il Messico
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<p>Scegliere uno spazio aperto come casa per la statua significa raggiungere un pubblico più largo possibile, ma <strong>perché ha scelto proprio piazza del Plebiscito?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>La prima volta che ci sono stato, mi ha fatto la stessa impressione – forse anche maggiore – di piazza del Popolo a Roma. Sono due piazze che abbracciano grazie al colonnato, però a Roma è un abbraccio più chiuso, che ti stringe dentro, mentre quello di Napoli è aperto, come se si rivolgesse a chi viene dal mare, dicendo “Vieni, c’è spazio anche per te”,</mark> quindi mi interessava questa prospettiva. Quando posizioni un’opera, questa si colora dell’ambiente circostante. È un concetto molto importante per la scultura, perché manca di un elemento che nella pittura c’è ed è la cornice. La cornice rende tutto perfetto, perché ovunque metti il quadro vedono tutti la stessa cosa. Nella scultura, invece, ognuno – anche chi ti sta accanto – vede altro, perché il punto di vista è leggermente diverso. La cornice quindi è il contesto, così come le persone che sono lì, che la frequentano, che la sporcano».</p>
<p>Sono stati proprio i passanti in piazza del Plebiscito a dare risalto e importanza alla scultura lasciata da Jago, che ha poi colpito la sensibilità di migliaia di persone in Italia attraverso il passaparola sui social. Sembra quasi che questo grande pubblico si sia risvegliato dal torpore, segno che l’arte continua a essere uno strumento molto efficace per attirare l’attenzione e per scatenare la riflessione in chi osserva una certa opera. Eppure tra le attività chiuse a causa di questo secondo, parziale <em>lockdown</em> ci sono di nuovo anche i musei, che pure si erano adeguati già da maggio agli ingressi contingentati e alle altre misure di sicurezza. Tenerli aperti avrebbe avuto in qualche modo un impatto psicologico sulla popolazione? Per Jago, in realtà, il punto è un altro: «Quella che viviamo può diventare un’opportunità di inventare nuovi modi per fruire dell’arte. Se parliamo di turismo, con le riaperture i visitatori andranno con maggior desiderio ai musei per timore di non poter entrarci se chiuderanno un’altra volta».</p>
<p>E i giovani che si affacciano al mondo del lavoro? <strong>Jago afferma che anche per lui <mark class='mark mark-yellow'>questa è «un’opportunità gigantesca per imparare. Se la nostra generazione farà tesoro di questo momento, avrà una grande eredità da lasciare ai propri figli</strong>.</mark> Credo che questa situazione servirà anche a far aprire gli occhi alle persone, utilizzando la creatività per creare nuovi paradigmi per riuscire a vivere e magari a generare un’eredità che sia culturale o familiare che possa diventare un valore aggiunto per le future generazioni».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Memoria-di-sé.jpg" title="Memoria di sé, il ricordo dell'io bambino dell'artista">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Memoria-di-sé.jpg" alt="Memoria-di-sé">
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							Memoria di sé, il ricordo dell'io bambino dell'artista
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<p>A proposito di future generazioni, <strong>se si studiano le opere di Jago ci si accorge subito di come i bambini siano soggetti ricorrenti, ritratti in momenti diversi dell’infanzia</strong>: dal neonato di <em>Look Down</em> al piccolo <em>Donald</em> intento a giocare con le costruzioni mentre siede su un seggiolone, passando per il <em>Figlio Velato</em> e la <em>Memoria di sé</em>. <strong>Jago ha nostalgia della propria infanzia o si sente ancora un bambino?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Sì, assolutamente – annuisce con prontezza davanti alla seconda ipotesi –. Un bambino impara a camminare cadendo. Io continuo a cadere ogni giorno proprio perché mantengo dentro di me quella modalità operativa. Continuo e voglio continuare a essere bambino, perché ha due cose fondamentali che poi purtroppo si perdono entrando nei meccanismi dell’educazione, soprattutto scolastica: la curiosità e l’entusiasmo.</mark> Finiscono perché devi lavorare, perché hai i tuoi problemi… Esaurisci le uniche due fonti di energia che contano e che si traducono in creatività. È per questo che voglio continuare a essere un bambino».</p>
<p>Nella scultura di Jago, però, c’è spazio per molto altro. <strong>Il suo prossimo progetto, già avviato, è una rivisitazione della <em>Pietà</em> di Michelangelo dove, rovesciando i ruoli originari, metterà in evidenza la figura paterna che regge tra le braccia il corpo della figlia</strong>. Un modo, come ci spiega, per ribaltare la tradizionale rappresentazione dell’uomo «storicamente dipinto come il violento, lo stupratore, il malvagio. Ci sta, perché esistono anche queste tipologie di maschi, ma esiste anche l’amore paterno. <mark class='mark mark-yellow'>Esiste una tipologia di uomo che sa essere un padre, un genitore, un amante vero, un innamorato; che sa occuparsi di cose semplici, come accogliere e amare. Va sottolineato questo aspetto ed era un’immagine che avevo in mente. L’ho solo tradotta in una forma</mark>».</p>
<p>Jago per sé non ama parlare di ispirazione, che vede incarnata in tutto ciò che ci circonda. Allora <strong>cos’è che fa scattare in lui la scintilla creativa?</strong> «<mark class='mark mark-yellow'>Sono chiaramente mosso dall’intuizione</mark> – dice con un’alzata di spalle –, ma lo definirei più che altro equilibrio. È come quando cammini: non è che fai un passo giusto, è che il corpo anche quando si sta fermi continua ad avere dei micro assestamenti per mantenersi in equilibrio. L’intuizione funziona allo stesso modo. <mark class='mark mark-yellow'>Di fatto c’è il desiderio di riuscire ad avvicinarti a quella che è la tua idea, e allora lì ti muovi stando in equilibrio, un equilibrio sottile tra quello che vorresti fare e quello che poi effettivamente si manifesta</mark>».</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-left aesop-image-component-caption-center" style="width:300px;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Figlio-Velato_Jago-2.jpg" title="Il figlio velato, ispirato al Cristo conservato a Napoli">
