A quattro anni dalla barbara uccisione di Giulio Regeni al Cairo, e dopo la pubblicazione del libro-memoria dei genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, “Giulio fa cose“, edito da Feltrinelli, siamo in presenza di un quasi deja vu:l’arresto all’aeroporto del Cairo del giovane studioso e attivista egiziano Patrick Zaki, che viveva e studiava in Italia, all’università di Bologna, interrogato e torturato per 17 ore. E mentre gli avvocati di Zaki e Amnesty International denunciano l’ennesimo arresto di un giovane nei giorni dell’anniversario della rivoluzione del 2011, la vicenda riapre la ferita aperta dei rapporti tra l’Italia e l’Egitto. Ferita che la morte di Giulio Regeni e la mancata risoluzione del suo caso, hanno lasciato ampiamente aperta. Laura Cappon, giornalista, ha vissuto al Cairo dal 2011 al 2015 e si è occupata da vicino del caso Regeni.

Quanto gli affari economici tra Italia ed Egitto possono aver influenzato sul caso Regeni?

Si tratta di un interscambio commerciale di circa 5 miliardi di euro, che continua a crescere e che ha condizionato le indagini, soprattutto durante il ritiro dell’ambasciatore, avvenuto tra l’aprile 2016 e l’agosto del 2017. Ma gli affari son proseguiti: la presenza di Eni nel giacimento petrolifero di Zohr, il più grande del Mediterraneo, è importante. Quindi si può immaginare come abbia condizionato tutta l’inchiesta.Per l’Eni l’Egitto è fondamentale e nessuno avrebbe il coraggio imporre uno stop a questi interessi che hanno un grande potere di condizionamento nella nostra politica estera.

Ad oggi cosa è stato ricostruito effettivamente dalle indagini?

Delle indagini non sappiamo ancora (e probabilmente non sapremo mai) dove è stato preso esattamente Giulio. Di sicuro è stato preso nel tragitto tra la sua casa, nel quartiere di Doqqi, e la fermata della metro di El Bohoos. Non c’è nessun modo di saperlo, e dovrebbero dircelo gli egiziani. L’unica chance erano le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso, che l’Egitto per anni ha tergiversato a consegnare agli inquirenti: dicevano che le registrazioni dovevano essere analizzate al Cairo, e che non potevano uscire dal Paese; poi che doveva essere una ditta russa, e poi una tedesca a visionarle perché erano state sovrascritte. Alla fine queste registrazioni sono state consegnate, ma in realtà ci sono dei buchi temporali enormi, quindi sono assolutamente inutili per capire dove Giulio sia stato preso. La cosa che sappiamo è che il suo cellulare si spegne quando entra nella metro di El Bohoos, però Giulio solitamente spegneva il telefono mentre era in metro, quindi non possiamo sapere se è stato preso in uscita dalla metro e non ha fatto in tempo a riaccenderlo.Abbiamo i cinque indagati, che sono quelli iscritti nel registro della procura di Roma: sono cinque membri della National Security, che sono i servizi segreti che fanno capo al Ministero degli Interni (in Egitto ci sono tre tipi di servizi segreti: uno è la National Security, poi ci sono i servizi militari e quelli generali). Questi indagati non si possono interrogare: ci sono tanti tentativi ma non abbiamo Corti di Cooperazione giudiziaria, quindi non si possono interrogare. Gli italiani possono anche provare ad assistere ma, purtroppo, in un Paese dove la polizia e le autorità non sono mai stati sottoposti a delle inchieste e a delle sanzioni vere per le torture per le violenze che perpetrano da anni, è chiaro che è impossibile che ci sia un interrogatorio vero da parte degli egiziani. Alcuni anni fa si parlò di questo faldone di duemila pagine, ma era un faldone che la procura del Cairo diede agli italiani. Era scritto a mano, con dei fogli protocollo insignificanti e con degli interrogatori dove gli agenti rispondevano “sì” o “no”. Non è neanche chiaro se tutti e cinque gli indagati siano stati interrogati.

