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	<title>magzine &#187; acqua</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Marmettola: la polvere che colora di bianco i fiumi della Lunigiana</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 16:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bertolini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Carrara è una gemma incastonata tra le tortuose Alpi Apuane. Su queste montagne nascono diversi corsi d’acqua e si districano molte falde acquifere. Non solo: qui sorgono alcune tra le ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/WhatsApp-Image-2024-03-21-at-17.38.34.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2024-03-21 at 17.38.34" /></p><p><strong>Carrara</strong> è una gemma incastonata tra le tortuose Alpi Apuane. <strong>Su queste montagne nascono diversi corsi d’acqua</strong> e si districano molte falde acquifere. Non solo: qui sorgono alcune tra le più famose <strong>cave di marmo</strong> del mondo. Una produzione che, negli ultimi trent’anni, ha visto aumentare in maniera esponenziale l’estrazione di questa pietra. Allo stesso tempo è aumentato anche <strong>l’inquinamento</strong>, soprattutto nelle falde acquifere. Cos’è che lo causa? La polvere di marmo, chiamata <strong>marmettola</strong>.</p>
<p>Durante le piogge intense, nelle zone di Carrara e Massa, non è raro osservare come i corsi d’acqua si tingano di bianco. I fiumi <strong>Carrione</strong> e <strong>Frigido</strong> sono riempiti dalla marmettola che scende a valle dopo aver contaminato i canali di alimento della falda. La marmettola è, dunque, la polvere di marmo, residuo lasciato dal taglio e dalla lavorazione dei blocchi. Se lasciata a terra ed esposta all’acqua si trasforma in una <strong>fanghiglia melmosa e nociva per l’ambiente</strong>. Una volta secca <strong>cementifica</strong> gli alvei di fiumi e torrenti, formando strati impenetrabili che sono dannosi per la biodiversità. Non solo: <strong>aumenta</strong> anche il <strong>rischio di esondazioni e alluvioni</strong>, come accaduto nel novembre 2014.</p>
<div id="attachment_71717" style="width: 588px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/marmettola-1.jpeg"><img class="wp-image-71717" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/marmettola-1.jpeg" alt="marmettola 1" width="588" height="395" /></a><p class="wp-caption-text">La fanghiglia creata dalla marmettola. Fonte: Toscana Chianti Ambiente</p></div>
<p>Secondo Legambiente, <mark class='mark mark-yellow'>“sedimentando nell’alveo, la marmettola occlude le branchie di invertebrati e pesci, forma uno strato impermeabile e asfittico e stronca il potere autoepurante dei fiumi”</mark>. Inoltre, essendo carbonato di calcio è acido e la sua acidità <strong>riduce la possibilità di sviluppo della vita dei microrganismi</strong>.</p>
<p>La presenza della marmettola <mark class='mark mark-yellow'>non solo causa danni alle acque superficiali, ma anche a quelle sotterranee e alle sorgenti, in molti casi sfruttate per il reperimento di acqua potabile.</mark> Le sorgenti con torbidità contenuta sono potabilizzate da filtri mentre quelle caratterizzate da elevata torbidità vengono temporaneamente escluse dalla rete acquedottistica, generando uno <strong>spreco di risorse</strong>. Inoltre, l’acqua contenente marmettola non può essere utilizzata neppure per irrigare in agricoltura.</p>
<p>Più volte è stato denunciato al ministero dell’ambiente questo problema che caratterizza le acque delle apuane. Sebbene istituzioni e imprenditori conoscano il problema e <a href="https://www.arpat.toscana.it/temi-ambientali/sistemi-produttivi/attivita-estrattiva/impatto-ambientale-la-marmettola" target="_blank">l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana</a> (ARPAT) monitori costantemente i corsi d’acqua, <strong>la situazione non migliora</strong>: la marmettola continua a scendere e i cittadini ne pagano le conseguenze.</p>
<div id="attachment_71718" style="width: 369px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-71718 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/marmettola-2.jpg" alt="marmettola 2" width="369" height="206" /><p class="wp-caption-text">Fonte: La voce apuana</p></div>
<p>La sorgente del <strong>Cartaro</strong> è soggetta a inquinamento da marmettola a tal punto che per renderla potabile necessita di un impianto gigantesco, che<strong> costa ai cittadini di Massa 350mila euro l’anno</strong> di bollette. Secondo studi dell’ISPRA, l’acqua, per essere potabile, deve avere un valore NTU – un parametro della torbidità dell’acqua – inferiore ad 1. Tuttavia, spesso l’impianto in questione non funziona: l’acqua in entrata arriva ad avere un <strong>NTU superiore a 1300</strong> – in base a quanto emerge dal <a href="https://sira.arpat.toscana.it/apex2/f?p=143:2:0::NO:::">monitoraggio dell’ARPAT sulla torbidità</a> – e il sistema non riesce a ridurlo fino al punto di sicurezza.</p>
<p><strong>Fin dagli anni Settanta</strong> esiste il problema della marmettola, anni in cui sono stati inventati <strong>metodi di smaltimento</strong> non efficaci per il rispetto ambientale. Per liberarsi degli scarti non utilizzabili dopo l’estrazione dei blocchi sono stati creati i <strong>“ravaneti”</strong>, accumuli di pietre su pendii. Qui veniva gettato tutto ciò che non poteva essere d’interesse agli imprenditori e alle segherie, compresa la marmettola. Quest’ultima viene classificata, oggi, come un <strong>rifiuto speciale</strong> e come tale ha le sue regole per lo smaltimento. Come già detto, però, spesso viene lasciata nei piazzali e con l’arrivo delle piogge viene trasportata fino al mare.</p>
<p>La marmettola, comunque, può essere <strong>riutilizzata</strong> in vari modi nel mondo dell’industria: nei cementifici, in edilizia, nelle opere civili o nei recuperi ambientali. <mark class='mark mark-yellow'>A queste condizioni le aziende che producono marmo possono trarre guadagno dalla vendita di questa polvere senza pagare tutto il processo di smaltimento.</mark></p>
<div id="attachment_71719" style="width: 467px" class="wp-caption aligncenter"><img class="wp-image-71719" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/marmettola-3-1024x528.jpeg" alt="marmettola 3" width="467" height="241" /><p class="wp-caption-text">Le cave di marmo. Fonte: Il corriere apuano</p></div>
<p>Le soluzioni per evitare le dispersioni di marmettola e per reimpiegarla in nuove attività, dunque, ci sarebbero: resta però il colore bianco del fiume a ricordarci come continuiamo a sottovalutare una risorsa così preziosa come l’acqua.</p>
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		<title>Il Lazio e l&#8217;acqua non potabile: arriva la condanna dall&#8217;UE</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 16:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ilenia Cavaliere]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Acqua potabile]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia ha violato il diritto dell&#8217;Unione sull&#8217;inquinamento delle acque potabili. Lo ha stabilito la sentenza della Corte di Giustizia UE con la sentenza C-197/22 dello scorso 7 settembre. La condanna riguarda il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1968" height="1046" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/Screenshot-2024-03-21-alle-22.19.42.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screenshot 2024-03-21 alle 22.19.42" /></p><p>L&#8217;Italia ha <b>violato</b> il diritto dell&#8217;Unione sull&#8217;<b>inquinamento delle acque potabili</b>. Lo ha stabilito la sentenza della Corte di Giustizia UE con la sentenza C-197/22 dello scorso 7 settembre. La condanna riguarda il mancato rispetto dei parametri di <b>arsenico</b>, semimetallo<b>, </b>e del <strong>fluoro</strong>, minerale, nelle acque di <strong>sei comuni nel Lazio</strong>: Bagnoregio, Civitella d&#8217;Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania.</p>
<p><strong>La Direttiva 98/83/CE e il mancato adempimento dell&#8217;Italia</strong></p>
