Ideogrammi, disegni tribali, fiori, animali, citazioni, ritratti, simboli: il tatuaggio è una moda, un rituale laico a metà fra individualismo e senso di appartenenza. Ma prima che una prassi collettiva il tatuaggio è un’arte che richiede preparazione ed esperienza. E in quanto a esperienza, c’è a Milano un vero veterano: Mino Spadacini è stato il primo tatuatore professionista della città, con oltre quarant’anni di lavoro alle spalle. Un’istituzione.

Il suo studio è piccolo, una stanzetta poco appariscente. Alle pareti, attestati, disegni e foto dei tatuaggi realizzati. Mino è di media statura, ha capelli grigi e porta occhiali spessi. Parla con un forte accento milanese. La camicia a righe e il golf grigio che indossa stridono molto con lo stereotipo del tatuatore “avanzo di galera” dell’immaginario collettivo. Ha 69 anni che non dimostra affatto. Quando ha iniziato, nel 1970, a Milano non c’era ancora nessun tatuatore. «Allora le opinioni sul tatuaggio erano pessime – afferma -; tutti erano convinti che fosse lo stigma di carcerati, marinai, militari e così via».

Il primo approccio con i milanesi, infatti, non è stato facile. Spadacini non aveva uno studio vero e proprio ma uno scantinato in cui tatuava amici. Tramite i suoi genitori, che lavoravano nel settore della pubblicità, entrò in contatto con giornali come L’Europeo e il Corriere della Sera, destando così interesse nell’ambiente della moda e del calcio, per la trasgressività che l’idea di farsi un tatuaggio suscitava. Stilisti, fotografi e calciatori iniziarono allora a diffondere la moda del tatuaggio che in altri Paesi come Inghilterra, Germania e Belgio era già in voga da decenni.

Prima di avvicinarsi a questo mestiere, Mino ha seguito una formazione artistica (liceo artistico, Accademia di Brera) e ha lavorato in agenzie di pubblicità come art director. Il tatuaggio è prima di tutto disegno, quindi servono tanta preparazione e la manualità per farlo: «Oggi ci sono tantissimi tatuatori che non hanno tutte le competenze scolastiche sul disegno, ad esempio, di anatomia», osserva. Tuttavia il suo incontro con aghi e inchiostro è stato del tutto casuale. Appena ventenne andò in viaggio a Hong Kong. Mino non sapeva ancora niente di tatuaggi, che in Asia sono una tradizione secolare. Un tassista disattento sbagliò indirizzo e lo portò, invece che da un sarto, allo studio di un noto tatuatore dove, stesi a terra, alcuni marinai americani si stavano facendo tatuare. Era l’epoca della guerra del Vietnam. Vedendo che sapeva disegnare, gli dissero che avrebbe dovuto provarsi in quell’arte. Il suo primissimo lavoro è stato semplice: un anziano cinese chiese a Mino di farsi tatuare tutto di nero, escluso il volto. Voleva coprire tutti i suoi precedenti tatuaggi, alcuni dei quali erano rovinati. Dopo Hong Kong è stata la volta di San Francisco, Amburgo, Londra e infine di nuovo Milano.

Mentre Spadacini parla arriva un cliente, è un ragazzo. è il suo primo tatuaggio: «Il primo e l’ultimo», dice. La procedura è semplice: Mino gli depila il polpaccio e fa la decalcomania del disegno; poi versa un po’ di inchiostro, che è molto denso, su un supporto metallico; si infila i guanti, passa uno strato di vaselina sull’area di pelle da tatuare e accende la pistola (ha sette aghi e si aziona con un pedale a terra). Traccia i primi contorni continuando a parlare con disinvoltura. Il ragazzo resta calmo, anche se ogni tanto si mordicchia la mano.

«La cosa più bella di questo lavoro è che una persona ti affida un desiderio e tu fai qualcosa che la porterà davanti a San Pietro – sostiene -. è l’unica cosa che aggiungi al tuo corpo che porti “di là”.» Quello del tatuatore è un mestiere che richiede anni di esperienza e perfezionamenti. La fase di apprendimento è ostica perché si tratta di segni indelebili, ma bisogna saper rischiare: «Si impara sugli errori propri e degli altri. Ci sono le pelli finte, c’è la cotenna di maiale e così via, ma all’inizio la cosa migliore è prendere un amico e fare un tatuaggio su di lui». Già, ma come si trova qualcuno disposto a farlo? «Devi offrirgli un paio di Bitter Campari», dice Mino. Sorride.