La giornalista Laura Cappon: “L’Italia dovrebbe sostituire la real politik con la difesa dei diritti umani”

Cosa dovrebbe fare l’Italia in questo momento, deve ritirare l’ambasciatore?

Come dice la famiglia sì, ma in realtà deve cambiare la politica estera e sostituire la real politik con i diritti umani. Questa in realtà è una cosa più ampia che non ha a che fare solo con Giulio, ma ha a che fare con il ripensare il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e soprattutto ripensare a chi avere come partner. Nel caso dell’Egitto, noi abbiamo un partner militare che apprezziamo molto, perché è stabile, è laico e fa affari, soprattutto arriva dall’esercito, che gestisce il 40 per cento dell’economia egiziana ed è perfetto per interloquire. Poi. però, ci sono anche i diritti umani da considerare.L’Italia deve ripensare a questo: chi scegliere come interlocutore e che ruolo deve avere nel Mediterraneo. Questo vale sia per l’Egitto che per la Libia (in riferimento ai centri di detenzione). Per sanzionare l’Egitto, ormai è troppo tardi ma quando venne ritirato l’ambasciatore forse si sarebbe dovuti passare anche a delle misure più dure, con delle interruzioni del flusso economico, cosa che non è mai successa. Tra l’altro vediamo anche in questi giorni le indiscrezioni sulla vendita di due navi “Frem” da parte di Fincantieri. Gli affari si ripetono.

L’Italia riesce a tutelare i suoi cittadini all’estero? Se fosse stato un cittadino americano o inglese il governo egiziano si sarebbe comportato allo stesso modo?

Sul fatto della nazionalità non saprei, questo caso è molto imprevedibile. Michele Prestipino (procuratore di Roma) alla commissione parlamentare ha detto che era tutto premeditato, ma in realtà non si può sapere: il caso di Giulio è molto particolare. Ci fu una morte in carcere nel 2013 di un francese, ma la versione ufficiale è quella di una morte causata dalle percosse dei compagni di cella. La famiglia di questo ragazzo francese ancora chiede verità ma i rapporti tra Francia e Egitto ancora continuano, e i rapporti tra Macron e il presidente Al Sisi sono buoni. È una domanda a cui è difficile rispondere, perché non sappiamo da chi è partito l’ordine di uccidere Giulio, da quanto in alto fosse  e da quanto fosse stato ragionato l’impatto economico e di relazioni diplomatiche che ne sarebbe derivato. Sui depistaggi l’Egitto ha fatto quello che fa sempre anche con i suoi cittadini. Noi gliel’abbiamo permesso.Forse bisognerebbe rigirare la domanda: “Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna gliel’avrebbero permesso?”

Cosa ne pensano i tuoi colleghi del caso Regeni?

Dipende da quali colleghi, perché in realtà il caso è stato raccontato da alcuni giornalisti molto condizionati dalla vicinanza con la procura di Roma e/o con la politica. Un’intervista ad Al Sisi che che tenne banco per due giorni su Repubblica fu organizzata dalla politica italiana per calmare gli animi, per sistemare le cose. L’ha citata anche la madre di Giulio durante l’inchiesta parlamentare.È difficile dire cosa ne pensano i miei colleghi, perché all’inizio io credo che alcune valutazioni siano state fatte in un certo modo perché chi si è occupato di questo caso aveva un background di giudiziaria ma non di esteri, quindi non sapevano che cosa era ed è l’Egitto. In più vanno considerati i meccanismo della politica e i sistemi  “do ut des” della procura. Il meccanismo è: tu pubblichi  una cosa così mi aiuti, ma in cambio mi dai le informazioni prima degli altri. Non è un mistero che chi fa cronaca giudiziaria lavori così, e fondamentalmente questo meccanismo all’inizio è stato fallace. Al punto che è invalsa l’opinione che Giulio facesse la spia, o che lavorasse per Cambridge Analitica, confondendo il  think tank (centro di ricerca) di Oxford Analitica per il quale lavorava, confondendolo con lo scandalo Cambridge Analitica. Così come l’accanimento contro l’università di Cambridge, o contro gli amici di Giulio, entrambi assolutamente infondati. L’amico di Giulio che lo aspettava la sera in cui è scomparso è stato calunniato dai giornali, le sue foto prese da Facebook sono state rubate e sbattute sulle gallery dei giornali locali della città e della regione da cui arriva. Io sono molto arrabbiata con i miei colleghi, perché non hanno aiutato la risoluzione del caso, ed era chiaro fin da subito che fossero state le forze di sicurezza egiziane, perché nessuno tortura e ammazza così in Egitto, nessuno, se non loro. Il “se l’è andata a cercare” non è plausibile perché se si conoscesse appena quanto è violento il regime, la polizia in Egitto,le forze di sicurezza egiziane, nessuno avrebbe potuto pensare questo. Ci sono 60mila detenuti politici che non se la sono andata a cercare, e lui non faceva neanche attività politica: faceva ricerca. Sì, la faceva sui sindacati indipendenti che sono nati dopo la rivoluzione, e che certo sono di sinistra, ma tantissimi ricercatori hanno lavorato su queste tematiche, e nessuno è morto. Quindi il “se l’è andata a cercare” bisognava tenerselo per sé, invece di inventare delle cause e allontanare tutti dall’obiettivo, che era solo ed esclusivamente fare pressione sul governo egiziano. Sono loro i colpevoli.

