Austerlitz, il protagonista dell’omonimo romanzo del 2001 , è stato salvato da piccolo dai nazisti ed è giunto in Inghilterra con i Kindertransport, i treni che trasportavano i bambini ebrei dall’Europa Centrale in Gran Bretagna. Del proprio passato possiede solo il cognome. Quello scritto da Winfried Sebald è il racconto di una ricerca mnemonica: i pochi ricordi infantili compaiono all’improvviso, per associazione, sparpagliati. Sono i luoghi a risvegliarli, quelli che Pierre Nora definiva Lieux de Mémoire: luoghi di memoria. L’esperienza di Ryszard Horowitz, fotografo di fama mondiale, è molto simile: deportato ad Auschwitz nel 1944 e liberato grazie alla lista di Schindler quando aveva appena cinque anni. Il più giovane tra i sopravvissuti. Fare ordine tra i ricordi per lui è complicato, anche quando questi sono condivisi con il regista Roman Polanski.

I due hanno passato l’infanzia a Cracovia, prima nel ghetto, poi al liceo. I registi polacchi Mateusz Kudla e Anna Kokoszka-Romer, nel documentario Hometown – La strada dei ricordi del 2021, uscito in Italia in occasione del Giorno della Memoria, li hanno fatti rincontrare nella loro città, dopo che non ci tornavano da oltre cinquant’anni.

«È accaduto tutto per telefono all’inizio, Mateusz e Anna (i registi n.d.r.) mi hanno chiamato e io, poco convinto, ho risposto: “ok, è un’idea interessante”. Poi mi ha telefonato anche Roman dicendomi: “Ascolta, ho incontrato questi giovani registi, e penso che siano bravi. Sai, ci vogliono insieme per un’intervista. E se lo fai tu, lo farò io. “.  Quindi ho accettato» ci racconta Ryszard dal suo studio di New York. È un lunedì mattina soleggiato, ma lui assicura che nella Grande Mela fa troppo freddo e vorrebbe essere a Milano.

Quali erano i dubbi e le sensazioni che avevi all’inizio, quando hai accettato di partecipare al progetto?

È stato spaventoso perché l’argomento è così terribile, se si considera che ho perso completamente la mia prima infanzia. Io e Roman siamo buttati completamente, non c’era nulla di pianificato, non c’era un copione. Ad essere onesti, è stato un azzardo all’inizio, dato che non ci piace parlare troppo dell’argomento, ma abbiamo deciso di provare. Abbiamo scelto di raccontare le nostre storie, come si dice, con le pinze e con ironia. Ho pensato, con Roman, che sarebbe stato interessante far emergere i nostri ricordi senza prima discuterne, anche solo per vedere se ci venissero in mente in modo simile. I registi stessi poi si sono assicurati che non ne parlassimo prima tra di noi. Non c’era una sceneggiatura, tranne per il fatto che alcuni luoghi del documentario sono stati selezionati dal regista. Saremmo dovuti andare semplicemente con i nostri sentimenti. Beh, ero un po’ perplesso e impaurito perché non sapevo come sarebbe potuta andare, né cosa sarebbe successo.

Uno degli argomenti principali è la tua amicizia con Polanski. Nel film Roman dice che il suo primo ricordo è legato al ghetto e a te che protesti perché non vuoi bere la cioccolata calda.

Oh Roman è pieno di storie di questo tipo (ride n.d.r.). Ama questa storia e adora parlare con le persone di quanto fossi viziato. Non so tra l’altro come mia madre riuscisse a procurarsi la cioccolata. Anche i miei genitori ne parlavano comunque, quindi suppongo che l’episodio sia esattamente come lo ricorda lui. Oppure anche loro, come me, a forza di sentirsela ripetere, si sono convinti che sia vera. Sai, potrei anche scegliere anch’io alcuni momenti della sua infanzia in cui si comportava male. Eravamo molto simili. E ammettiamolo, eravamo dei piccoli animali dopo la guerra. Durante la guerra, Dio lo sa, ma soprattutto dopo la guerra, ci siamo comportati davvero male e probabilmente abbiamo dato filo da torcere a mia madre.

Tu e Roman siete prima stati separati dalla guerra e poi dalla carriera. Ma siete sempre rimasti legati in qualche modo.

