Il tarassaco è uno di quei fiori che tutti hanno visto almeno una volta nella vita, anche se magari non ne conoscono il nome. Si tratta di una pianta molto comune, che si adatta facilmente a qualunque situazione e cresce autonomamente persino nei campi incolti. Anche detto dente di leone, questo fiore può essere visto come il simbolo di un nuovo inizio, visto che è tra le prime erbe a rinascere dopo gli inverni.

Non è dato sapere se Irene Vecchieschi sia un appassionata di botanica o se abbia scoperto il tarassaco per caso, facendosi una tisana. Quello che è certo è che qualche anno fa ha scelto di inserire nel suo nome d’arte un riferimento al fiore che le assomiglia di più, quello che gli anglofoni chiamano semplicemente “dandelion”.

Irene Dandelion è stata tra le prime in Italia a proporre cover chitarra e voce su YouTube. Quando ha iniziato, non esisteva ancora una playlist Spotify dedicata alla musica prodotta in cameretta e non esisteva nemmeno il termine “bedroom pop”, che oggi dà il titolo a quella selezione di brani e identifica soprattutto un intero genere.

Irene era a quei tempi solo una liceale che suonava un po’ di strumenti e aveva voglia di conoscere altre persone che amassero la stessa musica che, iniziava a sospettare, forse piaceva solo a lei.

Irene Dandelion è stata tra le prime in Italia a proporre cover chitarra e voce su YouTube. Quando ha iniziato, non esisteva ancora il termine “bedroom pop”, che oggi dà il titolo alle selezioni di brani dedicata alla musica prodotta in cameretta e identifica un intero genere.

Come il tarassaco, anche Irene è cresciuta in una radura ancora relativamente selvaggia, come era la scena musicale di YouTube ai tempi: non esistevano ancora tante ragazze che facevano la sua stessa cosa e soprattutto non erano in tante a essere altrettanto versatili. La nostra Dandelion si adattava infatti a ogni contesto, suonando cover di canzoni diversissime e, col tempo, ha iniziato a scriverne persino di sue.

Oggi, come il fiore, anche noi non vedevamo l’ora oggi di rinascere da questo inverno metaforico degli ultimi mesi ma, nell’attesa di poterlo fare al 100%, tanto vale imparare da Irene, che nella sua cameretta di Grosseto continua a suonare, cantare e studiare medicina senza abbattersi (e senza chiedersi troppo quale di queste attività sia più importante per lei).

Volevo chiederti innanzitutto una cosa sul tuo nome d’arte, che in realtà mi è venuta in mente parlando con una persona, mentre preparavo questa intervista. Io ero sicuro che il tuo alias fosse collegato al nome di un fiore, il tarassaco (in inglese “dandelion”). Ma poi il mio amico, che è un grande appassionato di videogame come te, mi ha fatto notare che forse lo hai scelto in omaggio alla serie di videogame The Witcher..

In realtà, l’ho scelto per colpa di una canzone degli Arctic Monkeys, Suck it and See. In un verso, You’re rarer than a can of dandelion and burdock, il cantante Alexander Turner usava questa parola e me ne piacque immediatamente il suono. Poi, solo dopo, ho scoperto che in The Witcher c’è un personaggio che si chiama così ed è un oltretutto un bardo, un cantore. Effettivamente è divertente che esista una sorta di parallelismo con quello che faccio.

In tempi in cui siamo costretti a casa, è interessante il fatto di poter riuscire a raggiungere  potenzialmente moltissime persone, pur suonando dalla propria stanza. Secondo te è più facile fare musica oggi? O invece è più complicato proprio perché tutti possono provare a crearsi un proprio spazio autonomamente?

Dipende. All’inizio, nei primi anni di YouTube e nel periodo della nascita di Spotify, era più facile. Ora tutti si sono adeguati al cambiamento e anche il mercato della musica virtuale è di nuovo saturo.Fare musica usando Spotify o YouTube come piattaforma per farsi conoscere è oggi molto più complesso rispetto a farsi un nome suonando in giro, come si faceva una volta. Adesso è complicato anche solo quantificare la reale dimensione del successo di un artista: può capitare che ai  tuoi live si presentano in molti ma poi, se non ti ascolta nessuno online, perdi una fetta importante di pubblico. Viceversa, non è raro che si ricevano tantissimi ascolti su Internet ma poi si abbiano quattro gatti a sentirti dal vivo, sotto il palco. È un po’ complesso come meccanismo.

