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	<title>magzine &#187; basket</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Sud Sudan ai mondiali di basket: un miracolo sportivo</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Mar 2023 14:54:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Stella]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Sud-Sudan-basket.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sud-Sudan-basket" /></p><p>I miracoli sportivi spesso sono fini a sé stessi e rimangono limitati al loro settore di riferimento. A volte, però, un’impresa sportiva riesce a dare visibilità a un’intera nazione, solitamente dimenticata dalle cronache nonostante gli enormi problemi che la contraddistinguono. <mark class='mark mark-yellow'>È il caso del <strong>Sud Sudan</strong> che nei giorni scorsi si è qualificato per la prima volta nella sua giovane storia ai prossimi Mondiali di basket.</mark> Quello che si terrà dal 25 agosto, tra Indonesia, Giappone e Filippine, sarà il mondiale delle prime volte perché anche Georgia, Lettonia e Capo Verde esordiranno nella manifestazione. Ma la storia del Sud Sudan e della sua squadra di pallacanestro è senza dubbio la più iconica. <mark class='mark mark-yellow'>Questo stato Nord-africano è nato solo nel <strong>2011</strong>, dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Sudan. È considerato il Paese più povero al mondo, con ben 7.1 milioni di persone che vivono in condizioni di insicurezza alimentare grave.</mark> Un’indipendenza raggiunta dopo decenni di guerra civile che ha causato milioni di morti e di sfollati. E, una volta sancita l’indipendenza, il Sud-Sudan, <strong>dal 2013 al 2020</strong>, è stato teatro di un ulteriore conflitto interno tra i gruppi etnici Dinka e Nuer che hanno peggiorato la situazione già fragile del Paese.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>La nazionale sud-sudanese di basket ha ottenuto il benestare per partecipare al mondiale, grazie alle 11 vittorie in 12 partite giocate nel girone di qualificazione, chiuso al primo posto. Squadre ben più quotate come Senegal, Egitto e Tunisia si sono dovute arrendere alla superiorità dei “Bright Stars”. Questo sorprendente risultato è arrivato nonostante il Sud-Sudan non abbia mai potuto giocare le gare casalinghe nella propria nazione: nel Paese, infatti, non esistono palazzetti sportivi.</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Uno degli artefici di questa qualificazione è Luol Deng, ex cestista Nba e attuale presidente-allenatore della nazionale sud-sudanese. «Deng ha convinto i giocatori a vestire la maglia del loro Paese e ha aiutato economicamente la federazione», racconta Mario Castelli, telecronista sportivo di Eurosport.</span></p>
<p>Uno dei principali artefici di questo successo è <strong>Luol Deng</strong>, ex cestista sud-sudanese con un importante passato in NBA, attualmente presidente e allenatore della propria nazionale. «Il Sud Sudan deve molto a Deng», racconta <strong>Mario Castelli</strong>, telecronista sportivo di Eurosport. <mark class='mark mark-yellow'>«Luol da piccolo è dovuto fuggire dal Sudan con la famiglia per motivi politici e ha vissuto la sua carriera sportiva tra Egitto, Inghilterra e Stati Uniti.</mark> Con i soldi guadagnati in Nba ha dato una mano enorme alla federazione del proprio Paese». È stato sempre Deng a convincere i giocatori della nazionale a difendere i colori del Sud-Sudan, nonostante le enormi difficoltà logistiche. Tutti i membri della squadra sono vissuti in lontananza fino al termine dell’ultima guerra civile: molti di loro hanno ottenuto asilo politico in Australia, dove si è formata una cospicua colonia sud-sudanese. Inoltre, alcuni sono nati in un campo profughi del Kenya e altri hanno perso i genitori durante i vari conflitti che si sono succeduti. La figura di Deng si lega poi a quella di un’altra leggenda del basket sudanese e volto noto dell’Nba, Manute Bol. Scomparso nel 2010, Bol fino al giorno della sua morte si è battuto per ottenere la pace nel suo Paese. <mark class='mark mark-yellow'>«Bol ha insegnato il gioco del basket a Deng, quando entrambi vivevano ad Alessandria d’Egitto. Deng si è sempre ispirato a Bol. E, quasi come in un film, Deng in veste di allenatore del Sud-Sudan ha ottenuto questa qualificazione ai mondiali proprio nella gara giocata ad Alessandria d’Egitto contro il Senegal. Inoltre, nella squadra gioca Bol Bol, il figlio di Manute. È come se si fosse chiuso un cerchio», chiosa Castelli.</mark></p>