<p>La sentenza fa riferimento alla <strong>Direttiva 98/83/CE</strong>, comunemente nota come <strong>direttiva sull&#8217;acqua potabile</strong>, che impone agli Stati membri di garantire la salubrità e sicurezza delle acque destinate al consumo umano. Questa direttiva richiede che l&#8217;acqua potabile sia priva di microrganismi, parassiti e sostanze pericolose per la salute umana e che l&#8217;<b>arsenico </b>deve rispettare secondo l&#8217;OMS  un valore di parametro restrittivo fissato a <strong>10 μg/L </strong>. Tuttavia, l&#8217;Italia non solo ha trasgredito questi parametri di legge, ma ha anche omesso di adottare provvedimenti immediati per <strong>ripristinare</strong> la qualità dell&#8217;acqua potabile nelle zone coinvolte.</p>
<p><strong>Il ruolo dell&#8217;arsenico nell&#8217;inquinamento delle acque</strong></p>
<p>L&#8217;<strong>arsenico</strong> è un elemento semimetallico presente in natura in piccole concentrazioni nell&#8217;acqua, nel suolo e nell&#8217;aria. Tuttavia, la sua presenza aumenta notevolmente a causa di attività industriali come centrali elettriche, fonderie e agricoltura intensiva con l&#8217;uso di pesticidi e fertilizzanti.  L&#8217;arsenico può causare danni gravi al corpo umano se ingerito in concentrazioni elevate. Può accumularsi nei reni, nella vescica, nei polmoni, nella pelle e nel fegato, provocando danni irreversibili, inclusi il rischio di cancro.</p>
<p>La situazione dell&#8217;inquinamento delle acque potabili in Italia solleva dunque gravi preoccupazioni sulla salute pubblica. Nel 2011, la Commissione Europea, preoccupata per la pericolosità delle acque del Lazio, ha avviato una procedura d&#8217;infrazione che ha portato alla decisione della Corte di Giustizia dell&#8217;UE dopo sette anni. Questo processo ha messo l&#8217;Italia di fronte al rischio di sanzioni pecuniarie e la Corte di Giustizia ha sottolineato l&#8217;urgente necessità di affrontare il problema dell&#8217;inquinamento delle risorse idriche nel Paese e di adottare provvedimenti tempestivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Soluzioni AI per ridurre gli sprechi d&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 15:32:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Baldonieri]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<category><![CDATA[AI]]></category>
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		<description><![CDATA[Intelligenza artificiale e acqua. È difficile immaginare un modo per far dialogare due cose così diverse e incompatibili fra loro. Almeno apparentemente. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione intorno ad ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="956" height="570" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/Screen-Shot-2024-03-22-at-16.32.12.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screen Shot 2024-03-22 at 16.32.12" /></p><p><span style="font-weight: 400;">Intelligenza artificiale e acqua. È difficile immaginare un modo per far dialogare due cose così diverse e incompatibili fra loro. Almeno apparentemente. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione intorno ad uno dei maggiori problemi del mondo contemporaneo: l’<strong>emergenza idrica</strong>. Con la crisi climatica ci siamo ormai abituati a piogge sempre meno frequenti, un fenomeno che ha come conseguenza una carenza sempre maggiore di acqua. Come se non bastasse, quella che si ha, la si spreca anche. Secondo lo </span><span style="font-weight: 400;">studio</span><b> </b><strong>Smart Water Monitoring Report</strong><b>,</b> <mark class='mark mark-yellow'><span style="font-weight: 400;">in Italia, ogni anno viene perso più di un terzo di tutta l’acqua immessa nella rete idrica nazionale e il 42% dell’acqua potabile, </span><span style="font-weight: 400;">per un</span> <span style="font-weight: 400;">danno di circa dieci miliardi di euro.</mark> </span><span style="font-weight: 400;">A generare le maggiori perdite è il settore dell’industria (43%), seguito dai consumi domestici (40%) e dall’attività agricola (17%). E tra le maggiori cause di questo enorme spreco ci sono le perdite nella distribuzione, dovute a reti idriche spesso danneggiate o vetuste.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ed ecco che entra in campo l’<strong>intelligenza artificiale</strong>. Sono tante le aziende che stanno iniziando ad investire nello sviluppo di un sistema per cercare, attraverso le più recenti tecnologie digitali, di ridurre gli sprechi d’acqua. Tra queste c’è <mark class='mark mark-yellow'><strong>Quick Algorithm</strong>, una startup deep-tech italiana che, dopo tre anni di ricerca, ha messo a punto una soluzione per monitorare il livello di consumi e perdite d’acqua all’interno del settore industriale. Il sistema si chiama </span><a href="https://www.scops.ai/?_gl=1*1gd7gj4*_gcl_au*NDQwOTk2Nzk2LjE3MTA5MjU1MjY."><b>Scops</b></a><span style="font-weight: 400;">, ed integra sensori di AI e IoT (</span><a href="https://www.ibm.com/topics/internet-of-things"><span style="font-weight: 400;">Internet of Things</span></a><span style="font-weight: 400;">) in grado di prevenire potenziali malfunzionamenti negli impianti</mark>. Essendo basato sulla trasmissione di dati wireless, non necessita di integrazioni nei sistemi proprietari aziendali, rendendo la sua implementazione semplice e veloce.<br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“Applicare questa analisi al monitoraggio delle risorse idriche, attraverso strumenti avanzati di <em>Smart Water Monitoring</em>, significa poter individuare malfunzionamenti, sprechi e consumi anomali in tempo reale e con una capillarità prima impensabile&#8221;, spiega Jacopo Piana, fondatore e CEO di <em>Quick Algorithm</em>. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo le stime, questo sistema, già adottato da diverse aziende e da alcuni gestori della distribuzione dell’acqua e dei servizi fognari, permette di ridurre gli sprechi idrici fino al 30%</mark>. Si tratta di una tecnologia</span><span style="font-weight: 400;">  funzionale anche per il monitoraggio energetico: nel settore industriale, Scops è arrivato a generare un risparmio di sei</span><span style="font-weight: 400;"> milioni di euro</span><span style="font-weight: 400;">, pari al 15% dei costi energetici totali, oltre a prevenire perdite di produzione superiori al milione e mezzo di euro identificando un imminente guasto.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/44450972215_4a6c0e8e92_c.jpg"><img class="aligncenter wp-image-71996 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/44450972215_4a6c0e8e92_c.jpg" alt="44450972215_4a6c0e8e92_c" width="557" height="371" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>La crisi idrica, tuttavia, non è un problema solo italiano: in Europa interessa il</span><span style="font-weight: 400;"> 17% del territorio</mark>. Proprio per questo motivo, </span><span style="font-weight: 400;">un settore</span><span style="font-weight: 400;"> in rapida crescita in tutto il continente è quello dello </span><span style="font-weight: 400;"><em>Smart Water Monitoring</em> che, come ricorda Piana, “c</span><span style="font-weight: 400;">omprende tutte le soluzioni innovative per una gestione efficiente delle risorse idriche. Oggi è valutato circa 16 miliardi, con proiezioni che indicano un aumento fino a 30 miliardi entro il 2028, e si sta espandendo anche in Italia”. </span><br />
</span></p>
<p>Ma una crisi del genere ha anche bisogno di soluzioni più radicali: “Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha destinato oltre 900 milioni, di cui 293 provenienti dal PNRR, a progetti che hanno l’obiettivo la riduzione delle perdite di acqua”, continua Piana. <mark class='mark mark-yellow'>“Secondo le previsioni, entro la fine del 2024 circa il 9% del totale di condotte ad uso potabile sarà equipaggiato con sistemi di controllo innovativi per assicurare una gestione efficiente delle risorse e migliorare i servizi offerti ai cittadini”</mark>.</p>
