A Sanremo il Teatro Ariston e il Casinò sono separati soltanto da una strada. Altrove i due luoghi (i due mondi?) sono ancora più vicini, addirittura sovrapponibili. S’incontrano sempre più spesso dentro i monitor di qualche ricevitoria, nelle finestre di navigazione, nelle applicazioni degli smartphone.

Il business del gioco d’azzardo sul Festival della Canzone Italiana è recente, introdotto da poco più di cinque anni, ma può vantare risultati già floridi. Nonostante l’estensione dell’evento sia molto limitata nel tempo, le sue quote di mercato crescono rapide di edizione in edizione.Smaterializzato, il betting finisce per andare incontro ai bisogni dei più pigri: sempre più scommettitori usano strumenti digitali per fare il loro gioco, diverse app permettono di farlo senza bisogno di raggiungere il centro scommesse più vicino e il digitale abbassa in modo drastico l’età media del pubblico di riferimento. Le agenzie festeggiano per i risultati positivi, salvo poi esprimersi in maniera reticente sul numero di giocatori e sul volume complessivo degli introiti arrivati in cassa. Quello che invece è possibile scoprire è cosa determini l’oscillazione delle quote e come questa avvenga.

«Devi pensare ai movimenti azionari» suggerisce un nostro contatto, impiegato in un’agenzia di scommesse. Le dinamiche sono simili, la sostanza un po’ diversa. «Più si scommette, più la quota scende sotto il peso del volume di gioco». Ele scommesse cominciano prestissimo: a settembre, per la precisione, quando i nomi dei cantanti in gara non si conoscono neppure, precedute in ordine di tempo da quelle sul nome alla conduzione. In quel periodo dell’anno i bookmakers stabiliscono quote fittizie su una rosa di possibili partecipanti, scelti secondo criteri come la notorietà, il genere musicale, la disponibilità a partecipare in linea di principio, una passata partecipazione al Festival, la provenienza da un talent show, il numero di visualizzazioni sui canali di streaming video e la frequenza dell’attività sui social network. Chiunque può decidere di scommettere su qualcuno presente nell’insieme di nomi e, caso raro, di essere rimborsato nel caso in cui perda – altrimenti, la scommessa va avanti con la stessa quota di partenza.

Quote destinate a cambiare ancora e a tappe. Prima, quando vengono annunciati i big in gara – valutati stavolta secondo l’eventualità che salgano sul palco di Sanremo per ‘’fare vetrina’’ o per provare a vincere sul serio; dopo, quando compaiono in anteprima i testi dei brani portati in rassegna.Ad influire sull’abbassamento o innalzamento delle quote in questa fase è soprattutto la capacità degli autori dei testi di interpretare il contesto storico in cui l’edizione trova posto: da sempre a Sanremo sono di casa la canzone intimista, il bel canto e i buoni sentimenti, ma, in certi casi (e pubblico permettendo), prodotti culturali estranei a questa tradizione possono ambire ad un buon piazzamento in classifica, al Premio della critica o, più di rado, a vincere. Il percorso di avvicinamento al Festival poi è spesso segnato da polemiche e persino quest’ultime possono incidere sul movimento delle quote: il nostro contatto si sbilancia provando a indovinare la posizione in classifica di Junior Cally quest’anno, «sicuramente non primo». Nel continuare, si spinge a rivelare di più sul prodotto-Sanremo: «Ogni due o tre anni a vincere è qualcuno che proviene da Sanremo Giovani. Per esempio, Gabbani veniva da lì e Mahmood pure. Gli organizzatori lo considerano come un academy utile a sfidare i talent delle tv private e per questo ne valorizzano i talenti, ma quest’anno non sarà uno di loro a prendersi il primo posto».

Quando poi i riflettori si accendono sulla rassegna, il gioco s’intensifica secondo una scansione temporale abbastanza precisa: se fino al giorno che precede l’inizio del Festival, sulla base dei testi pubblicati, ha già scommesso soltanto il 10% del totale, subito dopo la prima serata si verifica la corsa alla puntata: circa il 40/50% si fida del primo ascolto.

Il giorno della finale, sabato, il volume di gioco raggiunge i picchi massimi: di nuovo un altro 50/40% a completare la somma.

Un trucco del mestiere per provare a prevedere qualcosa è quello di controllare la posizione dei partecipanti nelle fasce orarie della scaletta. Il pubblico nazional-popolare poco tollera stranezze messe in bella mostra almeno fino alle 23.30 – dopo è tutta vita. I grandi favoriti dell’edizione 2020 (Anastasio, Francesco Gabbani, Elodie, Achille Lauro e «qualcuno da Amici di Maria De Filippi») sono saliti sul palco, tutti o quasi, in questa fascia oraria, almeno nelle serate in cui presentavano i brani inediti. Il meccanismo non sembra essere stato rispettato durante la terza serata, quella dei duetti sulle note dei classici della canzone italiana. E attenzione va prestata anche alle reazioni del pubblico in platea.

Salvo soprese, tutto previsto? Non proprio.Le dinamiche descritte fin qui possono scontrarsi con le proporzioni di ciò che fece saltare tutto nell’edizione del 2019: il sistema di voto. Durante la scorsa edizione, Mahmood (la cui quota si ridusse da 60:1 a 30:1 in seguito alla prima esibizione) strappò il primo posto ad Ultimo grazie all’appoggio di gran parte delle giurie di qualità. Rivista questa prassi sotto le pressioni della dirigenza Rai ed eliminata la Giuria d’onore, a formare la media finale resteranno la Giuria demoscopica per il 33%, quella della Sala Stampa per il 33% e il televoto per il 34%.

Ancora molto divide l’Italia da certe stranezze tutte inglesi, dove si scommette su qualsiasi cosa e più una scommessa è eccentrica, più ha possibilità di diventare partecipata: dalle corse dei levrieri alle possibili reunion di band andate in pezzi, passando per i nomi dei nipoti di Sua Maestà. Senza fretta e senza sosta, però, qualcuno si impegna a colmare il divario. Per capirlo, basta osservare come cambiano volto certe tradizioni che si credevano solo nostre, italianissime. E magari fare caso al colore della giacca di Amadeus durante l’apertura del Festival – dettaglio sciocco, ma a voler provare a indovinare, si possono mettere in tasca due spicci.