<p>In Sud-Sudan la qualificazione ai mondiali è stata festeggiata anche dalla popolazione e, come sottolinea <strong>Stefano Antichi</strong>, capo missione in Sud-Sudan per conto dell’organizzazione umanitaria Intersos, «lo sport è importante nei Paesi africani. Sicuramente questo traguardo non cambierà nulla per il Sud-Sudan, ma credo sia importante solo il fatto che, grazie a questo risultato sportivo, questo Paese ha finalmente un po’ di visibilità. E, per una volta, il nome del Sud-Sudan è collegato a un evento positivo».</p>
<p>Ma in ogni caso gli enormi problemi di questa nazione permangono. «Il Sud-Sudan è un Paese senza struttura, a partire dalla classe politica», specifica Antichi. Dopo l’indipendenza nella nazione è scoppiata la già citata guerra civile tra tribù. E anche all’interno del governo attuale (in carica dal 2011) sono sempre proliferate queste tensioni tra gruppi comunitari. <mark class='mark mark-yellow'>Il presidente <strong>Salva Kiir</strong> fa parte della tribù Dinka, la più numerosa del Paese, mentre il suo attuale vice <strong>Riek Machar</strong> è della tribù rivale, i Nuer. I due sono stati i comandanti delle rispettive fazioni che si sono scontrate nella guerra civile, terminata circa tre anni fa dopo aver causato 400mila morti e 4 milioni di sfollati.</mark> «Kiir e Machar dal 2020 hanno trovato un modo per governare insieme: la guerra civile è teoricamente conclusa ma gli episodi di guerriglia tra i vari gruppi comunitari permangono e l’esercito non è unificato», spiega il capo missione di Intersos. Un ruolo importante nella risoluzione parziale del conflitto lo ha avuto senza dubbio la Chiesa e, proprio a inizio febbraio, papa Francesco si è recato in visita nel Sud-Sudan. «Il papa ha sottolineato la tragedia umanitaria che colpisce il Paese e ha rimproverato i politici sud-sudanesi di non rispettare completamente l’accordo di pace stipulato nel 2018 su spinta del Vaticano».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Il Sud Sudan non ha una classe dirigente giovane disposta a governare. I giovani sud-sudanesi vanno a vivere in altre nazioni come il Kenya. Non c’è quindi alternativa a chi sta al potere», spiega Stefano Antichi capo missione per la ong Intersos nel Paese.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Nei giorni scorsi un’altra notizia ha scosso lo stato Nord-africano: il presidente Kiir ha posticipato le elezioni di un anno, dal 2024 al 2025.</mark> «Molti pensano che sia una mossa fatta solo per permettere a Kiir di rimanere al potere. È vero, ma in parte, perché il Paese non ha una classe dirigente giovane disposta a governare. I giovani Sud-sudanesi vanno a vivere in altre nazioni come il Kenya. Non c’è quindi alternativa a chi sta al potere», chiarisce Antichi.</p>
<p>Oltre ai problemi politici in Sud-Sudan dilaga la piaga della carestia. Nel Paese non è possibile praticare l’agricoltura: «Le alluvioni devastano il terreno ciclicamente e, a parte una piccola quantità di orzo, non si riesce a coltivare nulla», continua l’operatore di Intersos. «Quindi, l’unica fonte di sostentamento proviene dall’allevamento di mucche». Questi animali sono fondamentali per gli abitanti del Sud-Sudan ma sono anche la causa di un altro grave problema: le violenze sessuali e di genere. Donne e bambine sono costantemente in pericolo mentre si spostano con la propria mandria perché le bande armate praticano spesso stupri di gruppo. <mark class='mark mark-yellow'>E, sempre a causa delle mucche, prolifera il fenomeno delle spose-bambine: «Un padre sa che, se dà in sposa la propria figlia, in cambio ottiene una mandria di buoi e se hai una mandria di buoi  in Sud-Sudan riesci a vivere più a lungo».</mark></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>In Sud-Sudan, carestia, violenze sessuali, educazione scolastica inesistente e un sistema sanitario abbandonato a sé stesso sono le criticità maggiori.</span></p>
