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	<title>magzine &#187; Costituzione</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>E&#8217; ancora scontro sulla riforma della giustizia: cosa cambierebbe davvero</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 15:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Faccio una premessa: se venisse approvata la riforma, chiunque entrasse in un’aula di tribunale, non vedrebbe cambiamenti. Quello che muterebbe, seppur certamente non subito, sarebbe la cultura del processo» così ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="682" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/01/5464722254_742cbaa9e5_b.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="5464722254_742cbaa9e5_b" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«Faccio una premessa: se venisse approvata la riforma, chiunque entrasse in un’aula di tribunale, non vedrebbe cambiamenti. Quello che muterebbe, seppur certamente non subito, sarebbe la cultura del processo» così risponde <strong>Valentina Stella, esperta di politica giudiziaria per <em>Il Dubbio News</em></strong> alla domanda se il tanto discusso disegno di legge Nordio apporterà degli stravolgimenti per la gente comune.</mark> Del resto, al di là dei dibattiti, riaccesi dalla decisione dell’Associazione Nazionale Magistrati di scioperare il 27 febbraio e di attuare azioni di protesta durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, avvenuta il 25 gennaio scorso, proprio questo è l’interrogativo che interessa alla stragrande maggioranza degli italiani. La constatazione che la riforma, in particolare con l’introduzione della separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero, cambierà la cultura del processo, sembra l’unico punto di accordo tra le varie voci che si sono sollevate in materia. Ciò su cui divergono è, invece, lo scenario che si prospetterà.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Da una parte, i partiti della maggioranza e gli avvocati, in particolare <strong>l’Unione Camere Penali</strong>, che ha anche pubblicato una nota di critica alla decisione dell’Anm di scioperare, ritengono che la riforma potrebbe rendere il processo più equo e il giudice più imparziale.</mark> Del resto, da una trentina di anni l’associazione dei penalisti ribadisce la necessità di introdurre una netta e incontrovertibile scissione tra la magistratura giudicante e requirente, sostenendo che soltanto in questo modo si potrebbe avere una piena realizzazione del processo accusatorio, introdotto nel nostro sistema con l’entrata in vigore nel <strong>1989 del codice penale “Pisapia-Vassalli”</strong>. Se prima di questa data il modello scelto era l’inquisitorio, dominato dall’unica figura di un “giudice inquisitore” o “giudice accusatore&#8221;, ora il sistema si basa invece sul contraddittorio tra due parti dinnanzi a un organo terzo e imparziale. Già nel 2017 l’Unione Camere penali aveva cercato di portare avanti questo progetto con la raccolta di 72mila firme per il deposito di una proposta di riforma costituzionale sul punto: «Con un po’ di orgoglio associativo posso dire che il nostro progetto è stato ripreso integralmente prima da altre forze politiche e poi dalla stessa maggioranza, per cui ci riteniamo un po’ gli autori o quantomeno i promotori di questa iniziativa, che potrebbe aggiustare l’assetto della magistratura in modo da realizzare una, seppur tardiva, piena attuazione del modello accusatorio» spiega il <mark class='mark mark-yellow'><strong>presidente Francesco Petrelli</strong>.</mark> In concreto, questa riforma sarebbe positiva per i cittadini perché gli garantirebbe un giudice più imparziale e dunque un processo più equo, perché, come afferma Petrelli, <mark class='mark mark-yellow'>«il giudice in quanto arbitro non può indossare la maglia di una delle due squadre e quindi non può vivere all’interno della medesima organizzazione del pubblico ministero».</mark> In altri termini, a detta dei penalisti, il giudice diverrebbe più equidistante dalle parti, anche perché l’appartenenza a un ordine diverso renderebbe i suoi avanzamenti di carriera svincolati dalle valutazioni dei pubblici ministeri (e viceversa), e dunque avrebbe meno condizionamenti nel suo agire. «Secondo i suoi sostenitori, con l’entrata in vigore del testo, il cittadino avrebbe più possibilità di non finire in misura cautelare, di non arrivare a processo, di essere assolto», spiega Stella.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Dall’altro lato, le opposizioni e l’<strong>Associazione Nazionale Magistrati</strong>, che nonostante le varie correnti che contiene è rimasta compatta sul tema, hanno sollevato aspre critiche al progetto del Guardasigilli, additandolo come un attacco al delicato equilibrio tra poteri adottato dalla nostra Costituzione, senza alcun beneficio per la gente comune.