In totale, 170 scatti in bianco e nero, ma con un unico sfondo: Milano. Una città sfuggente e a tratti piegata dalla malavita. Ecco l’immagine che la mostra Milano e la Mala. Storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca, ospitata a Palazzo Morando, ha dato della capitale meneghina dal 1945 al 1984. Il capoluogo lombardo però, viene riconosciuto come capitale della criminalità sin dal 1800, ma anche dell’anti criminalità. A svelarcelo, questa volta, non sono fotografie, bensì le ricerche di Flavio Maestrini, riportate sulla sua ultima opera scritta El Dondina.

Carlo Mazza, alias Dondina, è stato il primo investigatore milanese, che nella sua atipicità a metà Ottocento si è guadagnato il titolo di Capo della Squadra volante di Milano, esclusivamente grazie alle numerose informazioni sulla malavita in grado di carpire tra le osterie ed i night club. «La malavita milanese intorno al 1850 era molto elementare, d’altronde potevi muoverti a piedi, a cavallo, in carrozza. Parliamo di furti, truffe. Le violenze erano marginali – afferma Maestrini -. Il Dondina aveva una cassa personale con la quale pagava gli informatori e non usava le armi, al massimo tirava per le orecchie i criminali. Di certo sono stati gli investigatori successivi ad incontrare la criminalità che conosciamo oggi».

Flavio Maestrini: La malavita milanese intorno al 1850 era molto elementare. Parliamo di furti e truffe. Dal 1967, tutto cambiò».

Ed è proprio un omonimo del Dondina, neanche a farlo apposta, ad osservare da vicino il cambiamento della malavita milanese e raccontarlo insieme alle foto della mostra di Palazzo Morando: Massimo Mazza. È il 1978 quando Mazza entra a far parte della Squadra mobile di Milano ed è il 1980 quando ne diventa Dirigente. Negli anni Settanta la Squadra Mobile milanese, diretta da Antonio Pagnozzi, aveva al suo interno “sbirri” di primo piano: D’Amato, Carlucco, Bernardi, Oscuri, Siffredi, Cosentino, Farenga, Giannattasio, uomini che non conoscevano orari e che all’investigazione hanno donato l’intera vita.

«Ho vissuto i cambiamenti di quegli anni in prima persona, prima da studente, poi da funzionario. È cambiata drasticamente la criminalità nel corso dei decenni e con essa il modo di contrastarla – ci rivela il questore Mazza –. Ma la vera svolta della criminalità la diede la banda Cavallero il 25 settembre 1967. Da lì in poi, tutto cambiò»banda

Se prima del dopoguerra infatti, a Milano la criminalità veniva definita “Ligera”, ossia leggera, improvvisata e quasi sprovveduta, fatta di scippi, truffe e sfruttamento della prostituzione, è dal dopoguerra in poi che i risentimenti tramutano in violenza e le armi si diffondono, fino a sfociare in quel lunedì pomeriggio di settembre, tra l’estivo e l’autunnale, che cambiò per sempre la criminalità.

In largo Zandonai, zona Pagano, alle 15 e 15 tre banditi, con volto coperto e armi in pugno, fecero irruzione nell’agenzia 11 del Banco di Napoli. Il copione fu il classico e neutralizzata la guardia, si diedero alla razzia, oltre 10 milioni di lire. Durante la fuga Polizia e Carabinieri si gettarono sull’auto e i malviventi non esitarono a far fuoco. Il bilancio fu di 4 morti e decine e decine di feriti. «Da allora l’uso delle armi divenne sistematico. Ma non fu l’unica novità – continua Mazza – Milano negli anni ’70 venne oscurata da un fenomeno paralizzante già esistente in tutta Europa: il sequestro di persona a scopo d’estorsione. Dal 1973 al 1984 furono sequestrate ben 100 persone. 69 casi ebbero esito positivo, con l’arresto di 449 dei responsabili, ma sei persone sequestrate non fecero più rientro a casa».