<p>Per il resto, in Sud-Sudan l’educazione scolastica è un miraggio visto che non ci sono soldi per costruire le scuole e pagare gli insegnanti. I collegamenti stradali sono quasi inesistenti e spesso, nella stagione delle piogge, impraticabili. Le reti idrica ed elettrica coprono solo parti minime del Paese. Infine, c’è la gestione dei fondi internazionali che vengono mal gestiti dallo Stato: «Il governo Kiir e le banche private si mangiano gran parte di questi soldi &#8211;  spiega Antichi -. Anche il settore sanitario viene abbandonato a sé stesso». Le spese per ospedali e cure mediche in Sud-Sudan sono infatti coperte in parte dalle organizzazioni internazionali ma i recenti tagli dei fondi per la sanità hanno aggravato la situazione.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>«Il Sud-Sudan è, quindi, un problema unico. L’indipendenza formale è stata ottenuta nel 2011 ma il Paese è ancora molto lontano da un’indipendenza vera e propria», conclude Antichi.</mark></p>
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		<title>Baskin, un canestro per andare oltre le differenze</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2020 11:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Davide Cavalleri]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha appena finito il suo allenamento di quasi due ore ma avrebbe ancora le energie e la voglia per stare sotto canestro tutto il pomeriggio e, d’altra parte, il sorriso ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1728" height="1152" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2020/11/45613790_536873826757484_7602727897928826880_o.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="45613790_536873826757484_7602727897928826880_o" /></p><p>Ha appena finito il suo allenamento di quasi due ore ma avrebbe ancora le energie e la voglia per stare sotto canestro tutto il pomeriggio e, d’altra parte, il sorriso che ha stampato sul volto ne è la riprova: «Mi alleno solo una volta a settimana ma cerco di dare sempre il massimo perché a casa non sempre ho la possibilità di farlo». <strong>Loris Rota</strong> è un ragazzino in sedia a rotelle, solare e motivato, che frequenta la terza media a Sedrina, in provincia di Bergamo. Non gioca a basket, ma a Baskin: “c’è una bella differenza eh!” ammonisce Loris. In effetti, sebbene la matrice sia la stessa, <mark class='mark mark-yellow'>il Baskin ha preso la pallacanestro, l’ha smontata e ricostruita in chiave inclusiva come lascia ben intendere il nome (Bask – In).</mark></p>
<p>Uno sport in continua evoluzione, con regole e attrezzature sempre nuove per permettere a tutti, ma proprio a tutti, di potervi giocare indipendentemente dalle abilità, dal livello e dalla propensione fisica. «Non ci sono dei requisiti minimi per poter giocare – spiega <strong>Carlo Cesani</strong>, presidente del <strong>Baskin Bergamo</strong>, squadra composta da 44 giocatori 27 dei quali con disabilità di diverso tipo (sia fisiche che mentali) –. <mark class='mark mark-yellow'>Qui tutti trovano spazio: maschi e femmine, disabili e normodotati, bravi e meno bravi, giovani e adulti; ma, ciò che più conta, è che tutti possono giocare nella stessa squadra e nello stesso momento. Si tratta di accettare la diversità di chi sta al tuo fianco e trasformarla in una ricchezza».</mark></p>
<p>Il Baskin nasce 15 anni fa proprio in Italia, a Cremona nello specifico, grazie alla geniale intuizione di un insegnante di ginnastica, Fausto Capellini, e del padre di una ragazzina disabile, Antonio Bodini: i due si sono chiesti come fare per coinvolgere la studentessa nelle attività sportive durante le ore di educazione fisica. Trovarono nel basket lo sport che, con le dovute modifiche, si sarebbe ben prestato a questa situazione. «Per consentire a tutti di poter scendere in campo, è risultato necessario modificare gli spazi e gli strumenti classici della pallacanestro – prosegue Cesani –. Il campo di Baskin, infatti, si compone di altri due canestri e di altre due aree a metà campo nelle quali stazionano i “pivot”, cioè quei giocatori che non riuscirebbero a reggere il gioco a tutto campo – ad esempio i ragazzi in sedia a rotelle – ma che, proprio grazie a queste modifiche, possono comunque prendere parte alla partita». Loris è uno di questi: sta nella sua area e si fa trovare pronto per concludere a canestro.</p>