<p><strong>LA STARTUP DELL&#8217;ACQUA PER UNA NUOVA AGRICOLTURA</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Acqua e startup non sono una combo destinata solo all’uso industriale. Il settore dell’<strong>agricoltura</strong> è sicuramente uno dei molti che devono combatterne lo spreco e in Italia ci sono dei progetti innovativi che vanno proprio in questa direzione</mark>.</p>
<p><a href="https://plantvoice.it/"><span style="font-weight: 400;"><strong>Plantvoice</strong> </span></a><span style="font-weight: 400;">è uno di quelli. Startup fondata da Matteo e Tommaso Beccatelli e con sede nel NOI Techpark Sudtirol in Alto Adige, il principio che la guida è tutto racchiuso in un biosensore che ha le dimensioni di uno stuzzicadenti. Le sue potenzialità sono però enormi: una volta collocato nel tronco di una pianta, è in grado di monitorare quelle che possono essere tranquillamente definite le sue funzioni vitali: tiene sotto controllo lo stress idrico, quello salino, le infezioni fungine e quelle batteriche. Misura in tempo reale quanta linfa fluisce nel fusto dell’albero e determina le variazioni dei soluti disciolti all’interno della linfa. Una volta registrati i dati, il sensore li invia a un algoritmo governato dall’intelligenza artificiale per fornire poi all’utente delle informazioni dettagliate. Tutto questo è controllabile dal proprio smartphone attraverso una semplice app. </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/plantvoice2.jpg.jpg"><img class="aligncenter wp-image-71999 " src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/plantvoice2.jpg-1024x537.jpg" alt="plantvoice2.jpg" width="597" height="313" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non solo aiuta gli agricoltori a <strong>risparmiare risorse idriche</strong>, ma incide anche sull’uso dei fertilizzanti e dei fitofarmaci. <mark class='mark mark-yellow'>Per quanto riguarda il capitolo irrigazione, progetti di questo tipo sono oggi vitali: basti pensare che il 70% del consumo di acqua mondiale è per l’agricoltura. Secondo i dati riportati sul sito, grazie alla sua installazione molte realtà hanno ottenuto, in media, un risparmio idrico del 40%</mark>. I suoi campi di applicazione sono diversi: si fa dalla frutticultura, mele ed uva soprattutto, passando per l’olivicoltura fino ad arrivare anche al verde urbano.</span></p>
<p><strong>LA TECNOLOGIA SALVERÀ GLI OCEANI?</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le startup non arrivano in soccorso solo dell’agricoltura, ma anche dei <strong>mari</strong> e degli <strong>oceani</strong>, sottoposti negli ultimi anni a un eccessivo inquinamento. <mark class='mark mark-yellow'>Lo scorso anno a Milano, dall’idea di tre studentesse dello IED (Istituto Europeo di Design) di Milano è nata </span><strong><a href="https://www.jelter-startup.com/">Jelter</a></strong><span style="font-weight: 400;">. Caterina Favella, Rebecca Raho ed Emanuela Tarasco hanno presentato come tesi di laurea triennale questo progetto con l’obiettivo di <strong>ripulire il mare dalle microplastiche</strong></mark>. Il nome non è casuale: in una sola parola sono state unite quelle inglesi “jellyfish” (medusa) e filter (filtro). Nel concreto, sono stati creati dei sistemi di boa che raccolgono dalle acque marine le microplastiche in modo del tutto autosufficiente e sostenibile tramite l’utilizzo di un filtro e di un sistema elettronico, grazie ai pannelli solari disposti su di essa che alimentano la pompa al suo interno. Ad oggi è stato realizzato un solo prototipo ed è stato testato a Fiumicino. </span></p>
<p><strong>IL CASO WAMI: L&#8217;ACQUA CHE DONA SE STESSA</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Acqua che doni acqua: è questa l’idea di <strong>Wami</strong> (Water with a Mission), un brand italiano di acqua minerale nato nel 2016 con l&#8217;obiettivo di cercare di porre fine al problema globale dell&#8217;accesso all&#8217;acqua, dando a ognuno la possibilità di essere parte della soluzione. <mark class='mark mark-yellow'>Per ogni bottiglia venduta, infatti, l’azienda dona acqua alle comunità bisognose sparse in tutto il mondo attraverso la costruzione di nuovi acquedotti.</mark> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dal 2016, Wami ha donato 9 miliardi di litri di acqua in Africa, Asia e Sud America, realizzando più di 50 acquedotti e consentendo quindi l’accesso permanente all’acqua  potabile a 69mila persone. «L’ispirazione è venuta da un’azienda che fa scarpe, la Toms: per ogni paio di espadrillas acquistato veniva donato un paio di scarpe a chi ne avesse bisogno» ci racconta <strong>Michele Fenoglio</strong>, uno dei due soci di Wami. In questi anni, spiega, il business si è evoluto, così come i suoi formati: ci sono quelli in plastica 100% riciclata, in lattina, in vetro. Una novità introdotta recentemente è quella degli infusi creati con gli ingredienti provenienti dai paesi coinvolti nei progetti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma la soddisfazione più grande, secondo Michele, è una: «Abbiamo visitato personalmente i luoghi in cui operiamo: è molto bello e allo stesso tempo impattante, si capisce qual è effettivamente l’importanza dell’accesso all’acqua potabile in maniera continuativa 24 ore su 24». L’ideale in cui Wami non smetterà mai di credere è il cosiddetto force for good: <mark class='mark mark-yellow'>ogni azienda deve creare un impatto sul territorio.</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><br style="font-weight: 400;" /> </span></p>
<p><strong><strong> </strong></strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;ACQUA NEI PIANI DEL GOVERNO MELONI</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 15:10:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Piga]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata Mondiale dell'Acqua]]></category>
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		<category><![CDATA[siccità]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia deve contrastare la crisi idrica. Alluvioni e inondazioni (cinque, tra maggio e novembre 2023) e siccità (lo scorso anno è stato il più caldo di sempre) hanno indebolito il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3031" height="2202" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/03/DSC2376_0.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Roma, 04/11/2022 - Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri n. 3. Foto: Presidenza del Consiglio dei Ministri" /></p><p>L’Italia deve contrastare la <strong>crisi idrica</strong>. Alluvioni e inondazioni (<strong>cinque,</strong> tra maggio e novembre <strong>2023</strong>) e siccità (lo scorso anno è stato il più caldo di sempre) hanno indebolito il sistema idrico nazionale, che presenta falle ataviche. Per arginarne le ripercussioni negative nei vari settori (su tutti, l’agricolo), il <strong>Piano nazionale di ripresa e resilienza</strong> (PNRR) – ereditato dai due esecutivi precedenti (Conte II; Draghi) e ritoccato dopo l’insediamento un anno e mezzo fa – e la <strong>“cabina di regia per la crisi idrica”</strong> – <a href="https://www.governo.it/it/articolo/crisi-idrica-la-prima-riunione-della-cabina-di-regia/22543">riunitasi la prima volta in maggio</a> – sono gli strumenti dei quali si è dotato il <strong>governo Meloni</strong>.</p>
<p>La principale nota dolente è la carenza di impianti moderni, come dighe, acquedotti e fognature. Migliorerebbero sia il rifornimento, sia la depurazione dell’acqua (dal <strong>2017</strong>, il Paese è sotto <a href="https://www.arpat.toscana.it/notizie/arpatnews/2021/004-21/le-procedure-di-infrazione-europea-a-carico-dellitalia-in-materia-di-acque/?searchterm=None">procedura d’infrazione</a> da parte della Commissione Europea); ne ridurrebbero la dispersione (è, soprattutto, interna agli acquedotti), che costringono a prelevarne di più in confronto alla maggior parte dei membri dell’Unione Europea, secondo l’<a href="https://www.istat.it/it/files/2021/03/Report-Giornata-mondiale-acqua.pdf#page=6">ISTAT</a>. «Fino allo scorso decennio, il problema era dotare alcune regioni del Mezzogiorno di rete di depuratori; oggi, la scarsità di acqua affligge anche le regioni del Nord, pianura e Prealpi, dove prima la preoccupazione era gestirne l’abbondanza: falde sempre più alte, frane e smottamenti», illustra, a <em>Magzine</em>, <strong>Donato Berardi</strong>, direttore del Laboratorio sui servizi pubblici locali e responsabile degli studi su prezzi e tariffe di REF Ricerche.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Il PNRR ha come obiettivo modernizzare impianti idrici come dighe, acquedotti e fognature per evitare la dispersione dell&#8217;acqua, cruciale durante i periodi di siccità: alle risorse idriche sono stati destinati 3.9 miliardi di euro e il 60% delle opere dovranno essere realizzate al Sud</span></p>
