La prima edizione del Festival dei Diritti Umani ha preso il via alla Triennale di Milano.

L’evento, organizzato dall’associazione non profit Reset-Diritti Umani, si concluderà l’8 maggio: sei giorni nel corso dei quali si terranno conferenze con ospiti internazionali e verranno proiettati film e documentari sul tema dei diritti negati e, talvolta, riconquistati.

Il focus di quest’anno è sui diritti femminili: non a caso, il titolo della mostra fotografica di Amnesty International inaugurata nel Salone d’Onore della Triennale è “Sheroes”, una crasi tra “she” e “eroes”. Le foto, che mostrano la vita delle spose bambine del Burkina Faso e di coloro che tentano di aiutarle a ricominciare un’esistenza, sono state scattate da Leila Alaoui, fotografa marocchina rimasta uccisa durante gli attacchi a Ouagadougou del 15 gennaio 2016.

E ad aprire il primo speech è stata un’ospite d’eccezione: Nadia Murad. Ventidue anni, irachena, appartenente alla minoranza religiosa yazida, è stata per tre mesi ridotta in schiavitù dai miliziani dell’Isis, che di lei hanno abusato e che hanno sterminato la sua famiglia. Riuscita miracolosamente a fuggire, oggi vive in Germania ed è divenuta, suo malgrado, ambasciatrice di tutte le vittime dello Stato Islamico.

Siede composta, è minuta, parla con un tono di voce pacato e fragile: impressa sul volto la disperazione, che, tuttavia, a tratti lascia spazio alla rabbia. Una rabbia colma di amarezza, perché nonostante abbia avuto la possibilità di tenere un discorso, lo scorso 15 dicembre, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nulla in realtà è ancora cambiato per la sua comunità e per tutti coloro che, a differenza sua, non sono riusciti a scappare: «Signore e signori, buonasera. Negli ultimi mesi ho parlato così tanto dei crimini dello Stato Islamico; a tal punto che mi sono stancata, visto che non c’è alcuna azione effettiva a livello internazionale».

«Ho parlato della storia della mia comunità, che è stata soggetta a uno dei più grandi crimini e genocidi. Ho parlato della storia di tutte le comunità dell’Iraq e della Siria, e delle donne e dei bambini, che sono le prime vittime quando si tratta di guerra. Ho parlato di seimila donne e bambini yazidi che sono stati sottoposti alla schiavitù: spirituale, sessuale e fisica. «Ho parlato della storia della mia comunità, che è stata soggetta a uno dei più grandi crimini e genocidi» Ho parlato di me stessa: ho subito stupro collettivo e individuale, schiavitù, sono stata comprata e venduta da parte dello Stato Islamico.Ho parlato di sei dei miei fratelli che sono stati fucilati e di mia madre che è stata uccisa e di tante altre madri vittime. Ho parlato del mio villaggio e di tanti altri villaggi che sono stati completamente sterminati e distrutti. Sono stati massacrati tutti gli uomini di quei villaggi; le loro donne e i bambini sono stati resi schiavi». Si ferma un istante, per poi proseguire: «Mi rendo conto che sto raccontando le cose come mi vengono, devo parlare di più delle donne e delle madri».

Nadia è consapevole del proprio ruolo. Inghiotte il dolore del dover rivivere ancora e ancora i momenti di un’esistenza che non è più tale.