<p>Se è vero che lo sport ha qualcosa da dire perché va oltre l’attività in sé, perché racconta storie di successi e di riscatto, allora il Baskin è una sorta di grande antologia di racconti sportivi. Quello di <strong>Federico</strong>, ad esempio, un ragazzino di 12 anni che ha trovato in questo sport e in questo gruppo la sua dimensione ideale, come conferma la mamma Cristina: «Il confronto con i compagni di scuola risultava parecchio pesante a Federico per via delle sue difficoltà motorie, finché non abbiamo scoperto il Baskin. <mark class='mark mark-yellow'>In questo contesto lui si è sentito accettato ed enormemente stimolato: questo è uno sport a tutti gli effetti, con delle regole, con le classiche dinamiche di squadra e di gruppo, con degli obiettivi ben precisi e, naturalmente, con del sano agonismo».</mark> Il Baskin per Federico, Loris e tanti altri ragazzi, non è solo uno sport: è uno spazio di condivisione, è la possibilità di superare i propri limiti. È riuscire a sentirsi parte di un gruppo. «Mi è piaciuto fin da subito, fin dalla prima volta che vennero a farci una dimostrazione a scuola – racconta Loris –. Ricordo ancora la frase che dissi alla mia professoressa: <mark class='mark mark-yellow'>“Per la prima volta mi sono sentito parte di una squadra, parte di un gruppo”».</mark> Il Baskin è uno sport che Loris si sente di consigliare «a tutti, ma in particolare ai ragazzi con disabilità che hanno voglia di mettersi in gioco e che, magari, non hanno mai avuto possibilità di fare attività sportiva; qui possono giocare, stare insieme e sentirsi accolti».</p>
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Anche i ruoli sono determinanti nel Baskin perché suddividono la squadra in base alle capacità di ogni singolo giocatore: non si parla più di playmaker, guardia, centro o ala ma, in questa rivisitazione inclusiva della pallacanestro, si passa dal numero cinque – che è il giocatore più abile ed esperto – al numero uno ovvero i ragazzi con ridotte capacità motorie e fisiche. «La bellezza di questo sport è che i nostri giocatori vedono concretamente i loro miglioramenti e ne sono orgogliosi – sottolinea Cesani –. Noi, per esempio, <mark class='mark mark-yellow'>abbiamo in squadra un ragazzo autistico che fino all’anno scorso era un ruolo tre ma che ora gioca come ruolo quattro perché, con costanza e determinazione, ha migliorato le sue prestazioni e il suo livello. Questi sono i grandi risultati che riusciamo ad ottenere: non vincere le partite o i tornei, ma migliorare le relazioni e l’autostima dei singoli e, di conseguenza, la fiducia nel collettivo».</mark></p>
<p>Un contesto così complesso ed eterogeneo ha bisogno di figure di riferimento che si occupino delle diverse componenti in gioco. Baskin Bergamo si è dunque attrezzata con un’equipe completa e capace di confrontarsi con le varie patologie presenti nell’organico: vi è quindi una psicologa, un preparatore atletico, un fisioterapista, degli assistenti e, naturalmente, un allenatore che risponde al nome di <strong>Alessandro Xausa</strong>. «Da quattro anni seguo l’aspetto dell’allenamento e della pratica sportiva – racconta il coach –; noi dello staff tecnico dobbiamo sempre tener presente che questo non può essere solo un gioco ma, piuttosto, una ricerca di equilibrio tra le diverse componenti che abbiamo in squadra». E non si tratta affatto di assistenzialismo, come tiene a sottolineare Xausa, ma è, piuttosto, «l’idea che <mark class='mark mark-yellow'>per fare il salto di qualità è necessario un gruppo in cui si dà e si riceve vicendevolmente: perché – e qui sta il bello – in questo sport non sono solo i normodotati a dare ma, anzi, hanno tanto, tantissimo da ricevere e da imparare».</mark></p>
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