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	<title>magzine &#187; Cecchettin</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Intervista a Gino Cecchettin: come dare un senso al dolore</title>
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		<pubDate>Tue, 06 May 2025 11:25:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi sarebbe stato il suo compleanno. E, però, tocca ricordare Giulia Cecchettin nel cordoglio, per il fatto che non è più viva ma anche perché il numero di donne uccise ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1706" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/GINO-CECCHETTIN-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GINO-CECCHETTIN--scaled" /></p><p>Oggi sarebbe stato il suo compleanno. E, però, tocca ricordare Giulia Cecchettin nel cordoglio, per il fatto che non è più viva ma anche perché il numero di donne uccise dai loro partner continua a crescere. Domenica mattina un altro femminicidio &#8211; commesso a Settala da un cinquantenne che ha ucciso a coltellate la moglie &#8211; si è aggiunto alla già fin troppo lunga lista dei reati di genere nel 2025. Si tratta dell&#8217;ennesimo episodio per riflettere sulla nostra società, sul valore attribuito alla vita altrui, su quanto ancora si debba lavorare sulla cultura del rispetto per gli altri. Sono discorsi preziosi da affrontare con chi, dalle macerie di un lutto, sta cercando di trarre qualcosa di costruttivo, nel tentativo di rimodellare i connotati, spesso inconsapevoli, che caratterizzano la cultura in cui siamo immersi. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Gino Cecchettin</strong> è ormai diventato uno dei volti emblematici di questo impegno: assieme a lui, ospite in questi giorni al festival dei Diritti Umani di Milano, abbiamo parlato della lotta alla violenza di genere e al patriarcato, e di come questi intenti traspaiano dalle pagine del suo libro <em>Cara Giulia, quello che ho imparato da mia figlia</em>, edito da <strong>Rizzoli</strong></mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Sempre più spesso leggiamo di episodi di violenza, sia di genere sia a livello giovanile, come ci insegnano i casi recenti. Siamo solo più attenti o effettivamente c&#8217;è un aumento?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Mi sembra di capire che ci sia una escalation verso una violenza sempre più pervasiva e acuta, nei termini e nelle modalità. Non so se l&#8217;informazione anni addietro non riportasse tutti gli atti di violenza tra i giovani, però sicuramente mi sembra che ci sia più facilità nel commettere dei gesti efferati senza pensare alle loro conseguenze. E, convivendo con questa violenza continua, mi pare si tenda a divenirne assuefatti: la mia paura è che questa &#8220;nuova normalità&#8221; diventi sempre più grave. <mark class='mark mark-yellow'>In  un mondo totalmente pacifico uno schiaffo sarebbe visto com un&#8217;aberrazione; al contrario, in un mondo violento e di guerra come il nostro, l&#8217;omicidio viene considerato alla stregua di un evento che accade tutti i giorni.</mark> A incidere sull’accelerata della violenza contribuiscono anche i social, internet e l’intelligenza artificiale, che consentono una diffusione capillare dei contenuti tra i giovani: anche solo vedere dei video dove si mostra dell&#8217;aggressività ci rende assuefatti, per cui poi ci sembra quasi normale parlare di accoltellate, di sparatorie e di cose che, normali, non lo sono assolutamente.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il progetto di comunicazione e consapevolezza che state portando avanti come famiglia e come<em> Fondazione Cecchettin</em> sta effettivamente apportando un cambiamento nella nostra società, anche soltanto per sensibilizzare giovani e meno giovani sul fenomeno?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Penso proprio di sì, anche perché ci sono dei dati oggettivi: le donne telefonano molto di più che in passato, le denunce sono cresciute, il numero di chiamate al 1522 è aumentato: il fatto di continuare a parlarne probabilmente fa aumentare la consapevolezza e il coraggio in chi ha bisogno, in chi deve denunciare. Quindi, è un percorso che bisogna fare, a dispetto di coloro che sostengono che se ne parli troppo. Anzi, vorrei dire: «Parliamone ancora di più».