«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!». Era il 22 ottobre 1978, piazza San Pietro era gremita di persone giunte da molti paesi per l’omelia di inizio pontificato del nuovo vescovo di Roma. Quelle parole risuonarono potenti, toccando i cuori dei fedeli e permettendo loro di superare la sorpresa per una nomina che nessuno aveva previsto.

Perché fu davvero una sorpresa l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyła, o meglio papa Giovanni Paolo II, di cui oggi ricorre il centenario della nascita. I suoi 26 anni di pontificato hanno lasciato un’eredità molto vasta, consegnando alla storia una figura che tutt’oggi è difficile descrivere in maniera semplice e immediata. «Non è possibile appiccicare un’etichetta a un papa, men che meno ad un papa come Giovanni Paolo II, il cui pontificato è stato lungo e ricchissimo di avvenimenti. In una parola direi che è stato il papa del coraggio» afferma Aldo Maria Valli, giornalista e vaticanista per il TG3 dal 1996 e per il TG1 dal 2007 che ha seguito il papa in quaranta viaggi nel mondo e ne ha descritto la sofferenza negli ultimi anni.

Eletto in un momento difficile per la Chiesa (ancora turbata dallo sgomento per la morte di Giovanni Paolo I dopo appena 33 giorni di pontificato) e con la guerra fredda che pareva acuirsi ulteriormente, Wojtyła fece della sua esperienza precedente la forza per, come dichiara Valli, «imprimere una svolta e restituire coraggio a una Chiesa in affanno e alle persone e ai popoli che si sentivano vittime di discriminazione, sfruttamento e privazione della libertà».

Conosceva da vicino i due grandi totalitarismi del Novecento – sottolinea il vaticanista Aldo Maria Valli – ma, proprio perché polacco, sapeva bene quale forza può possedere la fede quando è radicata nella cultura e nell’anima di un popolo

Queste sofferenze Wojtyła le aveva provate. Nato nel 1920 a Wadowice in Polonia, visse in prima persona il dramma della guerra e dell’oppressione nazista quando il suo paese fu invaso dalla Germania. Fu proprio in quegli anni terribili che Wojtyła si avvicinò al sacerdozio. Finita la guerra, la sua patria passò sotto un altro giogo, quello sovietico. «Conosceva quindi da vicino i due grandi totalitarismi del Novecento – sottolinea Valli – Ma, proprio perché polacco, sapeva bene quale forza può possedere la fede quando è radicata nella cultura e nell’anima di un popolo».

L’elezione del primo papa non italiano dal 1523 suscitò stupore in tutto il mondo, ma in Polonia fu diverso: il governo comunista, guidato da Mosca, lo vide come un fattore di instabilità, ma per la popolazione era un simbolo di speranza per ritrovare la libertà a lungo calpestata. Da qui venne la grande partecipazione alle visite che Giovanni Paolo II fece alla sua terra natale e la nascita del primo sindacato non comunista di tutto il blocco sovietico, Solidarność.

«Consapevole dei pericoli, il papa non spinse alla ribellione, ma chiese ai fedeli di rivendicare la libertà della Chiesa» commenta Valli. Può sembrare poco, ma l’impatto fu notevole e permise a questa speranza di sopravvivere nei tumultuosi anni ‘80, quando il generale Wojciech Jaruzelski impose la legge marziale per arrestare la crescente popolarità di Solidarność e scongiurare un intervento armato sovietico.

Nessuno può negare che il pontificato di Wojtyła sia coinciso con un periodo tra i più complessi del secolo scorso, ovvero la transizione dalla guerra fredda al nuovo millennio, con tutte le sfide e le problematiche mondiali connesse. Eppure egli fu in grado di far sentire il suo messaggio con vigore: «se condannò lo statalismo di matrice socialista, – afferma Valli – fu altrettanto deciso nel condannare le conseguenze antiumane del capitalismo e dell’economia di mercato». Le sue condanne non erano critiche fragili, ma decisi appelli perché venisse restituita la dignità a tutti gli uomini in quanto esseri creati ad immagine e somiglianza di Dio. Alcune delle sue encicliche più importanti hanno infatti come tema l’uomo nella sua dimensione sociale: si pensi alla Laborem exercens, la Sollicitudo rei socialis e la Centesimus annus.

