Il braccio di ferro, durato quasi due settimane, tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e i capitani delle due navi Ong ferme nel porto di Catania con a bordo centinaia di profughi si è risolto definitivamente nella sera di martedì 8 novembre. Al termine di lunghe trattative e ispezioni tutti i migranti sono potuti sbarcare, ma nelle giornate precedenti decine di queste persone, già estremamente provate per la lunga traversata effettuata via mare in condizioni non semplici, sono rimaste vittime di uno stallo che ha attirato l’attenzione dell’Europa intera.

Ma cosa è cambiato nelle ultime settimane, dopo diversi mesi durante i quali le navi Ong non hanno avuto mai reali problemi nell’ottenere il consenso per sbarcare nei porti italiani? «Il nuovo decreto, firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha cambiato le regole del “gioco” se possiamo definire in questi termini una simile tragedia umanitaria», spiega Mimmo Trovato, caposervizio aggiunto dell’Ansa, che ha seguito direttamente sul campo l’evoluzione dei fatti legati alla Humanity 1 (Sos Humanity) e alla Geo Barents (MSF), le due imbarcazioni ferme nel porto di Catania. E continua: «In ogni caso, questo decreto contro le Ong è stato subito applicato. Oltre a donne incinte e minori, inizialmente sono potuti scendere solo gli adulti ritenuti fragili e malati al termine di un’ispezione medica».

Come sosteneva nei giorni più concitati Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni MSF: «Stiamo cercando di dare le migliori cure possibili con le limitazioni che abbiamo. Queste limitazioni hanno fatto sì che le infezioni cutanee e respiratorie e, tra l’altro, l’aumento della sofferenza dovuta non solo alla mancanza di spazio, ma anche al prolungamento dei tempi in mare, aumentassero il livello della loro sofferenza».

Ma nelle navi non c’erano solo uomini adulti. Candida Lobes, responsabile della comunicazione di Medici Senza Frontiere, era sulla nave umanitaria Geo Barents e ha raccontato durante tutta la permanenza in mare le condizioni dei 572 migranti salvati. La più giovane era una bambina di 11 mesi. Assieme a lei, molti altri naufraghi erano minori. Poco meno della metà delle persone a bordo erano donne, di cui tre incinte.

Sono ben 249 le persone visitate da un’equipe dell’Usmaf (Ufficio di sanità marittima, affiliato al Ministero della salute), che si sono viste negare la possibilità di sbarcare. Il governo successivamente ha imposto ai capitani delle due navi di lasciare il porto siciliano nel più breve tempo possibile, ricevendo come risposta un deciso rifiuto. Continua Trovato: «Dal 6 novembre la tensione si è alzata notevolmente. Il termine “carico residuale” utilizzato dal governo per riferirsi ai migranti respinti ha suscitato molte proteste e alcuni profughi hanno cercato di abbandonare la nave tuffandosi in mare». Help us”, gridano i migranti dalla nave mentre aspettano di scendere. La stessa scritta l’hanno disegnata su dei pezzi di cartone, che sventolano verso il porto mentre scandiscono il coro e battono a ritmo le mani. Altri cartelli recitano “We are suffering”, stiamo soffrendo.

Dopo le numerose polemiche, il giorno successivo, un’altra squadra dell’Usmaf coadiuvata da alcuni psichiatri e psicologi dell’Asp (Aziende Sanitarie Provinciali) ha proceduto a un nuovo triage medico: «I dottori hanno stabilito che coloro che erano rimasti sulle navi dovevano essere considerati fragili sotto l’aspetto psicologico, a causa delle cattive condizioni di vita presenti sulle imbarcazioni sia per una questione di spazi, sia sotto il profilo sanitario», racconta ancora Trovato. L’esecutivo è stato quindi costretto a cedere e nel giro di poche ore tutti hanno avuto la possibilità di scendere a terra.