</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Per quanto riguarda i rimedi, qualche mese fa il Consiglio dei ministri ha dato il suo “via libera” a un progetto di legge per introdurre il reato di femminicidio. Sarebbe sufficiente? Cos&#8217;altro dovrebbero fare le istituzioni?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Posto che con l&#8217;inasprimento delle pene non si eliminano di default i reati, qualsiasi essi siano, introdurre il reato di femminicidio equivarrebbe a riconoscere di un tipo violenza particolare, che svilisce la donna in quanto donna e ha delle sue dinamiche specifiche. Inoltre, in questo modo si inizierebbe anche a parlare di femminicidio in giurisprudenza. Ancora adesso molte persone sostengono che sia inutile introdurre questo reato, perché di fatto si tratta di un omicidio, ma bisogna riconoscere che <mark class='mark mark-yellow'>la violenza sulle donne è un fenomeno diverso: non è quella classica, che esiste tra gang o quella colposa che può succedere per strada, bensì è una forma costante, continua, che si struttura come una piramide e arriva, nella sua escalation più acuta, proprio al femminicidio.</mark> Riconoscerlo, secondo me, è un passo importante, perché bisogna far capire che è un tipo di violenza tutta particolare, che va sradicata con altri metodi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Quali potrebbero essere questi metodi per combattere la violenza di genere e quali scelte concrete chiunque di noi potrebbe adottare già da subito nel suo quotidiano, in famiglia, a scuola e in tutti i contesti che frequentiamo ogni giorno?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Un primo passo fondamentale è iniziare a parlarne, perché penso che non venga fatto a tutti i livelli e in tutte le famiglie, anzi, probabilmente in alcune case viene considerato un tabù al pari dell&#8217;educazione sessuale: nel momento in cui si riesce anche solo ad imbastire un dibattito, che sia in famiglia o a scuola, già il confronto può dare spunti necessari per intravedere i prossimi passi. E poi ci sono i famosi decaloghi per capire cos&#8217;è la violenza di genere: se ne trovano in ogni sito di associazioni che la combattono. Giulia stessa aveva scritto in quindici punti “I motivi per cui ho lasciato Filippo”, dove si intravede che nel loro rapporto c’era coercizione, possesso, mancanza di libertà. Il riconoscersi in almeno uno di questi punti significa già avere gli elementi per troncare una relazione.</p>
<p><strong>Proprio per questa impellente esigenza di parlarne, ha scritto il libro <i>Cara Giulia, </i>già pochi mesi dopo la scomparsa di sua figlia. Cosa Le ha dato la forza di farlo?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Penso che la forza sia arrivata soprattutto dal dolore, un dolore fortissimo, intenso, lancinante, e dal voler in qualche modo dare continuità all&#8217;opera altruista di Giulia, che aiutava il prossimo in maniera sistematica, quasi fosse un principio di vita. Volevo far confluire tutte le domande che mi ponevo in quel momento e il dolore che stavo provando per metterli al servizio della comunità, affinché altri genitori non provassero quello che stavo vivendo io. Poi avevo capito che Giulia ormai era diventata la Giulia &#8220;di tutti&#8221;, e, in tutto questo, io credo di non aver rinunciato a nulla di Giulia, anzi: l&#8217;ho donata all&#8217;Italia intera per veicolare un messaggio. A tutto questo, si aggiunge il fatto che stavo pensando di fondare un&#8217;associazione e il libro avrebbe potuto essere il veicolo per finanziarla. Penso che sia stata la giusta risposta al mio dolore e a un rapporto padre e figlia interrottosi per volere di altri.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Se avesse la possibilità di scegliere un passaggio, qualche pagina o anche soltanto una frase, che vorrebbe tutti leggessero, quale sarebbe? Qual è il “cuore” del libro?