</mark> «In realtà non si tratta di una riforma della giustizia, al contrario di come viene presentata e sbandierata, ma piuttosto di un attacco all’assetto tra poteri voluto dalla nostra Costituzione, che è nata con fatica, sangue, rinunce e compromessi, e proprio alla Carta fondamentale noi ci appelliamo – commenta Angela Arbore, componente della Giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati -. Non arreca alcun beneficio per il cittadino, che è il vero assente di questa riforma, anche perché il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente avviene statisticamente in percentuale bassissima». Secondo i magistrati, come ribadito dal presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, il vero intento del disegno di legge è quello di “piantare la bandierina” e mettere in crisi il rapporto tra poteri dello Stato. <mark class='mark mark-yellow'>«Ciò che ci dispiace è che questo avvenga da parte di un ex magistrato, per lo più pubblico ministero» aggiunge Arbore.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">In questo marasma, ciò che si rischia è uno scontro tra poteri dello Stato che possa in qualche modo inficiare sull’operato di ciascuno di loro oppure che possa delegittimarlo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Proprio questa è una delle accuse avanzate dai penalisti rispetto alla decisione dei magistrati di scioperare: <mark class='mark mark-yellow'>«Dinnanzi a una riforma costituzionale il sindacato delle toghe ha innanzitutto mostrato un atteggiamento di chiusura totale a qualsiasi trattativa e, in secondo luogo, ha scelto la prospettiva di uno scontro frontale e radicale, non solo con il governo, ma anche con il Parlamento, violando quel fondamentale principio di separazione che sta alla base di qualsiasi Stato democratico e liberale»</mark> è la critica di Petrelli. Sempre a detta dei penalisti, un atteggiamento del genere non sarebbe poi privo di conseguenze: «Una condotta del genere lede l’immagine stessa della magistratura e la legittimazione della sua attività: forme di protesta così radicali ed eclatanti fanno venir meno la doverosa sobrietà e l’immagine di imparzialità che dovrebbero caratterizzare questo ruolo del giudice e fanno gioco a chi ha sempre accusato i giudici di politicizzazione &#8211; aggiunge il presidente -. Queste criticità era del resto stata evidenziata già da una parte della magistratura durante le assemblee, ma alla fine è andata in minoranza e si è preferito optare per una polarizzazione dello scontro».</p>
<p>Come osservato da Stella, questo contrasto è «forse ancora più forte di quello che avvenne ai tempi dei Governi Berlusconi». Da una parte, ci sono le sentenze sgradite al governo e alla maggioranza, che diventano quasi immediatamente oggetto di interrogazioni parlamentari o di richieste ispettive, nonché di accuse di voler far opposizione: «ne sono un esempio le decisioni assunte sul trattato Italia-Albania, dove diversi magistrati, non appartenenti solo alle correnti delle cosiddette toghe rosse, non hanno convalidato i trattenimenti dei migranti nei centri albanesi» ricorda la giornalista. Dall’altra parte, sorgono accuse di politicizzazione e &#8220;dossieraggi&#8221; fatti sulle vite private di alcuni magistrati, come nel caso della giudice Apostolico, “presa di mira” per aver disapplicato il decreto Cutro da parte del ministro Salvini, che ne pubblicò un video che la ritraeva a una manifestazione per far sbarcare i migranti dalla nave Diciotti. <mark class='mark mark-yellow'>In tutto questo non bisogna però dimenticarsi che l’espressione di una propria posizione in un contesto estraneo all’ambiente lavorativo non necessariamente inficia il proprio operato giudiziario, come ricorda anche Stella attraverso una citazione <strong><span style="font-weight: 400;">dell’<strong>ex presidente </strong></span>Anm Edmondo Bruti Liberati:</strong> «I magistrati, come tutti i cittadini hanno le loro idee politiche, verosimilmente alle ultime elezioni, come la popolazione generale, si saranno nel voto divisi più o meno a metà tra le forze della attuale maggioranza e quelle dell’opposizione. Poi nell’esercizio delle loro funzioni applicano la legge»</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>L&#8217;eterno dibattito sulla riforma della magistratura</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2024 22:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’opinione pubblica è di nuovo concentrata sul tema della riforma della giustizia. A riaccendere l’attenzione è stata la riunione di venerdì 3 maggio a Palazzo Chigi, in cui il Ministro ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1060" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/05/riforma-giustizia.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="riforma giustizia" /></p><p style="font-weight: 400;">L’opinione pubblica è di nuovo concentrata sul tema della <strong>riforma della giustizia</strong>. A riaccendere l’attenzione è stata la riunione di venerdì 3 maggio a Palazzo Chigi, in cui il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha illustrato il <strong>disegno di legge</strong> che presenterà entro le Europee alla presenza del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del viceministro Paolo Sisto, del sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano, dei sottosegretari al Ministero della Giustizia Ostellari e Delmastro, dei presidenti della Commissioni Giustizia di Camera e Senato, Ciro Maschio e Giulia Bongiorno, nonché dei responsabili Giustizia dei Partiti di centrodestra.