A colpire in Giovanni Paolo II era la sua capacità di entrare in contatto con le persone in modo autentico. Voleva incontrarle, sedersi vicino e parlare. Un confronto pacato e cordiale. Ascoltava consigli e suggerimenti. Racconta Valli: «In ogni circostanza riusciva a ritagliarsi spazio per la preghiera e il colloquio intimo con il Signore. Quando gli raccomandavano di riposarsi, rispondeva: “Potrò farlo in Cielo”. Aveva grandissimo rispetto per i collaboratori e riusciva a infondere fiducia. Lavorando accanto a lui nulla sembrava impossibile».46529474275_632bb14179_o

Era un uomo che amava confrontarsi con gli altri. Un amore che trovò concretezza in due grandi iniziative: le Giornate Mondiali della Gioventù (le famose GMG) e il dialogo interreligioso con le altre fedi. Cominciamo dalla prima: è indubbio che Giovanni Paolo II fu il primo pontefice a ricercare un modo di rapportarsi con i giovani che potesse coinvolgerli appieno. Un compito non facile quando salì al soglio pontificio nel 1978. Come ricorda Valli all’epoca ventenne «Quello fu un anno tremendo. Molti di noi in quegli anni finivano nei movimenti extraparlamentari o si lasciavano irretire dalla droga. Giovanni Paolo II, in quella situazione, ci mostrò che seguire Gesù poteva essere bello ed entusiasmante». A metà anni ’80 ci fu la prima GMG a Roma e da lì ne seguirono altre alle quali i giovani parteciparono sempre numerosi (basti pensare all’edizione del 1995 a Manila nelle Filippine che ebbe tra i 4 e i 5 milioni di partecipanti). «Con le Giornate Mondiali della Gioventù intercettò il bisogno di incontrarsi e riconoscersi nella fede, – precisa Valli – mettendo in comunicazione diretta giovani di aree molto diverse e ben prima dell’avvento delle nuove tecnologie e dei social media».

L’altra iniziativa di Wojtyła fu il notevole impulso che diede all’ecumenismo, ovvero il movimento teso alla riconciliazione tra le varie confessioni cristiane. In questo senso, contribuirono molto i numerosi viaggi nel mondo che permisero di approfondire i rapporti anche con religioni differenti dal Cristianesimo. E ovunque si recasse, non mancava occasione di mostrare con la sua umiltà la sua grandezza d’animo.

Ma per comprendere meglio, riportiamo alcuni episodi di cui fu testimone Agostino Amarchetto, arcivescovo, teologo e storico in Vaticano.

«Il fatto di aver ricevuto il Santo Padre nella Nunziatura Apostolica in Madagascar, ad Antananarivo, mi ha dato la possibilità di incontrarlo un po’ di più da vicino. Il primo giorno andai in cappella molto presto per controllare se tutto fosse a posto, perché sapevo che il Papa, al mattino, aveva l’abitudine di andare a pregare. Arrivai e lui era già lì, ma non nel banco che avevano preparato le buone suore. Lui stava all’ultimo posto, in ginocchio, neanche sul banco, ma con le ginocchia a terra, a pregare assorto in Dio. […] Un altro momento: ogni mattina avevamo l’abitudine di distribuire una  piccola, dolce, colazione ai bambini poveri della zona. La nostra era una Nunziatura con una grande cappella che fungeva anche da chiesa per la tutta la comunità circostante. Un centinaio di ragazzi venivano a prendere ogni giorno pane e marmellata, e quel mattino abbiamo detto: che sia il Papa a distribuire. E lui ha distribuito».

Un’immagine sicuramente indelebile nella memoria di molti di noi è la sofferenza che il papa ha dovuto sopportare negli ultimi anni del suo pontificato con l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. I suoi movimenti divennero più difficili con l’insorgere del morbo di Parkinson e quasi non riusciva più a parlare. Eppure anche nella sofferenza, egli ebbe la forza di non perdersi nella disperazione. Anzi per lui la sofferenza era un modo per comunicare nella sua più profonda essenza il messaggio del Vangelo. Fu lo stesso Giovanni Paolo II a spiegare il senso di ciò nel 1994 ricordando il giorno della sua elezione:

«Ho capito che devo introdurre la Chiesa di Cristo in questo Terzo Millennio con la preghiera, con diverse iniziative, ma ho visto che non basta: bisognava introdurla con la sofferenza, con l’attentato di tredici anni fa e con questo nuovo sacrificio [il riferimento è ad una frattura del femore destro accaduta quell’anno, n.d.r.]. Perché adesso, perché in questo anno, perché in questo Anno della Famiglia? Appunto perché la famiglia è minacciata, la famiglia è aggredita. Deve essere aggredito il papa, deve soffrire il papa, perché ogni famiglia e il mondo vedano che c’è un Vangelo, direi, superiore: il Vangelo della sofferenza, con cui si deve preparare il futuro, il terzo millennio delle famiglie, di ogni famiglia e di tutte le famiglie».6287672442_6e228bdd09_o

Un papa che fino alla fine si è dedicato al gravoso compito che ebbe quell’ottobre del 1978. Nonostante i periodi difficili (dentro e fuori la Chiesa) e la malattia, egli non perse mai la fiducia nel Signore e in Lui confidò sempre, come ben rivela il suo motto: Totus tuus. Di lui rimane l’immagine di un uomo vicino ai deboli, umile nei confronti di tutti. E per sempre risuoneranno quelle parole rivolte alla folla in Piazza San Pietro: “Se mi sbaglio mi corigerete”.