Cosa hanno scritto i media egiziani?

I media egiziani sono quasi tutti controllati dal regime, fatta eccezione per alcune testate, come Mada Masr, che ha coperto il caso in maniera eccelsa perché ha un team investigativo di ottima qualità, che ha studiato in prestigiose scuole di giornalismo internazionale e che ha molto coraggio. Questo team ha portato alla luce molte cose. Dall’altra parte c’era e c’è una stampa di regime che all’inizio esponeva le versioni e i depistaggi del regime egiziano; tali versioni si trovano nero su bianco in commissione, e fondamentalmente i media hanno fatto da megafono al regime. Chiaramente con il ritorno dell’ambasciatore nel 2017 la cosa è finita lì e quindi la stampa egiziana oggi racconta che i rapporti tra Italia e Egitto sono sempre solidissimi. E questo è possibile anche perché diamo loro delle buone occasioni. Per esempio, durante l’inaugurazione  del giacimento di Zohr, il 31 gennaio del 2018, ero giù al Cairo e la radio trasmetteva solo ed esclusivamente report positivi sulle relazioni tra l’Egitto e l’Italia. Ricordiamoci che il 31 gennaio del 2018, tra l’altro il secondo anniversario della morte di Giulio (con i genitori che chiedevano la collaborazione giudiziaria) l’amministratore delegato di Eni De Scalzi tagliava il nastro (della collaborazione sul giacimento) e i media egiziani che erano felici di spargere la propaganda.

Qual è il clima attuale tra i ricercatori in Italia e in Egitto?

Il clima che si respira  tra i ricercatori è pesante. Lo dimostra l’accanimento verso la tutor di Giulio a Cambridge, Maha Abdel Rahman, ma anche verso l’amico di Giulio che lo aspettava, anche lui un professore che lo aiutava tantissimo nella ricerca. Per quanto riguarda ciò che è successo loro, ovvero perdere uno studente sul campo e farsi anche lo scrupolo di essere stati loro a dargli un contatto che lo avesse messo nei guai o comunque che gli avesse creato problemi è uno shock da cui è molto difficile rialzarsi. Sono due persone che infatti hanno avuto dei problemi a riemergere da questo trauma, un trauma enorme che i giornali hanno completamente ignorato, pensando bene, invece, di raccontare il loro dolore, dando loro delle colpe che non hanno. Il clima tra i ricercatori è pesante anche perché è difficile in questo momento recarsi in Egitto.Per me, ad esempio, è praticamente impossibile. Noi dicevamo sempre: “il passaporto italiano ci protegge”, perché è un passaporto occidentale, un passaporto Schengen, perché nessuno avrebbe mai toccato un occidentale. Invece non è più così, e soprattutto è doloroso per quei ricercatori che quel Paese lo amano veramente.

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