Sì. Roman ha avuto un’infanzia tragica, ha perso sua madre e suo padre è finito nel campo di concentramento di Mauthausen in Germania insieme a mio padre. E nessuno di noi sapeva se fossero vivi. Quando fui liberato da Auschwitz dall’Armata Rossa russa il 27 gennaio 1945, fui portato in un orfanotrofio perché non sapevano se i miei genitori fossero vivi. E da lì fui prelevato dalla zia di Roman che mi ha portato nel suo appartamento a Cracovia. Roman era già lì. E questo è stato, come ho detto, a gennaio. Poi mia madre e mia sorella, sono state liberate a marzo. E mio padre più tardi, nel maggio del ’45. Io e la mia famiglia ci siamo spostati tutti in questo appartamento nella piazza centrale della città che si vede nel film dove  spesso ci veniva a trovare Roman. Mia madre l’ha aiutato molto e lui ha aiutato e ispirato anche me.  Molto più tardi, per esempio,  lui scelse il liceo artistico e pochi giorni dopo l’ho seguito anch’io.  È un’amicizia che è proseguita anche a distanza, dopo che alla fine degli anni Cinquanta è andato in una scuola di cinema e io invece rimasi in Polonia. Non l’ho visto più visto fino a credo al 1961, all’apertura del primo New York Film Festival. Poi  ci siamo visti un po’ dappertutto in giro per il mondo: Cina, Londra, Parigi, Stati Uniti. Ma mai più a Cracovia prima di questo documentario.

C’è una scena che mi ha colpito: il momento in cui tu e Roman tornate nel vostro appartamento di fronte a piazza Cracovia: era il vostro appartamento, qualcosa che condividevate. È una delle pochissime scene in cui sembri sopraffatto dalle emozioni. Cosa rappresenta per te quel luogo?

Ho trascorso diversi anni lì con i miei genitori. Sai, per me, mia madre è ancora lì, ferma alla finestra, sempre in attesa di me o di mio padre o mia sorella. E io, ogni volta che mi immagino la facciata dell’edificio, alzo lo sguardo fino al terzo piano. La vedo sempre lì.  Io e Roman in quell’appartamento giocavamo e facevamo di tutto. Ci sono così tanti ricordi legati a questo posto. Era poco distante dal liceo dove abbiamo studiato e dall’Accademia di Belle Arti dove sono andato più tardi. Ed eravamo proprio nel centro della città: era, sapete, uno dei posti più belli nonostante fosse molto diverso da com’ è adesso. Ora è diventato, come dice Roman, quasi come una Disneyland piena di turisti, ombrelli e caffetterie. A quel tempo, era completamente vuoto e senza traffico. Qualcuno potrebbe pensare che fosse triste, invece era stupendo. Potevo dormire persino con la finestra aperta, oggi sarebbe impossibile.

Nel documentario dici infatti che tornare a Cracovia ha cambiato un po’ la tua percezione romantica della città.

Sì, soprattutto proprio il nostro appartamento è stata una grande delusione. Me lo ricordavo molto, molto più grande, prima occupava l’intero piano dell’edificio, ora invece è suddiviso in tre parti. Poi il bagno dove ci divertivamo con le fotografie, la nostra camera oscura, è diviso a metà che quasi non lo riconosci. E poi il retro dell’appartamento è murato, compresa la mia cameretta. Quindi non so se è stata una buona idea, sai, visitarlo. È molto meglio giocare con i ricordi della tua memoria e mantenerli come sono.

Prima di entrare nell’appartamento tu sussurri a Roman una cosa che lì per lì mi ha lasciato interdetto: “ho paura”. La paura di ricordare e rivedere determinati posti è un filo conduttore del documentario, anche quando i luoghi sono collegati a ricordi felici.

Sì. Perché, sai, è una specie di contraddizione. Vuoi a tutti i costi rivedere quei posti per riviverli così come sono fissati nella tua memoria. Senza considerare che spesso i ricordi che possiedi sono legati indissolubilmente alle persone, persone che magari non ci sono più. E questa è la cosa più triste. Le persone che non ci sono. Quell’appartamento è il luogo più triste per questo motivo. Pieno di fantasmi, solo fantasmi.

Tu e Roman dopo la guerra non avete mai parlato del vostro passato doloroso. La scena del film in cui gli mostri il tuo tatuaggio da Auschwitz è stata la seconda volta in cui hai scoperto quel segno. Cosa significa vivere con quel tatuaggio da quando eri bambino?

