Il peggiore degli incubi per il mondo occidentale è probabilmente un’alleanza stabile e duratura fra Cina e Russia. Il Paese più popoloso al mondo e quello più esteso potrebbero potenzialmente costituire un asse in grado di scardinare l’assetto geopolitico del pianeta, soprattutto considerando che all’emergente potenza economica del Dragone si affiancherebbe l’imponente arsenale nucleare ex sovietico, l’unico sulla Terra in grado di minacciare gli Stati Uniti. Per ora cinesi e russi si sono venuti incontro sul problema comune dell’energia: i primi ne consumano tantissima, i secondi ne producono molta sotto forma di gas e petrolio e stanno cercando acquirenti al di fuori dell’Europa. In questo senso va letto l’accordo raggiunto dopo un decennio di trattativa con cui Pechino si è assicurata 38 miliardi di metri cubi di gas per 30 anni, al costo complessivo di 400 miliardi di dollari. Un patto ratificato a novembre con la decisione di costruire la “Altay route”, un gasdotto che sbocca nella Cina occidentale passando fra Kazakistan e Mongolia e che rinforza una partnership commerciale già proficua nel 2013, quando Rosneft ottenne l’esportazione in Cina di 365 milioni di tonnellate di petrolio. Vladimir Putin ha anche annunciato che intende effettuare le transazioni in rubli e yuan, per spezzare l’egemonia finanziaria del dollaro: probabilmente una boutade, che però assomiglia molto a un guanto di sfida.

Un altro campanello d’allarme, per gli Usa e non solo, è suonato quando il ministro della difesa del Cremlino, Sergei Shoigu, ha annunciato una serie di esercitazioni navali congiunte nel mar Mediterraneo, nell’ottica di una regolare cooperazione militare. A spingere i russi fra le braccia della RPC sono stati non solo interessi economici e strategici, ma soprattutto il comportamento dell’Europa.

Aprirsi a est per Mosca vuol dire ridurre la dipendenzadalle politiche dell’Ue, sempre più percepite come ostili, ma anche mandare un messaggio subliminale agli Stati Uniti: la supremazia a stelle e strisce, mal digerita sia da Putin che da Xi Jinping, ha infatti da tempo allungato i suoi tentacoli nell’Oceano Pacifico. Le alleanze stabili con Giappone, Australia, Thailandia e Corea del Sud e l’avvicinamento a Vietnam e Myanmar compiuto da Barack Obama sono spine nel fianco per la politica cinese, assetata di espandere la sua sfera d’influenza e infastidiscono anche il Cremlino, che dall’altra parte del mondo ha subito l’oltraggiodell’allontanamento dell’Ucraina. La presenza di un rivale singolarmente ineguagliabile per potenza militare e finanziaria spinge ad un’intesa di circostanza nel breve periodo, quantomeno per non mostrarsi isolati.

Diventa più difficile pensare ad un’alleanza tra Russia e Cina che vada al di là del mero accordo economico se si guarda al lungo termine. La storia insegna che questi due paesi hanno avuto un passato conflittuale che potrebbe avere ripercussioni nel presente soprattutto considerando le rispettive sfere di influenza. Non è un segreto che la Cina rivendichi alcuni territori russi nella Siberia orientale. E non è un segreto che Putin abbia a più riprese manifestato l’ambizione di costruire una regione Euroasiatica sotto il controllo di Mosca. Il rapporto conflittuale tra Russia e Cina ha una natura quasi atavica. Alla fine degli anni ’70 fu proposta all’allora segretario generale del partito comunista, Leonid Breznev, la soluzione finale nei confronti della Cina. Solo l’intervento degli Stati Uniti impedì all’Urss di aprire un conflitto nucleare. Tornando indietro di qualche anno, nel 1969, russi e cinesi si resero protagonisti di sanguinosi conflitti nei pressi del fiume Ussuri. Un passato del genere non può essere dimenticato a meno che non ci sia una minaccia tale da indurre i due Paesi a mettere da parte le proprie divergenze. Sia Russia che Cina hanno da sempre rivendicato la rispettiva superiorità della propria storia e civiltà. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli inglesi decisero di allearsi con l’Unione Sovietica, pur essendo due Paesi agli antipodi da ogni punto di vista, per fronteggiare una minaccia mortale come la Germania nazista. Oggi l’avversario più temibile per Russia e Cina sono gli Stati Uniti, ma la situazione appare molto diversa da allora. Non è infatti credibile che gli Usa rappresentino una minaccia tale da mettere da parte conflittuali interessi geopolitici sul lungo termine. E gli interessi geopolitici hanno nomi ben precisi: Kazakistan e Turkmenistan. La Cina ha relazioni economiche con le due ex repubbliche sovietiche da cui dipende una buona parte dell’approvvigionamento energetico della Repubblica Popolare. Per questa ragione un accordo della Cina con la Russia non sarebbe ben visto da Kazakistan e Turkmenistan timorose di essere nuovamente assoggettate alla sfera di influenza di Mosca.

D’altra parte la Cina non vuole ridursi a dover dipendere da un unico acquirente per le risorse energetiche e non approverebbe il tentativo russo di monopolizzare il mercato. Il problema della Russia è invece l’esatto contrario. Il suo monopolio è messo a rischio dalla nascita e lo sviluppo di nuovi mercati energetici causata da innovative tecniche di estrazione del petrolio come il fracking utilizzato dagli americani. Se dovesse calare la domanda di energia si indebolirebbe il potere contrattuale russo e un eventuale asse economico con la Cina rappresenterebbe una minaccia meno spaventosa.