Una differenza tra te e tanti altri che fanno oggi cover su YouTube è che tu non segui una schedule: non butti fuori sempre tre video in un mese. Sei molto anarchica: alterni periodi di silenzio a mesi in cui carichi sul canale diversi video. È una scelta precisa o la tua organizzazione dipende anche dal fatto che ti sei scelta una carriera universitaria “parallela” piuttosto impegnativa?

In realtà c’è stato un periodo in cui registravo anche più cover in una sola settimana ma dall’anno scorso sono cambiate un po’ di cose: ho iniziato a studiare Medicina e mi sono trasferita da Grosseto a Roma. È stato ed è ancora complicato organizzarmi per rilasciare contenuti sul canale. Adesso sto cercando di riprendere, ma resta complicato. Quando ero al liceo avevo decisamente più tempo.

Sul tuo canale si trovano reinterpretazioni di Frank Sinatra ma pure della Dark Polo Gang. Come scegli le canzoni da proporre, considerando anche che spazi tra generi davvero molto diversi?

Sono un tipo di persona che si fissa con le cose settorialmente.Quando ho realizzato la cover di Fly Me to the Moon di Frank Sinatra, per esempio, avevo appena finito di vedere Evangelion e quella canzone è proprio la sigla di  chiusura dell’anime. Ultimamente invece stavo ascoltando moltissimo I Follow Rivers della svedese Lykke Li e ho deciso di suonarla. Non c’è un vero ragionamento razionale alla base di quello che decido di fare.

Pensavo che la scelta di una hit come I Follow Rivers fosse il segnale di una tua possibile “svolta pop”. Non ti avevo mai sentito fare la cover di un tormentone radiofonico prima di quel video, di solito rielabori pezzi più di nicchia..

Ma io apprezzo il pop fatto bene, lo ascolto e ti dirò che c’è anche molto da imparare anche da quel tipo di musica quando è prodotta con intelligenza e attenzione alla qualità.

Con YouTube hai potuto creare una community. Il canale è nato anche per entrare in contatto con persone più affini a te e che magari a Grosseto non potevi trovare?

Potrà sembrare ipocrita, maho aperto il canale proprio questo. Non per i like o per avere fan, ma per poter creare una rete di amicizie, di persone che avessero interessi simili ai miei. Quando ho avuto il picco di visualizzazioni era il periodo in cui andava molto  Diesagiowave, io stessa ho ancora amicizie collegate a questo gruppo che era poi di fatto nato proprio per essere una community di persone che amavano un certo tipo di musica. Sicuramente la voglia di condividere una passione con gente simile a me ha influito nel mio canale e in generale nel mio percorso

Hai suonato anche in giro e spesso chi ti invitava a suonare ti aveva conosciuto proprio su Youtube..

Sì, spesso mi è capitato di aprire i concerti di alcuni amici. Ma ho suonato anche nei locali e all’ultimo raduno di Diesagiowave.

Sei anche cantautrice. Il pezzo che potremmo considerare la tua hit s’intitola Circostanza e si apre con queste parole: “Ormai non basta più essere una brava persona. Credi che quando usciremo dalla quarantena, riguadagnerà importanza l’essere buoni? Rivaluteremo l’essere brave persone oppure no?

Mi dispiace dirlo, ma credo di no.Le brave persone ci sono e ci saranno sempre così come chi apprezza determinate qualità positive. Eppure, anche in questo periodo, continuo a vedere tanto egoismo da parte della gente. Sembra assurdo ma pensa anche banalmente a quello che succede quando si deve fare la fila per entrare al supermercato. Non importa che i medici abbiano il loro tesserino e l’autorizzazione per fare subito la spesa: vengono comunque guardati male da chi aspetta. Credo che purtroppo sarà tutto uguale a prima.