							<p class="aesop-img-enlarge"><i class="aesopicon aesopicon-search-plus"></i> Enlarge</p>
							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/Figlio-Velato_Jago-2.jpg" alt="Figlio-Velato_Jago-2">
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							Il figlio velato, ispirato al Cristo conservato a Napoli
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<p>Prima di salutarci, però, c’è un’ultima curiosità da spiegare: <strong>perché ha scelto proprio Napoli e il Rione Sanità come base per i suoi lavori italiani</strong>? «<mark class='mark mark-yellow'>Perché il luogo è il genio</mark> – afferma con un altro sorriso –. <mark class='mark mark-yellow'>Se vuoi darti una possibilità di crescita, devi andare nei luoghi che ti possono condizionare favorevolmente. Se hai qualcosa da dire o seminare, hai bisogno di un terreno fertile dove ci sia spazio per mettere i tuoi semi</mark>». Si ferma per un istante, poi continua, raccontando la sua esperienza anche in campo internazionale: «A New York tutti corrono e non c’è spazio per nessuno, perché ormai è satura. Cinquant’anni fa c’era posto per gli artisti; oggi se ci vai che sei realizzato forse troverai uno spazio, altrimenti devi andare dove si può seminare. L’esposizione del <em>Figlio Velato</em> qui a Napoli è un seme in un luogo in cui potrà germogliare. Quando Michelangelo lavorava a Roma la sua affermazione era “Questo è un posto di preti e puttane”: per lui era una palude, dove però si poteva seminare. Hanno iniziato a farlo e oggi Roma è quella che vediamo».</p>
<p><strong>© Massimiliano Ricci per la foto in primo piano, in alto. Napoli, 2020</strong></p>
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		<title>Pet Industry, nessuna crisi per l&#8217;indotto degli animali domestici</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2020 21:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Coronavirus ha letteralmente ammazzato l’economia in tutto il mondo. Molte industrie, molti negozi, bar e ristoranti hanno dovuto licenziare dipendenti o addirittura chiudere. In altri casi la pandemia ha ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2260" height="1264" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/07/Schermata-2020-07-01-alle-17.31.33.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Schermata 2020-07-01 alle 17.31.33" /></p><p>Il Coronavirus ha letteralmente ammazzato l’economia in tutto il mondo. Molte industrie, molti negozi, bar e ristoranti hanno dovuto licenziare dipendenti o addirittura chiudere. In altri casi la pandemia ha modificato il mercato globale proponendo nuovi scenari lavorativi o rafforzandone altri come l’e-commerce.<mark class='mark mark-yellow'>Esiste però un’industria che non ha mai risentito di un grande calo della domanda e nonostante il Covid19, riparte più forte di prima: è la Pet Industry</mark>. Negli anni questo settore ha subito mutamenti sostanziali che hanno portato ad una crescita costante sin dal 2013. Concluso il lockdown, quantomeno in Italia, vogliamo capirne di più di questo indotto di colossi industriali, rivolto alla cura degli animali.</p>
<p><strong>Le potenzialità di crescita</strong></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/07/trends-in-the-pet-industry-mba-thesis-4-638.jpg"><img class="alignnone  wp-image-46283" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/07/trends-in-the-pet-industry-mba-thesis-4-638-300x225.jpg" alt="trends-in-the-pet-industry-mba-thesis-4-638" width="392" height="294" /></a></p>
<p>Secondo diversi analisti le potenzialità di crescita complessive del mercato degli animali domestici è notevole. <mark class='mark mark-yellow'><em>Edge by Ascential</em> prevede che la <em>Pet Care Industry </em>raggiungerà un valore di <strong>281 Mld di dollari entro il 2023 solo nel Nord America</strong>. Sarà invece l’<strong>Asia</strong>, nel prossimo decennio, a profilarsi come il mercato con più rapida espansione (+37%), secondo questo studio, <strong>raggiungendo il valore di 384 Mld di dollari</strong>.</mark> A conferma della vivacità del mercato legato alla Pet Industry, un ETF (Exchange Traded Fund) composto da venti titoli collegati a questo settore è stato lanciato dalla società di investimento <em>ProShare</em>. Il mercato dei <strong>farmaci per animali domestici</strong>, in particolare, si prospetta sempre più competitivo, con vendite che nel 2018 hanno raggiunto i <strong>9 Mld di dollari (+8,5% rispetto al 2017)</strong>. Inoltre Walmart, Petco e Chewy hanno rafforzato la loro presenza nel mercato veterinario, instaurando collaborazioni con nuovi partner globali tra cui <em>VitalPet</em> e <em>VetnCare</em>.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Da una parte una popolazione di animali domestici in crescita, dall&#8217;altra una sempre maggiore richiesta di cibo gourmet e accessori: cresce così l&#8217;indotto della pet industry, tra utili miliardari, fusioni e acquisizioni</span></p>
<p><strong>Acquisizioni &amp; Fusioni nella Pet Industry</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Solo negli Stati Uniti sono state registrate da Capstone Headwaters oltre <strong>70 fusioni e acquisizioni, nel 2018</strong>, di società legate alla Pet Industry</mark>. La <em>US Top Pet Food Company Database</em> ha rilevato che <strong>delle 70 totali oltre 50 fusioni ed acquisizioni solo avvenute nel settore del cibo per animali</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>Queste operazioni stanno portando nella maggior parte dei casi ad un aumento significativo dei ricavi per le aziende stesse</mark>. Menzionando invece una delle più grandi acquisizioni nella storia della vendita al dettaglio, il sito di e-commerce <a href="http://chewy.com/">chewy.com</a>, specializzato nel mangime per animali, è stato acquistato da <em>PetSmart</em> per oltre 3 miliardi di dollari.</p>
