Enrico Pedemonte, giornalista e scrittore, è stato per sei anni corrispondente de “L’Espresso” da New York. Nel 2008 è nominato caporedattore dell’edizione genovese della “Repubblica”. Sembra l’inizio di una nuova vita, ma, per effetto della congiuntura economica, il gruppo editoriale apre lo stato di crisi e licenzia un centinaio di dipendenti. Tra cui Pedemonte.

A partire dall’esperienza personale e interrogandosi sul futuro del giornalismo, il cronista ha pubblicato con Garzanti Morte e resurrezione dei giornali, nel quale parla di morte dei giornali ma anche di una loro possibile rinascita. Perché la crisi dei giornali, spiega Pedemonte, «non riguarda solo una categoria: è un problema della società civile».

Morte e resurrezione dei giornali è un grido d’allarme oppure di speranza?

È una constatazione: le vendite dei quotidiani sono paurosamente in calo. Negli ultimi dieci anni, negli Stati Uniti la diffusione dei giornali è crollata del 14%. Pesano la crisi economica, l’avvento delle nuove tecnologie, ma anche una scarsa propensione alla lettura. Per fare un esempio, vent’anni fa sette persone su dieci leggevano il quotidiano in America; oggi sono solo tre su dieci.

Qual’è la situazione in Italia?

Nel nostro Paese le perdite dei giornali sono state maggiori che in America, ma nessun giornale ha chiuso, nessuno è fallito. E questo per due ragioni: i finanziamenti pubblici e l’atteggiamento degli editori, che operano non per fare profitti , ma per portare avanti i loro interessi politici. Sono quindi disposti a indebitarsi, pur di rimanere nel gioco.

Come mai la crisi dei giornali colpisce soprattutto i quotidiani?

Perché hanno smesso di essere il centro di una ragnatela di interessi. Una volta i quotidiani raccoglievano inserzioni, avvisi economici, notizie di nascite e necrologi. In questo modo, davano risposta ai bisogni collettivi della società. Ora, invece, quegli interessi vengono soddisfatti da altri soggetti. È bene che i giornali se ne rendano conto.

Quali sono le possibili soluzioni?

Una via di uscita può essere l’iperlocalismo, un tentativo di combinare l’informazione locale con l’universalità del web: fare cioè dei giornali online il centro della vita cittadina. Sarebbe un ritorno del giornale al territorio, alla notizia di prima mano. Ci sono molti esempi in questa direzione, soprattutto negli Stati Uniti, dove il sito patch.com ha raccolto centinaia di siti locali che si rivolgono a città di 20-30mila abitanti. È stato un successone.

Un’altra soluzione è l’ipergiornale, un giornale che risponde a tutte le attese del lettore creando una forte interazione tra il giornalista e il destinatario. Il cittadino non riceve più l’informazione passivamente, ma la produce in maniera attiva.

Questo significa che il cittadino ruba al giornalista il suo mestiere?

No, ma il cittadino diventa protagonista dell’informazione. Spesso cerca da solo le notizie, senza mediazione. Facciamo l’esempio di Wikipedia: ogni giorno fa più contatti di tutti i giornali messi insieme. Quanto ai giornalisti, devono smetterla di considerarsi una categoria chiusa. È finito il tempo dei giornalisti-vestali e del corporativismo. Questa logica aveva senso quando l’informazione era scarsa ed esclusiva. Oggi è accessibile a tutti. Per la stessa ragione, non ha senso far pagare i giornali online. L’informazione è diventata una commodity: i cittadini la trovano facilmente, offerta da una molteplicità di fonti. È impensabile tornare indietro e chiedere un abbonamento su Internet.

Eppure Rupert Murdoch ci sta provando, con il primo giornale per iPad.

Murdoch è l’editore più innovativo dell’Occidente. Lui si può permettere di sperimentare. Tutti stiamo aspettando la sua nuova creatura, The Daily. Ma bisogna ricordare che, al momento, il fatturato dell’iPad è debole: ci sono solo 8 milioni di tablet nel mondo, è ancora un mercato di nicchia.

Secondo Philip Meyer, i giornali di carta scompariranno nel 2043. Che cosa ne pensa?

Meyer è una cassandra documentata: fa le sue previsioni sulla base di dati. Ma è ovvio che nessuno può sapere che ne sarà dei giornali tra trent’anni. Di sicuro, viviamo una fase di interregno. Ora si tratta di risorgere, non di aspettare la fine.

di Gianluca Veneziani