«Questo dolore non è solo delle donne yazide, che sono state rese schiave e sono state uccise, ma anche delle donne dell’Iraq, della Siria e dell’Africa in generale. Forse dovevo citare anche il patrimonio umano che è stato distrutto e alcune città come Palmira, in Siria. E dovevo citare anche la civiltà di Ninawa, che contiene tanti monumenti, come Mossul, che risale a 4 mila anni fa. E dovevo parlare anche dei resti della città assira del Nord dell’Iraq, che sono stati completamente distrutti. Forse dovevo parlare anche della chiesa di Santa Maria, che è stata completamente rasa al suolo così come tante chiese e templi yazidi, e altri luoghi di contemplazione per tante altre comunità. Forse avrei dovuto parlare di più dei ragazzi che sono stati traditi dallo Stato Islamico e che lo combattono con le armi in prima linea. Loro vengono uccisi e sono coloro che sacrificano la propria vita per l’umanità. Ogni uomo che riesce ad alzare le armi contro lo Stato Islamico merita tutta la nostra considerazione. Forse avrei dovuto parlare di più dei bambini che vengono controllati dallo Stato Islamico. Questi bambini non hanno nessuna colpa, e ciononostante, subiscono ancora la cattiveria dello Stato Islamico. Questi bambini vivono nel terrore tutti i giorni e viene loro vietato il proseguimento dei propri studi; vengono educati secondo il pensiero terroristico per uccidere e operare contro l’umanità».

«Ogni uomo che riesce ad alzare le armi contro lo Stato Islamico merita tutta la nostra considerazione»

Nadia offre la propria testimonianza e sente l’esigenza di scusarsi se a tutti gli orrori di cui si è reso responsabile lo Stato Islamico antepone il dramma della propria gente.

«A causa della tragedia e del genocidio organizzati sul mio piccolo popolo spaventato e arrendevole non ho dato abbastanza importanza a tutto quello che ho appena menzionato. Ho dimenticato pure me stessa e quello che ho subito personalmente: distruzione fisica e psicologica. La mia comunità costituita all’incirca da 500 mila persone in tutto il mondo si è ritrovata davanti all’estremismo e alla distruzione. Gli uomini sono stati massacrati e fucilati, così come è successo a sei dei miei fratelli, insieme ad altre 700 persone, uomini e bambini. Questo è accaduto nella gran parte dei nostri territori, a tal punto che sono state ritrovate addirittura 37 fosse comuni fino ad ora. Questo è stato considerato dalle autorità irachene e dalla comunità internazionale come prova sufficiente di genocidio e massacro della mia comunità. Ancora oggi 3500 donne e bambini sono vittime di schiavitù, dato che le donne vengono trattate come prigioniere o come schiave. Ai bambini viene fatto il lavaggio del cervello nei campi di esercitazione per formarli a diventare dei kamikaze contro l’umanità. Ancora oggi il 90% degli yazidi dell’Iraq vivono negli accampamenti, scacciati dalle loro case. Quello che sta succedendo in questi territori, distruzioni, trasferimenti forzati, evacuazioni delle popolazioni indigene, non sono altro che crimini contro l’umanità».

È l’indignazione di una voce viva: «Sono dei crimini che non devono avvenire nel XXI secolo. Le donne yazide non devono trovarsi oggi vittime di schiavitù solo perché hanno altre fedi. A più di 1200 bambini viene fatto il lavaggio del cervello per renderli jihadisti affinché uccidano i loro padri e i loro fratelli dopo qualche anno, perché sono infedeli».

Nadia si ferma, la voce è rotta, ma si vede che cerca di farsi forza per proseguire: «Non è accettabile che rimangano senza sepoltura i resti dei cadaveri delle vittime a Sinjar e in tutti gli altri posti dell’Iraq e della Siria. I cadaveri di Katrin, figlia di mio fratello e quello di Ahmas, mio parente, che vennero uccisi mentre tentavano di scappare dalla schiavitù, non possono rimanere là esposti all’aria senza essere sepolti».