<p><strong>Mars Incorporated</strong></p>
<p><em>Mars Incorporated</em>, l’azienda che produce le famose merendine <em>Mars</em>, è un <strong>key player globale nell’industria del cibo animali domestici</strong>. Questa possiede infatti una propria linea, la <em>Mars Petcare</em>, della quale fanno parte circa 50 marchi, fra cui Pedigree, Whiskas e Royal Canin. Inoltre, con la recente acquisizione di <em>VCA Animal Hospitals</em> per 9,1 Mld di dollari, Mars Petcare è diventato anche il <strong>più grande gruppo veterinario del Nord America</strong>.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/07/spesa-pet-care.png"><img class="alignnone  wp-image-46284" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/07/spesa-pet-care-300x164.png" alt="spesa-pet-care" width="488" height="267" /></a></p>
<p><strong>La situazione della Pet Industry in Europa</strong></p>
<p><strong>La Pet Food Industry si attesta come la principale fetta di mercato europea</strong> legata agli animali domestici, con il <strong>45,7% dei ricavi totali nel settore</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>Si prospetta una crescita di questo specifico segmento per via del costante aumento della richiesta di cibo per animali, sia gourmet sia tradizionale</mark>. Con un ecosistema di oltre <strong>130 aziende produttrici</strong> di alimenti per animali domestici, il mercato EU potrebbe raggiungere un<strong> valore complessivo di 203 Mld di dollari entro il 2023</strong>. Raggiungono invece le 200 unità le aziende che si occupano della prima lavorazione. L’<em>European Pet Food Industry Federation</em> (FEDIAF) stima che fra 2018 e 2019 le vendite di cibo per animali hanno raggiunto in totale un<strong> volume di vendita di circa 8,8 tonnellate l’anno</strong>, con un guadagno intorno ai <strong>21 miliardi di dollari</strong>. Il valore annuale di<strong> prodotti e servizi </strong>dedicati alla cura degli animali domestici <strong>vale invece intorno ai 18,5 Mld di dollari</strong>. Francia (16,5%), Germania (16%) e Regno Unito (15,3%) si attestano come i principali mercati nel panorama europeo.</p>
<p><strong>Pet Food in Italia</strong></p>
<p>Sono oltre <strong>60 milioni gli animali da compagnia registrati in Italia</strong>, di cui 30 milioni di pesci, 13 milioni di uccelli, 7.5 milioni di gatti e 7 milioni di cani. Dal 2016 al 2019 questi numeri relativi alla popolazione animale domestica sono rimasti quasi immutati. Sono invece cresciute le vendite di cibo gourmet, a discapito di quello tradizionale, e degli accessori più costosi.<mark class='mark mark-yellow'>Secondo il rapporto Assalco-Zoomark, il mercato del Pet Food in GDO (Grande Distribuzione Organizzata) ha un valore di oltre <strong>71,8 milioni di euro</strong> in Italia</mark>. Prosegue inoltre l’incremento del fatturato che si attesta al <strong>+3,8% nel 2018</strong>. Si possono identificare tre principali canali di vendita: il Grocery, che canalizza il 55,9% del fatturato complessivo, le Catene Petshop con un 12,7% e infine i Petshop tradizionali con il 31,3%.</p>
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		<title>Carta igienica wanted, come spiegare il fenomeno più isterico della pandemia</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2020 10:51:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Giangaspero]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[carta igienica]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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		<category><![CDATA[Quarantena]]></category>
		<category><![CDATA[supermercati]]></category>

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		<description><![CDATA[Lotte tra massaie ai supermercati per accaparrarsi gli ultimi pacchi di carta igienica; scene di isterismo casalingo appena fatta la scoperta che le scorte sono finite; YouTubers che realizzano video ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="509" height="339" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/istockphoto-1131645709-170667a.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="White roll toilet paper on the  blue background" /></p><p>Lotte tra massaie ai supermercati per accaparrarsi gli ultimi pacchi di carta igienica; scene di isterismo casalingo appena fatta la scoperta che le scorte sono finite; YouTubers che realizzano video ironici per raccontare il <em>vacuum</em> maggiore della quarantena: sui social media si è visto di tutto di più dallo scorso febbraio. La rete trabocca di hashtag a tema, soprattutto nei Paesi anglosassoni, e di meme e video spiritosi. Anche la cronaca ci mette del suo, con una famiglia della California arrestata un giovedì sera di aprile per una violenta lite, tra il figlio e la madre che lui accusava di nascondere la carta igienica. «Ne usa troppa», ha detto la madre finendo in manette.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La carta igienica è diventata il prodotto-simbolo della pandemia, ed è introvabile in molti Paesi. Colpa di chi ne ha fatto scorte, ma anche di un sistema produttivo già al massimo della sua efficacia.</mark> La carta igienica è sparita quasi subito dai negozi di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa del Nord  “cioè &#8211; puntualizzano online gli italiani più campanilisti &#8211;  è scomparsa di più nei Paesi che non hanno il bidet”. Ed è subito diventata uno dei segni distintivi della pandemia.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Ogni italiano ne consuma in media 70 rotoli ogni anno, l’equivalente di 6,3 kg: molto poco rispetto ai Paesi anglosassoni. Nonostante il consumo, in Italia c&#8217;è stata una corsa maggiore ai beni alimentari, che hanno generato un senso di certezza</span></p>