<p>Costruzione, rafforzamento e aggiornamento di opere idriche sono inclusi nella seconda missione del PNRR. Sono stati destinati, sugli oltre<strong> 190 miliardi di euro</strong> del Piano, <strong>3.9 miliardi di euro</strong>: col<strong> 60%</strong> dovranno essere realizzate al Sud. I progetti, poco meno di duecento, riguarderanno – si legge nel <a href="https://mit.gov.it/comunicazione/news/infrastrutture-idriche-miliardi-pnrr-renderle-efficienti-sicure-resilienti">rapporto</a> dell’Unità di Missione PNRR del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili – <em>potenziamento delle infrastrutture</em> <strong>(44%)</strong>, <em>adeguamento delle esistenti</em> <strong>(41%) </strong>e la loro <em>messa in sicurezza</em> <strong>(10%)</strong>, <em>realizzazione o potenziamento del volume degli invasi</em> <strong>(5%)</strong>.</p>
<p>Però, a rallentare il programma, le <a href="https://www.corteconti.it/HOME/StampaMedia/Notizie/DettaglioNotizia?Id=6827c096-0004-4933-8a10-ddde3392ee7e">segnalazioni</a> della Corte dei Conti: ha analizzato le proposte riportate nelle sezioni “Tutela del territorio e della risorsa idrica” e “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” e ravvisato criticità che ne pongono a rischio <strong>124</strong>. La ragione, che potrebbe complicare il rispetto delle scadenze imposte dalla Commissione Europea <strong>(marzo-giugno 2026)</strong> per la loro costruzione, è «una selezione non ottimale, se non frettolosa per diversi aspetti, come mostra attualmente la necessità di escludere alcune opere nonché la presa d’atto della mancata copertura finanziaria in relazione ad altri progetti».</p>
<p>Le risorse, però, sono poche. Lo sostengono sia l’<a href="https://ance.it/2023/05/dl-siccita-ance-42-di-perdite-di-acqua-mancano-82-mld-di-investimenti-in-reti-idriche-velocizzare-gli-interventi-e-semplificare-procedure-prima-delle-gare/">Associazione nazionale costruttori edili (ANCE)</a>, secondo la quale l’investimento sarebbe dovuto essere di almeno <strong>13.3 miliardi (-8.2)</strong>, sia Berardi, che cita uno studio dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA), per la quale sarebbero necessari almeno <strong>dieci miliardi</strong>: «Visti da questa prospettiva, pur riconoscendo carenze e colli di bottiglia presenti nella macchina amministrativa ed esecutiva che ci costano centinaia di milioni all’anno di sanzioni per il mancato rispetto delle direttive UE dei primi anni Novanta, i 4 miliardi nel PNRR, che riguardano semplificazione, rafforzamento delle istituzioni pubbliche che si occupano di acqua e opere idriche, apporto di tecnici e competenze per progettazione ed esecuzione delle opere, sono ampiamente insufficienti».</p>
<p>Ha vita più recente, invece, la “cabina di regia per la crisi idrica”, istituita dal decreto-legge Siccità del 14 aprile, pubblicato in Gazzetta Ufficiale due mesi dopo. Presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri o – su delega – dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, in cima ai suoi compiti c’è <em>il coordinamento e monitoraggio per il contenimento e il contrasto della crisi idrica connessa alla drastica riduzione delle precipitazioni</em>. Dovrà occuparsene anche il Commissario straordinario nazionale <strong>Nicola dell’Acqua</strong>.</p>
<p>Lo stato dell’arte è sintetizzato da alcuni dati pubblicati, nel <a href="https://www.utilitatis.org/my-product/blue-book-2023/">Book Blue 2023</a>, da Utilitalia e Fondazione Utilitatis: tra <strong>2011</strong> e <strong>2020</strong> la temperatura è aumentata di <strong>1,3°C</strong>; nel <strong>2020</strong>, i millimetri di pioggia caduti sono stati <strong>91</strong> in meno rispetto all’arco temporale considerato. E ciò si ripercuote sulla popolazione: secondo l’<a href="https://www.anbi.it/art/articoli/7168-osservatorio-anbi-risorse-idriche-oltre-tre-milioni-di-itali">Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche</a>, il <strong>6-15%</strong> risiede in zone esposte a <em>siccità severa o estrema</em>. Questo fenomeno, nel <strong>2022</strong> ha obbligato circa <a href="https://giurcost.org/studi/ricerche_1_2024.pdf"><strong>1350</strong> comuni </a>a imporre un freno al consumo d’acqua, a impegnare oltre <strong>55 milioni</strong> per interventi emergenziali e, al contempo, ha danneggiato il <a href="https://www.coldiretti.it/economia/siccita-spinge-prezzi-nel-carrello-con-118-verdura">settore agricolo</a> per <strong>6 miliardi</strong>.</p>
<p>Gli atti più recenti della “cabina di regia per la crisi idrica”,<a href="https://www.governo.it/it/articolo/riunione-della-cabina-di-regia-la-crisi-idrica/25280"> convocata martedì scorso</a>, sono, in primis, la presentazione del Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico (PNIISSI), costituito da <strong>562</strong> proposte da <strong>13.5 miliardi</strong>, l’incarico del coordinamento attuativo di cinque interventi – in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Lazio, da <strong>102 milioni</strong> – a Dell’Acqua e quattro <em>tavoli tecnici</em>. «Bisogna ripartire dalla disponibilità dell’acqua a fronte dei cambiamenti climatici e dalla dinamica dei fabbisogni. Per esempio, intervenendo sulla regolazione degli usi, sul contenimento e l’efficientamento dei consumi, e rafforzando le infrastrutture per salvaguardare e diversificare le fonti di approvvigionamento», è la conclusione di Berardi.</p>
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		<title>Un acquedotto a Tumikia: il dono di dare la vita</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 20:44:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Congo]]></category>

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		<description><![CDATA[Era il 2012 quando Sergio Capoferri e suor Pier Adele si incontrarono per la prima volta. Si trovavano nell’ospedale di Kingasani, uno dei quartieri più poveri e malfamati della periferia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="850" height="618" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/obbiettivo.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="obbiettivo" /></p><p style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Era il 2012 quando <strong>Sergio Capoferri</strong> e <strong>suor Pier Adele</strong> si incontrarono per la prima volta. Si trovavano nell’ospedale di Kingasani, uno dei quartieri più poveri e malfamati della periferia Est di <strong>Kinshasa</strong>: lui perché, come ormai da vent’anni, si recava periodicamente in <strong>Congo</strong> per alcuni lavori; lei per curare il suo mal di schiena.</mark> I suoi 73 anni risentivano il peso delle bacinelle d’acqua che ogni giorno andava a raccogliere percorrendo quattro chilometri all’andata e quattro al ritorno. Per potersi curare in ospedale ne ha percorsi altri 500, quelli che separano la capitale dal villaggio di <strong>Tumikia</strong> in cui vive. «Perché non lasci che vadano le ragazze più giovani a prendere l’acqua?», le chiede lui. «Perché sono bianca e non voglio farmi vedere che non lavoro», risponde la suora.