Il filosofo Emmanuel Lévinas lo ha sempre detto: il volto è il luogo dell’incontro con l’altro, che da estraneo diventa degno di considerazione. Passa il tempo, ma non questo principio. La prova sta nelle opere di Stefano Pensotti, vincitore del Travel Photographer of the Year 2018: è proprio grazie alla sua attenzione per gli occhi, il viso e la figura umana che, per la prima volta, il premio come miglior fotografo di viaggi al mondo va a un italiano. Gli sguardi dei soggetti ritratti, oltre a colpire lo spettatore, hanno stregato i giurati: le immagini del lecchese – nato nel 1959 tra le montagne della Valsassina – sono state scelte tra altre ventimila, scattate da colleghi di 142 diversi Paesi. La motivazione non lascia dubbi: le sue istantanee “non ti inducono solo a osservarle, ma ti rendono parte integrante di quella scena”, come se fossi lì – in quel luogo e in quel tempo – con i protagonisti fotografati. Da quarant’anni in perenne movimento tra Europa, Asia e Africa, Pensotti ha vinto l’ambito premio internazionale con una serie di scatti dal Mali, Myanmar, Senegal, Ungheria, India, Etiopia e Georgia, esposti dal 28 marzo al 30 aprile 2019 a London Bridge City, quella porzione di capitale inglese tra il Tower Bridge e il London Bridge.

Mali, doccia al porto di Timbuctù – © Stefano Pensotti

Stefano Pensotti, come ha saputo di aver vinto e qual è stata la sua prima reazione?
Ne sono venuto a conoscenza in maniera strana. Un’amica fotografa mi ha inviato un messaggio, con scritto: ‘Complimenti!’. Non avevo capito subito: pensavo di essere stato premiato per una categoria specifica, visto che il Travel Photographer of the Year ha diverse sezioni. Certo, ero stato preavvisato di far parte della selezione dei migliori lavori che avrebbero concorso per i premi finali, ma… davvero non sapevo nulla, le ho detto che non avevo visto nulla. E poi sono stato sorpreso, anzi felicemente sorpreso.

Lei fotografava già a 14 anni. Cosa l’ha spinto ad avvicinarsi a questo mondo in così giovane età?
È stato tutto molto incidentale. Nell’area di Milano c’è la tradizione ambrosiana degli oratori, e quelli erano anni in cui oltre alla catechesi e al pallone, alcuni sacerdoti abbastanza illuminati avevano pensato a un’attività per i ragazzi che potesse incidere nel sociale. Nella mia parrocchia c’era un bollettino, per il quale il prete decise di affidare la scrittura di parte di testi e la realizzazione delle fotografie proprio ai ragazzi, per coinvolgerli. Dopo risultati fallimentari, dato che nessuno si era messo a seria disposizione per farlo, mi sono ritrovato ad avere una camera oscura a disposizione e un corredo fotografico analogico. Non so per quale motivo lì ho iniziato e non ho più smesso. Da grande ho poi studiato chimica: la fotografia analogica e la chimica hanno molte attinenze.

Etiopia, la carovana del sale nella Dancalia – © Stefano Pensotti

Più che paesaggi, nei suoi scatti ci sono volti o figure intere di persone. Perché questa scelta?
Ho sempre realizzato reportage geografici, intesi come racconti di culture, luoghi e anche persone. Considerato ormai che la presenza umana è ovunque centrale, e che nella maggior parte dei casi il paesaggio è antropomorfizzato, sono sempre stato attratto dalla figura umana, e quindi dal racconto della sua cultura, storia, modalità di vita. E anche quando fotografo un paesaggio – come quello in cui c’è la carovana del sale, che rimane piccola sullo sfondo rispetto al territorio di sale cristallizzato – rimane sempre importante la figura umana. Essa va raccontata nella sua diversità, ma ancor di più nella sua uguaglianza: va sottolineato ciò che ci unisce, non quello che ci divide.

Quale sua fotografia, rivedendola, le fa di nuovo venire i brividi?
Ci sono tante immagini che mi ricordano fatti particolari legati a un certo periodo, ma non è che ce ne sia una preferita. Faccio un esempio: quando ho lavorato sull’altopiano tibetano perché volevo realizzare dei lavori legati a storie di famosi viaggiatori dell’inizio del Novecento, avevo tutto un trip sulla scoperta di vecchie piste, sui carovanieri… ma quelle fotografie sono poi state scalzate da quelle nuove. Non c’è mai quello scatto che ti fa dire: ‘Ah sì! Questo…’. Ci sono tanti scatti legati a momenti diversi che hanno tutti lo stesso valore.

Etiopia: le strade di Jugol, medina di Harar – © Stefano Pensotti

Quindi non ha proprio fotografie predilette?
Forse quelle che mi hanno portato più riconoscimenti. Ad esempio, nella serie con cui ho vinto il Travel Photographer of the Year, c’è l’immagine di una bambina appoggiata al muro verde con un corridoio azzurro sulla sinistra, e in fondo una ragazza vestita di rosso. Questo scatto è stato premiato anche in altri contesti internazionali. Eppure non penso sia la più bella; o meglio, per me sono tutte uguali.