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il testo ufficiale della proposta <strong>non è ancora noto</strong>, per cui il dibattito ruota per lo più attorno a quanto è stato annunciato, che ha suscitato un confronto piuttosto acceso e divisivo tra politica e magistratura.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Uno dei punti più dibattuti riguarda la <strong>separazione delle carriere della magistratura</strong>: la riforma vorrebbe imporre l’impossibilità di passare dal ruolo di requirente a quello di giudicante, ossia di poter rivestire nel corso della propria vita <strong>sia il ruolo di pubblico ministero sia quello di giudice</strong>.</mark> Il paradosso è che sia i sostenitori di questa proposta sia coloro che la criticano si appellano per sostenere la propria tesi agli stessi valori: <strong>la terzietà e indipendenza del giudice</strong>. Da un lato, c’è chi ritiene che un magistrato può essere realmente privo di condizionamenti solo se mantiene per tutta la sua vita occupazionale lo stesso ruolo. Dall’altro, c’è chi afferma che la possibilità di assumere entrambi i ruoli non interferisce minimamente con il corretto svolgimento della funzione giurisdizionale, anche perché sono previste una serie di garanzie, come l’obbligo che le due funzioni non siano esercitate nel medesimo distretto giudiziario.<mark class='mark mark-yellow'>Anzi, il fatto di aver assunto entrambe le vesti può divenire un valore aggiunto. «Essere stato sia giudice sia pubblico ministero è stato un arricchimento: passando dalla funzione giudicante alla requirente ho portato con me l’esperienza della decisione e la consapevolezza di quanto sia importante svolgere delle indagini corrette, assicurando le garanzie di tutti». Con queste parole <strong>il magistrato Francesco Menditto</strong>, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura e ora procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli (RM), commenta la questione sulla base della sua esperienza personale.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Peraltro, occorre tener presente che allo stato attuale delle cose <strong>i passaggi di carriera sono davvero esigui</strong>, a differenza di quanto accadeva fino a una quindicina di anni fa, prima che intervenissero una serie di modifiche normative. Da ultimo, la riforma Cartabia del 2022 ha stabilito che i magistrati possano effettuare il passaggio di carriera una sola volta e nel corso dei primi nove anni dalla prima assegnazione delle funzioni, o in una serie di altri casi marginali.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Questa volta però, a differenza delle precedenti, la modifica sarebbe una riforma costituzionale, perché si tratterebbe di un intervento sull’assetto della magistratura come descritto nella nostra Carta fondamentale, che è collegato all’intera architettura dello Stato.</mark> «<strong>L’articolo 101</strong> e seguenti della Costituzione prevedono che <strong>la magistratura sia autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato</strong> e in questa costruzione l’indipendenza è collegata all’unità della giurisdizione e dunque al fatto che giudici e pubblici ministeri facciano parte della stessa carriera &#8211; osserva il procuratore Menditto -. Io sarei quindi molto cauto a ragionare su una riforma come questa, che potrebbe intaccare alle fondamenta i valori espressi nella Carta, anche perché la Costituzione è un testo che è stato pensato dai nostri costituenti dopo l’esperienza tragica del fascismo con lo scopo di costituire un’Italia democratica e fondata su valori comuni».</p>
<p style="font-weight: 400;">Nell’ottica di una scissione netta tra i due ruoli, si colloca poi <strong>l’ulteriore proposta</strong> avanzata dal governo: <strong>l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura</strong>, uno per la funzione requirente e uno per la funzione giudicante. Una misura che comporterebbe necessariamente una serie di riforme collaterali: l’istituzione di due concorsi differenti, di due carriere completamente distinte, di percorsi di formazione diversi. Conseguenze che non per tutti sono positive:<mark class='mark mark-yellow'>«Avere un solo Consiglio Superiore della Magistratura, nonché un unico concorso e un percorso formativo comune, consente di avere valori fondanti condivisi e, soprattutto, assicurare l’indipendenza reale del pubblico ministero» spiega Menditto.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Sempre con riferimento al CSM, si era poi proposto di <strong>modificarne la composizione</strong>. Ora questo organo è composto dal Presidente della Repubblica, dal primo presidente, dal procuratore generale della Cassazione, e da altri 30 membri, di cui 20 sono “togati”, eletti da tutti i magistrati ordinari tra i membri della loro categoria, e 10 “laici”, scelti dal Parlamento in seduta comune tra professori universitari in materie giuridiche e avvocati che esercitino la professione da almeno cinque anni. La riforma avrebbe inteso<strong> modificarne la componente laica e stabilirne l’elezione da parte del governo</strong>, ma, alla luce delle ultime dichiarazioni dell’esecutivo, pare che questo progetto sia stato accantonato. «Chi sostiene che la separazione delle carriere potrebbe favorire l’indipendenza del giudice, senza intaccare quella del pubblico ministero, non fa i conti con i possibili sviluppi futuri di una scissione dei ruoli– osserva Menditto -.