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A me piace tantissimo l&#8217;incipit, proprio il primo capitolo, che è breve e di fatto non l&#8217;ho scritto io, ma racchiude un&#8217;emozione intensa, che ho vissuto e che ho ritrovato nelle parole di chi sa scrivere, perché descrive tantissimo la condizione di quel momento. E poi direi il messaggio delle porte aperte, che sono un simbolo che ritorna: all&#8217;inizio la stanza di Giulia  era una porta aperta, che lasciava presagire qualcosa di brutto; alla fine la porta aperta diventa un segno di comunicazione, di apertura, di dialogo verso un futuro che ha bisogno di confronto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dal testo Giulia appare come una ragazza molto trasparente, il che forse è uno dei motivi per cui l&#8217;opinione pubblica si è affezionata così tanto a lei. Nel momento in cui ha scritto c&#8217;è stata una presa di consapevolezza diversa rispetto al rapporto che vi legava come padre e figlia?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In realtà io e mia moglie siamo sempre stati consapevoli di avere un rapporto piuttosto intimo con tutti i ragazzi, parlando anche di tematiche che di solito vengono considerate dei tabù. Però mi duole il fatto che, nonostante questo rapporto così intimo, lei non sia riuscita a esprimere qualche paura, ammesso ne avesse, perché una settimana prima del suo omicidio, mi aveva detto: «Stai tranquillo papà, che Filippo non farebbe male a nessuno». Tutto questo è successo mentre Filippo stava già meditando il peggio. È una cosa con la quale ancora faccio fatica a fare i conti: nonostante un rapporto perfetto, una comunicazione costante sotto tutti i punti di vista, nessuno dei due aveva avuto la percezione di questo rischio oppure è mancato un elemento di comunicazione ancora più profondo per poter darci lo spunto per capire che lei stava in brutte acque. Proprio per questo la violenza di genere è pericolosa, perché è molto più subdola di quello che noi pensiamo.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Nel libro ci sono due scelte stilistiche particolari: una è la decisione molto intima di rivolgersi a Sua figlia dandole del &#8220;tu”; la seconda è non nominare mai “Filippo”, non dare neppure un nome al responsabile dell&#8217;omicidio. Da cosa sono state dettate?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Da un lato, ha scelto di dare del “tu” a mia figlia e di utilizzare la forma della lettera perché non mi sarei mai sentito a mio agio nell’usare un impersonale o una forma narrativa esterna e distaccata. Dall&#8217;altro lato, non è mai stato citato Filippo perché l’intento era produrre “qualcosa di bello”, che portasse speranza. Mettere anche solo un elemento che riconducesse a qualcuno che, al contrario, ha fatto tutto tranne che &#8220;del bello&#8221;, secondo me sarebbe stato come contaminare il tutto. Del resto, essendo un testo destinato all’Italia, la storia la conoscevano tutti, non era necessario spiegarla di nuovo: ho preferito soffermarmi sull&#8217;essenza del pensiero, dei rapporti, del modo di parlare, di vivere. Non era assolutamente necessario descrivere passaggi che assomigliano più a uno scoop che non alla notizia, che non avrebbero dato alcun valore aggiunto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio rispetto alla vicenda più strettamente &#8220;di cronaca&#8221;, si è molto discusso della sentenza di condanna nel momento in cui è stato pronunciato il dispositivo. Poche settimane fa sono state depositate anche le motivazioni. Posto che nessuna decisione potrà mai restituirvi la vostra vita di prima, come famiglia, sentite queste motivazioni rispondenti e rispettose della storia che è stata? </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È proprio così: non c&#8217;è sentenza che ti possa restituire anche il minimo conforto. Chi aspetta la decisione cercando una concsolazione probabilmente è accecato da qualche sentimento negativo di rabbia, di vendetta, di ira, che sicuramente non verrà ripagato neanche con l&#8217;ergastolo a vita. Io ne ero già consapevole, tant&#8217;è vero che fin dal primo momento sapevo che avrei rispettato qualsiasi tipo di sentenza. Tornando alla motivazione, devo dire che un po&#8217; mi ha fatto male. <mark class='mark mark-yellow'>Non mi ha deluso, ma, nel momento in cui l&#8217;ho letta, mi ha fatto male come papà, ecco. Io comunque sono il papà di Giulia e quindi quando leggo “75 coltellate”, che per chi scrive è soltanto un numero o un gesto, per me è un dolore inflitto a mia figlia, che io rivivo.</mark> Dal punto di vista legale non mi permetto di giudicare, perché non ho competenza in merito e non posso dire se sia vero o non vero, giusto o non giusto: questo giudizio spetta agli esperti. Forse, però, si potevano utilizzare altre parole.</p>
