Giampiero Gramaglia è stato corrispondente da Bruxelles, Parigi e Washington per l’Ansa, diventandone poi direttore dal 2006 al 2009. Nel 2000 è responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America: come tale, segue due elezioni presidenziali, l’11 Settembre, le guerre in Afghanistan e in Iraq. Attualmente, è direttore di EurActiv e nel consiglio direttivo dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma, per il quale svolge le funzioni di consigliere per la comunicazione. Collabora, come analista di politica internazionale per quotidiani e periodici nazionali ed è spesso ospite di programmi televisivi.

Dopo sette anni, qual è secondo lei il bilancio dell’Obamacare?

La riforma sanitaria del presidente Obama è, in realtà, operativamente molto più recente: infatti, il primo mandato servì a metterla in cantiere, a farla approvare da un Congresso a partire dal 2010 parzialmente sfavorevole all’Amministrazione democratica ed a crearne i presupposti operativi.

L’andata a regime del sistema, inizialmente molto lenta e contrassegnata da difficoltà tecnologiche, amministrative e burocratiche, è avvenuta solo dopo il 2012, con l’opposizione repubblicana e parte della stampa sempre pronte a sfruttarne e ingigantirne difficoltà ed errori. Mentre, i beneficiari dell’Obamacare sono spesso soggetti ai margini della società e/o con scarso o nullo impatto mediatico. Non c’è dubbio che l’Obamacare sia migliorabile dal punto di vista della spesa e delle procedure Non c’è dubbio che l’Obamacare sia migliorabile, dal punto di vista dell’efficacia della spesa e della semplificazione delle procedure. Ma non c’è neppure dubbio che l’Obamacare attenua, se non sana del tutto, una delle anomalie più stridenti della società americana, cioè la negazione del diritto alla salute per decine di milioni di persone.

Perché la riforma sull’assistenza sanitaria voluta da Obama non ha mai trovato un forte consenso in America? Quali sono le radici storiche?

La cosa singolare è che l’opposizione e la resistenza alla riforma siano venute, e tuttora vengano, non solo dalla destra e dalle lobbies, ma spesso anche dai diretti interessati, determinati a difendersi da quella che ritengono l’ingerenza dello Stato, anzi, come dicono loro, del Governo, nelle loro vite.

Alla base, c’è la mentalità americana fortemente individualista e la convinzione che successo e merito, e quindi insuccesso e demerito, siano strettamente collegati.

Quale sarà il futuro dell’assistenza sanitaria nell’amministrazione Trump?

E’ una delle tante incognite della nuova Amministrazione. Prima ancora che il presidente s’insediasse, il Congresso a trazione repubblicana s’è già messo al lavoro per smantellare l’Obamacare e sostituirla con qualcosa di cui s’ignorano meccanismi e coperture. Come spesso accade, le dichiarazioni del presidente Trump sono apodittiche e di per sé incontrovertibili: l’Obamacare sarà abolita nel momento in cui sarà sostituita da qualcosa di equivalente (nel senso che garantirà a tutti l’assistenza sanitaria), ma di più efficace e di meno costoso. Vero o falso? Lo sapremo presto, ma a cose fatte. La certezza, per il momento, è che, senza Obamacare, almeno 18 milioni di americani che ora ne godono si ritroveranno entro un anno privi di assistenza sanitaria: lo indica uno studio bipartisan e non contestato.

Qual è il punto di vista dei professionisti come medici e personale sanitario riguardo a vantaggi e svantaggi dell’Obamacare?

Assicurazioni, lobbies e ospedali hanno punti di vista diversi, ispirati in genere alla loro convenienza: le assicurazioni, ad esempio, inizialmente contrarie all’Obamacare, hanno poi intravisto possibilità di guadagno nel sistema.