Se raccontare la guerra è complesso, descrivere quanto sta accadendo in Libia lo è ancora di più. Molti sono gli attori. Da un lato gli uomini forti al comando, Fayez al-Serraj e Kahlifa Haftar, e i loro sponsor regionali e internazionali. Dall’altro le organizzazioni umanitarie, che agiscono in tutela dei diritti umani. Tra queste c’è la Federazione Internazionale Terres Des Hommes, rete composta da undici organizzazioni nazionali impegnate nella difesa dei diritti dei bambini e nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere.Bruno Neri, responsabile dei progetti di Terres des Hommes in Libia, spiega in cosa consiste agire sul campo per rispondere ai bisogni delle popolazioni più vulnerabili, spesso in stato di detenzione.

Il vostro progetto in Libia ha come obiettivo quello di migliorare e rafforzare i livelli di protezione e assistenza psicologica di migranti rifugiati nei centri di Qasr bin Ghasheer e Tajoura, e nel campo 1 per sfollati interni di Alfallah. In cosa consiste la vostra attività?

Abbiamo iniziato con il supporto dei fondi della Cooperazione Italiana nel 2018. Due i nostri scopi: intervenire sui centri di detenzione governativi e supportare le comunità di sfollati. Tra queste, abbiamo rivolto particolare attenzione a quella di Tawergha, discriminata poiché accusata di avere appoggiato Gheddafi. Nell’aprile 2019 poi è scoppiato il conflitto.I migranti erano in una situazione di pericolo; noi ci siamo battuti affinché alcuni centri che erano nella zona (Ben Qasr bin Ghashir e Tajiura) venissero chiusi e i migranti spostati. Sfortunatamente le nostre richieste non state ascoltate, i centri sono stati bombardati e molti sono stati i feriti e i morti.Nello stesso periodo abbiamo portato avanti un progetto di piccole dimensioni in collaborazione con l’ospedale Gaslini di Genova e i corridoi umanitari di Mediterranean Hope, rivolto a una decina di bambini libici che avevano bisogno di urgente assistenza medica. È ora in corso un altro progetto che coinvolge le scuole attorno a Tripoli, volto alla formazione e al supporto pedagogico agli insegnanti.

Qual è la situazione in Libia?

In Libia esiste un forum delle ong internazionali che lavora in coordinamento con le agenzie Onu e che opera un dialogo continuo con il ministero degli interni Libico. Lì esiste, come in Italia, una legislazione per l’immigrazione illegale.Il problema dei centri di detenzione è prima di tutto di tipo giuridico, cioè l’assenza di un giusto processo con cui un giudice decida della detenzione, dell’espulsione o del trasferimento in altro centro. In Libia la maggiore punizione è per chi tenta di uscire dal Paese.Il migrante che tenta di venire in Italia o in Europa con il barcone e viene fermato dalla guardia costiera diviene non solo detenuto, ma non ha alcuna forma di garanzia giuridica. Tutto ciò è contro tutti le leggi e diritti umanitari.

In questo momento cosa servirebbe per migliorare la situazione libica? Cosa dovrebbe cambiare?

Innanzitutto la questione politica, poiché il conflitto in atto non dà nessuna garanzia di stabilità. Né il governo riconosciuto di Al-Serraj, né il governo di Haftar hanno una legittimità politica. Prima della crisi del 2011 in Libia, con Gheddafi, c’erano un milione di migranti lavoratori. La Libia avrebbe dunque una buona capacità di assorbimento di persone e proprio la prospettiva lavorativa ha portato tantissimi immigrati nel Paese, che ha inoltre enormi risorse petrolifere. Se c’è una stabilità politica, se il mercato del lavoro funziona e se ci sono condizioni di legalità ne deriva che la Libia non necessiterebbe di aiuti internazionali. Ci sono in questo momento oltre 300mila sfollati libici a causa del conflitto che è iniziato ad aprile e che vivono in condizioni disperate, in totale miseria. Da ormai otto-nove anni non c’è un governo che investe in infrastrutture e il sistema sanitario è al collasso, anche nella zona di Bengasi.Il nodo di fondo è dunque la stabilità del Paese, un obiettivo che deve essere supportato da un processo di pace.

Tra le modifiche al Memorandum si richiede di “procedere al rilascio di donne, bambini e di altri individui vulnerabili dai centri”. Alcuni tuttavia hanno criticato questa dicitura, facendo notare che non venga chiesto espressamente un rilascio immediato.

La vera domanda è: cosa significa liberare donne e bambini?A oggi non c’è la possibilità di creare dei centri dove donne e bambini vengano accolti in maniera corretta, seguendo le loro esigenze. Essere liberati spesso significa andare in mano alle bande. Le autorità libiche hanno tuttavia preso maggiore coscienza di questa situazione e il procuratore generale sta intervenendo in merito alla questione dei centri di detenzione. Il governo libico non vuole più avere i centri di detenzione: basti pensare che oggi i detenuti sono 2mila, mentre lo scorso anno erano 15mila. Nel contempo di sta cercando con Unhcr di creare dei centri di accoglienza – non di detenzione – in cui trasferire i migranti che potrebbero avere diritto a essere riallogati in alcuni Paesi europei.

In cosa consiste la formazione in materia di diritti umani e il supporto in cui si impegna la parte italiana? Voi formate il personale libico nei centri?

Sì, certo. Gli operatori locali che lavorano con noi sono formati dal punto di vista psicosociale.Dal punto di vista dei diritti umani si deve insistere affinché il sistema giuridico libico ritorni alla normalità e non sia il ministero degli Interni a gestire autonomamente i centri di detenzione. Deve esserci una supervisione del ministero di Grazia e Giustizia sui comportamenti dei libici e sulla detenzione di donne e bambini. Per esempio, una donna in stato di gravidanza non può stare in un centro, dormire per terra ed essere anche a rischio di violenza; parimenti un giovani, che rischia di diventare un mercenario.La Libia si deve adeguare al diritto internazionale, creando un sistema legislativo e giudiziario che metta al primo posto il rispetto delle persone. Ma il problema è anche un altro. La legge 19/2004 si riferisce a un periodo storico in cui esisteva una dittatura, un governo stabile con altre dinamiche. Ora invece esiste un Paese diviso in due, con due governi, due parlamenti. Dove verrebbe dunque applicata la nuova legge?