Esistono città che hanno un loro particolare umorismo che le contraddistingue: sulle specificità dello humor londinese e sul modo di scherzare dei newyorchesi sono stati scritti innumerevoli saggi. Milano però non sembra un posto dove si ride troppo e per capire la comicità milanese è meglio usare le canzoni che i libri: da queste parti non hanno tempo da perdere e spesso per spiegarti le cose gli bastano quattro accordi e meno di dieci minuti di musica. Basti chiedere a Enzo Jannacci.

Jannacci era nato a Milano e lo si intuiva già dalla sua biografia. Come ogni bravo milanese, anche lui era infatti un workaholic che aveva diverse occupazioni: il comico, il musicista e persino il medico. Nel 1975, Jannacci scrisse una canzone dove parlava dei suoi concittadini e li apostrofava come “quelli che non si divertono mai neanche quando ridono”. Sembrava crudele ma era innegabile che avesse ragione. A Milano la risata è un argomento che si prende incredibilmente sul serio. Per questo arrivare in città dopo aver vissuto tra Roma, Napoli e Bologna potrebbe avere un effetto straniante. I milanesi ti dicono che sei simpatico con la stessa asetticità con cui ti direbbero che hai una qualche ricercata “soft skills”: si tratta di un fatto che va registrato ma senza enfatizzarlo troppo. La risata è un premio che  ti verrà elargito solo quando dirai qualcosa di veramente divertente e inverosimile, tipo che vuoi campare facendo il giornalista.

L’approccio professionale dei milanesi alla risata lo si capisce soprattuto dal fatto che la metropoli proliferi da sempre di spazi fatti apposta per ospitare la comicità. Una volta questi locali si autodefinivano “templi del cabaret” ma oggi i tempi sono cambiati e la parola francese è stata sostituita da un’altro neologismo inglese: stand-up comedy.

Dai templi del cabaret si è passati agli stage della stand-up comedy

A determinare il cambiamento di denominazione non è solo la rinomata passione per gli anglicismi di chi vive da queste parti.La stand-up comedy ha delle specificità che la contraddistinguono dal cabaret o da qualunque altra forma di comicità. Prendendo a prestito le parole della giornalista Alice Oliveri, potremmo riassumere e dire che la stand-up consiste nel «portare in scena con un assetto molto informale e scarno una serie di temi che normalmente rimarrebbero taciuti. L’effetto che si deve – o almeno, dovrebbe – raggiungere è quello di fare sì che chi si sta esibendo più che un attore su un palco sembri un amico».

La stand-up comedy diventa la maniera ideale per assistere a una bizzarra forma di autoanalisi collettiva: si crea infatti un vero e proprio dialogo tra il pubblico e il comico.In esso i confini diventano presto molto labili, portando a un mutuo riconoscimento tra chi parla e chi ascolta.  Non è raro che dopo un po’ i frequentatori di queste serate diventino loro stessi intrattenitori, prendendo in mano il microfono.

È quello che è accaduto a Francesco Mileto, il primo a salire sul palco stasera, di fronte a un pubblico di  giovani coetanei che non si fanno problemi a sedersi per terra pur di ascoltarlo. Francesco ha iniziato nel febbraio 2016 in quelle che in gergo si chiamano serate “open mic”: in queste occasioni, chiunque può salire sul palco e provare a far ridere gli altri con le proprie nevrosi. Non è facile ma a tutti è data quantomeno la possibilità di sfogarsi, spiega Francesco: «La stand up ti dà una grandissima opportunità grazie alla sua accessibilità: se hai qualcosa da dire ti basta iscriverti a un open mic e puoi salire su un palco portando in scena ciò che hai scritto senza alcun filtro, la tua idea viene rispettata appieno. A livello espressivo, mi ha aiutato sicuramente a essere meno timido e a sentirmi meno solo: tutti pensiamo che i nostri problemi e le nostre ansie siamo solo nostre, tutti crediamo di essere a nostro modo unici e speciali – sia in senso positivo che negativo -. Quando sali su un palco e parli di una tua particolare ansia e senti il pubblico ridere, capisci che anche la gente davanti a te la condivide e ti senti normale. In un’epoca che promuove l’idea che ognuno di noi è a modo suo speciale, non bisogna sottovalutare il piacere di sentirsi assolutamente nella norma».

Francesco Mileto le serate di stand-up comedy le organizza anche in prima persona e ha il polso di come si stia evolvendo la scena in città, nel bene e nel male: «Il pubblico milanese credo sia tra i migliori d’Italia – se non il migliore – per via della sua eterogeneità. Sempre più gente si interessa a questo genere e questo tipo di serate, negli ultimi anni il pubblico è aumentato vistosamente. Moltissimi sono giovani, ma non è raro vedere persone più grandi. L’ambiente milanese sta crescendo a livello di serate, ma, secondo me, la natura competitiva di questa città non fa bene alla scena. C’è poca coesione tra i comici milanesi rispetto a quella che si può vedere in altre città, e questa è una grande opportunità di crescita che stiamo perdendo a livello di ambiente e di singoli».

