Una segnaletica gialla taglia in diagonale l’asfalto grigio. Su di essa una sagoma, un’ombra. «Io mi sento così. Io sono così» dice Meg, o forse era Jo, oppure Beth, magari Amy, Hannah, Daisy o Sallie. Nomi di fantasia per raccontare storie vere, ripresi da Piccole donne perché come le protagoniste del romanzo di Louisa May Alcott anche le autrici delle fotografie – in esposizione al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano sino al 25 Ottobre – mostrano coraggio e forza nella loro vita, “Per le strade mercenarie del sesso”.

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Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso

Arrivato alla sesta edizione, il progetto di fotografia sociale dell’associazione di volontariato milanese Ri-Scatti Onlus, promosso dal Comune di Milano con il sostegno di Tod’s, dopo essersi rivolto ai senza fissa dimora, ai migranti, agli adolescenti malati di cancro, ai giovani colpiti dal terremoto di Amatrice e alle vittime di bullismo, quest’anno volge lo sguardo verso la realtà scomoda della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.  «Era da un paio d’anni che io e Diego Sileo (curatore della mostra e conservatore del PAC n.d.r.) pensavamo a un progetto su questo tema» racconta Federica Balestrieri, fondatrice e presidente di Ri-scatti. «È stato molto impegnativo realizzarlo. Soprattutto per la difficoltà di avvicinarsi a queste donne e di vincere la loro paura e diffidenza. In questo ci ha aiutato Lule Onlus, associazione attiva da più di venti anni nell’aiuto delle vittime di tratta. Grazie agli operatori del progetto Traffic Light siamo andati sulla strada, di notte, e abbiamo parlato con le nigeriane, le rumene, le peruviane, per convincerle proprio del fatto che questo progetto sarebbe stato bello anche per loro».

«Queste ragazze hanno veramente donato qualcosa a tutti noi» 

Dopo un breve workshop di fotografia tenuto da Amedeo Novelli, Federico Bernini e Marcello Fauci, fotoreporter dell’agenzia Visual Crew, le sette ragazze che hanno risposto positivamente all’iniziativa e, armate di cellulare, hanno documentato la loro quotidianità. Al di là degli ottanta scatti in mostra, «queste ragazze hanno veramente donato qualcosa a tutti noi» afferma Novelli. «Hanno trovato la forza, l’energia e la voglia di raccontarsi anche se lo facevano a rischio della loro incolumità fisica, allontanandosi dal luogo di lavoro per seguire il corso di fotografia. Andavamo a prenderle con delle macchine diverse, come se fossimo dei loro clienti, le portavamo in un camper allestito in un posto più sicuro e poi le riportavamo indietro».  La conquista della loro fiducia è stata lenta e graduale – «Durante le prime settimane le ragazze non producevano le foto che ora sono in mostra. Stavano ancora misurando la nostra credibilità, quanto potessero aprirsi con noi» – ma elemento imprescindibile per avere la possibilità di «vedere in soggettiva un lato che difficilmente può venire fuori, in grado di andare oltre al cliché del marciapiede».

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Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso

 «Parlando con queste ragazze ti rendi conto che sono proprio donne come noi. Quando sono fuori dalla strada ti raccontano di cosa cucinano, della giornata dei loro figli…»

Alle immagini di segnali stradali e dei preservativi in terra, si sovrappongono quelle più intime della realtà privata ed umana: come una piacevole serata al cinema, le parrucche simbolo del lavoro dei propri sogni ed ancora la meticolosa e lunga preparazione di un pasto consumato poi in solitudine. «Da donna mi sono sentita molto coinvolta» ammette la Balestrieri. «Parlando con queste ragazze ti rendi conto che sono proprio donne come noi. Quando sono fuori dalla strada e riescono, come nel caso del corso fotografico, a ritagliarsi un’oasi di normalità, ti raccontano di cosa cucinano, della giornata dei loro figli, che vivono a distanza e che vedono magari soltanto tramite videochiamate. Mi ha colpito il modo in cui riescano a staccare un po’ la spina da quella che poi è la maggior parte della loro giornata, fatta di violenze e di una schiavitù». «In progetti come questi – continua Diego Sileo – bisogna calarsi nella loro realtà e conoscerla. Non è sufficiente limitarsi semplicemente a selezionare le foto e a pensare all’aspetto di curatela tradizionale. Non abbiamo a che fare con artisti che raccontano la loro visione ma con persone che ti raccontano la loro vita». Unica licenza poetica ammessa è quella della scelta del titolo della mostra, tratto dall’incipit della canzone Un’estate al mare, scritta da Franco Battiato per Giuni Russo: «La canzone racconta la storia di una donna che sogna di andare un’estate al mare con le amiche. Lei che non può lasciare la strada, che non può permettersi una vacanza. Il verso mi sembrava perfetto per poter raccontare le storie di queste ragazze che non sognano nulla di straordinario, solamente la possibilità di avere un lavoro normale, di ricongiungersi con la propria famiglia, di allontanarsi dalla strada».

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Ri-scatti. Per le strade mercenarie del sesso

«Occorre essere consapevoli che la prostituzione coatta non ha nulla a che fare con la libertà sessuale, ma con la violenza, con la prevaricazione, con lo sfruttamento»

Quello della prostituzione è un mondo scomodo di cui si conosce l’esistenza ma di cui si ignora le fattezze. «Pensiamo di sapere tutto ma non sappiamo niente. La realtà è ben altra e è difficile da accettare» dice Novelli. «Nessuno qui ha la presunzione di cambiare il destino di queste ragazze – afferma Sileo – perché non è il nostro lavoro. Il nostro compito è far conoscere. Occorre essere consapevoli che la prostituzione coatta non ha nulla a che fare con la libertà sessuale, ma con la violenza, con la prevaricazione, con lo sfruttamento. Sono convito che chi “usa” queste donne per soddisfare determinati istinti può essere paragonato a un vero e proprio stupratore perché conosce benissimo il sistema e chi lo governa». L’obiettivo della mostra, tuttavia, non si ferma alla mera denuncia ma assume connotati reali per mezzo di una raccolta fondi che, tramite la vendita delle fotografie e del catalogo, verrà devoluta interamente a Lule Onlus, per l’avvio di nuovi progetti a sostegno delle vittime di tratta.

«Questi progetti – sottolinea la Balestrieri – sin dal primo, sono stati possibili anche grazie all’aiuto di Diego Della Valle e di Tod’s. Non è scontato per un brand del lusso accettare di mettere il proprio nome su una mostra così forte e a tratti violenta. Che racconta di una realtà che non ha nulla a che fare con il bello, ma che è scomoda e che non si vuole vedere». «Voglio ricordare – conclude – che un italiano su tre è cliente di prostitute. Gli scatti sono stati realizzati alle porte di Milano, nella nostra città. Non dimentichiamolo. Le prostitute si mettono in periferia, nelle zone industriali, perché magari danno fastidio al “decoro”. Questa realtà violenta la spostiamo, un po’ come si mette la polvere sotto al tappeto. Ma esiste sempre e ciò dovrebbe scuotere le coscienze. E anche questo è il senso della mostra».