Il primo maggio scorso il governo sudanese ha vietato le mutilazioni genitali femminili. Lo Stato africano secondo la classifica delle Nazioni Unite è 166esimo su 187 Paesi per disparità di genere, misurata in termini di salute riproduttiva, empowerment e offerta occupazionale. Ora, chiunque continuerà a perpetrare «le atrocità» che sono le FGM commetterà un reato, punibile con tre anni di reclusione ed una multa. Come ha sottolineato Natalia Kanem direttrice esecutiva dell’UNFPA si tratta di una vittoria conquistata con fatica, ma che in Sudan può rappresentare un punto di svolta fondamentale, ed una salvezza, per intere generazioni di bambine, presenti e future.

Per capire in che modo l’esecutivo di transizione guidato da Abdalla Hamdok sia arrivato ad inserire il divieto in un emendamento del codice penale abbiamo parlato con Antonella Napoli, giornalista e analista di questioni internazionali, direttrice del magzine Focus on Africa.

«Il Sudan sta vivendo una fase storica importantissima. Dopo trent’anni di regime, un golpe ha deposto il presidente Omar Hassan al-Bashir, tra i più feroci dittatori che la storia possa ricordare. Attualmente il primo ministro è un economista di prestigio (Abdalla Hamdok), che sta cercando di attuare una serie di riforme. Da non sottovalutare è poi la presenza molto importante di donne nel governo – si contano cinque ministre – basti pensare che per la prima volta una di loro, Asmaa Mohamed Abdalla è stata designata come ministra degli esteri», spiega Napoli. Il traguardo raggiunto deve inserirsi nel processo di democratizzazione del Paese, che comprende la necessità di rivedere l’intero corpus normativo e ha come scopo quello di portare i suoi cittadini a libere elezioni. «Dopo l’abrogazione delle norme sull’abbigliamento imposto alle donne, avvenuta nel novembre 2019 – ricordo che in Sudan una donna rischiava di essere frustrata se vestiva in modo non considerato adeguato, ovvero portando un pantalone – è stato approcciato il tema dell’infibulazione, sul quale già era in atto un dibattito. Ad oggi, 9 bambine su 10 subiscono le mutilazioni genitali femminili, ovvero l’87%. Dietro questa legge c’è una forte campagna politica, ma non va sottovalutata nemmeno la forza del movimento femminile, che era dietro le rivolte, contribuendo alla caduta di al-Bashir. Per la prima volta il 70% delle donne ha partecipato in modo totalizzante e organico a manifestazioni in piazza, in un luogo dove vengono costrette a regole estremamente restrittive e i diritti sono inesistenti», racconta la giornalista.

Molti esperti tuttavia ritengono non sarà sufficiente una legge per porre fine a una pratica tristemente consolidata e perpetrata in almeno 27 Paesi africani, ma anche in Asia e in Medio Oriente. Senza dubbio si tratta quindi di un punto di partenza. Innanzi tutto il governo di Hamdock è intervenuto sul piano normativo. «L’articolo che va a cambiare il codice penale, oltre a prevedere multe e pene fino a tre anni di carcere, vieta la pratica clandestina e stabilisce la chiusura delle strutture sanitarie che la effettuano. Ma è necessario intervenire anche sul tessuto sociale, per scardinare quella che risulta una tradizione radicata da secoli e tramandata da famiglia a famiglia. Una delle più importanti attiviste sudanesi Zeinab Badr El- Din ritiene che vadano pensati dei progetti educativi sin dai primi anni di scuola, per portare una nuova cultura del rispetto delle donne, che non possono essere considerate un involucro, ma un’entità, un essere vivente, padrone del proprio corpo». Secondo la giornalista dunque «questo è il lavoro che va fatto. Essendoci già una discussione in atto si è trattato di un percorso graduale e sarà d’altra parte un percorso lungo. Personalmente temo che, mentre nelle strutture pubbliche situate nelle grandi città si produrrà un cambiamento, in grado di tradurre in pratica la legge contro le MGF, per le realtà rurali, dove purtroppo questi messaggi arrivano con difficoltà o non arrivano affatto, sarà ancora una volta molto più difficile far rispettare il nuovo divieto».  Già dal 2008, sei dei diciotto Stati federali in cui è diviso il Sudan avevano iniziato a promulgare leggi che restringevano o bandivano le mutilazioni genitali femminili, senza riscontrarne un’efficacie attuazione, come evidenzia il report realizzato dall’organizzazione inglese 28 Too Many, in prima linea per la salute delle donne. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Sudan nella maggior parte dei casi viene perpetrata una forma estrema di mutilazione, che quando non provoca la morte per infezione, produce dolori fisici terribili. Parlarne in maniera dettagliata diventa necessario per sensibilizzare l’opinione pubblica e comprendere che la fine delle MGF, prima di essere una battaglia delle donne, è un imprescindibile diritto civile, che protegge la vita e la salute dell’essere umano e pertanto riguarda tutti. «Esistono tre tipi di infibulazioni, che andrebbero spiegate proprio per far capire di quale atrocità stiamo parlando. La pratica viene subita in modo cruento da bambine ancor piccole e consiste nel taglio delle piccole labbra e del clitoride. La forma più grave prevede l’esportazione totale dei genitali insieme alla cucitura delle grandi labbra, con un piccolo forellino lasciato per l’uscita dell’urina e del sangue mestruale In questo modo, quando la donna sarà data in sposa, spetterà al marito tagliare le sue cuciture, altra pratica dolorosissima che si può solo immaginare. Una delle problematiche legate alle MGF è l’alto rischio di infezione e in svariati casi di mortalità. Molte donne infatti, dal Sudan al Burkina Faso o in qualsiasi Paese sub-sahariano, vivono in villaggi sperduti, dove non esistono presidi medici e somministrare un semplice antibiotico non è possibile».

