Il Paese con il più alto tasso di sviluppo economico dell’Unione europea è anche quello più corrotto. Benvenuti in Romania, nazione sospesa tra il progresso e i sotterfugi di una classe politica cinica ed egoista. La situazione è quasi paradossale, ma sembra destinata a peggiorare dopo l’esito delle ultime elezioni. L’11 dicembre i cittadini rumeni hanno votato per eleggere il nuovo parlamento, scelto tra dieci partiti e una lista di candidati indipendenti. Il Paese veniva da un anno di governo tecnico di Dacian Cioloș, forte dell’appoggio di tutte le parti politiche.

A vincere, con il 46% in entrambe le camere, sono stati i socialdemocratici (PSD) guidati dal segretario nazionale Liviu Dragnea. Il dato più sorprendente non riguarda tanto il loro successo, quanto la bassissima affluenza alle urne. Ha votato infatti solo il 39% degli aventi diritto. Secondo Kit Gillet, corrispondente del Guardian da Bucarest, «le persone sono in aperto dissenso con i partiti e hanno poca fiducia nella politica. La corruzione è molto diffusa, insieme all’idea che niente sia migliorato. È come se cambiassero soltanto i nomi e non la sostanza».

Il PSD è il partito più accusato di irregolarità e violazione di leggi. Le novità che hanno caratterizzato le elezioni sono diverse: la riduzione del numero di parlamentari, il voto per corrispondenza, l’aumento dei seggi all’estero e l’utilizzo di un sistema di videosorveglianza per evitare brogli. Era stato lo stesso Dragnea, in occasione del referendum del 2012 per la destituzione dell’allora presidente Traian Băsescu, a macchiarsi di frode elettorale. Aveva cercato di manipolare l’esito della votazione ed era stato condannato a due anni di carcere.

Nelle settimane precedenti al voto Klaus Iohannis, attuale presidente, aveva pubblicamente ribadito che non avrebbe nominato candidati con alle spalle condanne definitive o processi pendenti. Nel 2012, per esempio, almeno 29 dei 588 parlamentari eletti avevano precedenti penali o erano stati indagati per corruzione.

In Romania viene nominato primo ministro il leader del partito vincitore alle elezioni, ma con Dragnea impossibilitato a ricoprire l’incarico il PSD ha dovuto cambiare candidato. Il profilo migliore era stato individuato in Sevil Shhaideh, ex ministro dello Sviluppo regionale e della Pubblica Amministrazione. Sarebbe stata la prima donna, nonché la prima musulmana, a diventare premier. Pare sia stata proposta come tentativo del partito di allontanarsi dalle accuse di eccessiva ortodossia e nazionalismo ricevute durante la campagna elettorale. La sua candidatura è stata bocciata, probabilmente per le simpatie che il marito siriano avrebbe nutrito nei confronti di Bashar al-Assad. La guida del Paese è stata così affidata a Sorin Grindeanu, ex ministro delle Comunicazioni.

La vittoria del PSD è figlia delle tante contraddizioni che hanno accompagnato le elezioni. Durante la campagna elettorale, quasi tutti i partiti hanno trattato il tema della corruzione per migliorare il benessere e il senso di democrazia. In particolare, è stato proprio il PSD a farne il suo cavallo di battaglia, in forte contrasto con le irregolarità e le violazioni di leggi che lo hanno sempre contraddistinto.

Quello della corruzione è un problema che affligge la Romania fin dalla caduta del regime di Nicolae Ceaușescu, che ha aperto la strada a un processo di liberalizzazione delle vecchie proprietà statali. Si è così creata una fitta rete di alleanze strategiche e nepotismi che le attività del Dipartimento Nazionale Anti-corruzione (DNA) non riescono a contrastare con efficacia. «La DNA sta facendo un buon lavoro – sostiene Gillet –, ma continua a esserci la sensazione che nessun esponente possa ritenersi pulito e affidabile».

«C’è la sensazione che nessun esponente sia pulito e affidabile» La strategia del PSD si è rivelata comunque efficace: alla base del successo ci sono promesse che riguardano l’aumento dei salari e gli investimenti in istruzione, sanità e infrastrutture. Sarebbe tuttavia riduttivo definire questo risultato elettorale l’ennesima vittoria di un partito populista. «Il PSD ha fatto leva sulle reali necessità del Paese – prosegue Gillet – sfruttando l’assenza di messaggi adeguati da parte di altre forze politiche, percepiti ancora lontani dalle esigenze delle persone».

Il partito di Dragnea è stato dunque furbo nello sfruttare il malcontento della gente per ottenere largo consenso. Negli anni, infatti, è aumentato il divario tra ricchi e poveri, tant’è che il 57% della popolazione dipende da sussidi statali, mentre la disoccupazione si attesta intorno al 6%. Proprio la lower class, di fatto, ha rappresentato l’interlocutore ideale sul quale fare presa all’interno di un Paese che dal 2000 a oggi ha conosciuto un’importante fase di cambiamento socio-economico. Come sostiene l’analista politico Radu Magdin, infatti, «l’economia resta vibrante e le risorse sono molte. Il contesto regionale ha reso il Paese un punto di riferimento per gli investimenti esteri».

Membro dell’Unione europea dal 2007, la Romania sarà chiamata nel 2019 alla presidenza del Consiglio. Una responsabilità che renderà il Paese un importante player all’interno del panorama europeo: «È cambiata la mentalità – continua Magdin –, la nazione non è più vista solo come meta di partenza dei flussi migratori, ma come partner affidabile per le discussioni con Bruxelles».

Sul versante politico, tuttavia, a peggiorare la situazione potrebbe essere una legge ad personam che Dragnea vorrebbe introdurre per garantirsi l’amnistia e rientrare in politica. Il decreto – che prevedrebbe anche indulti, sconti di pena e la riforma del codice penale – ha scatenato polemiche e manifestazioni nelle principali città. Il PSD si trova a un bivio: se da un lato c’è il rischio di una deriva autoritaria, dall’altro è forte la possibilità che vengano disattese le aspettative dell’elettorato. La sfida è appena iniziata, ma al momento sembra tutta in salita.