Sono agrodolci i dati del Rapporto Ismu 2018 su immigrati e istruzione italiana. Nell’anno scolastico 2016/2017 aumenta il numero di studenti stranieri (+11mila rispetto al 2015/2016, quando si è registrato il nuovo ingresso di soli 643 alunni non italiani), ma restano le difficoltà nel processo di apprendimento. Come spiega a magzine.it la professoressa Mariagrazia Santagati, responsabile del settore Educazione di Ismu, “il problema più grave per gli immigrati è il ritardo scolastico, che alle superiori raggiunge il 59%”, rispetto al 21% degli italiani. “Ciò comporta scarse performance e accresce il rischio di abbandono, che infatti è più alto tra gli stranieri”: proprio nelle scuole secondarie di secondo grado, gli immigrati che lasciano gli studi raggiungono l’11,6% a fronte del 3,8% degli italiani. Le motivazioni sono varie, e spesso indipendenti dal volere dei ragazzi: ad esempio, nel contesto milanese, “dai focus group realizzati con gli insegnanti sono subito emersi casi di giovani entrati in classe da poco che hanno abbandonato per problematiche familiari, di cui devono farsi carico, o economiche. Per gli immigrati è maggiore il rischio di abbandono scolastico, tra problemi familiari ed economiciQuesto vale per la zona di Milano, ma il fenomeno è confermato a livello nazionale dai dati Istat”. Nell’anno scolastico 2016/2017, il capoluogo lombardo ha registrato 38mila alunni stranieri (il 19,5% è originario delle Filippine), mentre Roma ha raggiunto i 41mila (con il 27,5% proveniente dalla Romania); a livello regionale, al primo posto resta la Lombardia (con 208mila studenti immigrati), seguita da Emilia-Romagna (98mila) e Veneto (92mila).

Msna, da emarginati a risorse – Va poi evidenziata la ricerca condotta da Fondazione Ismu sulla presenza dei minori stranieri non accompagnati (Msna) nelle Cpia, i Centri provinciali di istruzione per gli adulti. Nell’anno scolastico 2016/2017, i 19 Cpia della Lombardia avevano tra gli iscritti ottocento Msna, mentre nei dieci Cpia siciliani erano 4500. Sebbene partecipino a corsi di alfabetizzazione, Santagati spiega che tali immigrati, fragili tra i fragili, dovrebbero essere inseriti nelle scuole come un qualsiasi giovane italiano: infatti, pur essendoci buona volontà nell’aiutarli, il rischio è che nei Cpia “vengano segregati” e allontanati dai coetanei; non casualmente “esprimono spesso un desiderio di socialità”. La responsabile Educazione di Ismu sottolinea poi che questi minori vulnerabili rappresentano delle risorse soprattutto quando “vengono messi nelle condizioni di poter scegliere” se continuare a studiare o lavorare; inoltre, “pur essendo privati della lingua italiana”, hanno comunque “il vantaggio di conoscere un’altra lingua”, un elemento fondamentale “all’interno di una società come la nostra, fortemente europea e ad elevata mobilità”. Un altro aspetto positivo è rappresentato dai cosiddetti ‘studenti resilienti’, capaci di ottenere ottimi risultati scolastici nonostante il basso status socio-economico e lo svantaggio di trovarsi in un altro Paese: a livello percentuale, i resilienti tra gli alunni immigrati sono il 23,7%, mentre gli italiani si fermano al 27%.

Lavoro “sempre più multietnico” – Dopo la scuola, il Rapporto Ismu ha analizzato anche il mondo del lavoro, dove c’è forte crisi per tutti, sia italiani che stranieri. E così si viene a sapere che, al primo gennaio 2018, per i sei milioni e 108mila stranieri presenti in Italia (+2,5% in un anno), l’occupazione subisce una battuta d’arresto. Secondo i dati della Direzione generale dell’immigrazione del ministero del Lavoro, infatti, la popolazione immigrata con un impiego è cresciuta dello 0,9% nel gennaio-dicembre 2017, a fronte di una crescita media annua del 3,3% tra il 2013 e il 2016. Ma come sottolinea Ismu, si rafforza comunque “il profilo sempre più multietnico del mercato del lavoro italiano”: gli stranieri sono il 10,5% degli occupati, pari a quasi due milioni e 500mila su un totale di 23 milioni di lavoratori. Risultati significativi anche sul fronte disoccupazione, che segna un -7,1%, pari a 30mila immigrati in più aventi un impiego: ciò è dovuto alla “forte contrazione negli ingressi di migranti economici”.