Lei ha viaggiato ovunque: Europa, Asia, Africa. In quale terra e a quale popolo ha lasciato il cuore?
Amo molto l’Africa. È il continente che ho più visitato, sia per la quantità di Paesi africani in cui sono stato, sia banalmente per il numero di viaggi fatti in quella terra. Peraltro, sono appena rientrato da un workshop fotografico in Etiopia, nei giorni nel Natale copto. In Etiopia sono stato 15-16 volte negli ultimi vent’anni, e quindi amo molto quella terra. Ci sono luoghi che rivedo continuamente, ma più o meno mi sento a casa ovunque. Non c’è un posto che non mi sia familiare: quando cammino per strada, che sia Addis Abeba o Delhi, vedo alcune cose che mi fanno star bene e altre che mi fanno star male, ma in linea di massima mi piace un po’ tutto quello che ho visto. Se però dovessi dire qual è il posto dove mi sento più a casa, direi l’Africa.

Senegal, nella Grande Moschea di Touba – © Stefano Pensotti

Nella fotografia conta di più la tecnica o l’istinto?
Oggi c’è una grande confusione, un fraintendimento che riguarda la tecnica: si leggono tante cose e spesso sono degli spropositi, delle stupidate. La tecnica nella fotografia più o meno non ha mai contato. Se infatti andiamo a vedere i grandi autori, anche italiani, ci sono esempi clamorosi come Mario Giacomelli, che addirittura diceva che la tecnica non gli interessava. Aveva chiesto a un fotoriparatore di modificare una fotocamera che utilizzava, perché voleva eliminare alcuni comandi: centrale non era l’ingranaggio, il meccanismo, la tecnica, ma il voler scattare ‘quella’ fotografia. Insomma, tutte le altre possibilità non gli interessavano.

Ma non si può dire che la tecnica non sia comunque fondamentale…
La tecnica è un presupposto che va dato per scontato. Davanti a una scena devo pensare a tutto meno che la tecnica, altrimenti non riesco ad analizzare ciò che ho davanti, a concentrarmi, a effettuare la trasposizione dal referente alla fotografia. Insomma, mi perdo nella tecnica e a quel punto l’immagine ne soffre. Un buon fotografo dovrebbe certamente avere conoscenza del suo strumento e di quali sono le tecniche necessarie per scattare le sue fotografie; tutto il resto non serve. Se domani cambia il suo modo di fotografare, allora amplierà le sue conoscenze tecniche… ma lì in quel momento, in quella frazione di secondo, conta più la scelta compositiva, l’analisi, il centro dell’immagine. La tecnica deve essere un automatismo che passa nella testa del fotografo senza fargli perder tempo.

Ungheria: i bagni Széchenyi, le terme di Budapest – © Stefano Pensotti

Nell’epoca degli smartphone e di Instagram, c’è il rischio di perdere quel valore aggiunto che un fotografo professionista può dare all’immagine?
Il valore aggiunto non attiene al ‘professionista’, ossia chi ha una partita Iva e fa questo di lavoro. Magari fotografa matrimoni, cerimonie, eventi, ma non ha interesse a raccontare la contemporaneità, ciò che succede, che ci sta attorno. Il valore aggiunto attiene al ‘fotografo’, colui che racconta delle storie tramite immagini. Invece, gli scatti che vengono caricati su Instagram – nel 99,9% dei casi – non raccontano storie, ma vicende legate agli influencer, che sono poi scimmiottati dai loro stessi follower. C’è una banalizzazione delle immagini e dei contenuti. Non vorrei citare famose influencer italiane che non dicono niente, che hanno milioni di follower e centinaia di migliaia di like sul nulla cosmico. Che senso ha? Per l’umanità forse qualcuno, ma l’alieno che ci guarda col telescopio astrale avrà sicuramente difficoltà a capire…

India, festa al tempio Yellamma Devi di Saundatti – © Stefano Pensotti

Quindi lei pensa che i social network possano concretamente danneggiare la buona fotografia?
Con la diffusione dei social, col web, con il fatto di essere sempre online, la fotografia ha perso tantissima potenza evocativa e narrativa, proprio perché viene utilizzata in modo banale, commerciale. Chi usa la fotografia con quel vecchio scopo tipico degli anni Sessanta e Settanta, ossia raccontare storie e approfondirle come facevano i settimanali e mensili di allora, finisce annegato in un mare magnum di immagini che rende difficile la stessa fruizione. Oggi, quando qualcuno guarda delle immagini di qualità, manco riesce a capirne la differenza rispetto alle altre. C’è così tanto materiale visivo che il fruitore non osserva più ma scansiona, dedica all’immagine poche frazioni di secondo: se essa lo colpisce, si informa su chi sia l’autore e cosa fa; se non lo colpisce passa ad altre immagini da consumare in maniera iperveloce. E questo di sicuro non aiuta la buona fotografia.