Quando le chiediamo se la pratica sia da ricondurre ad un fattore culturale, piuttosto che a dinamiche religiose, Antonella Napoli risponde: «l’usanza è arcaica e viene svolta, sia da musulmani che da animisti. In particolare in Africa è da considerare un fenomeno antropologico, che si tramanda da secoli. I primi casi risalgono addirittura all’Antico Egitto. È importante però chiarire questo aspetto, ovvero il legame con tradizioni ancestrali. Il Corano, ad esempio non fa assolutamente menzione di questa pratica, essendo peraltro ben più antica. Ogni Paese africano vive le MGF in un modo diverso. La Somalia è una delle Nazioni che conta il più alto tasso di infibulazione ed è pensata dai somali come uno strumento per garantire la purezza della donna. Comunque – ribadisco – deve essere compresa bene. In Paesi animisti, che non hanno una demarcazione puramente religiosa si ha notizia di pratica dell’infibulazione. Pertanto è da ritenersi legata, sia a culture che a religioni tribali, addirittura precedenti alla cristianizzazione; la pratica si è conservata negli anni anche tra copti, sia cattolici che ortodossi nel corno d’Africa». Diversamente da come si potrebbe ritenere, non sono sempre gli uomini a voler effettuare questa pratica, spesso la volontà ricade sulle madri, talvolta sulle suocere altre sui parenti più stretti. Lo racconta Omer Abdullah su Focus on Africa, «Sono stato umiliato, definito “uomo senza valore” per aver scelto di non sottoporre alla mutilazione genitale mia figlia». Come chiarisce Napoli «sono le donne che vengono cresciute così ed hanno un indottrinamento che crea in loro la convinzione si tratti sostanzialmente di un rito di passaggio, tanto da essere innescato e svolto come fosse una “pratica propiziatoria”, con comportamenti specifici». Poi fornisce un esempio. «A raccontarmi questa pratica è stata una ragazza sudanese che l’ha subita. A 8 anni fu portata in una casa di una anziana del villaggio dove viveva e vestita di bianco: sembrava una festa. Quando entrò nell’abitazione venne accolta con un grido tipico sudanese, che incitava le donne attorno a lei. Ad un certo punto la portarono dentro ad una stanza, dove vide alcuni attrezzi e capì quello sarebbe successo, supplicando la madre di portarla via. Questa la stese a forza e con la stessa forza fu mutilata».

Zeinab Badr El- Din leader del movimento femminile sudanese ha guidato le rivolte che hanno portato lo scorso anno alla destituzione del dittatore Omar Hassan al – Bashir e all’approvazione di riforme fondamentali. «Il simbolo della rivoluzione in Sudan è stata una donna. Tutto questo ci offre la consapevolezza di un Paese che matura, cercando di portare avanti un processo democratico, che parte dalle donne, punta sulle donne e cerca di riscoprire e tutelare i loro diritti. È una cosa bellissima».