A questo punto, però, è sorto il problema di dove collocare le persone, in balia degli eventi da diversi giorni. Spiega il giornalista dell’Ansa: «Dopo una notte passata in un centro sportivo, adiacente allo Stadio Massimino di Catania, i migranti sono stati trasferiti a bordo di alcuni pullman in strutture consone tra Campania e Veneto. Chi si è occupato del ricollocamento ha cercato, con grande umanità, di mantenere uniti i nuclei familiari e i gruppi legati da rapporti di amicizia». All’interno dell’emergenza generale si è aggiunta poi quella specifica di come gestire tutti i minori non accompagnati: la Procura dei Minori, con l’aiuto dei servizi sociali, ha però trovato in breve tempo delle sistemazioni adeguate. Tra le tante storie difficili di questi bambini coinvolti in qualcosa di più grande di loro, c’è quella di Sama (nata in Togo e arrivata dalla Libia coi genitori), la già citata piccola di soli 11 mesi nata col labbro leporino e con conseguenti difficoltà nella deglutizione. Molte Ong italiane si sono subito mobilitate per garantire alla piccola un’operazione chirurgica nel breve periodo e per trovare un alloggio efficace alla famiglia.

Tra ideologie politiche e reali difficoltà nel sistema di accoglienza, a rimetterci anche in questo caso, come spesso accade, sono stati degli esseri umani già privati di tutto o quasi nella loro vita. La battaglia del governo italiano contro le Ong e l’Unione Europea è appena iniziata, ma ci sono dei numeri che fanno capire come queste associazioni non siano il problema principale dell’intera questione: nel 2022 sono sbarcate in Italia oltre 90.297 migranti. Ma come specifica Mimmo Trovato: «Solo 10.980 di questi sono stati portati da navi Ong». Poco meno del 12 percento del totale delle persone arrivate sul territorio italiano dallo scorso gennaio.

(Alessandro Stella e Andrea Miniutti)

 

Tutte le difficoltà dell’accoglienza

«A Catania la società civile si è attivata fin da subito, soprattutto la Rete antirazzista catanese. Poi c’è da dire che in Sicilia il fenomeno dell’immigrazione è una cosa talmente nota che ormai è diventato la normalità. A Trapani, ad esempio, i tunisini e la gente del posto sono ormai un tutt’uno». A parlare è l’attivista e traduttrice Cristina Bocchi, da anni in prima linea quando si tratta di sbarchi e di migranti. A seguire l’approdo della Humanity 1 e poi della Geo Barents, in Sicilia, c’era pure lei. «Il fatto è che queste imbarcazioni non sono equipaggiate: servono solo per operazioni di salvataggio e invece le persone sono state costrette a viverci, in condizioni pessime, per 17 giorni», ha detto la donna. E poi ha aggiunto: «L’effetto psicologico è stato devastante e due siriani, in un gesto disperato, si sono anche buttati in mare. Per non parlare della mamma che è stata costretta a partorire lì dentro».

«I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».                                                                                                Una situazione “al limite” secondo l’attivista, con imbarcazioni che arrivano in Sicilia ogni giorno senza sosta e lo Stato che appare sempre più assente. «Gli sbarchi continuano, ma anche i quotidiani come il Giornale di Sicilia non danno mai grande eco a questo tipo di eventi», dice. «I centri di accoglienza stanno diventando sempre più saturi, le associazioni molto spesso sembrano speculare con il denaro raccolto e il nuovo governo Meloni rende le procedure, già fin troppo lunghe, sempre più frammentate e questo porta ad un rischio di violazioni ancora più grande».

E proprio sulle violazioni si sofferma Cristina Bocchi, ammettendo che anche questa volta sono state tante. In primis la mancata tutela dei diritti dei minori non accompagnati, un fatto che si verifica spesso e che spinge questi ragazzi nei giri della prostituzione e della criminalità organizzata. Ma ad essere violate con frequenza sono anche le normative che regolano il trattato d’asilo e il diritto alla salute, con donne in gravidanza e persone gravemente disabili che restano intrappolate anche per settimane sopra le barche. Un altro aspetto sottovalutato è poi la mancanza di interpreti e traduttori almeno di inglese, arabo e francese. Secondo la Bocchi, subito dopo lo sbarco dalla Geo Barents, i migranti sono stati obbligati a “firmare carte e documenti di cui non conoscevano neanche il contenuto”. Ma il problema delle violazioni non vive solo in Italia. «Oggi ci sono poche tutele ovunque. In Spagna adesso c’è il problema dei minori marocchini non accompagnati. In Svezia stanno portando via i bambini dalle famiglie dei siriani. E potrei continuare con altri mille esempi», afferma la donna.