<p><strong>Nella vita di tutti i giorni le capita mai di rivolgersi a Giulia?</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Abbastanza spesso, magari anche solo con il pensiero, perché ci sono stati tanti non detti, tante conversazioni che mi sono state negate.</mark> Proprio come essere umano, è quasi normale ogni tanto rivolgersi a lei o a mia moglie, anche per cercare di trovare una risposta, che ovviamente non arriva. Cercare di parlarle è un modo per sentirla vicina.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>C&#8217;è qualcosa che si potrebbe dire a una persona che si trova in una situazione simile per farle capire che non è sola o per farle superare la paura, che a volte è il timore di essere giudicata o ritenuta “eccessiva”? </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È difficile da dire: in linea generale, si deve stare vicino con la propria vita e con il proprio tempo alle persone che stanno soffrendo. Non c&#8217;è una parola che convincerà le vittime della violenza di genere a lasciare chi le sta vessando, chi le sta in qualche modo violentando dal punto di vista fisico o morale; le si deve stare accanto perché loro molto probabilmente non se ne rendono conto, non hanno la forza, non hanno il coraggio&#8230; <mark class='mark mark-yellow'>L&#8217;unico modo per aiutarle è un accompagnamento lieve e gentile per far sì che il loro punto di vista cambi, almeno di quel poco che è sufficiente per farle capire che la situazione è pericolosa e che stanno rischiando la vita. Però, bisogna farlo con delicatezza, con tatto, perché poi il problema del giudizio è forse il primo elemento deterrente rispetto al denunciare.</mark></p>
<p><strong>Se Giulia potesse vedere l&#8217;impegno che ci state mettendo, come famiglia e come associazione, quale sarebbe la sua reazione? </strong></p>
<p>È una domanda difficile perché ovviamente si riferisce a ciò che è avvenuto dopo che lei è mancata; quindi, si tratta di un ragionamento per assurdo. Ma, <mark class='mark mark-yellow'>se ci fosse un modo per comunicare con lei, in qualsiasi posto si trovi ora, secondo me, conoscendola, per prima cosa probabilmente piangerebbe. Farebbe uno di quei suoi pianti silenziosi ma pieni di lacrime, perché lei era solita far così. Poi mi abbraccerebbe e mi direbbe: «Bravo papino, continua così, fallo per le altre». Probabilmente non penserebbe a sé stessa, penserebbe alle altre donne che potremmo salvare, ci sosterrebbe.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Come si riesce a dare un senso a tutto questo dolore e a non lasciarsi sopraffare dai sentimenti di rabbia e arrendevolezza, trasformandoli invece in qualcosa di costruttivo?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In ciò che è accaduto a Giulia non c’è un senso, forse c&#8217;è un controsenso, che è proprio il motivo per il quale bisogna fare qualcosa.</mark> Bisogna trovare un senso nell’andare avanti affinché queste cose non succedano più. Penso sia sbagliato dire che il senso della morte di Giulia sia stato diventare il simbolo della lotta contro i femminicidi e la violenza di genere, perché molto onestamente preferirei tornarmene nel mio anonimato, ma con Giulia vicino. Però, da essere umano cerco quantomeno di trovare una risposta su come poter migliorare il futuro di qualcun altro. Ovviamente non il nostro, perché io di fatto sono già stato condannato al mio ergastolo senza Giulia.  