Microbo è nata e cresciuta a Catania, nella bella Sicilia, terra del sole e della natura selvaggia. Da qui è partita molto presto e ha viaggiato in tutta Europa e non solo. Ha vissuto e studiato a Londra per qualche anno, poi è tornata in Italia, a Milano, dove vive ormai da quindici anni con il suo attuale compagno, Bo130, artista pure lui. Microbo vede nella strada il luogo più adatto in cui liberare la propria fantasia creativa, poiché per lei è la città il luogo ideale per esporre il proprio pensiero, dato che è accessibile a tutti. Oggi Microbo è una degli street artist più affermati a livello italiano e internazionale.

Quando ti sei avvicinata per la prima volta alla street art?
E’ stata ‘colpa’ di Bo130. Ci siamo conosciuti a Londra, dove ho vissuto quando avevo circa vent’anni. Anche se anche io ho avuto una formazione underground, nella mia Sicilia non si vedevano tanti graffiti: li ho visti per la prima volta negli anni Ottanta a Milano, e poi a Parigi e in Germania.
Bo faceva graffiti da anni: si era formato tra Milano e gli Stati Uniti e viveva a Londra da molto tempo. Fu lui che cominciò a spiegarmi meglio i vari stili e i vari personaggi che avevano fatto la storia dei graffiti dagli anni Sessanta in poi e la sua passione contagiò subito anche me. Nell’arte in strada ho trovato un luogo di espressione per il mio animo libero e ribelle; inoltre, in generale, vedevo nelle azioni individuali in strada un gesto di dissenso contro l’invasività della pubblicità.
A Londra, dove ho studiato grafica, la nascita della computer graphic negli anni Novanta aveva permesso a chiunque di rielaborare le immagini con facilità, di riprodurle attraverso stickers, posters e manifesti. Così, grazie alle prime rudimentali stampanti da casa, cominciai ad “incollare” e a “stencilare” sui muri in giro per la città con Bo130. Proprio perchè cominciavo a lavorare come grafica e illustratrice per delle agenzie pubblicitarie – e quindi cominciavo anche io ad addentrarmi e a capirne meglio sui meccanisimi psicologici che inducono a consumare – per me non erano i graffiti, ma i cartelloni e manifesti pubblicitari che deturpavano i muri e le strade delle città: erano creati spesso senza il minimo gusto estetico, a volte persino volgari, ma soprattutto imposti alla società con l’unico scopo di vendere dei prodotti. Questo per me era un modo di compensare e partecipare attivamente ad una sorta di rivoluzione culturale contro il consumo abulimico dell’umanità, motivata anche da un saggio fondamentale che uscì in quegli anni, No logo, di Naomi Klein. Per questo, all’inizio, emulando le grandi aziende, ho creato il mio logo, la mia firma. L’ho fatto per manifestare il mio essere, la mia unicità come persona; un’identità unica e inconsumabile che può essere vista ovunque, esattamente come le pubblicità, ma senza nessun altro tipo di finalità commerciale. Era anche un gesto simbolico per segnalare la mia presenza a chi, come me, sentiva la stessa esigenza creativa, il mio stesso disagio.

All’inizio del nuovo Millennio tu e Bo vi siete trasferiti a Milano per iniziare una nuova vita. É qui che sei diventata street artist a tutti gli effetti.
Pensavamo da tempo di ritornare in Italia. Avevamo 28, 29 anni. Eravamo entusiasti, carichi di aspettative e di voglia di fare. A Londra, come ti dicevo, avevo già iniziato a fare stencil e stickers e poster, ma è stato a Milano che ho maturato il mio stile, e la mia identità di “Microbo”. Gli anni Novanta erano stati un periodo nero per i graffiti: leggi repressive punivano molto aspramente gli street artist, anche dal punto di vista penale. Inoltre, i graffiti erano visti come qualcosa ormai passato di moda. La nuova ondata di creativi dei primi anni Zero ha dimostrato che la street art, intesa come arte pubblica e libera, era più viva che mai, pronta per essere sprigionata e ricevere il riconoscimento che oggi, finalmente, ha conquistato.

Nel frattempo, hai continuato il tuo lavoro di illustratrice e di grafica. Rispetto a Londra, quanto era indietro l’Italia, da questo punto di vista?
Era il periodo dei cacciatori di teste che cercavano creativi qualificati da tutto il mondo che avessero una buona conoscenza di computer graphic: in questo senso, in questo Paese si era indietro anni luce, sia come strumenti che competenze, ma soprattutto come mentalità.
Lavorare nelle agenzie pubblicitarie, nonostante all’epoca fosse ben remunerato, era frustrante, c’era poco spazio per osare e per sviluppare idee originali, i clienti spesso ti guardavano come se avessero di fronte ad un alieno.
L’unica industria aperta a idee nuove era ovviamente quella tecnologica, ma anche quella musicale. Così i primi anni a Milano, insieme ad un gruppo di altri creativi tra videomakers, musicisti, grafici e pittori, che come noi erano tornati in Italia da diverse città straniere all’inizio del nuovo Millennio e che, come noi, sentivano l’esigenza di poter mettere in pratica ciò che avevamo assorbito in altri luoghi, iniziammo a unire le forze. Di giorno lavoravamo ognuno nelle rispettive agenzie, di notte insieme sperimentavamo a 360 gradi la creatività “repressa” tra video indipendenti, graffiti, e alternandoci come veejay in eventi vari, durante i concerti o semplicemente in serate nei locali, sotto il nome di Sunwukung Hardcore Entertaiment.
Anche se (per quel che mi riguarda) alla fine la parte pittorica ha preso il sopravvento e la sperimentazione video è durata solo pochi anni, non sono mancate le soddisfazioni: sia io che Bo130 abbiamo lavorato a fianco di diversi artisti internazionali, come i Rem, Dj Cucculluto e Jah Shaka, per citarne qualcuno, così come per le maggiori etichette discografiche ma anche indipendenti, come la Easytempo.