Francesco termina il suo monologo e lascia il microfono a Mattia Rellini. Mattia ha come secondo nome su Facebook “Sayonara”. Viene il dubbio che abbia talmente introiettato la fretta dei milanesi da voler arrivare subito a dire “arrivederci” ma non è così: è uno che parla tanto e suda ancora di più. Sale sul palco con un asciugamano che a fine esibizione è così bagnato che pare aver assorbito l’intero Naviglio Martesana. Anche Mattia nei suoi pezzi parla di sé e del suo percorso abbastanza particolare: «Mi sono laureato in legge e poi ho seguito corsi per radio a Roma e un corso di scrittura comica a Zelig. Scrivevo battute per i nuovi comici, volevo fare l’autore. A volte i comici si rifiutavano di leggere le battute o salire sul palco. Così ho iniziato a leggerle io. E lì ho capito perché gli altri non le volevano leggere! Ora faccio gavetta a testa bassa». Tra le cose che Mattia ha già imparato c’è che se parli con un giornalista è consigliabile chiudere sempre con una frase a effetto, meglio se vagamente apocalittica:«Se ci scordiamo di ridere è finita sul serio!».

Da Zelig è passato anche Elianto che però le sue “sfighe” le racconta improvvisando con la chitarra. Per il giovane pubblico è facile immedesimarsi anche nelle sue storie: quando canta della tipa brutta rimorchiata su Tinder metà dei presenti annuisce complice mentre l’altra metà ha già preso il cellulare per mandare un cuoricino a quella conosciuta il mese scorso: in fondo non era così male, non si sa mai.

Elianto è una di quelle persone con cui parleresti per ore di argomenti che non potrai mai inserire in un’intervista seria. Anche con Fausto Sandrone succede qualcosa di simile. Questo simpatico ormone si presenta con le seguenti parole:«Sono un comico bolognese in erba. Non significa che mi sfondo di canne ma neanche lo esclude». Sta a vedere che Salvini aveva sbagliato citofono, viene automatico pensare. Dopo aver rotto il ghiaccio in questo modo, Fausto spiega che ha frequentato l’Accademia del Comico prima a Bologna e poi a Milano,  dove secondo lui c’è la scena migliore:«I locali dove noi comici possiamo sfogare le nostre frustrazioni sul palco e rimediare una bevuta gratis sono numerosi». Ciò che manca davvero sono secondo lui agenti e produttori abbastanza coraggiosi da scommettere sulla stand up e su comici con un umorismo particolare come il suo.

Fausto è quel tipo di persona che riesce a farti ridere anche quando ti parla delle perversioni sessuali dei delfini: dopo aver ricevuto da lui ampie delucidazioni sull’argomento, gli garantisco che sono pronto a scrivere un articolo sul tema ma lo avviso che sarà difficile convincere qualcuno a pubblicarlo. Non sembra restarci troppo male e, già che c’è, chiarisce: «Il mio umorismo é nero, irriverente o politicamente scorretto. Nel migliore dei casi, tutte e tre le cose». Tranquillo, Fausto. Si era intuito.

Una comicità simile ce l’ha anche Xhuliano Dule, che utilizza la risata per esorcizzare la brutta sensazione di sentirsi, per citare i Sangue Misto, “stranieri nella propria nazione”.Xhuliano è di origine albanese ma non si fa fatica a capire che sia cresciuto in Veneto, sia per l’accento che per le colorite intercalari. Nei suoi monologhi racconta episodi che, con la chiave dell’ironia, appaiono in tutta la loro grottesca assurdità:«Il primo aneddoto che mi viene in mente del potere della comicità mi viene pensando ai miei – poco felici- rapporti con l’autorità. Durante la legge Bossi-Fini, venni arrestato per assenza di permesso di soggiorno e mi portarono in caserma per un pò. Ad un certo punto, arrestano un ragazzo marocchino completamente ubriaco e lo mettono dentro con me. Essendo entrambi musulmani lo prendo in giro perché è ubriaco. Lui mi guarda serissimo e mi dice: “Hai presente Gesù Cristo?  Lui trasformava l’acqua in vino. Ecco, le mie labbra sono il contrario di Gesù, ogni volta che toccano il vino lo trasformano in acqua” e scoppia a ridere trasformando il clima della stanza-prigione».

Xhuliano è convinto che non ci sia niente di più utile che raccontare delle storie tristi ribaltandone l’effetto tragico: «Ti permette di appropriarti del trauma». In questo modo, il razzismo vissuto sulla propria pelle diventa materiale comico esplosivo: «La discriminazione più pericolosa è quella che ci si autoimpone – per stimoli esterni ovviamente -. Riderci sopra toglie ogni potere e riesce a portare un punto di vista dal prescrittivo (razzisti brutti e cattivi ) a un livello più umano, che può essere anche più interessante dal punto di vista didattico».

Xhuliano è una persona molto profonda e si vede che ha anche un importante bagaglio culturale. Quando afferma di essere laureato in economia alla Bocconi e di aver lavorato in istituzioni internazionali come OCSE e World Bank non suona troppo strano. Alla fine, quasi per smorzare i toni, confessa le sue priorità: «Per me è fondamentale scrivere, e bere almeno due/tre birre». Molti dei lettori si sorprenderanno di avere tanto in comune con un albanese laureato alla Bocconi.

Sul palco si alternano altri comici. Il pubblico è coinvolto e interagisce sempre di più. Qualcuno fa una battuta allo stand-up comedian sul palco, due ragazze sono ormai sedute quasi a lato del microfono: non si capisce se guardino lo spettacolo o il pubblico ma, in entrambi i casi, sembrano divertite. L’ultimo comico ha un nome scozzese e gli spettatori non sembrano capirne appieno lo humor anglosassone, nonostante parli un ottimo italiano. Verrebbe da dispiacersi per lui se non fosse che non ce n’è il tempo: finita l’esibizione, scappa via con un’avvenente ragazza che aveva ripreso tutta la performance. Escono tra gli applausi convinti del pubblico: i milanesi prendono tutto  molto seriamente. Anche l’amore, per fortuna.