Non solo la salute fisica dei bambini, ma soprattutto quella psichica sarebbe a rischio per colpa dell’uso di smartphone sin dalla più tenera età. Ecco perché due grandi azionisti della Apple hanno chiesto alla multinazionale di proteggere i più piccoli dalla pervasività delle nuove tecnologie mobili. I protagonisti di questo appello sono Jana Partners, investitore attivista di New York, e il fondo pensione degli insegnanti statali della California, Calstr, che insieme controllano azioni Apple per circa 2 miliardi di dollari. La lettera che hanno inviato a Cupertino è diventata l’apertura del sito del Wall Street Journal e in breve ha fatto il giro dei media internazionali, segno che il tema è quanto mai sentito dall’opinione pubblica.

Effettivamente la sempre più massiccia diffusione dei dispositivi mobili tra le mani dei bambini desta la preoccupazione di molti tra gli esperti in materia di sviluppo infantile.

Uno di questi è Daniele Novara, pedagogista e direttore del Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti (CPP). «Il bambino ha un cervello profondamente sensoriale e motorio – spiega Novara –. Facciamo un esempio: in terza elementare conta con le dita. Nei suoi processi di apprendimento il bambino per tutta l’infanzia ha bisogno di contatto sia dal punto di vista sensoriale che motorio. Non esiste una vera possibilità di pensiero totalmente astratto». Stando così le cose, lo smartphone è dannoso in quanto “sottrae il bambino alla sua esperienza sensoriale, concreta, motoria”.

Inoltre, poiché la mente infantile è molto disponibile e permeabile, il cellulare riduce la capacità di concentrazione attraverso la pervasività del videoschermo: «È tipico, no? Il bambino a un certo punto non riesci più a toglierlo dal cartone animato, lo stesso vale per gli smartphone». Altro aspetto problematico del telefonino “è che non è uno strumento sociale, ma è uno strumento individuale e quindi si sottrae al bambino l’esperienza sociale con gli altri compagni che è fondamentale”. Per tutte queste ragioni “la comunità scientifica si è sempre schierata contro gli smartphone durante l’infanzia”.

Il pedagogista Benedetto Vertecchi segnala tra i danni “la crescente difficoltà dei bambini nell’utilizzare i simboli alfabetici”: l’abitudine a usare dispositivi automatici va in alcuni casi a minare non solo la capacità di tracciare i segni, ma anche le competenze ortografiche e lessicali del bambino. A detta del pedagogista, «segnali da non trascurare sono anche quelli provenienti dalla ricerca nel campo delle neuroscienze, in particolare per ciò che riguarda la tendenza a una riduzione della memoria». Non deve stupire allora che “nella Silicon Valley, nel cuore dell’industria digitale, i figli dei dirigenti delle maggiori imprese frequentino generalmente la Waldorf School, una scuola nella quale l’uso di mezzi digitali è vietato fino ai sedici anni”.

Tuttavia Vertecchi crede che il dibattito sull’uso dei mezzi digitali risenta troppo di un andamento manicheo nell’affrontare la questione: «Da un lato si schierano i profeti delle nuove dotazioni, dall’altro quanti ne temono gli effetti», mentre invece l’aspetto nodale del problema è capire se ci sono fasi nello sviluppo di bambini e ragazzi che richiedono cautele speciali e fasi che non le richiedono. «La questione non è essere a favore o contro i mezzi digitali – sostiene Vertecchi – ma stabilire a che punto del processo di sviluppo essi siano da considerare come un’opportunità aggiuntiva e quando invece non siano un ostacolo alla crescita. È come se ci si schierasse fra sostenitori e avversari dell’uso di mezzi di trasporto meccanici: tutti usiamo l’automobile, ma nessuno pensa che sia opportuno che l’usino i bambini».

Un altro aspetto problematico lo mette in luce il pedagogista Raffaele Mantegazza: lo smartphone favorisce il “distacco dalla realtà vera, materiale, quella che profuma e puzza, quella che si tocca e ti tocca”. Questo distacco dalla propria corporeità, che viene ridotta ai polpastrelli, produrrebbe “una difficoltà ad approcciare la corporeità altrui e i limiti della propria (malattie, morte)”. «Crediamo davvero che l’aumento dei disturbi corporei degli adolescenti come anoressia, bulimia, autolesionismo sia puramente casuale, parallelamente all’aumento delle ore di esposizione dei ragazzi a questi dispositivi?», si chiede il pedagogista. «I ragazzi ci comunicano fisicamente le loro difficoltà di rapporto con il loro corpo e il corpo altrui ma noi siamo troppo impegnati a chattare o a twittare per notarlo».

Anche Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, riconosce i rischi nell’uso dello smartphone da parte dei più piccoli. Tonioni si occupa di dipendenze patologiche e guida il Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Psicopatologia da web del Gemelli di Roma. «È comprovato che gli smartphone possano danneggiare i bambini – afferma lo psichiatra –; il punto è come viene inquadrato questo fenomeno. Quando si parla di dipendenza da internet si pensa sempre a diminuire le ore di connessione e dal mio punto di vista si va fuori strada, perché il problema non è l’iperconnessione, ma è il ritiro sociale web-mediato, quel fenomeno simile agli hikikomori giapponesi, ragazzi che non escono più di casa, abbandonano la scuola e si dedicano a giochi sparatutto 18/20 ore al giorno».

Tonioni sostiene che non siano gli smartphone il problema, ma “le nuove forme di assenza genitoriale messe in atto attraverso alcune applicazioni digitali presentate ai bambini”. «Se il genitore usa lo smartphone come baby-sitter, questo può essere dannoso per la psicologia del bambino – dice lo psichiatra –. Se il genitore alterna la sua presenza e la sua assenza senza farsi sostituire in maniera continua dallo smartphone, ogni manifestazione che viene dopo è un nuovo modo di comunicare. Tra l’evolutivo e il patologico ci sono le nuove forme di assenza genitoriali: internet, gli smartphone, i tablet sono solo uno strumento».