Quel numero sul braccio è l’unica cosa tangibile che mi ricorda che tutto quanto mi è capitato è successo realmente.  Quando ci penso non riesco a capire. È davvero molto difficile da comprendere. Io ho vissuto questo orrore ed è incredibile il fatto che sia sopravvissuto. Non ero che un bambino di cinque anni. Un miracolo. E anche se dovessi saperlo, non avrei avuto nulla da usare davvero come punto di riferimento. E mi sento schiacciato. E, sai, la cosa che mi sconvolge di più, è guardare i miei figli e soprattutto i miei nipoti che hanno l’età che avevo io in quel momento: è impossibile capire come una cosa così piccola possa sopravvivere a tutto quell’orrore.  Spesso mi chiedo come e cosa mangiassi ad Auschwitz, cosa facessi. Quando i miei genitori erano vivi, sai, ero troppo giovane per affrontare quel dolore e per parlarne con loro. L’argomento non veniva mai sollevato e la mia famiglia non avrebbe mai osato ritirarlo fuori con me. Recentemente è accaduta una cosa curiosa. Mi sono imbattuto in un libro scritto da uno dei sopravvissuti, più grande di me a quel tempo, che descrive una scena esattamente come la ricordo io. Ho pensato subito: “Allora è accaduto davvero, non è stata una finzione”. I ricordi dei bambini sono labili. Vorrei conoscere le risposte ad alcune domande e quel tatuaggio è lì. Normalmente non lo guardo. Voglio dire, lo vedo, ma lo spazzo via.  Quando in quella scena del film, Roman mi ha chiesto di mostrarlo, mi sono sentito molto a disagio. È stato devastante e molto difficile. È scontato dire che non mi piace, eppure mi è necessario per razionalizzare.

Cosa ricordi di Auschwitz?

Ho ricordi soprattutto di quando stavano chiudendo il campo e arrivò l’Armata Rossa. I tedeschi erano pronti alla fuga perché i russi si stavano avvicinando, eppure volevano portare a termine il lavoro. Io ero con un gruppo di altri bambini ed erano pronti a spararci. Ricordo vividamente la scena. Ad un tratto arriva un soldato tedesco in sella a una motocicletta e inizia ad urlare: “Andiamo, via, scappiamo”. Tutti i soldati lasciano cadere le pistole e se ne vanno. Se fosse arrivato qualche istante dopo molto probabilmente sarei morto. Recentemente ho letto un libro devastante che parla di bambini che sono sopravvissuti e ho trovato una mia foto di quel momento, di quando il campo è stato liberato. E c’è anche una foto molto famosa, scattata da un ufficiale dell’Armata Rossa, con i bambini davanti al filo spinato che vengono portati via dalle suore dell’orfanotrofio dove mia madre mi ha ritrovato e si è resa conto che c’era una vita dopo la guerra. Quindi ci sono alcuni documenti, ci sono alcune prove reali che ero lì. Ed è difficile da credere. Voglio dire, a volte sono uno di quelli che pensano che questa cosa non sia mai accaduta.

I ricordi d’infanzia, come dicevi prima, possono essere ingannevoli.

Sai, a volte, non so fino a che punto i miei ricordi siano effettivamente miei o il frutto di qualcosa che ho sentito dalla mia famiglia o che ho letto. Quando Spielberg ha girato Schindler’s List mi ha invitato a Gerusalemme ed è stata un’ultima opportunità di incontrare alcuni degli ex detenuti. E non vedevo l’ora di parlare con loro, sperando di imparare davvero un po’ di più sulla mia situazione. Tuttavia, non sono andato troppo lontano perché ognuno raccontava cose diverse, a volte contraddittorie.  Così ancora oggi mi chiedo che cosa di ciò che ricordo sia reale e cosa sia solo un pio desiderio o una fantasia. La mente umana è davvero molto, molto divertente da questo punto di vista.

Nel film dici che, quando sei tornato a vivere con la tua famiglia dopo la guerra, non riuscivi a gestire il dolore. Hai utilizzato una parola che mi ha fatto pensare: civilizzato. Tua madre ha dovuto “civilizzarti”, dici. Lo puoi spiegare?

Ero una piccola creatura, senza alcuna educazione. Non sapevo come sedermi a un tavolo, non sapevo come comportarmi con gli adulti. Ero molto cattivo e urlavo. Mia sorella, che è più grande e ricorda molte più cose di me, racconta che spesso prendevo le cose dal tavolo e le nascondevo sotto al letto per paura che me le togliessero. Mi comportavo come al campo.  I primi anni, in cui dovresti essere effettivamente formato, sono stati spazzati via e tutto ciò che ora consideriamo orribile era per me la normalità: riconoscere un cadavere, vedere le persone che vengono uccise davanti a te e la paura. La paura costante.

Ti capita mai fare sogni legati alla tua infanzia nel campo?

