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	<title>magzine &#187; civile</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Amedeo Ricucci: Libia, da rivoluzione a guerra per procura</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Feb 2020 15:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Domaschio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<description><![CDATA[«Sono stato a Tripoli 20 giorni e sono arrivato alla linea del fronte con grande difficoltà: questo perché nessuno dei due belligeranti vuole far vedere che a combattere sono forze ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="541" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/02/231620902-e06d356a-9fdc-427a-a5b0-efe5acc8cfa9.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="231620902-e06d356a-9fdc-427a-a5b0-efe5acc8cfa9" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'>«Sono stato a Tripoli 20 giorni e sono arrivato alla linea del fronte con grande difficoltà: questo perché nessuno dei due belligeranti vuole far vedere che a combattere sono forze esterne alla Libia, e che i libici non combattono più in prima linea».</mark>  Così <strong>Amedeo Ricucci</strong>, reporter di guerra della Rai di grandissima esperienza, racconta di quanto sia cambiato il conflitto libico negli ultimi anni, che da rivoluzione popolare è diventato una vera e propria «guerra per procura».</p>
<p><strong>Cosa distingue il conflitto in Libia dagli altri che ha avuto l’occasione di raccontare nella sua carriera?</strong></p>
<p>«Oggi non si può neanche più parlare di un conflitto libico.<mark class='mark mark-yellow'>La Libia ha vissuto due distinte guerre civili: la prima è la rivoluzione che ha spodestato Gheddafi, che è partita nel febbraio del 2011 ma si è trascinata fino al 2014. In quello stesso anno, con la cosiddetta &#8220;Operazione dignità&#8221; del generale Khalifa Haftar, è iniziato un secondo conflitto che si sta dispiegando con tutta la sua drammaticità adesso</mark>».</p>
<p><strong>Come sono composti i due schieramenti?</strong></p>
<p>«A Tripoli ci sono almeno 3mila combattenti siriani ingaggiati dal premier turco Ergodan che appoggiano il governo dell’accordo nazionale (Fayez al-Sarraj) e, sempre a Tripoli, ci sono migliaia di mercenari russi. La carne da macello, che combatte in prima linea, è invece composta da mercenari reclutati in Sudan e in Chad.<mark class='mark mark-yellow'>I due schieramenti rappresentano anche le due anime rivali del mondo islamico sunnita: da una parte chi difende la Fratellanza Musulmana (Turchia e Qatar) offre il proprio appoggio al presidente al-Sarraj, dall’altra chi vi si oppone (Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita) supporta il generale Haftar. A subire le conseguenze di questa rivalità è la popolazione libica</mark>».</p>
<p><strong>Ormai sono passati 9 anni dal 17 febbraio 2011, inizio della prima guerra civile in Libia. Cosa chiedono ora i libici alla classe politica e alla comunità internazionale?</strong></p>
<p>«Cominciamo mettendo in chiaro un fatto molto importante: chiunque è stato in Libia sa che nessun libico rimpiange Gheddafi. Non è stato il suo spodestamento l’origine dei mali, ma la gestione poco lungimirante da parte delle potenze occidentali. I bombardamenti della Nato sono stati decisivi a spodestare il dittatore nordafricano, ma dal giorno dopo la sua deposizione le potenze occidentali hanno abbandonato i libici, che ora assistono passivamente allo scontro, non avendo più fiducia nell’attuale classe politica che ha preso il potere per vie tribali».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Chiunque è stato in Libia sa che nessun libico rimpiange Gheddafi. Non è stato il suo spodestamento l’origine dei mali, ma la gestione poco lungimirante da parte delle potenze occidentali».</span></p>
<p><strong> </strong><strong>Quanto potere ha Al-Sarraj e quanto le milizie locali che lo supportano?</strong></p>
<p>«Al-Sarraj è salito al potere dopo che era stato tentato un lungo percorso di riconciliazione, ma già il suo insediamento nel 2016 avrebbe dovuto farci riflettere, perché fece fatica addirittura a entrare a Tripoli a causa dell’ostilità delle milizie tripoline. Dal 2014 in poi la città è stata oggetto delle mire dei miliziani locali che, in assenza di un ceto politico adeguato, si sono spartiti il potere. Al-Sarraj è completamente schiavo di queste milizie, che sono state integrate nei vari ministeri».</p>
<p><strong>In che condizioni, invece, vivono ora i migranti in Libia?</strong></p>
<p>«<mark class='mark mark-yellow'>Prima del 4 aprile era difficile incontrare i migranti per le strade di Tripoli, Misurata, Zintan o lungo la costa. Se ne stavano nascosti, giravano il meno possibile e provavano con vari sotterfugi ad imbarcarsi per l’Europa. Ora la situazione è diversa: si vedono centinaia di migranti per strada, molti dei quali svolgono attività al soldo dei libici, con un fenomeno di caporalato simile a quanto avviene in Italia.</mark> Secondo l’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, al momento sono un migliaio i migranti nei centri di detenzione, contro i quasi 7mila che erano prima dello scorso 4 aprile. I migranti, però, pagano comunque il prezzo del conflitto, visto che alcuni vengono assoldati per andare al fronte ed altri non possono essere rimpatriati attraverso i programmi di rimpatrio volontario dell’Oim perché le strade non sono sicure e quindi non si possono organizzare i convogli».</p>
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