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da quel momento Sergio è tornato ogni anno in Congo e adesso, grazie all’intervento dell’associazione che dirige, la <strong>Mbote Papa</strong>, a Tumikia esiste un acquedotto e gli abitanti possono trovare l’acqua a 150 metri e non più a quattro chilometri di distanza. Il progetto è stato il frutto spontaneo di quell’incontro con suor Pier Adele: «ci ha raccontato che c’erano dei villaggi completamente senza acqua e abbiamo deciso di partire subito per Tumikia: ci eravamo ripromessi di fare qualcosa. <mark class='mark mark-yellow'>Prima di tutto abbiamo cercato l’acqua, perché l’acqua non la puoi inventare, la devi trovare</mark> – Sergio Capoferri ripercorre così l’origine dell’iniziativa –. Poi, con l’aiuto di alcune persone del villaggio e di alcuni anziani abbiamo trovato una sorgente, nascosta, in un anfratto cui non saremmo mai arrivati da soli neanche se ci fossimo fermati per anni». Quella è stata l&#8217;origine del progetto che, dopo un’operazione di pulizia e analisi chimica, ha portato alla creazione di venti fontane e un acquedotto, poi ampliati con ulteriori interventi tra il 2014 e il 2019. «Quando abbiamo aperto l’acqua nel villaggio per la prima volta erano circa le 17 – Capoferri ricorda bene quel momento –. <mark class='mark mark-yellow'>Quando le persone hanno visto le fontane riempirsi di acqua, urla di gioia si sono levate dappertutto. La mattina successiva sono andato a verificare che tutto fosse a posto e ho trovato, fuori dalle capanne, il bucato steso. In quell’istante ho capito che avevamo fatto davvero una bella cosa».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Sergio Capoferri: «Quando le persone hanno visto le fontane riempirsi di acqua urla di gioia si sono levate dappertutto. La mattina successiva sono andato a verificare che tutto fosse a posto e ho trovato, fuori dalle capanne, il bucato steso. In quell’istante ho capito che avevamo fatto davvero una bella cosa».</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Da quando esiste l’acqua a Tumikia, i bambini si ammalano molto meno: prima bevevano l&#8217;acqua delle pozzanghere, quando c’era; poi hanno potuto sostituirla con un’altra, verificata, protetta e paragonabile a quella distillata. <mark class='mark mark-yellow'>La creazione dell’acquedotto non aiuta soltanto la fruizione dell’acqua, ma la conoscenza di una realtà che la geografia e gli stereotipi rendono distante.</mark> «La stesa del bucato mi ha colpito molto, perché quando una persona arriva lì e si trova davanti questa gente, che è sporca, pensa che lo sia perché non si lava. Non si capisce che le persone si lavano poco perché andare a prendere qualche litro d’acqua è per loro una fatica enorme».</p>
<p style="font-weight: 400;">Il calendario dei progetti dell’associazione si rinnova ogni anno, alimentato dal programma di servire ancora quindici villaggi. <mark class='mark mark-yellow'>Uno di questi ospita più di venti mila abitanti e nemmeno una goccia d’acqua. Gli era stato segnalato dall’ex ambasciatore <strong>Luca Attanasio</strong>, assassinato in Congo nel 2021.</mark> Sua moglie ha fondato lì un’associazione per aiutare le ragazze madri; Capoferri li ha conosciuti: «Avevamo promesso loro che saremmo andati. Lo abbiamo fatto l’anno scorso e adesso stiamo aspettando risposte dalla Farnesina per ottenere aiuti con le spese del container». I costi delle operazioni sono infatti ingenti: la sola spedizione di un contenitore si aggira attorno ai 25/30 mila euro.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oggi suor Pier Adele è l’ultima suora bianca rimasta a Tumikia: tiene le redini di un asilo per orfani di madre, grazie alle pesche di beneficenza del suo oratorio di nascita, in provincia di Brescia. Oggi è il signor Capoferri ad avere 73 anni e, quando gli si domanda quale sia stata la molla che lo ha portato verso quel piccolo villaggio raggiungibile solo dopo ore e ore di viaggio su una strada non asfaltata, risponde: «La sensibilità. Se vieni a conoscenza di qualcosa o di qualcuno che sta male, non si può essere indifferenti. Come si fa a girarsi dall’altra parte?». E ancora: <mark class='mark mark-yellow'>«Se potessi tornare indietro avrei iniziato prima a dedicarmi a questi interventi, perché avrei potuto farne di più: basterebbe vedere l’accoglienza che le persone ci riservano per capire la grandezza di ogni piccola cosa. In Africa ho avuto più di quello che ho dato».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Centrali idroelettriche in Lombardia: la spesa non vale la resa</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 14:06:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Bianca Terzoni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Centrali idroelettriche]]></category>
		<category><![CDATA[legambiente]]></category>
		<category><![CDATA[lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Onu ha dato l’allarme: entro un decennio, il pianeta rischia di salire a 3,5 gradi in più rispetto alla media. Violenti nubifragi e ondate di calore diventeranno più comuni, il ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/MilanoToday.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="MilanoToday" /></p><p><span style="font-weight: 400;">L’Onu ha dato l’allarme: entro un decennio, il pianeta rischia di salire a <strong>3,5 gradi</strong> in più rispetto alla media. Violenti nubifragi e ondate di calore diventeranno più comuni, il livello dei mari si alzerà. E la siccità che imperversa in Italia e in altre zone del mondo in questi ultimi tempi non fa sperare bene, ma non è ancora troppo tardi. Per arginare il danno il più possibile, occorre che l’uomo investa maggiormente nelle energie rinnovabili.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Proprio in questo contesto si colloca lo sfruttamento, in Italia e soprattutto in <strong>Lombardia</strong>, delle sorgenti montane ai fini della produzione energetica.</mark> Molte aziende hanno adottato questo sistema attraverso la costruzione di centrali idroelettriche e dighe in alta montagna, in grado di trattenere le acque provenienti dalle piogge e dallo scioglimento dei ghiacciai. Tuttavia, l’impiego di queste imponenti masse di acqua per produrre energia lascia spazio a non pochi dubbi riguardo le possibili conseguenze sull’ecosistema e sull’approvvigionamento idrico, in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando oggi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>In Lombardia, nello specifico, ruota tutto intorno agli impianti che generano energia idroelettrica. Ci sono due tipologie di questi impianti: quelli di grande derivazione &#8211; circa <strong>80</strong> sul suolo lombardo- che hanno una potenza nominale di generazione pari a <strong>1224 MW</strong> e quelli di piccola derivazione. Quest’ultimi sono circa <strong>1000</strong> in Lombardia e hanno una potenza di <strong>3000 kilowattora</strong>. E sono proprio i piccoli impianti, che nella maggior parte dei casi non riescono nemmeno a risolvere il problema della carenza d’acqua, a causare il maggiore impatto all’ambiente con cui vengono a contatto.</mark> “Queste centraline vengono costruite solitamente da aziende private che vogliono approfittare degli incentivi ricavabili dallo sfruttamento di energia rinnovabile”, spiega<strong> Lorenzo Baio</strong>, coordinatore settore acque per Legambiente Lombardia. “Tuttavia negli ultimi anni pur di ottenere questi incentivi si costruiscono impianti anche dove non servono. E secondo i dati aggiornati a qualche anno fa, i piccoli impianti rappresentavano solamente il <strong>19%</strong> di tutta la potenza nominale regionale.” </span></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Secondo Lorenzo Baio, referente Acque per Legambiente Lombardia: “Mettiamo che non ci siano più gli incentivi per le rinnovabili ad un certo punto e che quindi queste centraline non siano più convenienti. Che cosa accadrà? Chi le andrà a smontare?”</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Baio lancia poi un monito: “Non è valido il principio piccolo impianto uguale piccolo impatto: benché produca molte meno dell’impianto grande, ha comunque un suo impatto in termini di corpi idrici coinvolti”. Ma quali sono i principali problemi che queste centraline causano a livello ambientale?