«Non è accettabile che rimangano senza sepoltura i resti dei cadaveri delle vittime a Sinjar e in tutti gli altri posti dell’Iraq e della Siria»

È in questo momento che qualcosa dentro di lei trasforma il dolore di non poter dare nemmeno degna sepoltura ai propri cari, in fermezza. Il tono della voce si alza e si fa acuto e deciso: «Le campane delle chiese della città di Mosul e di Raqqa non devono fermarsi. Non si possono distruggere i templi e i monumenti. Non si possono eliminare le religioni come il cristianesimo, l’ebraismo e tante altre minoranze religiose nel Medio Oriente. Non è giusto che milioni di persone lascino le loro terre. Non è giusto che vengano uccise durante il tragitto verso l’Europa o muoiano nelle acque internazionali tra la Turchia e la Grecia. L’uomo non può essere una merce ed essere venduto e comprato e privato della sua libertà. Una persona che scappa dalla morte non può ritrovarsi di fronte a un’altra morte. Una persona che è sfuggita dal genocidio non può trovare le porte del mondo chiuse davanti a sé e davanti ai suoi figli affamati. Non possiamo vivere in un mondo controllato dalla morte, dal terrore e dalle armi. Una donna che vive a Parigi, a Bruxelles o a Roma non può festeggiare il compleanno del proprio figlio nel terrore. Una madre a Bruxelles non può avere il terrore di lasciare viaggiare i propri figli in metro per paura che potrebbe esplodere. Una persona musulmana non può avere paura di camminare in Europa. Queste comunità ci stanno trasformando in vittime delle ideologie del terrore e del razzismo e l’umanità intera ne sta diventando vittima, visto che una persona yazida o cristiana viene considerata come un cittadino del terzo mondo, che non ha nessun diritto nel mondo islamico. Ma ne segue che una persona musulmana viene discriminata nel mondo occidentale solo per il fatto di essere musulmana. Qua lo dico sinceramente: il mondo musulmano deve evolversi, evolvere anche le dottrine della propria religione. Lo Stato Islamico sta applicando alcune dottrine e giustifica i suoi comportamenti in alcuni detti e concetti che ritiene facciano parte della Sharia islamica. Il mondo non deve sbagliarsi e confondere i concetti: tanti musulmani amano il bene per l’umanità intera e il problema è che anche loro sono vittime del terrorismo».

«Una persona che è sfuggita dal genocidio non può trovare le porte del mondo chiuse davanti a sé e davanti ai suoi figli affamati»

Il terrorismo miete vittime dall’una e dall’altra parte e contribuisce alla diffusione di retoriche xenofobe: «Confondere i concetti è un delitto, non minore di quelli delle organizzazioni terroristiche. Tanti crimini sono stati fatti in nome di tante religioni: oggi stanno avvenendo nel nome dell’Islam, sono i musulmani che devono affrontare questo pensiero distruttivo. Anche le grandi nazioni devono rispettare i loro doveri morali. Lo Stato Islamico non è stato un seme che ha germogliato e che è cresciuto durante una sola primavera sotto la pioggia. Lo Stato Islamico è nato perché gli interessi territoriali e internazionali gli hanno permesso di stare in piedi. Noi persone normali non riusciamo a costruire una casa in dieci anni: quindi come è possibile che un’organizzazione di bestie possa raccogliere 100 mila bestie intorno a sé in meno di un anno, in un territorio con una superficie uguale a quella dell’Italia?»

Il discorso di Nadia si chiude con un appello alla presa di responsabilità delle nazioni: «C’è chi ha aiutato lo Stato Islamico a nascere e lo ha sostenuto finanziariamente e c’è chi lo ha visto nascere e non ha agito. Ci sono delle organizzazioni mediatiche che sostengono pubblicamente lo Stato Islamico e che fino ad oggi non sono ancora state fermate. Il mondo libero deve agire per fermare questa strage. Il mondo libero deve pronunciarsi di fronte alla nostra strage. La comunità internazionale deve fare il suo dovere riguardo alle minoranze, portare lo Stato Islamico e i suoi estremisti di fonte alla corte internazionale».

La Murad tace e c’è un lungo minuto di silenzio e di respiro unico della platea prima dell’applauso. Al momento delle domande, molte persone prendono il microfono soltanto per esprimere tutta la propria solidarietà e l’ammirazione per questa giovanissima ragazza, che sulle sue spalle esili porta il fardello della responsabilità di chi deve testimoniare il male davanti al mondo.

 

 

Il programma del Festival dei Diritti Umani è consultabile qui.