<p>Ma quanta ce ne serve? E perché in mezzo mondo è introvabile?<mark class='mark mark-yellow'>Sembra assurdo, ma è proprio così: il 25% della popolazione mondiale che la usa regolarmente consuma 57 strappi al giorno a testa, cioè 100 rotoli a testa l’anno</mark>. O 384 alberi abbattuti, a testa, per ciascuno di noi nel corso della sua vita. Un fabbisogno, che già in tempi normali, si legge in un reportage dell’emittente statunitense Abc, costringeva i tre maggiori produttori di carta igienica del mondo (Georgia Pacific, Kimberly Clark, Procter &amp; Gamble) a lavorare a regime su turni di 24 ore: è l’unico modo per avere un margine di guadagno su un prodotto così poco costoso e insieme così laborioso da produrre.<mark class='mark mark-yellow'>Ogni italiano ne consuma in media 70 rotoli ogni anno, l’equivalente di 6,3 kg</mark><strong> </strong>(il peso della carta igienica consumata, per avere un’idea della carta utilizzata, si può vedere nel grafico in basso). Sembra tanto, ma non è nulla in confronto agli Stati Uniti, dove nel gabinetto ne finiscono ben 141 (12,7 chili). In Europa i Paesi più “spreconi” sono la Germania (134 rotoli) e la Gran Bretagna (127). Come si può vedere nel grafico, l’Italia è il Paese più risparmiatore d’Europa.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.01.png"><img class="alignnone  wp-image-46117" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.01-300x239.png" alt="Schermata 2020-06-20 alle 17.47.01" width="350" height="279" /></a></p>
<p>Man mano che le autorità hanno iniziato ad annunciare misure di confinamento domestico, o a ventilarne l’uso, molti cittadini ne hanno fatto incetta.<mark class='mark mark-yellow'>Questi sono i dati di un’agenzia di consulenza statunitense, la NCSolutions: tra il 24 febbraio e il 10 marzo, cioè ben prima che la maggioranza degli Stati americani mettesse in atto confinamenti o chiusure, le vendite di carta igienica erano salite del 51%; tra l’11 e il 12 marzo, all’annuncio dei primi lockdown, sono schizzate dell’845%</mark>. La scarsità si deve anche alle chiusure dei confini, messe in atto in modo progressivo da molti Paesi europei. L’epidemia ha scatenato in molti casi una gara ad accaparrarsi generi di prima necessità nei supermercati. Lo abbiamo visto anche a Milano, dove gli scaffali di un negozio parevano aver subito un saccheggio, più che una corsa agli acquisti.</p>
<p>La <strong>Cina</strong> e gli <strong>Stati Uniti </strong>si contendono  anche il mercato della carta igienica, che vale rispettivamente <strong>14,1</strong>e <strong>12,6</strong><strong> </strong><strong>miliardi di dollari</strong>. Solo l’<strong>India</strong><strong> </strong>riesce ad avvicinarsi ai loro numeri, anche se in affanno, con un valore di <strong>9</strong><strong> </strong>miliardi di dollari. Il valore del rotolo di carta igienica scende sempre di più a partire dal <strong>Brasile </strong><strong>(</strong><strong>2,9</strong><strong>), </strong>fino ad arrivare all’<strong>Arabia Saudita</strong><strong>, </strong>dove questo mercato vale solo <strong>734 mila dollari</strong><strong>.</strong><mark class='mark mark-yellow'>L’<strong>Italia</strong> si ferma a <strong>1,2</strong><strong> </strong><strong>miliardi di dollari</strong><strong>,</strong> superata dalla <strong>Francia</strong><strong> </strong>dove il giro d’affari ammonta a <strong>1,3 miliardi</strong>. Che dire? La presenza del bidet in Italia si fa sentire</mark>.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.57.png"><img class="alignnone  wp-image-46118" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-20-alle-17.47.57-300x92.png" alt="Schermata 2020-06-20 alle 17.47.57" width="368" height="113" /></a></p>
<p>Ma perché questa ossessione?<mark class='mark mark-yellow'>Un professore dell’Università di Cambridge, <strong>Sander van der Linden</strong>, ha una spiegazione molto semplice, il contagio della paura. «Quando la gente è sotto stress guarda quello che fanno gli altri»</mark>. Insomma, se qualcuno ha iniziato stupidamente a comprare pacchi e pacchi di carta igienica, questo «virus» si è diffuso a macchia d’olio senza motivo.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/toilet-paper-4954683__480.jpg"><img class="alignnone  wp-image-46146" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/06/toilet-paper-4954683__480-300x214.jpg" alt="toilet-paper-4954683__480" width="713" height="508" /></a></p>
<p>Sembrano risparmiate anche la Francia, dove la percentuale di case con bidet, in <a href="https://next.liberation.fr/vous/1995/08/16/god-save-le-bidet-la-france-le-boude-il-est-du-dernier-cri-outre-manche_141428">forte calo</a>, rimane comunque intorno al 40 per cento, la penisola balcanica e la Grecia. Nemmeno in Medio Oriente e nella gran parte dei Paesi musulmani, dove sono diffusi il bidet o le sue alternative (in genere, lo shattafa, una sorta di doccetta accanto al water), sembrano patire in modo particolare la mancanza di carta igienica.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per tutte queste ragioni, i responsabili della grande distribuzione americana ammettono che la crisi della carta igienica non finirà presto. Non c’è modo di aumentare rapidamente l’offerta e quindi l’unica soluzione è aspettare che sia la domanda a calare, un evento che potrebbe impiegare ancora settimane a manifestarsi.</mark> L’amore per la carta igienica e il terrore di rimanere senza, insomma, si stanno dimostrando fattori insuperabili anche per l’avanzatissima economia americana.</p>