In tutto questo, la rabbia ho capito come gestirla e come trasformarla in qualcosa di positivo cercando di eliminarla. Ovviamente l’arrendevolezza alle volte arriva, ma per fortuna sono piccoli momenti. Ad esempio, quando sento la notizia di un nuovo femminicidio, mi viene sempre spontaneo chiedermi se allora tutto quello che sto facendo non serva a nulla. Ma poi, ogni volta, ritrovo la forza e cerco di non arrendermi. Forse è proprio in questi momenti che trovo la spinta di andare avanti e di ripartire con ancor più slancio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Di fronte a una perdita così grande, chi resta come riesce a trovare un senso alla propria vita? </strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Io dico sempre che andare avanti è anche rendere onore a chi la vita non ha più potuto goderla. Quindi, cercare in qualche modo di onorare questo dono è anche un omaggio a chi invece la sua vita l’ha vista spezzata. <mark class='mark mark-yellow'>A tutti coloro che magari sentono di non aver la forza di continuare, io vorrei dire: <strong>«Provate a fare un regalo ai vostri cari che sono mancati godendo appieno della vostra vita e cercando anche la felicità, pur nel dolore». </strong>Infatti, questa ricerca della felicità e il dolore possono convivere: io convivo con un dolore pervasivo, ma comunque continuo a inseguire dei momenti di felicità, anche se sono consapevole che non saranno più come prima, perché credo che comunque la vita resti un dono, da onorare e vivere pienamente.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>L&#8217;omicidio Cecchettin si chiude con l&#8217;ergastolo per Turetta: cosa ci dice questa sentenza</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Dec 2024 15:53:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Garbin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/12/Giulia-Cecchettin.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giulia Cecchettin" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>«<strong>La mia sensazione è che abbiamo perso tutti come società: come essere umano mi sento sconfitto. Come papà non è cambiato nulla, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri o a domani. Nessuno mi darà indietro Giulia</strong>». Al di fuori dell’aula del Tribunale di Venezia, Gino Cecchettin, padre di Giulia, commenta così la sentenza con cui la Corte di Assise ha appena condannato all’ergastolo Filippo Turetta per l’omicidio della sua ex fidanzata, avvenuto l’11 novembre 2023</mark>. Dopo una camera di consiglio durata più di cinque ore, <strong>la giuria ha deciso di accogliere la richiesta di ergastolo avanzata dal pubblico ministero, Andrea Petroni, riconoscendo anche la premeditazione del delitto</strong>. Una circostanza che l’accusa ha sostenuto essere inequivocabile alla luce di alcuni elementi: la lista di oggetti da acquistare redatta da Turetta pochi giorni prima dell’omicidio, la presenza all’interno della sua vettura di due coltelli e di tutto quanto occorresse per rapire la ragazza, l’insolito prelievo effettuato al bancomat poco prima, nonché le dichiarazioni rese dall’imputato nel suo interrogatorio: «Prima di riaccompagnarla a casa mi sono fermato con la macchina in un parcheggio perché volevo stare insieme e allungare il tempo prima di toglierle la vita, perché comunque a questa cosa ci avevo pensato». Al contrario, sono state escluse le aggravanti della crudeltà e degli atti persecutori, per ragioni che diventeranno chiare con la pubblicazione delle motivazioni, entro novanta giorni. La pronuncia, a poco più di un anno dalla morte della ragazza, ha messo la parola “fine” al processo di primo grado, un iter iniziato il 23 settembre con la formula del giudizio immediato, un procedimento speciale che consente un passaggio diretto dalle indagini preliminari al dibattimento, senza udienza preliminare.</p>