<mark class='mark mark-yellow'>I pubblici ministeri potrebbero divenire sempre più vittime del carrierismo e, dato che le nomine dei vari uffici spettano al CSM, ciò potrebbe rendere più semplice un controllo della politica sull’attività di indagine».</mark> Sul punto, il magistrato ricorda un ulteriore aspetto peculiare del nostro Paese, che aumenta la criticità della questione: «In Italia <strong>al pubblico ministero spetta anche la direzione della polizia giudiziaria</strong>, che svolge le indagini, per cui se la politica riuscisse a condizionare l’operato del magistrato, potrebbe esercitare anche un’influenza indiretta sull’avvio e il prosieguo dell’attività investigativa».</p>
<p style="font-weight: 400;">Se tale previsione si realizzasse, si concretizzerebbe una situazione contraria al principio di separazione dei poteri e lesiva dei fondamenti di autonomia e indipendenza che dovrebbero invece caratterizzare la giurisdizione. Un pericolo che l’assetto pensato dai costituenti voleva in tutti i modi evitare: a stragrande maggioranza stabilirono che i due terzi del CSM dovesse essere eletto dagli stessi magistrati, considerato che si tratta dell’organo che decide le nomine, il trasferimento e i provvedimenti disciplinari. «In un sistema del genere, <strong>la magistratura perderebbe la sua autonomia e indipendenza</strong> nel giro di qualche anno e <strong>si piegherebbe alla politica</strong>» commenta Menditto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Allo stesso modo, è stata altresì avanzata la proposta di affidare il <strong>controllo dell’attività giurisdizionale a un’Alta corte esterna al CSM</strong>, composta da membri togati e laici estratti a sorteggio da panieri prestabiliti: anche questo un punto che non è rimasto indenne da critiche. «Ritengo questa misura non condivisibile perché, pur se i procedimenti disciplinari sui magistrati sono un’attività pacificamente giurisdizionale, è opportuno che restino interni all’organo: proprio l’esperienza dei suoi componenti consente di giudicare meglio l’attività concreta dei giudici e dei pubblici ministeri» osserva il procuratore di Tivoli.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un ultimo aspetto che è stato molto attenzionato nel dibattito pubblico riguarda la modifica del <strong>principio dell’obbligatorietà dell’azione penale</strong>, secondo cui il pubblico ministero deve attivarsi e dunque indagare per ogni notizia di reato che riceve, senza avere alcun margine di decisione in merito, e sotto il controllo di un giudice che vigili sulla prosecuzione o non prosecuzione dell’azione. Da quanto emerso, pare che il governo vorrebbe intervenire sul punto e inserire in Costituzione dei <strong>criteri di priorità</strong>, ossia delle regole che determinino la gerarchia secondo la quale il magistrato deve indagare sulle notizie di reato.<mark class='mark mark-yellow'>«Sarebbe uno stravolgimento del nostro sistema, perché i nostri costituenti hanno deciso di inserire questo principio attraverso<strong> l’articolo 112</strong> della Costituzione proprio per garantire la parità di trattamento dei cittadini ed evitare che fosse il pubblico ministero a scegliere secondo la sua discrezionalità quando procedere oppure no, a differenza di quanto avvenuto nel fascismo &#8211; osserva Menditto -. Si tratta di una particolarità del nostro ordinamento, pensata proprio per evitare che le decisioni dei requirenti potessero finire di nuovo nell’orbita dell’esecutivo, come già avvenuto in passato, anche perché nel nostro Paese la contesa politica è molto forte».</mark> È però vero anche che il legislatore attuale si è reso conto di quanto possa essere complicato trattare tutti i casi allo stesso modo, dato che comunque esiste un’importanza oggettiva dei procedimenti che impone delle velocità di azione diverse. Ma al riguardo occorre ricordare che <mark class='mark mark-yellow'><strong>già la riforma Cartabia è intervenuta sul punto e ha previsto due rimedi</strong>: da un lato che il Parlamento debba stabilire con legge dei criteri di priorità; dall’altro lato che le procure più importanti determinino delle regole proprie sul punto, da adottare attraverso modalità trasparenti, che passino dal Consiglio giudiziario e per la successiva approvazione del CSM, sino alla loro pubblicazione sul sito della procura.</mark> «Non appare ragionevole adottare un ulteriore intervento come quello proposto, che potrebbe solo minare l’autonomia e indipendenza del pubblico ministero &#8211; nota Menditto -. Il Parlamento, invece, ancora non è intervenuta con la legge per offrire indicazioni generali. Logica vorrebbe verificare la funzionalità del nuovo sistema adottato con la riforma Cartabia e, solo dopo un congruo periodo, valutare correttivi». Ed evidenzia anche un’ulteriore criticità tipica proprio del nostro Paese: «In Italia è il pubblico ministero a dirigere l’attività investigativa della polizia giudiziaria, a differenza che in altri Stati come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o alcuni Paesi dell’America Latina, dove è essa stessa a decidere come avviare e svolgere le indagini, per cui la responsabilità è sempre dell’organo giurisdizionale e non vi è alcun utilizzo politico degli inquirenti &#8211; spiega -. <strong>Una perdita di autonomia del pubblico ministero fa quindi venir meno anche questo controllo democratico sulla polizia giudiziaria</strong>, che è quella che opera attivamente “per strada”: è invece importante che il magistrato requirente che la dirige sia autonomo e indipendente».</p>