Secondo chi opera sul campo, in prima linea, l’immigrazione è un fenomeno che esiste da sempre e che potrà essere gestito in modo appropriato soltanto quando verrà considerato non più un’emergenza, bensì un fatto umano normale. «Non è vero che Grecia, Spagna e Italia (dove avvengono gli sbarchi) sono abbandonate a loro stesse: ogni anno ricevono dalla comunità europea tantissimi soldi che basterebbe investire per infrastrutture apposite, sanità e un’istruzione mirata all’integrazione dei ragazzi» conclude l’attivista. E le sue ultime parole fanno da monito: «In Italia i migranti, soprattutto i più colti e istruiti, non hanno opportunità. Ecco perché le menti migliori se ne vanno all’estero e qui resta solo una cosa: la delinquenza».

(Aurora Ricciarelli)

 

L’aspetto legale: il decreto Piantedosi vs il regolamento di Dublino

La questione è stata fino a qui inquadrata sotto il profilo umano ma intrecciato ad esso c’è la parte legale e politica. Cerchiamo quindi di fare luce su questo aspetto, fondamentale per comprendere al meglio l’intera dinamica.

“Sbarchi selettivi” e “carichi residuali”. Queste due brevi espressioni, un sostantivo e un aggettivo, sono sufficienti ad esprimere il fulcro del nuovo decreto varato dal neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi in ambito migratorio. La misura è stata introdotta lo scorso 4 novembre, a seguito delle vicende che hanno visto coinvolte le navi umanitarie Geo Barents di Medici Senza Frontiere e la tedesca Humanity 1, dell’ong SOS-Humanity. Le due imbarcazioni sono entrate in acque territoriali italiane al largo di Catania con a bordo rispettivamente 572 e 179 persone. Di queste, però, soltanto 357 e 144 hanno potuto scendere a terra, dopo l’approdo nel porto catanese. Gli altri sono rimasti a bordo. A stabilirlo è appunto il testo del decreto interministeriale sopra menzionato che, siglato “di concerto” dai ministri dell’Interno Piantedosi, della Difesa Guido Crosetto e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sancisce il divieto alle due navi umanitarie di “sostare nelle acque territoriali nazionali oltre il termine necessario ad assicurare le operazioni di soccorso e assistenza nei confronti delle persone che versino in condizioni emergenziali e in precarie condizioni di salute segnalate dalle competenti Autorità nazionali”. Tradotto: le navi possono entrare in porto, viene compiuta un’ispezione delle forze dell’ordine e una selezione tra i passeggeri, in base alla quale soltanto donne, bambini e persone ritenute fragili possono sbarcare. Tutti gli altri, ovvero i “carichi residuali” cui il decreto riconosce “l’assistenza occorrente per l’uscita dalle acque territoriali”, restano a bordo e abbandonano le acque italiane. Il ministro Piantedosi in conferenza stampa si esprime per similitudini: secondo lui le navi andrebbero paragonate a delle isole dello stato di cui battono bandiera. Di conseguenza spetterebbe al governo di quest’ultimo prendersi carico della richiesta d’asilo. La poetica spiegazione del capo dicastero viene poi corroborata con riferimenti giuridici. Nello specifico, l’appoggio è cercato nell’articolo 1 comma 2 del decreto-legge 130/2020, il cui testo convertito in legge prevede che “il ministro dell’interno può limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale […] per motivi di ordine e sicurezza pubblica”.