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il primo problema è quello legato alle alterazioni delle portate in alveo: “Spesso due corpi idrici vicini tra loro hanno entrambi una portata insufficiente e quindi per avere una portata maggiore uno dei due viene deviato”, specifica il coordinatore acque di Legambiente. <mark class='mark mark-yellow'>“Così facendo però si azzera la vitalità del corpo idrico deviato che rimane privo d’acqua. E questo non fa che aumentare i problemi principalmente dei torrenti di montagna, i quali già normalmente hanno pochissima portata”.</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’installazione di queste centraline crea inoltre le cosiddette interruzioni longitudinali del corpo idrico: “gli impianti una volta interrati fanno si che si creino dei salti per i quali si avrà un corpo idrico A e un corpo idrico B che non hanno più continuità tra loro. <mark class='mark mark-yellow'>Ciò causa gravi problemi, non tanto all’acqua, quanto ai pesci, agli anfibi e all’intero ecosistema del luogo”. Le interruzioni longitudinali impattano poi anche sulla distribuzione dei sedimenti che formano le spiagge: “questi sbarramenti impediscono il trasporto a valle di gran parte della sabbia che forma le nostre spiagge. Il Po ad esempio non riesce più a portare molti sedimenti e se si va avanti così le spiagge si ridurranno notevolmente”.</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una terza problematica riguarda la compromissione dei versanti di montagna: “Per fare spazio a queste centraline e per costruire le strade d’accesso, spesso si scavano e si tagliano i versanti. Queste manovre sono responsabili quindi di crolli e frane”, racconta ancora Lorenzo Baio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Infine un ultimo danno, più legato all’acqua, è quello della temperatura: “L’acqua, una volta costruita una centralina, passa attraverso pozzi di emungimento e strutture meccaniche. La temperatura del corpo idrico viene così alterata e la fauna ittica subisce gravi danni”. </span></p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Ohga.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-65019" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/Ohga.jpg" alt="Ohga" width="3504" height="2336" /></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Secondo Legambiente, tutti questi problemi si uniscono poi al dubbio sulla reale efficacia delle centrali idroelettriche. “Mettiamo che non ci siano più gli incentivi per le rinnovabili ad un certo punto e che quindi queste centraline non siano più convenienti. Che cosa accadrà? Chi le andrà a smontare?” prosegue il responsabile Legambiente. Questo è anche conseguenza del fatto che queste opere vengono progettate senza specificare il loro fine vita e come andranno smontate una volta che non verranno più utilizzate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><mark class='mark mark-yellow'>Anche l’approvvigionamento di acqua potrebbe essere in pericolo. “A volte gli impianti non hanno più acqua e quindi non funzionano. Quando le aziende hanno la concessione per utilizzare un certo quantitativo e rilasciare solo il deflusso minimo vitale &#8211; spiega Baio-, potrebbero effettivamente determinare anche la morte della poca acqua che c&#8217;è”.</mark></span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Rimane da chiedersi quali siano le soluzioni da adottare nell’immediato. Il responsabile Legambiente Lombardia propone queste soluzioni: “Molti di questi impianti sono già stati costruiti, e dovrebbe esserci una valutazione seria anche da parte del piano economico finanziario. In secondo luogo, bisognerebbe partire dal fatto che non si danno concessioni se non in particolari casi”. Dire no alla centralina è difficile, se non tramite battaglie territoriali, perché “o è stata già autorizzata oppure è in autorizzazione e quindi poi diventa molto difficile non farla costruire”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’ultima incongruenza delle centrali idroelettriche riguarda il deflusso ecologico. “In teoria tutte le centraline, soprattutto le nuove, dovrebbero essere obbligate ad avere un display che indichi la portata di cui stanno disponendo in quel momento e quale sia il deflusso minimo vitale che rilasciano, cioè la portata che rilascia il fiume” conclude Baio, “ma questo non viene quasi mai dichiarato”. <mark class='mark mark-yellow'>I problemi sono molti, e per contenere i rischi delle centraline bisognerebbe prestare più attenzione al territorio: in primo luogo da parte delle aziende, ma anche ognuno di noi può fare la sua parte.</mark></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Acqua in Piemonte: cosa succede se manca l&#8217;oro invisibile</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Mar 2023 07:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ludovica Rossi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<description><![CDATA[“L’essenziale è invisibile agli occhi”. Scriveva così l’autore di uno dei più belli e autentici libri che dietro l’apparente semplicità di un linguaggio rivolto ai bambini cela i più profondi ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2023/03/apiario-2rr.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="apiario 2rr" /></p><p>“L’essenziale è invisibile agli occhi”. Scriveva così l’autore di uno dei più belli e autentici libri che dietro l’apparente semplicità di un linguaggio rivolto ai bambini cela i più profondi pensieri sul nostro essere uomini. Quelle stesse parole, con cui <strong>Antonie de Saint-Exupéry</strong> ha scolpito nelle menti di generazioni di lettori di ogni età e provenienza il suo <em>Piccolo Principe</em>, racchiudono la descrizione di <mark class='mark mark-yellow'>uno dei beni più preziosi eppure inosservati, da cui tutto dipende e a cui tutto inesorabilmente si lega: l’acqua. Silenziosa come il suo colore trasparente, senza vistosità né imponenza, l’acqua raggiunge ogni essere e ogni anfratto.</mark> Ripaga la trascuratezza con cui la si considera con uno sguardo generoso, disinteressato e accorto per qualunque creatura che popoli questo pianeta. L’acqua è vita, futuro, costante in cui ogni diversità trova comunanza e risoluzione. Come tutte le cose preziose e sottovalutate, è spesso l’assenza ad innescare il processo della consapevolezza. E così è accaduto anche con l’acqua. <mark class='mark mark-yellow'>La siccità degli ultimi anni è stato un grido, forte, lancinante, disperato, che ha smosso le coscienze, ponendoci di fronte ad un’emergenza che condiziona ogni ramo della nostra esistenza.</mark> La carenza idrica si traduce in perdita di vite, aumento dei costi, diminuzione della produzione, incremento dei tempi di lavoro e delle energie necessarie per svolgerlo.</p>
<p style="font-weight: 400;">In Italia una delle regioni a soffrire maggiormente l’impatto negativo di questa emergenza è il <strong>Piemonte</strong>, custode della sorgente del <strong>fiume <a href="https://www.isprambiente.gov.it/pre_meteo/idro/SeverIdrica.html" target="_blank">Po</a> </strong>e origine del diramarsi del suo bacino. L’acqua che ne alimenta il corso è l’evoluzione della <a href="https://drought.climateservices.it/bollettino-italia/bollettino-febbraio-2023/" target="_blank">neve</a> caduta e sedimentata durante l’inverno sull’arco alpino, il principale serbatoio idrico italiano. Al momento, però, ne manca più della metà: <mark class='mark mark-yellow'>di solito, in questo periodo dell’anno, si registrano nel nostro Paese circa 10-13 miliardi di metri cubi d’acqua, ma quest’anno il totale ammonta a meno di 4 miliardi</mark> – la criticità viene ulteriormente evidenziata se si considera che l’anno scorso, già preoccupante, nello stesso momento se n’erano registrati 6 miliardi. Nello specifico, <mark class='mark mark-yellow'>nel bacino del Po, che ospita il 50% delle risorse idriche nivali italiane e fornisce acqua dolce a diversi settori economici ed ecosistemi, il <a href="https://lab24.ilsole24ore.com/neve-italia-siccita/?refresh_ce=1" target="_blank">deficit</a> è pari al -66%, addirittura maggiore rispetto al quadro nazionale.