<p style="font-weight: 400;">Considerata l’eventualità che la riforma venga però approvata, è ovvio chiedersi se esistano rimedi esperibili contro norme che possano in qualche modo avere un effetto distorsivo sui fondamenti del nostro sistema. «<strong>Potrebbe intervenire la Corte costituzionale</strong>, dato che ha più volte chiarito come anche le leggi di riforma costituzionale hanno dei limiti da rispettare, ossia i principi fondamentali dello Stato democratico, e in alcune sentenze ha proprio affermato che anche l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero possono considerarsi tali &#8211; spiega il procuratore -. <mark class='mark mark-yellow'>La stessa conclusione vale per il principio di obbligatorietà dell’azione penale che, secondo la corte costituzionale, rientra nei principi fondamentali della nostra Costituzione perchè, da un lato garantisce l&#8217;indipendenza del pubblico ministero e, dall&#8217;altro, l&#8217;uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale. Quindi, non è escluso che se la riforma intaccasse in modo significativo la Costituzione, la Consulta potrebbe censurarla per incostituzionalità».</mark></p>
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		<title>Tutela dell’ambiente nella Costituzione, quanto ne abbiamo cura?</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 15:12:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Miniutti]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="968" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/conflict-1445377_1280.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="conflict-1445377_1280" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Il 15 marzo 2019 ha segnato un passo importante per l’ecologia: è stata la giornata della prima protesta globale del movimento <em>Fridays For Future</em></mark>. Da quella data è scaturita una presa di coscienza globale sui rischi del degrado ambientale. Non solo: una mobilitazione pacifica ha portato nelle strade delle città del mondo donne e uomini di ogni età, fiumi di persone unite un unico slogan: <mark class='mark mark-yellow'>il desiderio di vivere in un mondo più sostenibile</mark>. Così, dopo quasi tre anni, l’Italia ha deciso di fare un passo avanti sulla tutela dell’ambiente, perlomeno sulla carta. Anzi, sulla Carta.</p>
<p>Infatti, l’8 febbraio la Camera dei deputati – dopo il via libera del Senato il 3 novembre – ha approvato la <a href="https://www.rainews.it/articoli/2022/02/la-tutela-dellambiente-entra-in-costituzione-c-il-s-definitivo-della-camera-e0361844-1a29-4ad5-b179-d7314d5b3289.html">modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione</a>, consentendo ufficialmente <mark class='mark mark-yellow'>l’ingresso della <strong>tutela ambientale</strong> nel nostro ordinamento</mark>:</p>
<p><strong>Art. 9</strong>: “<em>La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. </em><mark class='mark mark-yellow'><em>Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali</em></mark>”.</p>
<p><strong>Art. 41</strong>: &#8220;<em>L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, </em><mark class='mark mark-yellow'><em>alla salute, all’ambiente</em></mark><em>. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali </em><mark class='mark mark-yellow'><em>e ambientali</em></mark>”.</p>
<div id="attachment_53433" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/100250699-7ed759b7-6351-4445-ad84-69cea59049e7.jpg"><img class="wp-image-53433 size-large" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/100250699-7ed759b7-6351-4445-ad84-69cea59049e7-1024x417.jpg" alt="100250699-7ed759b7-6351-4445-ad84-69cea59049e7" width="1024" height="417" /></a><p class="wp-caption-text">(Credits: La Repubblica)</p></div>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Da una parte ci sono stati diversi e rinnovati dialoghi tra società e politica, su giovani e futuro; dall&#8217;altra, è stata avvertita una forte spinta istituzionale da parte dell&#8217;Unione Europea</span>. Le proteste per il clima non sono state l’unico fattore per l’approvazione di questo aggiornamento della Costituzione italiana. Hanno svolto un ruolo primario nell’accelerazione del processo decisionale, grazie anche ai dialoghi instaurati tra le istituzioni e la società civile, ong, associazioni, movimenti e anche Greta Thunberg (la più giovane e conosciuta attivista sul clima) in persona. I<strong> giovani e il loro futuro</strong> sono stati il fulcro degli argomenti trattati. In questo cambio di rotta, un attore fondamentale è stata l’Unione Europea. Con l’approvazione e la successiva entrata in vigore del <strong>Trattato di Lisbona</strong> (2008), i Paesi membri sono conversi unanimemente su una linea ambientalista. Infatti, nel <strong><a href="https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:12012E/TXT:it:PDF">TFUE</a></strong> – il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea – si parla di promozione dello “<strong>sviluppo sostenibile</strong>” (art. 11), concetto articolato poi in una lista di obiettivi nel primo comma dell’articolo 191:</p>
