L’ultimo baluardo è caduto. Credevamo non sarebbe mai successo, invece è successo. Starbucks è arrivato in Italia. Abbiamo perso il diritto di spocchia, l’arroganza di poter dire che il nostro è il vero caffé. Anche da noi, ormai, si beve Frappuccino. Vedere in Starbucks il capro espiatorio del declino della tazzina al banco, però, sarebbe vigliacco. La colpa non è degli americani. Siamo stati noi a far perdere a Bialetti 15 milioni in 6 mesi, mandando l’azienda sul lastrico.

Tutto iniziò nel 1933. Fu allora che il produttore di semilavorati in alluminio Alfonso Bialetti inventò Moka Express. L’aggeggino di metallo con il manico colorato che (stando al Guardian) faceva capolino dalle mensole del 90% degli italiani. Almeno fino al 2016. Perché poi arrivò George Clooney che ci insegnò che i veri fighi bevevano Nespresso. Il gesto della “montagnetta” venne sostituito da quello dell’“infila la capsula”. Niente più polvere sul tavolo né schizzi sul fornello. Non c’è stato più bisogno di aspettare che la moka iniazasse a gorgogliare. Con la Néspresso il caffè è diventato facile, veloce, pulitissimo. Perfetto per quelli che stanno sempre di fretta e indossano camicie fresche di lavanderia. In altre parole, perfetto per i millennial.

La colpa è loro. La colpa è nostra. Se Bialetti è fallito è perché abbiamo ceduto all’esotico e sciapo fascino del caffè americano, a quello stucchevole del caffé solubile, a quello metallico della capsula. Se Bialetti è fallito è perché abbiamo ceduto all’esotico e sciapo fascino del caffè americano, a quello stucchevole del caffé solubile, a quello metallico della capsula. E la moka è diventata roba d’antiquariato. Un rituale non più atto a scandagliare i momenti della giornata ma una posa relegata ai brunch domenicali. Quando c’è bisogno di mostrare agli amici che siamo gente cool e old-school. Con i vinili in libreria e la moka dal design retrò piena di miscela equosolidale.

Bialetti è fallita e a farla fallire siamo stati noi. A salvarla, si spera, saranno gli americani. Unica speranza della storica azienda è l’accordo stipulato lo scorso 10 ottobre con la newyorkese Och-Ziff Capital, disposta a investire 35 milioni di euro per ristrutturare il debito Bialetti. Il motivo della crisi risiede nella «generale contrazione dei consumi registratasi sul mercato interno ed estero», così si legge nel comunicato stampa rilasciato dal marchio. In altre parole: la gente compra sempre meno moke. La vendita del macinato continua a dominare il mercato, ma l’andamento di vendita è discontinuo e i volumi in netto calo. I consumatori preferiscono le capsule, le cialde, la roba facile e veloce. I consumatori preferiscono le capsule, le cialde, la roba facile e veloce. A dirlo sono i dati sul Caffé tostato nella Grande Distribuzione in Italia realizzato da Iri. La miscela resterà anche un capo saldo del mercato, ma a crescere sono le capsule i cui volumi di vendita sono aumentati del 20% nell’ultimo anno.

I consumatori vogliono bere quello che beve Clooney, a scapito della qualità. La questione è annosa: meglio la moka o l’espresso? Il caffè a casa o quello del bar? In Italia, per questioni del genere, si rompono amicizie, annullanno convivenze. Ognuno la pensi come vuole: de gustibus non est disputandum. Ma esiste un canone. Un buon caffé, per essere tale, deve avere precise qualità. Ci vuole l’aroma, il sapore pieno, una lieve punta di acidità. Ci vuole la moka. Le capsule hanno la cremina (che non c’entra niente con quella napoletana) ma non inondano la stanza di profumo. Hanno un sapore facile, ma il vero caffé è prepotente. «La nostra macchina casalinga per eccellenza mantiene il valore del rito: scegliere il caffè con cura, magari tra monorigini diverse, meglio se in grani per poi macinarlo personalmente, disporlo con cura nel filtro, regolare la fiamma, sentire il rumore e il profumo di quando sale», questi i motivi che rendono il caffé della moka «impagabile», parola dell’assaggiatore professionista Luigi Odello.

I consumatori preferiscono le capsule. A scapito del risparmio. Vogliamo essere Clooney ma non abbiamo il suo conto in banca. Il caffé in capsule costa, tanto, molto di più di quello della moka. Repubblica ha fatto i conti: 9,84 euro al chilo è il prezzo medio del caffé macinato, 46,48 euro al chilo quello delle capsule. A bere Néspresso si spende cinque volte di più. E si inquina il doppio. 10 miliardi di capsule (quelle vendute in un anno nel mondo) producono 120 mila tonnellate di rifiuti, di cui 70 mila solo in Europa. Un fardello ambientale pesante al punto che la città di Amburgo ha messo le capsule al bando. Mentre il progetto europeo LifePla4coffe sta cercando un’alternativa sostenibile. Nobile intento, ma non sarebbe più facile tornare semplicemente alla Moka?