Risale al 1972 il primo caso in Lombardia, quello di Pietro Torielli, a Vigevano. A Milano invece, nel 1973. In pochi anni la Lombardia diventa la regione più colpita da questo reato. Mazza confessa di avere ricordi in cui con la sua squadra si trovò a seguire contemporaneamente dieci casi, e l’azione di contrasto si rivelò da subito molto difficile. Non esistevano nuclei investigativi appositi, non esistevano ancora gli strumenti tecnologici oggi di grande supporto nelle investigazioni e infine, i parenti, terrorizzati, alla prima chiamata del sequestratore non si rivolgevano alle forze dell’ordine, ma cedevano al ricatto, senza tuttavia ottenere il rilascio del proprio caro.

«Oggi è possibile arrivare all’individuazione del numero chiamante in breve tempo, in quegli anni bisognava presenziare le centrali telefoniche della SIP dove, quando la telefonata era in atto, si cercava di seguire il segnale da centrale a centrale, cercando di individuare da dove fosse partita la chiamata, ma era sempre una cabina telefonica – spiega Mazza -. Allora se ne localizzavano alcune, se ne bloccavano altre simulando dei guasti, quindi si disponevano servizi di appostamento, insomma, era veramente un caos interminabile». Ma gli anni Settanta sono anche gli anni di Piombo, della violenza terroristica, delle stragi e delle uccisioni, delle organizzazioni eversive e degli scontri in piazza. Gli anni in cui il vaso di Pandora del terrorismo viene rotto.

La mostra Milano e la Mala si interrompe nel 1984 con l’arresto di Angelo Epaminonda, detto il Tebano, primo pentito di mafia a Milano, ultimo esponente di una certa forma di malavita, ma in un certo senso anche il trait d’union con quello che verrà dopo. Epaminonda il 19 novembre del 1984, cinquanta giorni dopo il suo arresto a opera della polizia, inizia la sua confessione parlando davanti al Sostituto Procuratore della Repubblica Francesco Di Maggio e ai funzionari della Squadra Mobile di Milano di dieci anni di attività criminale: rapine, sequestri di persona, controllo del gioco d’azzardo e di alcuni casinò, traffico di sostanze stupefacenti e ben 44 omicidi. Le sue rivelazioni consentirono ai magistrati milanesi di arrestare oltre 120 persone.

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«Da quel momento in poi, sarà una criminalità sempre più silenziosa e sotterranea, non più basata sul culto pubblico della persona in grado di delinquere, ma sull’omertà. Per questo Milano e la Mala si stoppa in quell’anno – conclude Mazza -. È da qui infatti, che parte una storia non più solo milanese, ma che riguarda anche la criminalità del sud e i gruppi criminali dell’est, con approcci al crimine molto più professionali e manageriali».

Quello di Epaminonda è l’ultimo tassello in grado di completare il puzzle della criminalità milanese degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. E oggi? Esisteranno un Dondina o un Massimo Mazza contemporanei? La risposta del cronista di nera di Repubblica, Massimo Pisa, è lapidaria: «No». Secondo Pisa infatti, la criminalità sarebbe troppo cambiata nel corso dei decenni per lasciare spazio alle vecchie maniere, anche se, non nega, che delle forti personalità di vecchio stampo, che preferiscono partire dalla strada e dalle confidenze, piuttosto che, ad esempio, dalle intercettazioni, ancora esistono: Gigi Negro del commissariato Greco-Turro e Carmine Gallo, del commissariato di Rho.

«Quella di Negro e Gallo non è certo una discriminazione nei confronti della tecnologia, che anzi usano, e senza la quale non potrebbero portare a termine le indagini – afferma Pisa – è semplicemente un modo diverso di approcciarsi al crimine e di fronteggiarlo». Ma non solo il modo di contrastare la criminalità si è sviluppato, anche la mala e con essa le associazioni criminali, spiega il cronista Pisa: «I malavitosi si rendono conto che con i classici metodi mafiosi si inizia a perdere, non serve più mostrarsi al mondo quindi, non serve più sparare e compiere stragi nelle strade, davanti gli occhi di tutti, anzi occorre mimetizzarsi ed infiltrarsi nell’economia legale. Questa è un’altra svolta della mala. Forse l’ultima ad oggi».