</mark></p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>Una delle regioni italiane che più soffre la siccità è il Piemonte, con la sua moltitudine di paesaggi e colture. Il bacino del fiume Po registra oggi un deficit del -66%, una cifra superiore rispetto al quadro nazionale.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">Sono dati allarmanti e capaci di comunicare la gravità della situazione anche a chi non appartiene al mondo della scienza e dei numeri. Il loro esame restituisce un quadro estremamente oggettivo, ma parziale; rigoroso, ma distante dalla percezione e dalla realtà quotidiana delle persone. <mark class='mark mark-yellow'>Limitarsi a parlare di siccità attraverso i numeri è condizione necessaria ma non sufficiente, se l’intento è quello di comprenderla davvero e a fondo. Perché questo accada bisogna affiancare la ricerca al vissuto, il dato alla voce reale e sentita di chi ogni giorno la tocca con mano, la previsione futura alla realtà presente di chi, già oggi, l’ha vista insediarsi nella propria quotidianità.</mark> La siccità si è insinuata nelle stalle di <strong>Marta</strong>, che a <strong>Sambuco</strong> (Cuneo) dove è nata, alleva le sue pecore e capre. La siccità ha invaso i quattrocento alveari di <strong>Alberto</strong> che, disseminati sui versanti della <strong>Valle Stura</strong>, ospitano la lenta trasformazione del nettare in miele. La siccità è nei vigneti di <strong>Aldo</strong>, che dal 1968 nella sua azienda di famiglia nelle <strong>Langhe</strong>, coltiva non soltanto le sue viti, ma anche il sogno di una produzione rispettosa dei ritmi della natura e delle stagioni.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Gregge dimezzato, prezzi raddoppiati</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sambuco è un piccolo comune della Valle Stura, in provincia di Cuneo. Sorge a 1184 metri di altezza, proprio ai piedi del <strong>monte Bersaio</strong>. <mark class='mark mark-yellow'><strong>Marta Fossati</strong>, che a Sambuco ci è nata, è testimone di una lenta e graduale trasformazione che per lei si misura attraverso i metri di neve accumulati, le ore impiegate per raggiungere un luogo adatto al pascolo, le foglie estive accartocciate dalla secchezza.</mark> Vive qui tutto l’anno, con il suo gregge di centottanta capre e sessanta pecore, adeguandosi a un calendario scandito dal ritmo di un allevamento semi-estensivo, che alterna la stabulazione in stalla nel periodo invernale e il pascolo all’aria aperta nei mesi estivi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Fino a quando non ha iniziato a fare questo lavoro, quattordici anni fa, la neve era per lei più che altro una scocciatura, che aumentava la pericolosità delle strade e rallentava gli spostamenti, già sacrificati, nelle dimenticate periferie montane. Adesso, invece, per lei l’acqua è tutto. L’alimento che vivifica gli animali, la linfa che accende i prati, la garanzia della produzione di carne e latte, il calmiere delle materie prime su cui poggia il sostentamento delle bestie. <mark class='mark mark-yellow'>«Non sono un’agronoma, sono solo una pastora, ma l’abitudine di pascolare sempre negli stessi posti mi ha permesso di notare come quella di adesso sia una siccità profonda</mark> – Marta parla con la saggezza che deriva da uno sguardo esperto e quotidiano –. Anche se piovesse, non basterebbe più. Gli alberi stanno soffrendo, soprattutto nelle zone più impervie, dove la pioggia scivola via velocemente».</p>
<p style="font-weight: 400;"><span class='quote quote-left header-font'>«La siccità che viviamo oggi è profonda: anche se piovesse, non basterebbe più. Alberi e animali soffrono, i prezzi aumentano e adattarsi al cambiamento in atto non è sempre facile», spiega Marta Fossati.</span></p>
<p style="font-weight: 400;">«La scorsa estate è stata un incubo: mi sono dovuta spingere in pascoli in cui non ero mai stata, tanto sono lontani da qua, perché non c’era ricaccio di erba. Questo si traduce in un maggiore impiego di tempo e fatica, per me e per gli animali: <mark class='mark mark-yellow'>camminavamo per quasi due ore per trovare un filo verde. Tutto questo risucchia energia all’animale e si riversa in perdite di latte e di produzione».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">Il cambiamento è un urto che sconvolge le certezze sedimentate e tramandate per generazioni; è una sfida che impone la messa in discussione anche a chi, con la lunga esperienza del tempo, è conoscitore delle più varie sfaccettature dell’imprevedibilità. È un cronometro che richiama all’urgenza di un adeguamento non più prorogabile. «Puoi reinvertarti finché vuoi e sicuramente ci sono cose che devono cambiare, ma non sempre è facile. <mark class='mark mark-yellow'>L’anno scorso, per esempio, c’è stato un errore anche da parte mia, perché ho un po&#8217; sottovalutato la qualità del foraggio reduce dall’estate di siccità e in autunno mi sono ritrovata con mezzo gregge non gravido.</mark> L’ho sottoposto a ecografie ed esami del sangue per escludere patologie gravi e quello che è emerso è stata una carenza di energia e vitamina. Dovevo prevederlo e integrare un’alimentazione naturale impoverita dall’arsura con blocchi di sali minerali. Il mio errore è stato fare come ho sempre fatto».</p>
<blockquote class="twitter-tweet">
<p dir="ltr" lang="it">Marta Fossati vive a Sambuco con il suo gregge di centottanta capre e sessanta pecore. <a href="https://t.co/4pYwHoBvLu">https://t.co/4pYwHoBvLu</a></p>
<p>— magzine (@magzinemag) <a href="https://twitter.com/magzinemag/status/1636063701605154828?ref_src=twsrc%5Etfw">March 15, 2023</a></p></blockquote>
<p><mark class='mark mark-yellow'>L’adeguamento comporta però anche una controparte, perché alla necessità di aumentare mangime, si affianca l’incremento del costo delle materie prime, conseguenza congiunta del rialzo del gas e dell’assenza di acqua ed erba.</mark> «In base a quelli che sono stati gli aumenti, dovrei tornare al mercato vendendo i miei prodotti al doppio, perché la mia spesa è stata esattamente duplicata rispetto al passato. Ma chi me lo compra il formaggio al doppio?».<br />
<script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script>«Bisognerà iniziare a rivalutare anche il carico di animali, perché se prima un ettaro era sufficiente per sfamare un certo numero di bestie, adesso essendoci meno foraggio questo numero diminuisce. Il problema è che spesso con meno animali non si campa: <mark class='mark mark-yellow'>al dispiacere di dire “vendo metà gregge” si somma il fatto che con un numero di capi ridotto non mi pago le spese degli investimenti che ho fatto».</mark> Mentre parla, Marta è nella stalla. Si sporge da un recinto e una delle sue capre le salta in braccio. La accarezza e la osserva: «non sono molto ottimista. Non credo che siamo disposti a rinunciare a tante cose che il benessere ha portato e il cui contro è andare a devastare la natura. <mark class='mark mark-yellow'>Stiamo continuando a sfruttare in nome del consumismo: penso che dovremmo invertire la rotta e tornare indietro su molti aspetti, ma credo anche che la nostra società, piuttosto che accettare la rinuncia, andrà verso l’estinzione».</mark></p>
<p><strong>Diversificare per resistere</strong></p>
<p>La necessità di sopperire alle carenze della natura con integrazioni artificiali e la riduzione degli animali sono riflessioni e problemi condivisi anche da <strong>Alberto Fossati</strong>, che da diciotto anni ha trasformato una passione di famiglia nel proprio mestiere: produrre miele in alta montagna. <mark class='mark mark-yellow'>«L’acqua è la vita: per i fiori, per le <a href="https://www.zoo.cam.ac.uk/news/drought-changes-smell-flowers-affecting-bee-visits" target="_blank">api </a>stesse, per nutrire le larve, per il confezionamento del miele».</mark> Rododendro, melata d’abete, millefiori sono l’esito, certificato bio e dotato di presidio slow food, dei quattrocento alveari che l’azienda apistica Fossati ha diramato nella Valle Stura. Anche questo settore è stato, nelle ultime annate, messo alla prova dalla siccità. </p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>