<p>Incuriositi da questo fenomeno abbiamo sentito anche il parere della <strong>dottoressa Rosanna Di Pasquale, psicologa psicoterapeuta cognitivo- comportamentale.</strong></p>
<p><strong>Secondo Lei quale può essere stata la causa che ha portato la popolazione mondiale ad accaparrarsi il più possibile carta igienica come uno dei beni di prima necessità?</strong></p>
<p>L&#8217;emergenza sanitaria da Covid-19 ha generato un forte senso di insicurezza nella maggior parte della popolazione: questo ha portato al manifestarsi di comportamenti incoerenti come il fenomeno del <em>panic buying</em> (corsa all&#8217;acquisto) di generi di prima necessita acquistati durante il lockdown, tra questi la carta igienica.<mark class='mark mark-yellow'>Un ruolo determinante è stato svolto dalle immagini, come i video di scaffali vuoti nei supermercati nelle prime settimane del lockdown sui social network che hanno indotto le persone ad un comportamento imitativo, comprando quello che prendevano gli altri</mark>. A livello cognitivo i pensieri sono stati caratterizzati dall&#8217;idea che comprare e fare scorte era meglio che non farle. Comprare grandi scorte di carta igienica ha alleviato uno stato di ansia dovuto alla paura di non trovare questo prodotto ritenuto essenziale in un momento così particolare. Fare scorte ha rappresentato una forma di istinto di sopravvivenza.</p>
<p><strong>Perché abbiamo notato delle differenze di comportamento, da Paese a Paese? Gli Stati Uniti e la Germania ne hanno fatto reale incetta, in Italia non ci sono stati grandi fenomeni di isterirsmo.</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La differenza territoriale è dovuta a fattori di natura culturale: in Italia c&#8217;è stata una corsa maggiore ai beni alimentari, come lievito, farina, uova e pasta. Questo restituisce l&#8217;immagine di un Paese che in emergenza ha riscoperto le sue origini e le tradizioni culinarie, che hanno generato un senso di certezza.</mark> Negli Stati Uniti, all&#8217;inizio del lockdown, l&#8217;acquisto di armi ha rappresentato una fonte di sicurezza. Ma non solo. Anni di campagne pubblicitarie hanno convinto la popolazione che la carta igienica fosse un bene indispensabile. Questo ha portato gli americani a comprare più scorte in un momento così imprevedibile. Lo psicologo Steven Taylor, dell&#8217;Università della British Columbia, ritiene che l&#8217;acquisto compulsivo della carta igienica sia stato dovuto ad una maggiore sensibilità al disgusto in pandemia, che si combatte acquistando più prodotti per la pulizia della propria persona e della casa.</p>
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		<title>Economia, la crisi ventura. Berta: &#8220;È la fine di un&#8217;epoca, Ora servono ricette nuove&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 16:44:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Ancona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe berta]]></category>
		<category><![CDATA[keynes]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo in una stanza piena di gas e qualcuno ha acceso una candela oppure, se si preferisce, ci troviamo a Sarajevo il 28 giugno del 1914. Giuseppe Berta è uno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1369" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/stock-exchange-4880802_1920.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="stock-exchange-4880802_1920" /></p><p>Siamo in una stanza piena di gas e qualcuno ha acceso una candela oppure, se si preferisce, ci troviamo a Sarajevo il 28 giugno del 1914. <strong>Giuseppe Berta</strong> è uno studioso abituato a pesare le parole, uno storico con una cattedra all’Università Bocconi, dove è arrivato nel 2002 dopo aver diretto l’<strong>Archivio Storico Fiat</strong> per sei anni. Durante tutta la sua carriera accademica si è occupato moltissimo di economia, essendo tra i fondatori dell’Associazione Storia e Studi sull’Impresa. Il suo non è catastrofismo ma la semplice consapevolezza che la crisi innescata dal Coronavirus segnerà uno spartiacque. Per il docente, che ha firmato una bella introduzione alla <em>Teoria Generale dell&#8217;occupazione, dell&#8217;interesse e della moneta</em>, oggi ci vorrebbe un <strong>John Maynard Keynes</strong>, ma non la ricetta keynesiana. A Magzine ha spiegato perché questa potrebbe essere l&#8217;occasione per ripensare il nostro sistema economico.</p>
<p><strong>Professore, qual è il profilo di questa crisi? Con quale avversario ci stiamo confrontando?</strong></p>
<p>Io penso che questa crisi sia complessa, difficile da decifrare perché non abbiamo elementi di riscontro precedenti. I fatti ci dicono che dopo la grande crisi del 2008-2009, c’è stato un periodo intensissimo di ripresa in una parte del mondo., cioè negli Stati Uniti, in una parte di Europa che non è quella mediterranea, e poi in Cina, naturalmente. Abbiamo assistito a qualcosa di inedito, con i valori di borsa che hanno conosciuto una crescita progressiva fortissima per anni. Nello stesso tempo è cambiata la morfologia del sistema delle imprese. Se si guarda allo scenario imprenditoriale americano, prima della grande crisi e fino alle ultime settimane, si nota che c’è stata un’ascesa formidabile di nuovi soggetti che si sono piazzati al vertice della classifica. Il cosiddetto <strong>GAFA</strong> (Google, Apple, Facebook, Amazon) e poi <strong>Microsoft</strong>: nuove grandi imprese basate sulla tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Dall’altra parte, poi,  c’è stata una crescita del valore immobiliare e di quello di borsa impressionante, trainata da questi soggetti.</p>
<p><strong>Quanto, il fatto che ci siano questi nuovi soggetti, attori importanti, marca la differenza di questa crisi rispetto alle altre?</strong></p>