Di rado, per fortuna. Solo a volte, sai, quando vado a dormire dopo aver letto un libro sull’argomento o un diario di un sopravvissuto. Mia moglie s’infuria, ma non lo faccio per torturarmi, lo faccio per cercare di afferrare e imparare tutto ciò che posso della mia esperienza. Ed è per questo che sono molto contento quando i ricordi di qualcun altro coincidono con i miei.

L’altro tuo posto del cuore è il bagno dove hai iniziato la tua carriera di fotografo. Avevi intuito, a quell’epoca, che la fotografia ti avrebbe cambiato la vita? 

Io sono sempre stato un pittore, ma quando sono arrivato a New York, avevo una macchina fotografica con me che utilizzavo per mantenermi. Ho fatto lavori nella pubblicità e spesso mi trovavo a dare incarichi ad altri fotografi. Ho avuto un sacco di problemi cercando di far capire alla gente che non c’è molta differenza tra la pubblicità e l’arte. La pubblicità è arte o viceversa. Ma mi sono reso conto che nei principali musei d’arte c’erano esempi di fotografie artisti americani altamente riconosciuti che esteticamente come le pubblicità, tranne che, sai, non c’era l’inserzione. La gente li riconosceva come arte perché lo erano.

Quindi, sì, il mio background non è esattamente quello che di un fotografo. Mi sono formato sui grandi maestri e sulla pittura più figurativa piuttosto che astratta. E in un certo senso, è stata una fortuna perché le belle arti sono diventate estremamente utili nel mio lavoro di fotografo. Spesso andavo nei musei, nelle gallerie e imparavo dai grandi artisti, osservando il loro uso del colore e prendendo appunti. E poi più tardi ho cercato di applicare quelle conoscenze alla fotografia.

Ma tu sei nella Hall of Fame, però.

Sai, quando guardo alcuni dei nomi accanto sono – rimango – paralizzato.

Hai fotografato molti personaggi famosi. C’è qualche personaggio del passato o del presente che non hai ancora fotografato e che vorresti fotografare?  

Sono sicuro che ce ne sarebbero molti che non saprei nemmeno da dove cominciare. Ma non sono un fotografo ritrattista di per sé. Mi piace basare il mio lavoro sull’istinto e quello che sento al momento. Traggo ispirazione da tutto ciò che mi circonda. A volte presto molta attenzione agli incidenti nel mio lavoro, sai, mi piace, incasinare le cose e poi cercare di ricostruirle.

Nel film Roman ti chiede se vorresti rivivere la tua vita da capo e tu hai rispondi che ti piacerebbe invece rinascere alle Hawaii. La mia domanda è molto simile. Ovviamente non puoi cambiare il passato ma puoi e devi raccontarlo. Quindi, se tu fossi il regista del film della tua vita – o meglio – se dovessi scrivere la sceneggiatura del film della tua vita, quale sarebbe la prima scena?

Ho scritto un’autobiografia che purtroppo non è mai stata tradotta in inglese: sto ancora cercando qualcuno che lo faccia. È stata pubblicata solo in Polonia. È un libro molto grande, scritto quasi come un copione. Ma non è un libro sulla mia esperienza nell’Olocausto.  Non voglio dire che non ci sia, è lì, ma è più un libro su come vivere nonostante l’Olocausto. Come avere una vita relativamente di successo nonostante tutto l’orrore a cui si è stati esposti di più. Sai, tutti quelli con cui parli, esperti di psicologia, dicono che i primi sei anni della tua vita sono i più importanti perché modellano l’essere umano. Sai, ho incontrato anni fa uno psichiatra molto famoso la cui tesi era che se hai avuto i tuoi anni formativi incasinati, il resto della tua vita seguirà lo stesso filo. E invece la mia vita è abbastanza normale. È difficile per me capire, sai, perché certe persone affrontano il dolore in un modo e altre in un altro. Molti dei miei contemporanei e sopravvissuti più anziani sono morti giovani, alcuni di loro erano semplicemente incapaci di muoversi e avere un’esistenza normale. Mi considero molto fortunato.

Quindi, se tu saresti lo sceneggiatore, posso immaginare chi sarebbe il regista…

Roman? (ride n.d.r.) Non penso che sia pronto a farlo. E poi chi reciterebbe nella mia parte? Ti racconto una cosa divertente. Quando Spielberg stava girando Schindler’s List, prese in considerazione mio figlio, che all’epoca aveva l’età che avevo io ad Auschwitz, per interpretarmi. Hanno fatto il casting e per fortuna non è stato scelto. Per fortuna.