Devo essere sincera: nella mia famiglia non abbiamo mai coltivato grandi tradizioni pasquali. Se si eccettuano la carrellata di dolci preparati a cavallo tra il giovedì e il sabato santo, l’eventuale visita a parenti di secondo grado e il grande pranzo di Pasqua riuniti tutti attorno allo stesso tavolo, non ci sono riti particolari che hanno mai scandito il nostro modo di festeggiare.

Eppure nel corso di questi 25 anni di vita Pasqua per me ha rappresentato un punto di svolta due volte. Quella di quest’anno sarà la terza. E in questo, forse, se non posso individuare una tradizione ci vedo almeno una significativa coincidenza.

In principio fu il 2005. Mio nonno – quello con cui fin da piccolissima passavo in rassegna i telegiornali di tutti i canali a nostra disposizione, quello che avevo sempre visto prendere farmaci per tenere sotto controllo un fegato impazzito – morì di venerdì santo. Vidi qualcosa di simbolico nella sua morte, lui che era nato il 24 dicembre e che il destino si era portato via proprio a Pasqua. Ricordo il funerale celebrato di sabato pomeriggio, la lenta processione di auto verso il cimitero, la deposizione della bara. E ricordo come fosse ieri che nel momento in cui fu chiuso il loculo, smisi di piangere. Mentre guardavo gli addetti funebri puntellare la lastra di marmo su cui poi sarebbe stato scritto il suo nome – Angelo, quasi una beffa, quasi uno scherzo della vita – mi sentii di colpo sollevata. Nella testa mi rimbombò solo questa frase: “È finita. Ora possiamo ricominciare da capo”. C’era del cinismo nella me bambina di dieci anni? Forse. Anzi, provai un forte senso di colpa per aver percepito questa sorta di liberazione dal male. Eppure quel sentimento, quel pensiero mi aiutò a superare il lutto molto velocemente. Quella Pasqua segnò una nuova era in casa: il capo famiglia cedeva il passo a una nuova generazione. A mio padre e a mia madre. A me e ai miei fratelli come suoi nipoti.

Supererò tutto questo. Perché Pasqua significa passaggio e ancora una volta rinascerò da queste macerie.

La seconda volta invece è decisamente recente. 2017. Annus horribilis, direi. Iniziato male e finito peggio. Non mi era mai capitato prima di rompere completamente i rapporti con qualcuno. Ma c’è sempre una prima volta per tutto, giusto? E così è stato. Ci sono amicizie che a un certo punto, non si sa bene come, finiscono. Così, di punto in bianco, senza una vera ragione. La sera prima stai cenando con un gruppo di persone di cui ti fidi ciecamente e la mattina dopo ti svegli in un mondo completamente diverso, chiedendoti cosa mai avrai fatto o detto per meritarti una sfuriata che non sta in piedi. Allora ci pensi, rifletti, provi ad analizzare i tuoi comportamenti per verificare che davvero ci sia qualcosa di sbagliato nel tuo modo di essere. Certo, non sei perfetta, ma non sei nemmeno il mostro che ti accusano di essere. Perciò cosa? Qual è il problema? E se l’unica risposta che salta fuori è gelosia, capisci che quell’amicizia non può andare avanti. È malata, è sbagliata. Cerca di ingabbiarti in un rapporto a due che vuole escludere il resto del mondo. Perciò ti arrabbi, delusa e amareggiata come non era mai accaduto prima, e decidi di dover chiudere. Provi a estromettere dalla tua vita chi ti ferisce. Non è semplice, soprattutto se le circostanze ti costringono a incrociare certe persone tutti i giorni. La notte non dormi più e se pure riesci a prendere sonno gli incubi ti riempiono la testa. Passano le settimane, i mesi, ma la situazione non si sblocca. Infine, è di nuovo Pasqua. E proprio come mi era capitato tanti anni prima, ho sentito il bisogno fisico di avvicinarmi a Dio. “Aiutami a superare questo momento, dammi la forza per andare oltre”, ho pregato. Ho partecipato a tutte le funzioni del Triduo pasquale, con la Via Crucis del venerdì che per me resterà sempre il momento più bello e letteralmente sofferto dell’intera festa. A ogni stazione mi sono fermata nel buio, circondata da decine di persone, ma profondamente sola con me stessa, gli occhi fissi sulla fiamma oscillante della candela, e ho invocato ancora: “Dio, aiutami. Perdonami se ho sbagliato, non me ne sono resa conto, ma ti prego, non voglio più stare male”. Ha ascoltato le mie preghiere. Dopo Pasqua, la vista di certe persone non mi ha suscitato più nulla. Sono diventate estranee, come se non le avessi mai conosciute. Ho potuto ricominciare da capo, a testa alta. Il passaggio si era compiuto e non sono mai più tornata indietro.

Infine, veniamo a oggi. Sono quasi le ore 17 del 9 aprile 2020. Giovedì santo. Questi ultimi tre mesi sono stati allo stesso tempi i più belli e i più brutti della mia vita. I più belli perché finalmente, dopo anni di studi, desideri e speranze mi trovo nella città in cui ho sempre sognato di approdare – Milano – per seguire la strada che ho deciso di imboccare da bambina – il giornalismo – insieme a dei compagni di viaggio che sono semplicemente meravigliosi. I più brutti perché a casa, dopo le vacanze di Natale, ho lasciato dietro di me due situazioni piuttosto delicate che il tempo contribuisce solo ad aggravare. Il senso di impotenza mi ha tolto il sonno in parecchie occasioni, ma il lavoro e lo studio sono stati un’ancora di salvezza a cui mi sono aggrappata disperatamente per non finire in un tunnel oscuro. Perciò, se mi state leggendo, sappiate che non sono una musona di natura; ho solo la testa colma di preoccupazioni da cui cerco di non farmi sopraffare. Molti di voi mi hanno aiutato tantissimo senza neppure saperlo e per questo vi ringrazio. Ma c’è anche chi mi ha consigliato di rafforzare questa mia corazza esterna per poi deludermi nel profondo. Ed è qui che si consuma il terzo lutto: pensare di aver trovato qualcuno di affine, ma rendermi conto che non è così. Darmi della sciocca per tutto l’affetto provato nei suoi confronti, accusarmi per non essere rimasta lucida, castigarmi in silenzio ripensando a tutta la felicità da cui mi sono sentita investita e odiarmi per essermi illusa di ciò che non sarebbe mai potuto essere. È quasi un mese che mi macero in questi pensieri, ma ora sono stanca. Devo voltare pagina. Meglio ancora, devo strappare ciò che avevo scritto per iniziare da capo un nuovo capitolo. Allora Pasqua viene in mio soccorso. Mi tende la mano e con un sorriso mi rassicura che tutto andrà bene. Che guarirò da questa delusione; che la situazione a casa migliorerà; che pian piano rientrerà anche l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia.

Supererò tutto questo. Perché Pasqua significa passaggio e ancora una volta rinascerò da queste macerie.