<p>“<em>La politica dell&#8217;Unione in materia ambientale contribuisce a perseguire i seguenti obiettivi:</em></p>
<ul>
<li><em>salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell&#8217;ambiente,</em></li>
<li><em>protezione della salute umana,</em></li>
<li><em>utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali,</em></li>
<li><em>promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell&#8217;ambiente a livello regionale o mondiale e, in particolare, a combattere i cambiamenti climatici.</em>”</li>
</ul>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’azione comunitaria punta ad “un elevato livello di tutela” ed è “fondata sui principi della precauzione e dell&#8217;azione preventiva, […] nonché sul principio del «chi inquina paga»”</mark> (art. 191). Questi nobili intenti, tuttavia, trovano degli impedimenti notevoli a causa degli <em>iter</em> decisionali dell’Unione (art. 192). Infatti, se tramite procedura legislativa ordinaria l’Unione Europea può agire in termini programmatici e di finanziamento, delle vere e proprie azioni effettive possono essere effettuate solo tramite la procedura legislativa speciale, un meccanismo che richiede l’unanimità del Consiglio che non è facilmente raggiungibile a causa delle dinamiche politiche tra Stati.</p>
<p>In questo contesto, l’UE non può imporre alcuna modifica delle proprie fonti primarie di diritto e lascia ampi margini di manovra ai singoli Stati membri, i quali possono “prendere provvedimenti per una protezione ancora maggiore” purché siano “compatibili con i trattati” (art. 193). <mark class='mark mark-yellow'>L’assenza di una, quindi, lascia tutto in mano ai singoli Paesi</mark>, i quali trovano una deterrenza principalmente di natura economicamente sanzionatoria. Dunque, (quasi) tutto sta alla sensibilità dei singoli membri. Bisogna dedurne che i propositi, i progetti e le varie modifiche alle leggi sono solo una questione formale?</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>L&#8217;Europa è segnata da processi decisionali che portano spesso a soluzioni normative al ribasso, però prevede ingenti piani di investimento per la transizione ecologica</span>La risposta che si potrebbe dare è: <strong>no, </strong>ma è una<strong> risposta timida</strong>. <mark class='mark mark-yellow'>La colpa non è dell’UE in quanto istituzione, ma dell’UE in quanto insieme di Stati</mark>. I processi decisionali “importanti” – quasi interamente basati sull’inter-governativismo a causa della reticenza dei Paesi membri a concedere ulteriore sovranità – portano spesso ad esiti che sono <strong>compromessi al ribasso</strong> per soddisfare tutti quanti. Dunque, sul piano esclusivamente legislativo la risposta risulta assai complessa. Diverso è il piano legato ai progetti di finanziamento della transizione ecologica. Per ultimo, lo <strong><em>European Green Deal </em></strong>(2019) ha segnato degli obiettivi forti, anche se in un lasso di tempo forse troppo ampio. Così riporta il <a href="https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it#in-evidenza">sito della Commissione Europea</a>:</p>
<p>“<em>I cambiamenti climatici e il degrado ambientale sono una minaccia enorme per l&#8217;Europa e il mondo. Per superare queste sfide, il Green Deal europeo trasformerà l&#8217;Unione Europea in una economia moderna, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, garantendo che:</em></p>
<ul>
<li><em>nel 2050 non siano più generate emissioni nette di gas a effetto serra</em></li>
<li><em>la crescita economica sia dissociata dall&#8217;uso delle risorse</em></li>
<li><em>nessuna persona e nessun luogo siano trascurati.</em>”</li>
</ul>
<p>Parliamo di <mark class='mark mark-yellow'>un pacchetto da <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/green-deal-commissione-europea-presenta-piano-all-italia-400-milioni-ACqWEvBB?refresh_ce=1">100 miliardi di euro di investimenti</a>, affiancati da circa altri 600 miliardi approvati con il piano <strong><em>Next Generation EU</em></strong></mark>, il progetto finanziario europeo creato per uscire dalla pandemia e creare un futuro migliore per le prossime generazioni. Dunque, se da una parte la legislazione è timida e talvolta generale in materia, dall’altra il segnale che l’Unione dà sul fronte pratico della transizione ecologica è ben deciso. <mark class='mark mark-yellow'>Una serie di piani di investimenti spinge fortemente verso una svolta sostenibile, per garantire un futuro all’interno pianeta</mark>.</p>
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		<title>Cosa prevede il taglio dei parlamentari</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2020 15:40:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Broglio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Taglio dei parlamentari]]></category>
		<category><![CDATA[voto]]></category>

