Il giornalismo sta attraversando una crisi che sembra senza fine. Ha qualche speranza di uscirne? I nuovi modelli imprenditoriali, le pratiche giornalistiche che cambiano in continuazione, la partecipazione dei cittadini nella raccolta delle notizie e le mutevoli abitudini di consumo dell’informazione da parte del pubblico sono tutti fattori che testimoniano la fine di un certo modo di fare informazione e del relativo business model. Questo è stato uno dei principali temi discussi nel corso di Mojocon, una conferenza dedicata al mobile journalism (Mojo, appunto) dalla tv di stato irlandese, RTÉ, e svoltasi a Galway.

«Il giornalismo non è morto, sta attraversando un cambiamento del suo ciclo di vita», sostiene Mark Joyella, giornalista e collaboratore di Forbes, paragonando lo stato attuale dell’industria dei media a un “incendio”. Secondo Joyella, «gli incendi possono essere il modo con cui la natura rimuove ciò che è vecchio e dà vita a una nuova crescita. Ma se si guarda attentamente si vedono nuovi germogli».

Samantha Barry, responsabile new media e social media di CNN Worldwide, mette l’accento sulla scomparsa delle vecchie abitudini di fruizione delle news, spiegando che ci sono ancora numerosi direttori di testata che, nonostante il cambiamento radicale, non hanno modificato di una virgola le loro strategie. L’obiettivo della CNN non è quello di imporre il vecchio modo di fruizione alle nuove generazioni di utenti ma quello di «adeguarsi alle nuove abitudini di ogni generazione e su ogni piattaforma», ha affermato Barry.

Secondo Joyella, i giovani giornalisti hanno ancora oggi l’opportunità di creare un giornalismo di qualità che raggiunga la comunità di lettori e vada incontro alle loro abitudini di consumo delle notizie.  «Il mondo del giornalismo si è dimostrato arrogante e non è riuscito a spiegare alle nuove generazioni quanto sia importante il lavoro che svolgono i giornalisti e a cosa serva», conclude lapidaria Margaret Ward, giornalista e membro del cda di RTÉ.

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