Le Olimpiadi rappresentano il momento in cui gli sport sono tutti sotto i riflettori, tutti sullo stesso piano. Nel caso dei giochi invernali, si passa dal seguitissimo sci alpino a specialità semisconosciute in Italia come moguls, skeleton o curling. Gli atleti lavorano quattro anni per qualificarsi, un treno che in molti casi passa una o due volte nella vita. A Pyeongchang, però, non c’è spazio per tutti. La combinata nordica è infatti l’unico sport che in Corea del Sud non ha raggiunto la parità di genere. Nel 2018 ci sono infatti ancora atlete che non hanno questa chance: solo uomini, prego.

Nella combinata nordica – composta da salto con gli sci e fondo – le competizioni femminili internazionali stanno nascendo solamente in questi mesi. Il mese scorso a Rena, in Norvegia, si è disputata la prima tappa della Continental Cup, primo passo verso l’integrazione nei circuiti ufficiali. Tra le 14 atlete in gara un’ottima prova è stata disputata da Veronica Gianmoena, attualmente la combinatista italiana più promettente: «Ancora non mi rendo conto di aver partecipato ad un evento storico – conferma l’azzurra -: continuano a ripetermelo gli altri. I risultati di Rena sono già piuttosto veritieri, anche se mancava la favorita Tara Gerachty-Moats, velocissima sugli sci per il suo passato da biatleta».

La 22enne trentina alle prossime Olimpiadi – in cui si punta ad integrare le gare femminili – avrà 26 anni, ed essere combinatista proprio quando non c’è possibilità di partecipare ai giochi non è facile. «Mi sarebbe piaciuto qualificarmi nel salto, con la prospettiva di fare due Olimpiadi in due specialità diverse» «Brucia molto non essere a Pyeongchang, ma lo userò come pretesto per usare meno i social network, per non vedere chi è riuscito ad andarci». È curioso però che nemmeno le combinatiste mondiali trovino una motivazione a questa assenza: «Si lotta tanto per le pari opportunità e invece qua sembra di essere nella preistoria – scherza ancora Veronica -. Non so perché le donne siano escluse, nel passato è mancato un occhio di riguardo».

Lo stesso percorso che sta intraprendendo la combinata lo ha tracciato nel recente passato il salto con gli sci, da cui peraltro provengono la maggior parte delle atlete, compresa Veronica Gianmoena. «Ho cominciato a saltare a dieci anni, molto tardi rispetto alla media: l’ho presa come sfida personale lasciando il nuoto in cui avevo buone possibilità. Passare alla combinata provenendo dal fondo è invece impossibile se non da piccoli. Le più giovani saranno avvantaggiate essendo combinatiste da sempre». Il percorso del salto femminile è stato piuttosto lungo, ma con la combinata la Federazione vuole bruciare le tappe visto che ormai la strada è stata spianata.

Il passo da saltatrice a combinatista è però uno cambio di direzione radicale, dall’alimentazione all’impegno: «Mi ha stravolto la vita. La mattina devo sciare, mentre il pomeriggio passo alla palestra: bisogna associare caratteristiche differenti come esplosività e resistenza. Si punta inoltre ad essere leggeri senza rinunciare alle energie per spingere sugli sci». E pensare che Veronica deve integrare lo sport con gli studi universitari: «È complesso, ma permette di staccare la mente. Ammetto tuttavia che non è sempre facile di trovare la voglia di mettersi sui libri».

Con la combinata nordica femminile si chiuderebbe il quinto cerchio dei Giochi Olimpici, in cui tutti gli atleti sarebbero equamente presenti sulla neve a coronare le fatiche di quattro anni e le speranze di una vita. E chissà, vedere Veronica Gianmoena sciare verso il traguardo sarebbe una vittoria complessiva, dello sport prima di tutto.