La parzialità di sbarchi così impostati si è tuttavia procurata la qualifica di “incostituzionale” da più parti. In primis quella di Medici Senza Frontiere che, citando le Linee Guida sul Trattamento delle Persone Soccorse in Mare, ha subito ribadito come, competenza del governo responsabile, sarebbe piuttosto quella di limitare al minor tempo possibile la permanenza a bordo dei migranti. «Il nuovo decreto sulle navi Ong è contrario alla legge del mare e alla Costituzione. Le nostre leggi vietano di discriminare in base al sesso, all’età o a un’infermità in atto» – ha commentato il giurista Giovanni Maria Flick in un’intervista rilasciata a Repubblica – «La vita è sacra e le convenzioni internazionali impongono il diritto-dovere di portare la nave in un porto sicuro; non certo di discriminare tra un migrante e l’altro».

Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”. Parlare di “convenzioni” richiama subito la dimensione europea con cui i singoli stati membri condividono la competenza sulle tematiche migratorie, che coinvolgono le sfere della libertà, sicurezza e giustizia. «Per quanto riguarda il diritto europeo, il più importante atto legislativo nel merito è il cosiddetto Regolamento di Dublino, approvato nel 2003, che cerca di implementare l’idea per cui la competenza di esaminare la domanda di asilo debba ricadere sullo Stato che abbia svolto un ruolo più significativo in relazione all’ingresso del richiedente», spiega Enrico Zonta di Understanding Europe. Nello stabilire quale sia questo ruolo influiscono tre parametri: l’accessibilità al ricongiungimento familiare, l’elargizione di un titolo di soggiorno valido oppure, in mancanza dei primi due, il criterio del “primo ingresso illegale”. Quest’ultimo, che riconosce la competenza allo stato la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente, è nella pratica quello più seguito.  «L’Unione Europea ha attuato misure per aiutare i Paesi di primo approdo, come il meccanismo di ricollocamento volontario, che prevede che altri Stati membri in modo volontario accolgano richiedenti asilo da Paesi di primo approdo, o il fondo di asilo migrazioni integrazione, che predispone fondi per la gestione integrazione dei richiedenti asilo» – prosegue Zonta – «In questo scenario si colloca “Frontex”, l’agenzia europea che monitora le frontiere esterne dell’UE e gestisce i pericoli per la loro sicurezza. Entro il 2024 verrà introdotto un corpo di 10mila guardie di frontiere aggiuntive, il cui ruolo principale è quello di assistenza e supervisione sul rispetto dei diritti fondamentali».

Ma proprio in queste ore, dopo le tensioni tra i governi di Italia e Francia scaturite dalle vicende che ruotano intorno a una terza nave Ong, la Ocean Viking, il governo Meloni sta pensando a nuove norme per regolamentare le pratiche di salvataggio in mare e soprattutto quelle per l’approdo nei porti italiani. Per entrare in acque italiane le Ong dovranno dimostrare che il loro intervento si basa su reali situazioni di pericolo per i migranti aiutati. E in ogni caso, subito dopo il soccorso sarà necessario avvisare le autorità del paese più vicino. Chi non rispetterà queste regole andrà in contro a pesanti sanzioni amministrative oltre che al sequestro delle proprie imbarcazioni coinvolte.

 (Ludovica Rossi)

 

Il caso “Ocean Viking” e le tensioni sull’asse Italia-Francia

Ma vediamo ora più nello specifico i motivi che hanno portato due stati come Francia e Italia, solitamente molto collaborativi tra loro, a scambiarsi pesanti accuse reciproche e a giocare sulla pelle di centinaia di vite umane rimbalzandosi la responsabilità.

Si può dire che se il destino dei migranti a bordo della Humanity 1 e della Geo Barents è stato quello di trovare rifugio in Italia, quello dei 234 naufraghi in viaggio sulla Ocean Viking ha avuto un nome diverso e si chiama Francia. La nave dell’Ong “SOS Mediterranée” respinta dal governo italiano è riuscita ad attraccare nel porto sicuro di Tolone dopo una scia di polemiche politiche tra Roma e Parigi. Un’eccezione da parte del governo francese che ha accettato a fatica la “scelta incomprensibile” del governo italiano rifiutatosi di rispondere alle molteplici richieste di solidarietà.