Alberto Fossati da diciotto anni ha trasformato una passione di famiglia nel proprio mestiere: produrre miele in alta montagna. <a href="https://t.co/zhiblwa39e">https://t.co/zhiblwa39e</a></p>
<p>— magzine (@magzinemag) <a href="https://twitter.com/magzinemag/status/1636063072748990468?ref_src=twsrc%5Etfw">March 15, 2023</a>
</p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script></p>
<p>«La stagione produttiva si è accorciata molto rispetto a dieci anni fa – spiega Alberto –. <mark class='mark mark-yellow'>Adesso le api arrivano a fine luglio senza trovare alcun fiore e fino all’inizio della primavera successiva non raccolgono quasi più niente. Il miele che dovrebbe rappresentare una scorta per i mesi freddi si esaurisce già ad agosto e questo ci costringe ad intervenire con un’alimentazione zuccherina integrata».</mark> Il limite di soluzioni come questa è che anch’esse necessitano di acqua per essere avviate, e così il circolo vizioso si ripete e annoda e ripete ancora. Molti campi sono stati destinati alla coltivazione di fiori e grano saraceno che tuttavia a causa di piogge estive mancanti e sistemi di irrigazione obsoleti non possono dare frutto. «La regina stessa risente della siccità e non depone più uova. Le famiglie si rimpiccioliscono e faticano a sopravvivere per tutto l’arco invernale».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«L&#8217;acqua è la vita: senza acqua non ci sono fiori, la regina non depone uova, le famiglie si rimpiccioliscono e la stagione produttiva si è accorciata molto rispetto a dieci anni fa», racconta Alberto Fossati.</span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Per far fronte al problema, l’azienda ha intrapreso la via della diversificazione</mark>: «seminando grano saraceno stiamo inaugurando una filiera per la produzione di farina, da utilizzare in valle anche grazie al supporto di panettieri e ristoratori. Abbiamo creato l’“apiario del benessere”, per stimolare la conoscenza delle api da vicino e in totale sicurezza, e costruito degli appartamenti ad uso turistico. Cercheremo di ancorare sempre più il prodotto al territorio per valorizzarlo, anche se temo che sarà sempre peggio e fatico a vedere soluzioni veramente efficaci».</p>
<p><strong>Coltivare e trasmettere la bellezza</strong></p>
<p>Dalle montagne il bacino del Po si estende alla valle, dove contribuisce ad alimentare la ricchezza poliedrica delle colture dei territori che attraversa. Tra i protagonisti che oggi soffrono la mancanza di acqua figurano anche le viti delle Langhe.</p>
<p>Era il 1968 quando <strong>Aldo Vaira</strong> ha scelto di abbandonare la città di <strong>Torino</strong> per trasferirsi nelle vigne di famiglia a <strong>Barolo</strong>. Una scelta di vita, dettata dall’amore per la terra che ha iniziato a coltivare per poi trasmettere ai figli. <mark class='mark mark-yellow'>«Per me essere viticoltore significa collaborare con la natura e amarla: è una forma di rispetto per chi mi ha lasciato queste terre»,</mark> spiega. Per Vaira tutto si traduce in lavoro quotidiano e attenzione ai dettagli, dietro cui si cela il senso della sua quotidianità: la bellezza. «Vorrei pensare di fare parte degli architetti della bellezza. Ognuno fa il suo: con la coltivazione, con le opere d’arte, con i libri. Chiunque di noi appartiene alla terra e io lo esplicito con la coltivazione della vite».</p>
<p>In questo processo si è inserito da diversi mesi un altro ingrediente: la siccità. «Per noi l’acqua rappresenta quasi tutto», chiarisce Vaira. Un elemento che qualche anno fa era dato per scontato sta diventando un bene prezioso, cui dedicare particolare cura. <mark class='mark mark-yellow'>Nella produzione di vino gli effetti di ciò che accade oggi si vedranno tra molti anni, con perdite che «in periodi siccitosi possono arrivare al 30%»</mark>: i danni causati dalla siccità, quindi, continueranno. «Viviamo sempre con la paura di avere meno acqua e meno scorte ogni giorno»: così la capacità di reazione e adattamento diventa possibilità di sopravvivere. «È chiaro che il nostro è un lavoro di fiducia e di fede – spiega –. Siccità o non siccità, è un mestiere di adattamento e ogni anno vogliamo avere la speranza che l’acqua sia sufficiente per permettere alle piante di sopravvivere e di darci da vivere».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>«Vorrei pensare di fare parte degli architetti della bellezza. Ognuno fa il suo: con la coltivazione, con le opere d’arte, con i libri. Ciascuno di noi appartiene alla terra e io lo esplicito con la coltivazione della vite» – Aldo Vaira.</span></p>
<p>Produrre vino nelle Langhe come Vaira equivale a poter contare su un terreno peculiare: la presenza di argilla in parte mitiga gli effetti della carenza idrica, perché trattenendo l’acqua in grande quantità ne limita l’evaporazione e favorisce l’assorbimento da parte delle radici. <mark class='mark mark-yellow'>«È un bellissimo fenomeno chimico e fisico. Conoscerne le proprietà ci permette di avere fiducia in una natura resiliente e capace di autogestirsi: le piante regolano da sole le risorse idriche e nutritive anche in condizioni di siccità, riducendo lo sviluppo vegetativo».</mark></p>
<p>La quantità di vino non è l’unica variabile. <mark class='mark mark-yellow'>Ci sono altri ingranaggi dell’ecosistema invisibili per il consumatore ma fondamentali per il produttore: dalle foglie delle viti all’erba che le circonda, tutto dipende dall’acqua.</mark> «Cambia la copertura vegetale, le lavorazioni del terreno e la quantità di erbe che crescono tutto intorno – specifica Vaira –. Varia anche la gestione dell’apparato fogliare, cioè quante foglie lasciare e come trattarle».</p>
<blockquote class="twitter-tweet"><p>Dal 1968 nella sua azienda di famiglia nelle Langhe, Aldo Vaira coltiva non soltanto le sue viti, ma anche il sogno di una produzione rispettosa dei ritmi della natura e delle stagioni.<br />
<a href="https://t.co/RZc93H9DgU">https://t.co/RZc93H9DgU</a></p>
<p>— magzine (@magzinemag) <a href="https://twitter.com/magzinemag/status/1636063407257288705?ref_src=twsrc%5Etfw">March 15, 2023</a></p></blockquote>
<p><script src="https://platform.twitter.com/widgets.js" async="" charset="utf-8"></script></p>
<p style="font-weight: 400;">L’eredità che trasmette ai figli non è solo tradizione e vigneti, ma il patrimonio di una sapienza che poggiando sull’esempio del passato diventa base per una crescita futura. <mark class='mark mark-yellow'>«Alla fine di ogni anno ci fermiamo e osserviamo quanto accaduto, per capire se possiamo imparare qualcosa e trasmetterla, per lasciare dopo di noi un po’ di storia e accrescere il bagaglio di conoscenza».</mark></p>
<p style="font-weight: 400;">La storia della famiglia Vaira attraversa siccità e anni piovosi, gelate e caldo torrido. «Penso che ci siano dei cicli e che noi facciamo parte di uno di questi. Quanto durerà non lo so», riflette ricordando il sole battente degli anni Venti e gli acquazzoni degli anni Settanta. Per questo secondo Vaira la parola d’ordine rimane una: adattamento. <mark class='mark mark-yellow'>«Il lavoro del contadino sta nel sapersi adattare giorno per giorno alla natura: vorrei sfatare il luogo comune che fa invece di questa figura una vittima impotente del tempo</mark> – spiega –. E allora io vorrei dire ai miei figli che la bellezza del nostro lavoro è proprio quella di abbracciare questo tempo e questo clima. Se è caldo ringraziamo che è caldo, se è freddo ringraziamo che è freddo. Dobbiamo adattarci, come fa la vite».</p>
<p style="font-weight: 400;">L’incertezza causata dal cambiamento climatico, però, non fa venire meno la perfezione della terra. Per Vaira si tratta di un difetto ciclico: <mark class='mark mark-yellow'>«Voglio abbracciare la natura e amarla, come si fa con le persone, con i loro difetti e imperfezioni. Amo questo lavoro e questi vigneti: vorrei che i nostri figli li amassero solo così – conclude –. Null’altro che questo».</mark></p>
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