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		<description><![CDATA[Da mesi si dibatte sulla modifica della Costituzione. Non si tratta di una riforma organica, ma di un quesito che coinvolge solo tre articoli: «Approvate il testo della legge costituzionale ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1426" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/referendum-costituzionale-parlamento.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="referendum-costituzionale-parlamento" /></p><p>Da mesi si dibatte sulla modifica della Costituzione. Non si tratta di una riforma organica, ma di un quesito che coinvolge solo tre articoli: <mark class='mark mark-yellow'>«Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»</mark>. La scelta è tra il Sì e il No. «Si vota per un referendum popolare confermativo, che non necessita di un quorum: la validità è indifferente alla partecipazione popolare e il risultato è sempre efficace», spiega <mark class='mark mark-yellow'><strong>Davide Zecca, docente di diritto costituzionale all&#8217;università Luigi Bocconi di Milano</strong></mark>. «Se i Sì, cioè i pareri positivi alla revisione, fossero maggiori dei No, la proposta di revisione costituzionale verrebbe approvata e la legge di revisione costituzione entrerebbe in vigore nella legislatura successiva. Ma se i voti favorevoli fossero uguali o inferiori a quelli contrari, la proposta sarebbe respinta».</p>
<div id="attachment_46457" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/PHOTO-2020-09-18-17-35-27.jpg"><img class="wp-image-46457 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/PHOTO-2020-09-18-17-35-27-225x300.jpg" alt="PHOTO-2020-09-18-17-35-27" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Davide Zecca, docente di diritto costituzionale all&#8217;università Luigi Bocconi</p></div>
<p>Promotore della riforma costituzionale il Movimento Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa. <a href="http://https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2019/10/12/19A06354/sg" target="_blank">Un iter di approvazione caratterizzato da forti spaccature</a>, con il voto favorevole ( mantenuto per tutte le votazioni) del partito alleato di Governo nel Conte I, la Lega, e la contrarietà del centro sinistra, all&#8217;opposizione nelle prime tre votazioni. Poi il cambiamento degli equilibri, con la crisi di Governo, il passaggio del Movimento all&#8217;alleanza con il Partito Democratico e gli effetti del mutamento dello schieramento governativo riflessi sulla votazione in Parlamento. «La quarta e ultima deliberazione alla Camera è avvenuta con una maggioranza superiore ai 2/3, proporzione per la quale la Costituzione stessa, all&#8217;art. 138, non consente di convocare il referendum. Non lo stesso si è verificato al Senato, aprendosi dunque quel periodo di tre mesi che consente di chiedere un referendum popolare, strumento in mano alle minoranze parlamentari non d&#8217;accordo con la revisione della Costituzione». La richiesta, firmata da 71 senatori e depositata il 10 gennaio 2020, avrebbe dovuto dare luogo al referendum del 29 marzo. Ma la pandemia ha imposto il rinvio.</p>
<p><strong>Cosa prevede la riforma </strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>&#8220;Taglio dei parlamentari&#8221; significa ridurre il numero di deputati e senatori: da 630 a 400 e da 315 a 200</mark>. «Non sempre la Costituzione ha previsto un numero fisso dei membri delle due Camere: la versione originaria del testo costituzionale li commisurava alla popolazione, stabilendo un rapporto di 1 a 80mila per i deputati e 1 a 200mila per i senatori», precisa il professore. È la legge costituzionale 2 del 1963 a cristallizzarne il numero. Ma c&#8217;è di più. «La revisione della Costituzione sottoposta a referendum prevede anche la riduzione di circa un terzo di deputati e senatori eletti all&#8217;estero e modifica il numero minimo di senatori per regione o provincia autonoma: da sette a tre, tranne il caso del Molise e della Valle D&#8217;Aosta, con rispettivamente due e un eletto. Ulteriore modifica è quella dei senatori di nomina presidenziale, una modifica di certo meno significativa e anche meno discussa».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>In gioco non ci sono solo numeri e tecnicismi. <mark class='mark mark-yellow'>La riforma determina numerosi effetti secondari, coinvolgendo vari aspetti: dalla finanza pubblica alla rappresentanza, dall&#8217;efficienza del Parlamento alla legge elettorale<mark class='mark mark-yellow'></mark>. «Esiste di certo una ragione di natura economica, determinata dal risparmio che la riduzione del numero dei parlamenti avrebbe sul bilancio pubblico. <mark class='mark mark-yellow'></mark>La quantificazione approssimativa è di circa sessanta milioni di euro all&#8217;anno. Comparati alla spesa pubblica italiana, che supera gli 800mld annui, forse non si tratta di un risparmio significativo. Anche se in valore assoluto di certo lo è</mark>», commenta il professore Zecca. Punto ulteriore è il rapporto esistente tra governo e parlamento e l&#8217;esercizio della funzione legislativa. «È un dato fattuale che una gran parte dell&#8217;attività normativa sia diretta dal governo, che attraverso la decretazione di urgenza o fonti di rango secondario monopolizza l&#8217;azione del parlamento condizionandone i lavori. <mark class='mark mark-yellow'>Chi sostiene il sì, considera che, data questa tendenza ad accentrare l&#8217;agenda legislativa nelle mani del governo, molti parlamentari non servirebbero, svolgendo un ruolo secondario dal punto di vista normativo</mark>». Una visione limitata per chi sostiene il No, e che non considera il ruolo di controllo e ispettivo che il Parlamento svolge. «<mark class='mark mark-yellow'>Pensare al parlamento solo come organo deputato alla produzione legislativa è di certo riduttivo</mark>. Una riduzione  dei parlamenti significherebbe anche una maggiore riduzione del potere di controllo e un allargamento del potere del governo, in senso indiretto».