<p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Nel corso di quest’anno, la vicenda ha assunto una rilevanza fortissima, divenendo emblema di quanto la nostra società sia ancora permeata e avvelenata dalla <strong>violenza di genere</strong> e dal <strong>patriarcato</strong></mark>. Giulia è stata sin da subito raccontata in tutta la sua semplicità e altruismo attraverso le parole lucide e decise della sorella Elena e il composto dolore del padre Gino, suscitando un’empatia popolare al di fuori di ogni previsione. La vicenda ha consentito di dare una spinta ulteriore alla battaglia contro i femminicidi, trasformando il tradizionale silenzio del lutto con il “rumore” richiesto dalla sorella: al funerale della ragazza erano in 10mila i presenti in piazza che, con applausi e campanacci, hanno voluto dimostrare che il momento di tacere è finito. <mark class='mark mark-yellow'>«Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere», sono state allora le parole di Elena</mark>. La scelta della famiglia è stata portata avanti anche il 25 novembre 2024, nella Giornata internazionale per l&#8217;eliminazione della violenza contro le donne, in cui l&#8217;intergruppo dei deputati per le Donne, i Diritti e le Pari opportunità, guidate dalla coordinatrice Laura Boldrini, ha deciso di osservare un minuto di rumore alla Camera, in presenza di papà Gino, seduto in prima fila, pochi giorni dopo la presentazione della <strong><em>Fondazione Giulia Cecchettin</em></strong>. Intanto, da un anno, nelle piazze sono migliaia le donne che decidono di utilizzare il volto e il nome di Giulia come slogan per la lotta al patriarcato, al grido di “Per Giulia, per tutte, non una di meno”.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>La sorella della vittima, Elena Cecchettin: «Non bisogna osservare un minuto di silenzio, ma fare rumore perché è con il rumore che si combatte la violenza di genere»</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>In aula, l’iter processuale ha cercato di ricostruire l’intera vicenda, scandagliando tutti gli aspetti della vita privata dei protagonisti, attraverso audio, foto, messaggi, lettere e, soprattutto, l’interrogatorio dell’imputato.</strong> Un passaggio del dibattimento da cui l’accusato avrebbe potuto decidere di astenersi e che la difesa ha cercato di interpretare come un evidente segno di pentimento, ma da cui è emerso un quadro opaco della vicenda. Filippo, in lacrime, ha ricostruito quanto successo in maniera poco chiara, con evidenti eclissi logiche: da un lato emerge la gelosia nei confronti di Giulia e dei suoi affetti, intrecciata alla paura di perderla; dall’altro, la voglia di vendetta e di infliggere sofferenza a una ragazza per cui nutriva una dipendenza affettiva morbosa; sullo sfondo, c&#8217;è la ricostruzione sfocata dell’aggressione, accennata come un ricordo: «Avevo il coltello in mano e, a un certo punto, c’era solo il manico quindi deve essersi rotto oppure devo averla colpita». Il processo ha ricostruito il rapporto tra i due, nato tra i banchi di ingegneria dell’<strong>Università di Venezia, </strong>presto trasformatosi in relazione, durante il secondo anno di corso, nel <strong>gennaio 2022</strong>. Un fidanzamento che Giulia decide di interrompere la prima volta il 16 marzo 2023 per l’eccessiva dipendenza e ossessione di Filippo, invidioso di qualsiasi scelta di vita della ragazza in cui lui non fosse incluso. Già questa rottura scatena quello che il pubblico ministero ha definito un «martellante atteggiamento dell’imputato per riconquistarla, sostenendo di essere cambiato, di essere sofferente e di non aver più voglia di vivere». Dopo una breve separazione di tre mesi, in cui i due continuano a sentirsi e frequentarsi con amici comuni, la relazione riprende, per poi interrompersi definitivamente nel luglio 2023. Ma anche questa volta i due continuano a vedersi, perché l’atteggiamento di Filippo attanaglia Giulia in un senso di colpa che non le permette di allontanarsi, come lei stessa racconta alle amiche in un audio whatsapp che dopo la morte della ragazza ha avuto una diffusione virale: «Non ce la faccio più a stare dietro a Pippo. Vorrei che lui, almeno per un periodo, sparisse. Solo che a lui non posso scriverlo, perché credo che darebbe di matto. Mi dice che non trova più un senso per andare avanti, che pensa solo ad ammazzarsi. Non credo lo farebbe, però il rischio c’è. E il fatto che potrebbe essere colpa mia mi uccide».</p>
