Romina Fiorotto è partita da Roncade, un piccolo comune del Veneto, ed è arrivata a Yale, uno degli atenei più prestigiosi al mondo. Dopo la laurea in Scienze biologiche conseguita all’Università degli Studi di Padova e un periodo di formazione presso l’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM), centro di eccellenza per la ricerca, ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti. Dal 2006 è ricercatrice allo Yale Liver Center e si occupa di malattie epatiche delle vie biliari.


Com’è nato il suo amore per la scienza?

«Mi sono interessata alla scienza e alla biologia fin dalle scuole superiori. Sono una persona curiosa, cerco sempre di capire il perché delle cose. All’università ho frequentato la facoltà di Scienze biologiche e mi sono appassionata al meraviglioso mondo della biologia umana, avvicinandomi al ramo della medicina. Per la tesi sperimentale mi sono appoggiata a un laboratorio esterno al mio dipartimento, una struttura connessa con l’ospedale di Padova che mi ha consentito di formarmi nella Divisione di Epatologia del Professor Mario Strazzabosco».

Oggi è ricercatrice presso il Liver Center dell’Università di Yale. Qual è stato il percorso che l’ha portata a raggiungere traguardi sempre più importanti?

«L’esperienza con il Professor Strazzabosco mi ha aiutato a capire che quella era la strada giusta. Ho proseguito gli studi con un dottorato di ricerca a Parma lavorando a tempo pieno nel campo dell’epatologia. Quando il Professor Strazzabosco si è trasferito negli Stati Uniti, mi ha offerto la possibilità di fare un’esperienza all’Università di Yale. Per me era l’occasione della vita, l’opportunità più importante della carriera. Lì ho imparato davvero molto e grazie ai risultati ottenuti sono diventata parte, come research scientist, dello staff della Scuola di Medicina dell’ateneo statunitense».

Come descriverebbe la sua attività di ricerca ai non addetti ai lavori?

«L’epatologia è quella branca della medicina che si occupa delle patologie di fegato, cistifellea e vie biliari. Le malattie principali sono l’epatite, il tumore del fegato, il tumore delle vie biliari, il colangiocarcinoma e l’ipertensione portale. Nel caso, per esempio, della malattia epatica associata a fibrosi cistica (CFLD) il mio lavoro consiste nel capire come la mutazione genetica responsabile della malattia alteri la normale fisiologia del fegato. In questo modo si possono poi valutare dei possibili interventi, soprattutto farmacologici, per cercare di ripristinare la regolare funzione dell’organo».

Quali sono state negli ultimi anni le principali scoperte nel campo dell’epatologia?

«Un neonato affetto da fibrosi cistica oggi ha un’aspettativa di vita molto lunga» «Le scoperte sono state diverse, tutte molto importanti. Per esempio, il trapianto di fegato da donatore vivente è una tecnica di recente introduzione e di alta complessità da utilizzare quando a causa della gravità delle condizioni di salute il paziente non può aspettare che si renda disponibile un organo. Ancora, le terapie orali per il trattamento dell’epatite C hanno portato una vera e propria rivoluzione per la cura della patologia attraverso nuove molecole che permettono di fare a meno degli interferoni, una famiglia di proteine prodotte dalle cellule per difendersi dall’invasione di un virus. L’innovativa terapia neutronica permette di guarire dal tumore al fegato, nonostante rimanga difficile irradiare con un fascio di neutroni l’organo malato nella sua interezza. Infine, la molecola in via di sperimentazione JQ1 sembra essere efficace per contrastare la fibrosi epatica impedendo la formazione di nuovo tessuto cicatriziale nelle cellule epatiche sane».

Riguardo alla fibrosi cistica, com’è possibile migliorare le cure di cui oggi disponiamo per accrescere la qualità e la durata di vita dei malati?

«Negli ultimi cinquant’anni sono stati fatti dei notevoli passi avanti. Basti pensare al fatto che di fibrosi cistica morivano bambini al di sotto dell’anno di età, mentre oggi la prospettiva di vita è di circa quarant’anni. Grazie alle nuove terapie farmacologiche i progressi in questo campo sono destinati ad aumentare. Tuttavia il miglioramento dell’aspettativa di vita ha portato all’insorgere di altre complicazioni, prima tra tutte la componente epatica».

I progetti di ricerca si pongono l’obiettivo di colpire alla radice il difetto che causa la fibrosi cistica per trovare una cura risolutiva. Crede che questo sarà possibile nel breve periodo?

«Le tecniche di gene-editing correggeranno il difetto di base della fibrosi cistica» «Sì, sono assolutamente ottimista al riguardo. Si stanno sperimentando delle tecniche di gene-editing che potranno correggere il difetto di base della fibrosi cistica. Inoltre, la tecnologia della cellula staminale pluripotente indotta (iPSC) offre nuove opportunità nel campo della medicina rigenerativa. Le iPSC vengono generate da una piccola biopsia della pelle o da un semplice prelievo di sangue del paziente e possono essere differenziate in laboratorio in tutti i tipi cellulari dell’organismo. Esse rappresentano un modello umano per studiare più a fondo la malattia e possono essere utilizzate per testare farmaci paziente-specifici, oltre che come risorsa in futuro per il trapianto autologo di cellule dopo correzione della mutazione genetica».

Quali differenze ci sono tra Italia e Stati Uniti nella metodologia della ricerca?

«Gli Stati Uniti sono in grado di fornire gli strumenti per mantenere un continuo aggiornamento nel campo della ricerca biomedica. L’alta concentrazione di risorse tecnologiche in grandi centri permette agli scienziati di realizzare le loro idee più velocemente. In America la partecipazione dei privati è fonte di un apporto patrimoniale significativo che aumenta la quantità di capitali disponibili per la ricerca. In Italia, invece, lo scarso interesse delle case farmaceutiche e la crisi economica hanno ridotto fortemente gli investimenti. Resto comunque convinta che l’ottima preparazione fornita dalle nostre università aiuti a eccellere all’estero: molti dei migliori ricercatori a livello internazionale sono italiani».