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	<title>magzine &#187; corriere della sera</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>&#8220;La poesia è di tutti&#8221;: una collana per riscoprire il bello</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 20:50:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Galiè]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Università Cattolica]]></category>

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		<description><![CDATA[Una selezione di 25 poeti in altrettanti volumi, essenziali, piccoli e colorati, con copertine illustrate. Dalle poesie d’amore di Pablo Neruda all’ironia di Wislawa Szymborska, dai classici dell’Otto e Novecento ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1536" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/WhatsApp-Image-2023-03-22-at-19.01.11.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Poesia" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>Una selezione di 25 poeti in altrettanti volumi, essenziali, piccoli e colorati, con copertine illustrate. Dalle poesie d’amore di Pablo Neruda all’ironia di Wislawa Szymborska, dai classici dell’Otto e Novecento a due autori viventi di livello internazionale come l’afroamericano Jericho Brown e il vietnamita Ocean Vuong.</mark>Un appuntamento settimanale con la poesia per ricordare che appartiene a tutti noi: proprio in occasione della Giornata Unesco dedicata ai versi, il <em>Corriere della Sera</em> ha scelto di lanciare la sua nuova collana, <em>La poesia è di tutti.</em></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Un appuntamento settimanale con la poesia per ricordare che appartiene a tutti noi: proprio in occasione della Giornata Unesco dedicata ai versi, il <em>Corriere della Sera</em> ha scelto di lanciare la sua nuova collana, “La poesia è di tutti”</span></p>
<p>L’iniziativa nasce dall’intento del quotidiano di consolidare il suo status di istituzione culturale nel Paese: lo fa già con <em>La Lettura</em>, storica rivista tornata nel 2011 in seguito allo stop del dopoguerra, in cui la critica svolge il fondamentale compito di mediazione tra la complessità dei componimenti poetici e un pubblico che ha bisogno di comprenderli appieno.<mark class='mark mark-yellow'>Tra le notizie che minacciano di distruggere il nostro equilibrio, questa collana fornisce ai lettori un altro appiglio per evadere dallo shock provocato dalla quotidianità</mark>. “La poesia serve proprio ad allontanarci da una sensazione di spavento per fare spazio allo stupore – esordisce <strong>Barbara Stefanelli, vicedirettrice vicaria del <em>Corriere</em></strong>, nell’aula magna dell’Università Cattolica di Milano, partner del progetto –, uno stato di meraviglia che ci fa riaprire verso il bello e permette anche di cogliere il dolore degli altri. Il messaggio – aggiunge – è che la poesia può entrare nelle nostre vite così come un libretto entra nelle nostre tasche, aiutandoci ad attraversare la confusione fino a raggiungere un cortile interno in cui si fa pace con la realtà”.</p>
<p>Mettere la poesia al servizio di tutti evita che rimanga imprigionata negli ambienti intellettuali, che si tratti soltanto sulle antologie del liceo e che continui ad apparire come una stella irraggiungibile. “Ai più sfugge la contemporaneità della poesia e, inoltre, c’è una poesia contemporanea che necessita di maggiore comprensione”, ammonisce <strong>Franco Anelli, rettore dell’ateneo</strong>.<mark class='mark mark-yellow'>In un’epoca in cui le forme classiche della comunicazione sono messe alla prova dalle tecnologie, bisogna coltivare la creatività: “Le macchine possono essere in grado di riprodurre lo stile, ma non riescono a essere creative. Nell’uso del linguaggio e nella sua capacità di evocazione la poesia raggiunge i massimi livelli di creatività, e riprendere in mano certi testi è una grande opportunità di arricchimento”</mark>. Durante la serata, la contemporaneità è stata rappresentata da <strong>Filippo Capobianco, campione italiano di <em>poetry slam</em></strong>, un’arte performativa praticata in pubblico che associa scrittura e recitazione. Studente di fisica ventiquattrenne, Capobianco ammette che “come nella poesia, anche nelle formule c’è una certa ricerca dell’eleganza, perché i fisici aspirano a una bellezza universale da raggiungere con meno simboli possibile”.</p>
<p>La poesia può farsi leggere e ascoltare da chiunque lo desideri, anche se l’autore sembra rivolgersi a qualcuno o qualcos’altro: Montale invoca Clizia, Leopardi dà del tu alla luna.<mark class='mark mark-yellow'>“Tutte le cose sono interrogabili, ma i destinatari siamo sempre noi. Il poeta non è nulla se non c’è un interlocutore a condividere la sua insania, come Sancho Panza rende reali le fantasticherie di Don Chisciotte”</mark>, spiega <strong>Daniele Piccini, curatore della collana</strong>. Per lui, il linguaggio della poesia “ha una temperatura più alta del normale e, come il vetro, si lavora a caldo”. Per <strong>il docente e scrittore Giuseppe Lupo</strong>, invece, “gli uomini parlano due lingue: una quando siamo in giacca e cravatta e una quando siamo ancora in pigiama. Proprio quest’ultima ha il potenziale per diventare letteratura perché, per quanto aggrovigliata, è quella più autentica”.</p>