Dopo questa botta di ottimismo, ho una gran voglia di tornare a parlare di musica. I primi due commenti sotto il video di Circostanza sono in lingua straniera. Traducendoli, dicono più o meno tutti e due: “Non ho capito niente, ma questa canzone mi fa stare bene”. Ti senti più elettrizzata all’idea di aver raggiunto anche un pubblico non italiano o un po’ ti dispiace per il fatto che queste persone non comprenderanno mai un testo, in cui magari avevi messo molto di te?

Mi fa piacere che, pur non capendo le parole, apprezzino la canzone. Poi, se e quando usciranno altri pezzi originali, credo che inserirò una traduzione così che tutti possano comprendere le parole.Mi fa piacere che ci sia un pubblico non italiano anche perché spesso sono i fan più accaniti e gentili.

È il momento della domanda generica ma necessaria. La musica in quarantena può aiutare sia chi la fa sia chi la ascolta?

Per me la musica aiuta non solo in quarantena, ma nella vita in generale. Tutti la ascoltiamo perché riesce a influenzare l’umore di una persona e in quarantena poi, chiusi in casa con meno stimoli rispetto al solito, può capitare di sentirsi apatici, tristi o indifferenti a tutto. La musica in queste circostanze può donare energia o calma o felicità.

Qual è la perfetta canzone da quarantena? Quale brano sceglieresti di reinterpretare per raccontare questo periodo?

Per raccontare il momento non lo so. Non credo che ci sia una canzone che parli di una situazione simile: è di fatto inedita.Penso che in generale però la musica si adatti alle varie circostanze e ai vari umori: io se devo riordinare la mia stanza metto su del pop ma se devo rilassarmi scelgo tutt’altro, tipo l’ultimo di Bon Iver.

Visto che non mi hai risposto vado con la domanda di riserva. Cosa stai ascoltando maggiormente in questo periodo?

In realtà sempre i soliti: Frank Ocean, Bon Iver… Ah, i Kero Kero Bonito! Non so se li conosci. Sono un gruppo inglese che canta pure in giapponese.

Da una diventata famosa facendo cover indie potevo aspettarmi questo e altro. Ma Irene come ci è finita nel video di una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che si intitola proprio Irene?

Non lo so bene nemmeno io. La “colpa” è della regista del videoclip Silvia Di Gregorio, che avevo conosciuto qualche mese prima a Roma. Quando i Pinguini le chiesero di dirigere la clip, pensò che fossi adatta per il ruolo di Irene e mi chiamò, semplicemente. I Pinguini li conoscevo come gruppo, ma non personalmente. Sono stati però davvero amichevoli con me. Quando abbiamo girato il video hanno cercato in tutti i modi di farmi sentire a mio agio, dato che non sono un’attrice e quindi potevo sentirmi come un pesce fuor d’acqua. Sono stati davvero carini.

Facendo cover, qualcuno degli artisti che reinterpreti ti risponde mai? È nata qualche amicizia?

I gruppi più grandi raramente mi rispondono, mentre con altri artisti ogni tanto capita di parlare. A volte capita che ti rispondano, come nel caso di Andrea Laszlo che mi ringraziò con un commento.

Fai anche cover a richiesta?

È successo, main generale non riesco a fare canzoni che non mi sento di voler fare. Valuto sempre la richiesta, ascolto la canzone se non la conosco e la faccio solo se mi prende, altrimenti no.

Quindi se io ti chiedessi di improvvisare per esempio una cover de Il Pulcino Pio per i lettori di Magzine, valuteresti la cosa prima di mandarmi a quel Paese?

Ci posso pensare..

Ci tengo alla reputazione di entrambi, tranquilla. Ma, se hai una chitarra a disposizione nelle vicinanze,  ti chiederei comunque di suonare qualcosa in esclusiva per noi, per chiudere.

Mossa a compassione, alla fine Irene imbraccia la chitarra, se ne frega della qualità del microfono del computer e improvvisa una cover de Il cielo in una stanza di Gino Paoli. Una scelta vintage e per certi versi insospettabile ma effettivamente perfetta, in questi giorni. La cover del Pulcino Pio può aspettare: senza timore di essere smentito, posso dire che è andata molto meglio così.