«Il fatto che la Francia abbia aperto le sue porte alla Ocean Viking, non vuol dire che sia stata più generosa dell’Italia» spiega Laura Zanfrini, docente di Sociologia delle migrazioni e della convivenza interetnica, all’Università Cattolica di Milano. «Stando alle cifre degli ultimi anni, è vero che paesi come Germania e la stessa Francia, hanno registrato un numero maggiore di rifugiati titolari di alta protezione umanitaria rispetto al nostro Paese. Ma è pur vero che il numero degli sbarchi non può essere equiparato al numero dei richiedenti asilo». E aggiunge: «È la prima volta che la Francia si trova ad accogliere uno sbarco là dove l’Italia, da tanti anni, è sottoposta a questa pressione che, anche per le modalità con cui si manifestano questi flussi, impattano molto sull’opinione pubblica. Ma ciò non toglie che impedire lo sbarco ad una nave rappresenta un comportamento al limite, in quanto il diritto d’asilo è un diritto che va riconosciuto individualmente».

Dunque, per contrastare il fenomeno, ora come ora, «Sarebbero necessari sforzi politici e progettuali provenienti da tutto il mondo. Ci vuole un cambio di marcia, perché ce lo impone proprio il rispetto delle vite umane». Una possibile soluzione, secondo la Professoressa Zanfrini, sarebbe quella di «Gestire le domande a livello europeo, dopodiché una volta ricevuto il riconoscimento del diritto alla protezione, permettere a queste persone di muoversi liberamente all’interno dell’Unione europea, così come avviene per altri cittadini. Entrare in una logica di suddivisione di una responsabilità storica, perché il diritto d’asilo lo abbiamo inventato noi e dovremmo essere fieri del fatto che ci sia tutta una parte del mondo che ci guarda e ci apprezza per le opportunità economiche, per la nostra libertà e democrazia».

Dopo aver accolto la Ocean Viking, il ministro degli Interni, Gérald Darmanin, ha adottato una linea dura contro il governo italiano, sospendendo di fatto l’accordo stipulato pochi mesi fa che prevede l’accoglienza di circa 3.500 rifugiati attualmente in Italia. Le tensioni tra i due paesi si ripercuotono alle frontiere del Nord, in particolar modo tra la città di Ventimiglia e Mentone. Cinquecento uomini della gendarmerie pattugliano i passi di Ventimiglia, rotta chiave dei migranti verso la Francia. «Ma la questione dei controlli – fa sapere Alessandra Zunino, referente del progetto di accoglienza “Ventimiglia CONfine solidale” della Caritas – non è un problema nuovo. I poliziotti controllano le frontiere sistematicamente dal 2016, salendo su tutti i treni che arrivano nella prima stazione francese dall’Italia. Attualmente vengono respinte 80-100 persone al giorno». Numeri che però lasciano fuori coloro i quali cercano di attraversare il confine in altri punti di passaggio: attraverso le montagne, in autostrada o accettando passaggi clandestini da passeur. «Sono 150-250 i migranti che arrivano in città e non hanno un posto dove stare. Il 98% di essi sono uomini soli, provenienti principalmente dal Sudan, Eritrea ed Etiopia. Solo il 2% sono donne o nuclei familiari di origine curda irachena, curda iraniana, afgana, siriana o libica». Un flusso migratorio completamente diverso da quello avvenuto nel biennio 2016/2017, quando il numero di migranti in cerca di rifugio arrivava fino a 600. «Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso.                                                                                                                                                                                   «Qualche notte fa, ho ricevuto una telefonata nella quale mi veniva detto che in strada c’era un gruppo di circa 28 persone di cui 20 erano bambini – racconta Zunino – erano buttati sul marciapiede senza nulla, solo con i vestiti addosso. Insieme con una mia collega, siamo corse sul posto per recuperare quelle persone in difficoltà.  Una parte del gruppo siamo riuscite a sistemarlo nella nostra casa di accoglienza, gli altri, invece, sono stati ospitati in una parrocchia. Il giorno seguente si sono sottoposti alle visite mediche offerte dalla Caritas, si sono rifocillati e poi dopo qualche ora sono andati via. Di solito alcuni passano a salutare prima di partire, altri non li rivediamo più».

(Melissa Scotto di Mase)