<p>Poiché la poesia non è altro che parole in musica, la chiusura è stata affidata al <strong>pianista Stefano Bollani e all’attrice Valentina Cenni</strong>. I due, in un’esibizione piano e voce, hanno proposto alcuni brani del repertorio dei <em>Cantacronache</em>, un collettivo che, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ha aperto la strada al cantautorato italiano, da Tenco a De André.<mark class='mark mark-yellow'>Nel suo discorso durante la cerimonia per il ritiro del premio Nobel, Eugenio Montale definì l’attività poetica “un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo; una malattia endemica e incurabile”. Ma che, quando accolta e non respinta, ci può aiutare a guarire</mark>.</p>
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		<title>In memoria di Maria Grazia Cutuli, un premio ai giovani iraniani</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 11:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Sofia Valente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Cutuli]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>

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		<description><![CDATA[«Non voglio tornare adesso. Ti chiedo un regalo per il mio compleanno, ti chiedo di restare qui» Maria Grazia Cutuli Il preside della scuola blu di Herat è fuggito dall’Afghanistan ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1900" height="1425" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/IMG_8528-e1669192549247.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="IMG_8528" /></p><p style="font-weight: 400; text-align: right;"><em>«Non voglio tornare adesso.</em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;"><em>Ti chiedo un regalo per il mio compleanno,</em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;"><em>ti chiedo di restare qui»</em></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;"><em>Maria Grazia Cutuli</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Il preside della scuola blu di Herat è fuggito dall’Afghanistan per l’arrivo dei talebani. I giornalisti in Ucraina non parlano più di corruzione, ma si impegnano a dare voce ai sopravvissuti dei crimini di guerra. I ragazzi e le ragazze iraniani non si arrendono e scendono in piazza con la speranza di istituire una democrazia nel loro Paese. SE c&#8217;è un comune denominatore tra tutte queste storie, è il fatto che <mark class='mark mark-yellow'>sono storie di persone che lottano per tutelare i diritti fondamentali dell&#8217;uomo: libertà di movimento, pensiero, stampa.</mark> Anche la giornalista inviata del Corriere della Sera <strong>Maria Grazia Cutuli</strong> aveva difeso il diritto e la necessità di raccontare quello che stava accadendo in Afghanistan dopo l’attentato del terrorismo di al-Qaeda alle Torri Gemelle. Dopo avere avviato un’inchiesta su un deposito di gas nervino a Tra Bora, definita la base operativa afghana di Osama Bin Landen,  il 19 novembre del 2001 fu assassinata insieme all&#8217;inviato di<em> El Mundo</em> Julio Fuentes e a due corrispondenti dell&#8217;agenzia Reuters, l&#8217;australiano Harry Burton e l&#8217;afghano Azizullah Haidari. <mark class='mark mark-yellow'>A 21 anni dalla sua scomparsa, la Fondazione del Corriere della Sera ha deciso di consegnare il premio annuale a lei dedicato ai tanti ragazzi e ragazze iraniani,</mark> che protestano per chiedere la fine del regime teocratico. Prima dell’inizio della cerimonia, la redazione esteri del quotidiano nazionale ha organizzato un presidio nella sede di via Solferino. Una manifestazione silenziosa, perché a parlare erano i volti delle vittime iraniane disegnati da Gianluca Costantini.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La Fondazione Corriere della Sera ha consegnato il premio annuale dedicato alla giornalista ai giovani iraniani della &#8220;generazione Z&#8221;</span></p>
<p style="font-weight: 400;">«Quante generazioni dovranno morire prima che le altre nazioni capiscano quanto sia importante isolare questo regime?» domanda al pubblico della sala Buzzati <strong>Maryam Mohammadi</strong>, che si è trasferita in Italia cinque anni fa. «Io sono scappata perché sono una criminale per il governo iraniano. Il mio genere è un crimine. Sono una donna curda e ho scelto di non essere musulmana – spiega Mohammadi –. Sono stata arrestata dalla polizia religiosa cinque volte e quando tornavo a casa piangevo sempre. Venivamo trattate come delle terroriste, perché la polizia prendeva le nostre generalità e ci scattava delle foto per dimostrare che il nostro modo di vestirci era sbagliato per il governo iraniano. Qualche anno fa potevo esserci io al posto di Mahsa Amini». In base al report di Iran Human Rights almeno 416 persone sono state uccise e 14 mila sono state arrestate da quando sono iniziate le proteste. «Io sono stato nel carcere di Teheran, lo stesso in cui ha vissuto Alessia Piperno per 40 giorni. È un inferno – racconta <strong>Reza Saberi</strong> –. Sono stato arrestato insieme a due miei amici nel 2009, perché stavo protestando contro il risultato delle ultime elezioni. Nel tragitto per arrivare al carcere mi hanno bendato. Quando venivo interrogato mi picchiavano sempre. Mi ricordo che <mark class='mark mark-yellow'>la mia cella si trovava sotto al corridoio della sezione femminile e una volta sono riuscito a parlare con una ragazza comunicando attraverso la tubatura sotto il lavello. Questa donna mi ha raccontato che sarebbe stata giustiziata dopo pochi giorni».