<p style="font-weight: 400;">È la stessa Giulia a invitare Filippo a uscire l’<strong>11 novembre</strong>: i due passano il pomeriggio assieme al centro commerciale <em>La Nave de vero</em>, poi la cena da McDonald’s. Un pomeriggio “tranquillo”, secondo il memoriale di Turetta, ma che appare tutt’altro che sereno dalla visione delle telecamere del luogo: l’accusa interpreta le immagini come scene di minacce ossessive nei confronti di Giulia, rimproverata perché sta utilizzando il cellulare durante il tempo assieme; Filippo non smentisce. A fine serata, di ritorno verso la casa di Giulia a <strong>Vigonovo,</strong> la Punto nera di lui si ferma a piazza Moro, dove i due discutono: <mark class='mark mark-yellow'>«Abbiamo litigato sempre per la possibilità di tornare insieme o comunque avere un rapporto molto stretto. Le dicevo: “Ho bisogno di te, non ce la faccio, mi ammazzo se non mi dai un’altra possibilità. Lei giustamente ha reagito malissimo”»,</mark> racconta Turetta. La litigata continua fuori dalla vettura e la scena viene vista da un vicino di casa che avvisa immediatamente il 112: «Salve, chiamo da Vigonovo, dal balcone di casa mia: ho appena assistito a una scena di un ragazzo che picchiava una ragazza. Lei è uscita dalla macchina, una Grande Punto mi sembra, e gridava aiuto… poi è caduta a terra e lui l’ha presa a calci, però se ne stanno andando in questo momento». È nella <strong>zona di Fossò</strong> che il cellulare di Giulia aggancia per l’ultima volta una cella telefonica e proprio qui le telecamere registrano i suoi ultimi fotogrammi, mentre lei cerca di scappare, finché non viene raggiunta da Filippo, che la fa cadere e la carica in auto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo alcuni giorni di attesa, in cui le famiglie restano con il fiato sospeso nella speranza di un finale diverso, il corpo della ragazza viene ritrovato nei pressi del lago di Barcis, in provincia di Pordenone. Il giorno successivo, Filippo, da giorni in fuga in Germania, viene catturato in autostrada a <strong>Lipsia</strong> ed estradato in Italia. Il ritrovamento avviene in maniera quasi casuale, quando un automobilista chiama la polizia per allertarla del pericolo: nella corsia di emergenza c’è un’auto a fari spenti, al buio. Si tratta della macchina di Turetta, senza benzina. Qualche giorno dopo, la confessione dell’omicidio. Un gesto dettato da una logica tipica dei femminicidi: “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”. Racconta Turetta: <mark class='mark mark-yellow'>«Perché ho ucciso Giulia non so dirlo semplicemente con un motivo: volevo tornare insieme ma lei non voleva; quindi, la incolpavo del fatto che io non riuscissi a portare avanti la mia vita. E poi volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi perché pensavo: “se soffro io, devi soffrire anche tu”»</mark>.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Il gesto di Turetta ricalca una logica comportamentale tipica dei femminicidi che corrisponde al pensiero “se non sei mia, non sarai di nessun altro, nemmeno tua”</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo la sentenza di ieri, la vicenda è ormai conclusa, ma solo giuridicamente. Giulia continua a vivere, attraverso la fondazione, attraverso la lotta al patriarcato e alla violenza di genere. La decisione dei giudici non è altro che un passaggio obbligato, una tappa di un percorso che non può e non deve terminare qui. Non c’è nessun punto di arrivo, ma solo la consapevolezza della necessità di mettersi in discussione e di ripensare al sostrato culturale che caratterizza la nostra società e il suo funzionamento. La storia di Giulia non è un traguardo ma un monito, il motore propulsore di un cambiamento su cui si deve lavorare ancora infinitamente. A evidenziarlo, con il suo dolore sempre composto, è stato, ancora una volta, Gino Cecchettin, appena dopo la lettura del dispositivo: <mark class='mark mark-yellow'>«È stata fatta giustizia e la rispetto, però penso che dovremmo fare di più come esseri umani. <strong>La violenza di genere non si combatte con le pene ma con la prevenzione, insegnando concetti che sono forse un po’ troppo lontani. Oggi era una tappa dovuto ma ora si cerca di andare avanti e di guardare al futuro</strong>. Il percorso si fa su altri temi, su altri banchi. Aiutateci e aiutiamoci nel percorso da fare insieme. C&#8217;è tanto da fare»</mark>.</p>
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