Tutti concordano sulla loro importanza, ma guardando ai numeri è probabile che le elezioni del Parlamento europeo del 26 maggio saranno le meno partecipate di sempre. È ciò che si ricava leggendo il trend dell’affluenza dal 1979 (anno in cui si tennero le prime elezioni comunitarie) al 2014 (anno dell’ultima consultazione). In questo arco di tempo i cittadini dell’Unione hanno votato 8 volte – una ogni 5 anni – per eleggere i propri rappresentanti a Bruxelles, ogni volta con un’affluenza minore della precedente. Nel 1979 il 62% degli elettori degli allora 9 Stati membri votarono il primo Europarlamento. Nel 2014 erano il 42,6%, con l’Ue nel frattempo cresciuta fino a includere 28 Paesi. Osservando i numeri, il momento di maggiore crisi si colloca tra le elezioni del 1994 e quelle del 1999, quando l’affluenza calò di oltre 7 punti (dal 56,6% al 49,5%) nonostante l’inclusione, nel 1995, di tre Stati a forte cultura democratica come Austria, Svezia e Finlandia.

Lo scarto tra l’affluenza al voto nazionale e a quello europeo, in Italia, è arrivato a sfiorare i 20 punti percentualiL’Italia è ancora uno dei Paesi con la percentuale più alta di votanti, ma è anche, tra i 9 Stati che parteciparono alle prime elezioni europee, quello che ha subito il calo più drastico. Nel 1979 l’85,6% degli italiani andarono alle urne, nel 2014 solo il 57,2%. Un crollo percentuale ma anche un consistente calo in numeri assoluti: 36 milioni di votanti nel 1979 contro i 29 milioni del 2014 , con il corpo elettorale, però, cresciuto nel frattempo da 42 a 50 milioni di persone. È importante notare, poi, che in Italia l’affluenza alle elezioni europee è sempre stata molto più bassa rispetto a quella delle politiche. E anziché diminuire – magari grazie l’aumento delle competenze e della riconoscibilità dell’istituzione europea – la forbice è andata ampliandosi nel corso del tempo.  Nel 1979 le europee si tennero appena una settimana dopo le elezioni di Camera e Senato, ma la partecipazione fu più bassa di 5 punti (85,6% contro 90,7%). Nel 1984 la distanza crebbe a 6 punti, nel 1989 a 7, nel 1994 a 13, nel 2009 a 15 (sempre prendendo come riferimento le elezioni politiche più vicine al voto europeo). Nel maggio 2014 per le ultime elezioni dell’Europarlamento votò il 57,22% degli italiani, mentre poco più di un anno prima, alle politiche del febbraio 2013, l’affluenza era stata del 75,20%. Lo scarto tra l’affluenza al voto nazionale e a quello europeo è arrivato a sfiorare i 20 punti percentuali. Si può quindi immaginare che, avendo votato per il rinnovo del Parlamento lo scorso 4 marzo del 2018 il 72,9% degli aventi diritto (il dato più basso di sempre) l’affluenza alle elezioni europee possa aggirarsi appena sopra il 50%. Certamente, scendere per la prima volta al di sotto di questa soglia avrebbe un effetto psicologico notevole.

E gli altri Paesi? L’Olanda, che ha votato giovedì 23 maggio, per ora ha fatto segnare un lieve aumento della partecipazione rispetto a cinque anni fa (41,2% contro 37,3%). Ma la disaffezione alle urne è comune in quasi tutti e 28 gli Stati membri. Caso più clamoroso è quello del Portogallo, dove l’affluenza è crollata dal 72,4% del 1987 (anno delle prime elezioni “speciali” per il Paese appena entrato nella Comunità) al 33,6% del 2014. Nemmeno gli elettori dei Paesi più recentemente inclusi nell’Ue sembrano affezionati alla possibilità di mandare i propri rappresentanti a Bruxelles. In Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia e Croazia l’affluenza alle elezioni europee non ha mai superato il 30%. Maglia nera la Slovacchia, dove nel 2014 ha votato per l’Europarlamento appena il 13,1% degli aventi diritto (ma anche nel 2004 e nel 2009 i numeri erano stati molto simili). Gli elettori più affezionati alle sorti dell’Unione invece sono i belgi, il 90% dei quali si reca regolarmente alle urne (ma anche lì, i numeri sono in leggero calo) e i lussemburghesi, che si assestano tra l’85% e il 91% a seconda della tornata. L’importanza di queste elezioni sarà sufficiente a far riaffezionare gli europei al proprio diritto al voto?

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