Il lavoro immigrato è pagato meno ma favorisce il turnover e finanzia il sistema pensionistico Resta tuttavia il fenomeno dell’overqualification, dato che solo “un quarto degli stranieri con una laurea Stem”, ossia in discipline scientifico-tecnologiche, “svolge una professione coerente col proprio background formativo”. Il lavoro a bassa qualificazione, specie di natura operaia, è quindi non solo assai diffuso tra gli immigrati, ma anche collegato ai bassi salari, che sono mediamente inferiori a quelli italiani del 35%. Preoccupano poi i tassi di inattività delle donne meno istruite, soprattutto provenienti da Egitto (88,9%), Pakistan (86,7%), Bangladesh (80,2%), India (76,4%) e Tunisia (70,2%). In definitiva, i dati di Ismu mostrano una situazione in chiaroscuro: l’attuale “modello di integrazione ‘premia’ sostanzialmente l’iper-adattabilità e l’economicità del lavoro immigrato”, che tuttavia rimane “una risorsa strutturale” per il ricambio del personale (il turnover) e per “il finanziamento del sistema pensionistico”.

L’Islam non deve far paura – Il Rapporto Ismu su lavoro e scuola rivela dunque il carattere sempre più multietnico della società italiana, che peraltro dal punto di vista religioso sta sperimentando una maggiore diffusione di altre confessioni rispetto al cattolicesimo. Il pensiero va subito all’Islam, i cui fedeli in Italia – secondo le ultime stime – sono circa un milione e mezzo; inoltre, il 56% degli immigrati giunti nel Belpaese nel 2016 era musulmano. In ottica globale, nel 2050 – dice il Pew Research Center – “il cristianesimo verrà raggiunto dall’Islam per numero di fedeli, e nel 2070 ne sarà superato”. Ecco perché Ismu ritiene che serva una “trasformazione sociale, giuridica e istituzionale” che sia “rispettosa delle diversità etniche, culturali e religiose presenti all’interno delle nuove società che stanno nascendo”. Lo conferma al nostro sito il professor Antonio Cuciniello, arabista, islamologo e collaboratore della stessa Fondazione: «La presenza dei musulmani pone nuove questioni di cittadinanza. In pratica, si rimettono in discussione certezze ed equilibri che sembravano consolidati. Il pluralismo religioso legato ai flussi migratori è difatti sempre più visibile negli spazi pubblici. La sua gestione rappresenta una sfida, nella quale c’è sempre il pericolo di conflitto, ma l’unico modo per evitare forme di radicalismo è trattare in modo responsabile le altre fedi».

Ciò sembra più difficile dopo l’escalation del terrorismo internazionale di matrice islamista, da cui “si è sviluppata un’idea sbagliata: il fondamentalismo è fatto coincidere con l’Islam e viceversa”. Tale convinzione “rappresenta un ostacolo all’incontro e al dialogo con i cittadini di religione musulmana, con il rischio che vengano marginalizzati. Pertanto, una presenza sempre più significativa di comunità islamiche dovrebbe Le moschee, come gli altri luoghi di culto riconosciuti, sono “un segnale positivo di integrazione e sicurezza” corrispondere, in una naturale evoluzione, a una presenza sempre più ordinaria di moschee, anziché capannoni o garage opportunamente riadattati” per professare il proprio culto. Del resto, conclude Cuciniello, “i luoghi destinati alla preghiera, come alla socializzazione, sono un segnale positivo sia di integrazione che di sicurezza”, nel solco di “un imprescindibile legame fra libertà di fede e diritto di praticarla negli ambienti a ciò deputati”.