Capita a tutti di subire un torto e accusare il colpo. In base a innumerevoli fattori, poi, c’è chi fatica per lungo tempo a dimenticarsene, chi metabolizza tutto con un po’ di pazienza e chi invece si rialza immediatamente, non curante – o almeno così sembra – di ciò che è successo. Insomma, ogni tessera del nostro passato incide sul presente e quindi sul futuro. A volte per comprendere bene chi si è oggi – e perché – serve sfogliare a ritroso il libro della propria vita, come un manga, per capire se c’è stato un drastico punto di svolta.

Per capire da dove nasce la storia di Roberto Bressan si deve sfogliare il calendario fino al 2002, quando in un parco di Torino un gruppo di bambini gioca a calcio. Roberto è uno di questi: «Alcuni ragazzi più grandi di me si avvicinarono per prendermi in giro, scherzando pesantemente sul mio handicap. Non avevo ancora un carattere formato e il fatto che loro sostenessero che non avrei mai potuto fare il portiere, mi ferì». Ecco, si tratta proprio di uno di quei casi che colpiscono nel profondo, quando ancora una persona sta posando le fondamenta della propria vita e qualcuno sfila il mattoncino più basso, come in una rischiosa partita a Jenga. Roberto si è tenuto dentro la rabbia per anni, non era in grado di metabolizzare sùbito quella che lui vedeva come un’umiliazione.

Per digerire appieno le prese in giro sofferte da ragazzino, Roberto ha dovuto aspettare i 19 anni, forte della personalità che si è formata nel tempo: «So che è una parola sbagliata, ma da quel giorno ho pensato al modo per vendicarmi, per avere una rivincita su tutte le persone che hanno infierito sulle mie difficoltà». Una rinvincità che più matura non si può, nonostante dalle sue parole traspaia la rabbia di quel bambino che cerca riscatto: dimostrare che lui, il portiere può farlo.

Così, dal 2011 Roberto gioca più partite possibili, e non solo nel calcio disabile. Nella sua camera tiene un quaderno sul quale annota tutte le sue prestazioni, nel bene e nel male: non se ne è scordato nessuna delle 4mila partite disputate.In occasione del record delle 4mila partite, Roberto ha ricevuto gli auguri del Campione del Mondo Mauro Camoranesi Quegli oltre 250 rigori parati lo proiettano nel futuro, forse nella speranza di incontrare di nuovo coloro che lo avevano preso in giro per dimostrare loro, dati alla mano, che lui il portiere può farlo. La tripla cifra alla voce “papere” gli ricorda invece il passato, perché un insulto può essere interiorizzato come critica costruttiva e su di esso si può far leva per migliorarsi. E il miglioramento c’è, visti i 36 trofei da miglior portiere che conserva sulla sua bacheca, a soli 27 anni: «Sono orgoglioso di questi otto anni, ma non lo faccio per vantarmi. A darmi forza ci sono sempre stati famiglia e amici, e grazie al calcio sono ora una persona diversa».

Non ci vuole infatti una laurea magistrale per capire che parando i tiri Roberto si difende dalle difficoltà, che scendendo in campo Roberto si mette in gioco, che alzando i trofei Roberto si prende le soddisfazioni di una vita che non sempre è stata una passeggiata. Ora, nella grande famiglia degli Insuperabili - Onlus “leader” del calcio disabile italiano – il protagonista di questa storia ha anche trovato il modo di conoscere esperienze simili alla sua e di condividere il suo vissuto con compagni di squadra che possano trarne motivazioni: «In particolare mi sono affezionato a Christian, che chiamo il mio pupillo. A volte mi rivedo in lui, e per questo lo sostengo sempre, dentro e fuori dal campo». Perché la personalità si forma dentro sè stessi, ma è con il confronto che si cresce davvero e ci si fortifica. E per rialzarsi 4000 volte, di forza ce ne vuole.