<p>Tantissimo. Fino a non troppo tempo fa, sulle piazze dei mercati si trovavano imprese come la Generale Electric o le grandi aziende petrolifere. Adesso questo panorama è stato sostituito da un nuovo scenario caratterizzato delle grandi piattaforme tecnologiche, che hanno dimostrato, insieme ad altre imprese della stessa filiera, di essere in grado di catalizzare l’attenzione della borsa e degli investitori. Non solo. <mark class='mark mark-yellow'>A ben guardare, in questi ultimi 20/25 anni il numero delle imprese quotate a Wall Street è rapidamente diminuito, anche di migliaia di unità.</mark> C’è stata una straordinaria concentrazione ricchezza e degli investimenti per cui la capitalizzazione di borsa è diventata il fulcro della valutazione d’impresa. Se prima le aziende si valutava sul fatturato, sugli impianti e sui dipendenti, oggi non è più così. Tutto questo ha cambiato i nostri tempi. La mia impressione è che il Covid-19 sia stato la scintilla che ha messo fine a un’epoca che era durata anche troppo a lungo.</p>
<p><strong>La candela accesa nella stanza piena di gas.</strong></p>
<p>Esatto, in parte è stato sicuramente così. <mark class='mark mark-yellow'>È arrivato quando tutti preconizzavano che il ciclo di sviluppo precedente dovesse per forza arrivare al termine, ma non sapevano come o quando.</mark></p>
<p><strong>È</strong> <strong>per questo che le turbolenze dei mercati non sono rientrate dopo le promesse di immissione di liquidità fatte dagli stati? Perché doveva cambiare lo schema?</strong></p>
<p>Perché non basta, semplice. Il mondo è di fronte a due scoperte scioccanti: una fase è finita e non sappiamo quale sarà la prossima. Siamo arrivati al punto in cui tante cose non si capiscono. Pensiamo alla caduta delle borse, è qualcosa che non ha risparmiato nessuno. Possiamo dire che è finito il meccanismo in cui l’espansione della finanza, grazie alle politiche di <em>quantitative easing</em> delle banche centrali, creava le condizioni perché le imprese potessero attingere alla leva del debito per poter comprare le loro stesse azioni.</p>
<p><strong>Allora quali possono essere le risposte dei governi? Quali strumenti hanno?</strong></p>
<p>È naturale che i mercati non reagiscano come ci attenderemmo. La loro reazione è tiepida. Perché si è di fronte alla presa di consapevolezza che non si può riattivare il meccanismo che è appena collassato. Bisogna inventarne un altro. E nessuno di noi sa quali saranno i parametri di sviluppo, i criteri su cui avviare un nuovo ciclo.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Si è di fronte alla presa di consapevolezza che non si può riattivare il meccanismo che è appena collassato</span></p>
<p>Quindi<strong> la ricetta economica europea non funziona? Ne serve una nuova?</strong></p>
<p>Funziona poco. Limitatamente perché qui non si tratta solo di rimettere in circolazione moneta, che – per carità – è un passaggio. Ma non basta. Perché è necessaria una regia pubblica. La domanda, di fatto, è una forte domanda dello stato. Prendiamo il caso dell’Italia. Che lezione abbiamo potuto trarre da quello che sta succedendo? Che bisogna rafforzare le grandi strutture pubbliche: la sanità che avevamo indebolito, limitato, ridotto. Invece oggi si chiede allo stato di intervenire. La scuola, poi: si tratta di rimettere in moto grandi apparati pubblici.</p>
<p><strong>E come si fa? </strong></p>
<p>Siamo oltre i limiti e gli schemi del passato. <mark class='mark mark-yellow'>C’è una richiesta forte allo Stato perché intervenga direttamente, e non solo a regolare. Gli si chiede di intervenire laddove il mercato non riesce ad arrivare.</mark> Oggi in America si pensa di riconvertire un pezzo d’industria a produrre dei prodotti per la sanità. È un rilancio del ruolo dello Stato e della sua presenza nell’economia.</p>
<p><strong>Come nelle grandi crisi del passato, anche in questo ci sono tante analogie con le precedenti.</strong></p>
<p>Con la Grande depressione è presto detto. Anche là c’era una forte domanda di intervento pubblico. Si chiedeva che lo Stato si facesse carico di forme e di strumenti in grado di rilanciare l’economia perché le forze private non ce la facevano. Con quella del 2008, poi, si condivide il ruolo forte delle banche centrali. Abbiamo perciò due elementi del passato. Il problema è la miscela. Possiamo individuare gli ingredienti, ma la ricetta non esiste ancora. E la bontà di questi non garantisce il successo del piatto finale, perché di mezzo c’è la capacità di chi si mette a cucinare. Sicuramente bisogna partire dalla leadership politica dello Stato mentre noi veniamo da anni in cui c’è stata una leadership opaca o strumentale, di cortissimo periodo. Quello che abbiamo classificato come populismo, che è il tentativo di rispondere emozionalmente alle pressioni e ai comportamenti dell’elettorato. Ma è necessario qualcosa di più, qualcuno che certamente raccolga questi timori e queste ansie, ma che le sappia proiettare in una dimensione nuova.</p>
<p><strong>Che abbia il coraggio di battere nuove strade.</strong></p>
<p>Esatto. Cosa fece <strong>Franklin D. Roosvelt</strong> nella Grande depressione? Esattamente questo. Ma lì bisogna attivare una cosa che oggi non vedo: la leadership politica. E non intendo la centralità narcisistica di alcune figure, quanto piuttosto la lungimiranza di immaginare una miscela politica in grado di portare la società e l’economia al di là dei limiti della crisi.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>La lungimiranza di immaginare una miscela politica in grado di portare la società e l’economia al di là dei limiti della crisi</span></p>
<p><strong>Ha senso, secondo lei, che in queste ore il mondo si riscopra keynesiano?</strong></p>