</p>
<div id="attachment_46424" style="width: 707px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/Schermata-2020-09-16-alle-14.59.44.png"><img class="wp-image-46424" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/09/Schermata-2020-09-16-alle-14.59.44.png" alt="Schermata 2020-09-16 alle 14.59.44" width="707" height="352" /></a><p class="wp-caption-text"><em>Di chi è l&#8217;iniziativa delle leggi approvate dal 2008 a oggi</em>, <a href="http://Di%20chi è l'iniziativa delle leggi approvate dal 2008 ad oggi" target="_blank">Openpolis</a></p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Ed è qui che si colloca il concetto di rappresentanza</mark>. «Diminuendo il numero dei parlamenti significherebbe per ciascun deputato e senatore, se la riforma passasse, rappresentare un numero più alto di cittadini rispetto a oggi: da 95mila a 151mila nel primo caso e da 190mila a 300mila nel secondo. Per effetto della riduzione del numero di senatori e dell&#8217;abbassamento del numero minimo di senatori per regione, più della metà delle regioni italiani avrebbero sei o meno senatori». <mark class='mark mark-yellow'>Altro punto riguarda il funzionamento dell&#8217;organo</mark>. Come accade alla Camera, anche al Senato una gran parte del lavoro viene svolta non in Assemblea integrale, ma nelle singoli commissioni e nelle giunte. «È un lavoro istruttorio molto importante. Considerando che ciascun organo ha un certo numero di rappresentanti, che tutti i gruppi devono essere rappresentati in tutte le commissioni e che all&#8217;interno delle commissioni deve essere mantenuto un equilibrio che riproduca la consistenza numerica dei gruppi in aula, ridurre a duecento il numero dei senatori potrebbe creare qualche difficoltà di adattamento e funzionamento del parlamento». E già da ora si parla infatti di una modifica dei regolamenti di Camera e Senato.</p>
<p>«<mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;associazione con la legge elettorale attuale, per un terzo maggioritaria &#8211; continua il professore &#8211; rischia di avere un forte effetto selettivo &#8220;ipermaggioritario&#8221;</mark>, che potrebbe consentire a una maggioranza abbastanza coesa sul territorio nazionale di superare, pur ottenendo una percentuale inferiore al 50% dei voti, quel quorum di 2/3 dei seggi richiesto per modificare la costituzione in autonomia e senza possibilità di ricorrere al referendum. Un altro effetto collaterale potrebbe essere l&#8217;indebolimento dell&#8217;incentivo al compromesso che sta alla base dei quorum rafforzati nell&#8217;elezione dei membri della Corte Costituzionale e di quelli laici del CSM, spettanti al Parlamento. Quorum elevati che simboleggiano la necessità di  giungere a un punto di incontro perché si eleggono figure di garanzia». Ma inciderebbe anche sull&#8217;elezione del presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento in seduta comune, integrato da tre delegati per ciascuna regione (a esclusione della Valle d&#8217;Aosta, che ne ha uno). Una percentuale che passerebbe dal 6% al 9%. E ipotizzando una maggioranza delle regioni guidata da una sola forza politica che guida il Paese, l&#8217;aumentato numero dei delegati inciderebbe in modo significativo nell&#8217;elezione del capo dello Stato.</p>
<p>Se per comprendere la prospettiva nazionale sia necessario riferirsi a come funzioni negli altri Stati Europei, lo spiega il professore. Che suggerisce di procedere con cautela. «Nel paragone possiamo rifarci a forme di governo diverse, come accade in Francia, o a forme di governo affini, come la Spagna e la Gran Bretagna, differenti però nella forma istituzionale. <mark class='mark mark-yellow'>La comparazione è sensata se ci si riferisce alle camere basse degli altri paesi: se la riforma passasse, l&#8217;Italia avrebbe 0,7 rappresentanti per 100mila abitanti, diventando il Paese europeo con il rapporto più basso</mark>. Se invece si vuole considerare anche la camera alta, cioè il senato, vedremmo per esempio che in Francia il numero di senatori è superiore a quello previsto dalla nostra Costituzione e che in Gran Bretagna la Camera dei Lord hanno molti più componenti del Senato italiano. <mark class='mark mark-yellow'>Ragionare sui numeri è senza dubbio corretto, ma solo se è utile per potere affrontare il tema del rapporto numerico tra rappresentanti e rappresentati con maggiore chiarezza</mark>».</p>
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