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«Quante generazioni dovranno morire prima che le altre nazioni capiscano quanto sia importante isolare questo regime?» chiede al pubblico la giovane iraniana Maryam Mohammadi</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Mohammadi e Saberi sperano un giorno di poter tornare nel loro Paese, ma c’è chi non ha mai avuto la possibilità di visitarlo. <strong>Samira Ardalani</strong> è lombarda e dal giorno della sua nascita l’Iran è per lei un territorio proibito. I suoi genitori erano attivisti iraniani e si sono entrambi rifugiati in Italia per non rischiare di essere uccisi. «Noi dell’associazione giovani iraniani residenti in Italia siamo costantemente in contatto con i ragazzi e le ragazze che scendono in piazza. Molti sono della generazione Z – dice Ardalani –. C’è una differenza rispetto al passato. I giovani hanno aperto gli occhi e hanno capito che il regime apre il fuoco in modo indiscriminato. <mark class='mark mark-yellow'>Le donne non hanno diritto di vivere e lo stesso vale per gli uomini, perché non c’è la libertà di pensiero o di parola. Il popolo iraniano non chiede le armi per la rivoluzione, ma vuole che il regime teocratico non venga riconosciuto dalle altre nazioni».</mark></p>
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		<title>Al Ted One, quando c&#8217;era da &#8220;cucire&#8221; un occhiello</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2019 15:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Ancona]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[#milano]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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		<description><![CDATA[Se la storica redazione milanese del Corriere della Sera fosse una cattedrale, probabilmente il bar Ted One ne sarebbe il confessionale. Il suo confessore sarebbe il signor Pasquale, proprietario del bar che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><mark class='mark mark-yellow'>Se la storica redazione milanese del <em>Corriere della Sera </em>fosse una cattedrale, probabilmente il bar <em>Ted One</em> ne sarebbe il confessionale.</mark> Il suo confessore sarebbe il signor Pasquale, proprietario del bar che dal 1985 prepara il caffè per alcuni dei più grandi giornalisti della recente storia d’Italia. Da Montanelli a Biagi, da Ettore Mo a Paolo Mieli, sono passati (e passano ancora) tutti di lì. E l’uomo, che prepara caffè e serve calici di vino, conserva ricordi di ognuno di loro. Posto all’incrocio tra via Solferino e via Della Moscova il <em>Ted One</em> è uno di quei posti che raccontano un altro tempo e forse un’altra Milano. Quella delle macchine da scrivere battenti, delle rotative metalliche, degli inviati in guerra e dei direttori di giornali che facevano del loro lavoro una religione. E che, invece del caffè, cercavano l’ispirazione davanti a un calice di vino rosso. «Ettore Mo era un grandissimo bevitore, e non di caffè – dice con un sorriso il signor Pasquale –. L’ho visto piangere, Ettore, ma non per i racconti di guerra. L’ho visto piangere per altro, per qualcosa di più personale. Però, fra tutte, quella guerra lì l’ha sconvolto: l’ex Jugoslavia e la Cecenia. Non l’ho mai visto tornare così provato». Tra le altre fortune, Pasquale ha anche quella di aver conosciuto Montanelli negli anni del suo ritorno al <em>Corriere</em>, quando la finestra della sua stanza si affacciava proprio sull’ingresso del bar. E da qui lo si vedeva andare al trotto, calpestando ogni centimetro sotto i suoi piedi, per cercare e trovare la parola giusta. «Montanelli era davvero burbero come lo si ricorda. Un toscanaccio, e non lo si poteva non adorare per questo. Tutti i pomeriggi passava di qui a bere il suo caffè, era il suo modo per affilare la penna».</p>
<p>Con il rispetto di chi sa di essere fortunato a poter raccontare quelle storie, mentre indica un muro tappezzato di fotografie con i giornalisti, racconta:<mark class='mark mark-yellow'>«Quando una volta si era in redazione e trovare un titolo pareva fosse la cosa più difficile del mondo, tra giornalisti si dicevano “Andiamo giù al Ted One”.</mark>Allora si usciva, si prendeva una boccata d’aria, si beveva un paio di bicchieri di vino rosso e si viaggiava alla grande. Era un tempo meraviglioso». Persino durante la prima riunione di redazione del primo mandato da direttore di Paolo Mieli accadde qualcosa di simile. “La prima cosa che faremo – disse Mieli &#8211; sarà andare al Ted One a smantellare le lobby”. «Questa cosa fece allo stesso tempo sorridere e scandalizzare i ‘giovani’ giornalisti del tempo che credevano impossibile arrivare alla prima riunione di redazione e sentir parlare del bar qui sotto come il luogo da cui partire per fare questo mestiere».</p>
<div id="attachment_40060" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/IMG_5587-1.jpg"><img class="size-large wp-image-40060" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2019/12/IMG_5587-1-1024x768.jpg" alt="Pasquale, il barista del Corriere della Sera" width="1024" height="768" /></a><p class="wp-caption-text">Pasquale, il barista del Corriere della Sera</p></div>
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