<p>Sì, ma Keynes non ci dà gli strumenti per l’oggi. A mio avviso ci dà una lezione di metodo. <mark class='mark mark-yellow'>Noi non possiamo leggere la <em>Teoria Generale</em>, che è un’opera del 1936, e sperare di trovarci le ricette di oggi.</mark> Il metodo sì: bisogna pensare in modo anticonvenzionale, bisogna pensare che il capitalismo è una formazione economica instabile, bisogna pensare che il mercato non sia autosufficiente. Una serie di postulati che sono alla base dell’opera di J.M. Keynes devono essere recuperati, ma non è la soluzione. Oggi di <em>deficit spending</em> ne facciamo più che mai, però, come detto, questo non basta. Lo facciamo adesso perché non possiamo fare altro, ma non è la strategia vincente.</p>
<p><strong>Ma lei cosa risponderebbe a chi guarda a questa crisi come la fine di una certa teoria economica capitalistica</strong><strong>?</strong></p>
<p>Non è la fine del capitalismo, è un capitalismo che attende una più forte regolazione di quella che esisteva nel passato. È un capitalismo che mostra di aver bisogno di una capacità di regolazione che deve esercitare la mano pubblica. Regolazione che, se si guarda l’America, è già stata avviata ma in una maniera sbiadita.</p>
<p><strong>Oggi tutti dicono che dalle grandi crisi nascono grandi possibilità di cambiamento. Il crollo del 2008 è stato davvero sfruttato come un’opportunità?</strong></p>
<p>No, perché nel 2008 noi non abbiamo fatto la revisione del sistema economico che era necessaria.</p>
<p><strong>Può essere questa la volta buona?</strong></p>
<p>Questa volta sì, secondo me può succedere di più, occorre spostare massicciamente le risorse da un fronte all’altro dell’economia. E poi la domanda è: pensiamo di uscire da questa crisi con una nuova classifica delle nuove imprese americane al vertice? Secondo me è necessario un cambiamento, perché le grandi piattaforme tecnologiche hanno tanta ricchezza ma ne hanno distribuita ben poca, oppure hanno addirittura bloccato la possibile ridistribuzione.</p>
<p><strong>È come se avessero attratto tutta la disponibilità finanziaria ed economica.</strong></p>
<p>Esatto. Guardi la crescita della capitalizzazione degli ultimi due o tre anni: è qualcosa di impressionante. Tutto questo accumulo di ricchezza è stata un’operazione positiva? Io ritengo di no. <mark class='mark mark-yellow'>Sono tutti soggetti dediti a pratiche monopolistiche, che distruggono la presenza di altri soggetti.</mark> Pensiamo ad <strong>Amazon</strong>. Poi <strong>Google</strong> e <strong>Facebook</strong> che fanno un uso smodato dei dati personali dei loro utenti. E quest&#8217;ultimi non ne sono al corrente. Lo Stato deve regolarizzare gli attori per consentire la ridistribuzione. Ma non si possono fare nel quadro attuale. Se vogliamo ricostruire una forte sanità pubblica o un’istruzione scolastica più adatta bisogna partire di qui e investire. In Italia, in particolare, non asi è investito a sufficienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La quarantena responsabile di Faiah el-Degwy</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 15:23:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Castagna]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Faiah J. el-Degwy è una studentessa di 24 anni italiana di origini egiziane, e frequenta l&#8217;ultimo anno di medicina all&#8217;Università “La Sapienza” di Roma. Autrice di contenuti web ironici, ma ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><!-- Featured Video Plus v2.2.2 -->
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margin-bottom:0; margin-top:8px; overflow:hidden; padding:8px 0 7px; text-align:center; text-overflow:ellipsis; white-space:nowrap;">Un post condiviso da <a href="https://www.instagram.com/faiah.j/?utm_source=ig_embed&utm_campaign=loading" style=" color:#c9c8cd; font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; font-style:normal; font-weight:normal; line-height:17px;" target="_blank"> ғaιaн</a> (@faiah.j) in data: <time style=" font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; line-height:17px;" datetime="2020-03-08T14:46:50+00:00">8 Mar 2020 alle ore 7:46 PDT</time></p></div></blockquote> <script async src="//www.instagram.com/embed.js"></script></div>

<img class="fvp-onload" src="http://www.magzine.it/wp-content/plugins/featured-video-plus/img/playicon.png" alt="Featured Video Play Icon" onload="(function() {('initFeaturedVideoPlus' in this) && ('function' === typeof initFeaturedVideoPlus) && initFeaturedVideoPlus();})();" /></p><p><strong>Faiah J. el-Degwy</strong> è una studentessa di 24 anni italiana di origini egiziane, e frequenta l&#8217;ultimo anno di medicina all&#8217;Università “La Sapienza” di Roma. Autrice di contenuti web ironici, ma anche di tematiche sociali riguardanti la sua vita e le culture che la influenza quotidianamente, è in prima linea attraverso i suoi canali social nel sapere orientare il “popolo del web” attraverso la creazione di progetti e messaggi positivi e costruttivi online. Alla redazione di Magzine ha voluto raccontare la sua esperienza come studentessa di medicina, fornendoci un punto di vista che comprende anche la situazione egiziana durante questa pandemia</p>
<p><strong>Hai fondato insieme ad altre persone il gruppo Telegram “Quarantena responsabile” Da dove nasce l’idea? </strong></p>
<p>Il 25 febbraio scorso, dopo qualche giorno di quarantena e dopo la firma dei decreti, mi sono resa conto della gravità della situazione. E quel giorno ho deciso di girare i miei primi video. Tra l’altro, quando l&#8217;epidemia di Coronavirus era scoppiata in Cina, avevo intuito che ci saremmo potuti trovare nella medesima  situazione: ero venuta a sapere che una mia conoscente che studiava a Wuhan, era tornata da lì. Quando è tornata nessuno l’ha controllata in aeroporto. Fortunatamente è una persona responsabile e si è messa in quarantena ma ho iniziato a pensare cosa sarebbe potuto succedere se non lo fosse stata.</p>
<p><strong>Quali erano e quali sono le tue preoccupazioni?</strong></p>
