L’atmosfera è quella giusta. Al teatro della Sapienza di Perugia si percepisce l’intimità tipica dei concerti dylaniani, in quella parte di America sperduta e dimenticata. Siamo a metà anni 60’ e Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, inizia a suonare in quei vecchi teatri delle High School che producevano un sound inconfondibile e profondo, proprio come la sua voce.

Pietro Brunello sale sul palco timido e imbarazzato. Abbraccia la chitarra come se fosse l’amica di una vita e risponde schivo alle prime domande del giornalista-mediatore David Riondino. Ha solo 20 anni, molti dei quali passati a cantare e a studiare le canzoni di Bob Dylan, il cantautore che ha saputo dare voce ad una generazione.

«I concerti di Dylan li paragono agli spettacoli di Brecht,  provi un senso di straniamento che è dovuto alla totale le assenza di coinvolgimento del pubblico, alla scenografia e alla sua figura. Si può osservare il pubblico che lo contempla con uno sguardo ammirato. Penso che Dylan crei volontariamente un ambiente quasi mistico»  Pietro Brunello

L’immortalità artistica di personaggi come Bob Dylan si celebra proprio in occasioni come queste: quando un ragazzo come Pietro Brunello ne tramanda la poetica che continua a riflettersi sul presente. Brunello non possiede la rauca potenza vocale di Dylan, ha una cantata più dolce e moderna.

Interpreta coraggiosamente la melodia di ogni testo modernizzando alcune tonalità tipicamente folk di fine verso. Temi come l’amore e la guerra sono decantati da Dylan attraverso una metrica epica, classica e ripetitiva. La contraddizione tra i soavi arpeggi di chitarra e le storie d’amore tormentate come in Don’t Think Twice, It’s All Right o It’s All Over Now Baby Blue vengono evidenziate dalla proiezione dei testi sul maxischermo.

With God On Her Side è costruita in Ottava rima baciata, una canzone che parla di guerre e conflitti novecenteschi che nel 1964 insegnò a migliaia di giovani statunitensi a lottare per la pace e l’uguaglianza. Bob Dylan aveva un peso politico-sociale notevole prendendo ispirazione dal suo grande idolo giovanile Woodie Guthrie che inventò alla fine della seconda guerra mondiale lo slogan: “This Machine Kills the Fascist” frase che poi incise sulla sua chitarra.

Il pubblico osserva con sguardo incantato. Sembra di essere ad uno spettacolo del vero Dylan. Qualcuno canticchia, altri immergono i loro pensieri nel flusso delle parole. Il testo che si avvicina di più alla poetica della Beat generation è Desolation Row, una ballata celebrata anche dall’amico poeta Allen Ginsberg. Dylan utilizza immagini che producono un effetto di straniamento. Perché mai dei marinai dovrebbero trovarsi in un salone di bellezza? Ed Einstein si dovrebbe camuffare da Robin Hood? A queste domande non sanno rispondere nemmeno Thomas Eliot ed Ezra Pound che, nella canzone, stanno combattendo su una torre di comando.

Simbolismo e Decandentismo sociale sono principi poetici che Bob Dylan arriva a conoscere grazie a Baudelaire e Rimbaud. Pietro Brunello ricorda i numerosi riferimenti letterari che si nascondono dietro le canzoni citando alcune parallelismi come quello con la Divina Commedia: “Ho visto un ramo nero da dove il sangue colava si riferisce all’episodio di Pier Delle Vigne del IX canto dell’inferno”. Il mondo di Dylan è intricato di simboli e immagini. Un luogo di sogni, contraddizioni, di diritti rivendicati e storie di uomini dimenticati. Perugia, grazie a Brunello, ha compreso perché un semplice cantastorie da S. Paul (Minnesota) abbia vinto il premio Nobel per la letteratura.