<p>La mia preoccupazione era il pericolo di sottovalutazione del problema da parte dello Stato. Avremmo potuto evitare tutto ciò se ci fosse stata una maggiore attenzione all&#8217;inizio. Perché sarebbe bastato isolare tutte le persone che venivano dalla Cina. Qualche giorno prima avevo finito la sessione d&#8217;esami e l’unica cosa che volevo andare a fare era uscire e andare a e andare a divertirmi e ballare in discoteca ma sono uscita soltanto una volta a prendermi il caffè, per “festeggiare”. Quando mi sono resa conto che il mio buonsenso non era comune a tutti, allora ho deciso di di spendere due parole sul Coronavirus on line. Seriamente ma con un tono simpatico, prima ancora che il presidente del Consiglio Conte si pronunciasse.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/WhatsApp-Image-2020-03-24-at-4.05.46-PM-1.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-42552" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/WhatsApp-Image-2020-03-24-at-4.05.46-PM-1-151x300.jpeg" alt="WhatsApp Image 2020-03-24 at 4.05.46 PM (1)" width="151" height="300" /></a></p>
<p><strong>Perché Telegram?</strong></p>
<p>Mi ero già resa conto che la situazione sarebbe arrivata a un punto di non ritorno e mi sono detta “forse impazziremo”. Poiché credo di avere creato una comunità forte soprattutto sui social, anche dedicandomi a rispondere alle persone on line, ho pensato di creare qualcosa che ci tenesse insieme anche in questo momento. Lì per lì ho creato un gruppo su Telegram per conoscerci, interagire, fare nuove amicizie: in una parola, per non sentirci soli. Ho nominato altri amministratori con cui ho assegnato un bot per tutti quelli che <em>shit-postano</em>, con poche semplici regole. In fondo, non volevo essere al centro del gruppo ma sono stata un tramite per unire molte persone. Abbiamo fatto dei giochi e altri contenuti e ci siamo divertiti. Solo per svagarci, perché è difficile stare dentro casa: è molto difficile. Quando escono i decreti, sulla chat viene postato il messaggio in alto, poi le question &amp; answer vengono evidenziate. Cerchiamo di fare informazione sana, pulita e senza allarmismo. Allo stesso tempo, cerchiamo di smontare le bufale che arrivano come catene sui messaggi di WhatsApp. In sostanza, il nostro è un modo per trasmettere informazione utile ad una fascia di età di persone che, in genere, è molto irresponsabile.</p>
<p><strong>In che modo chi studia medicina può essere persuasivo?</strong></p>
<p>Non dipende dalla materia che si possiede ma dalla stima che le persone hanno di te. In questi anni mi sono guadagnata la stima delle persone, che si fidano. Quindi anche con il mio modo ironico di fare, cerco di dire la verità. Il fatto che io sia poi quasi medico mi attribuisce una maggiore credibilità.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-medium wp-image-42556" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/03/Faiah-300x220.png" alt="Faiah" width="300" height="220" /></p>
<p><strong>In questi giorni sui tuoi profili hai pubblicato alcuni video, alcuni per svago, altri veramente per diffondere un messaggio responsabile. Che riscontro hai dalle persone? </strong></p>
<p>Ho ricevuto molti complimenti, soprattutto per la capacità di esprimere in un minuto esattamente la verità. Il messaggio <strong>“Quarantena parte 2”</strong> mette a paragone i cinesi con gli italiani e quindi ti fa capire che non c&#8217;è  una modalità diversa dalla collaborazione. E&#8217; un messaggio rappato perché  mi piace fare il rap, non per calcare la scena musicale ma perché mi interessa la musica per veicolare un messaggio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sei italo-egiziana: è una caratteristica che anche in questo caso ha contribuito alle tue scelte?</strong></p>
<p>Sono per metà egiziana e gli egiziani hanno un patriottismo e una capacità di pensare al prossimo unica. Sicuramente non sono individualisti. La mia metà italiana non si riconosce nell&#8217;individualismo di questa società e non vorrei che i miei coetanei egiziani mi identifichino come una potenziale individualista. Questa cosa mi ha sempre deluso e mi ha sempre toccato perché io sono italiana e non mi piace essere additata in questo modo. Ma ho sempre creduto che nel momento del bisogno vero, gli italiani si sarebbero veramente uniti: questo è il momento di unirsi e che in questo momento dobbiamo dimostrare di saperlo fare.</p>
<p><b>Com&#8217;è</b><strong> la situazione al Cairo?</strong></p>
<p>Al Cairo ci sono diversi casi di positività. Il sistema sanitario in Egitto è abbastanza scarso, in un Paese in cui ci sono poche regole, non si rispettano le regole di igiene fondamentali. Il sistema sanitario è abbastanza scarso, soprattutto il settore pubblico. Spesso mancano le strumentazioni necessarie per le cure, soprattutto intensive. Il settore privato è costoso, anche se un giorno la settimana anche i grandi luminari aprono le porte dei loro studi gratuitamente ai meno abbienti. Ma ci sono buone ragioni per  preoccuparsi. E io lo sono, non lo nascondo.</p>
<p><strong>Cosa ne pensi della decisione del governo di rendere la laurea in medicina abilitante?</strong></p>
<p>Da laureati potremo fare le guardie mediche, anche se quello che ci manca è l&#8217;esperienza, che non può essere acquisita in tempi brevi. In questa occasione però possiamo metterci a disposizione anche per le cose più banali, come ad esempio essere pronti a fare i tamponi in giro per l&#8217;Italia. Personalmente credo che sia sicuramente meglio avere più personale possibile che non averne e quindi sono favorevole alla scelta di rendere la laurea abilitante. Per me è una tortura stare a casa, perché mi metterei subito a disposizione.</p>
<p style="text-align: right;">Di Francesco Castagna</p>
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