Piano piano, ti sei affermata nel panorama internazionale come ‘Microbo’. Perché hai scelto questo nome?
Nasce principalmente dalla mia esile statura e dalla mia timidezza. É vero, ho una certa parlantina, ma in fondo sono molto riservata e non mi è mai piaciuto avere gli occhi puntati addosso. Mi hanno sempre associato a qualcosa di piccolo, ed io mi associavo già ad un piccolo insetto, così cercavo qualcosa di veramente piccolo per creare il mio ‘personaggio’. Arrivò ‘Microbo’ per caso e da una battuta sul mio vero nome, tra una chiacchera e un’altra, ma mi piacque subito perchè era una creatura molto ma molto più piccola di un insetto.
Il microbo è proprio l’essere vivente più piccolo della Terra, ed è invisibile all’occhio umano. Automaticamente, mi sono appassionata al comportamento microbiotico e ho iniziato ad informarmi un po’ di più, scoprendo in giro tantissime cose che non sapevo. Ho scoperto, ad esempio, che i microbi sono gli abitanti più numerosi di questa Terra e se ne conosce ancora solo l’1% della loro totalità; sono responsabili di molte cose, come la fermentazione del pane e del vino, simboli sacrali per eccellenza. Sono quasi tutti innocui anzi indispensabili alla vita e vivono in modo autonomo, a differenza dei virus, che per poter sopravvivere devono “occupare” il corpo di altre creature: una differenza non così distante da quella che separa certi ‘buoni’ da certi ‘cattivi’ nella nostra umana società. É da allora che ho iniziato quindi a disegnare i miei primi esserini privi di arti e fluttuanti nell’aria che nel tempo sono diventati una sorta di alfabeto visuale sulla quale costruire le storie delle mie opere.
Nelle mie creazioni, partendo dai microbi, alla base di tutto ho così deciso di rappresentare l’organicità, la bellezza della natura, l’unicità di ogni essere vivente e la capacità che ha di mescolarsi, in ogni senso, per creare qualcosa di nuovo, di diverso ogni volta, partendo da dei “moduli” base remixati tra loro.

Quali sono i tuoi maestri a cui ti sei ispirata, se ce ne sono stati?
Non sono in debito con nessuno per la mia arte, e allo stesso tempo a migliaia di persone: tutto e tanti hanno contribuito a insegnarmi qualcosa. Se devo dare un nome, in assoluto, non posso non citare Chris Ofili per aver ricevuto una sorta di scossone iniziatico. Si tratta di un famoso esponente afroamericano della Young British Art o Shocking art. Conobbi le sue opere a Londra, alla mostra Sensation, che ai tempi fece scalpore in tutto il mondo. Mi piacque la sua pittura, che fondeva la cultura aborigena ed elementi di sacralità pagana con un immaginario pop occidentale; mi colpirono in particolare alcune tele piene di linee tracciate con una semplice bic. Quando tornai a casa iniziai anch’io a coprire i fogli di linee, guidata solo dal ricordo di quelle tele. Divenne un’ossessione e fu molto importante per la nascita del mio stile. Fu come se Ofili avesse risvegliato in me qualche ricordo sopito di una vita passata…

Per te cos’è la street art?
Vorrei puntualizzare una cosa: non mi è mai piaciuto il termine 
street art. Se chiedi un po’ a tutti quelli che hanno iniziato per gioco anni fa, ti dicono la stessa cosa. A gente come noi non sono mai piaciute le etichette e ogni volta che ci veniva chiesto come si chiamava quello che facevamo, visto che sembrava diverso dai graffiti classici, noi rispondevamo: “non c’è una definizione”. Ognuno di noi aveva voglia di essere uno spirito pazzo e ribelle senza essere imprigionato in una sola parola. Posso affermare che la street art non esiste. Esistono luoghi dove si rendono pubbliche delle opere, che sia un edificio o una strada, un museo o galleria: il fine è sempre lo stesso, comunicare qualcosa – attraverso la pittura, la scultura, l’installazione, eccetera. Quando mi confronto con altre persone, che fanno quello che faccio io, non pongo distinzioni tra chi è street artist e chi non lo è, ma tra persone che ritengo intelligenti e curiose e chi no: così è diviso il mondo. É il lato bello della globalizzazione, che ha permesso l’unione e la collaborazione fraterna e pacifica tra persone, culture, e universi totalmente differenti. Durante il mio soggiorno a Londra ho imparato a cancellare qualsiasi tipo pregiudizio, perché ognuno ha la propria storia, le proprie tradizioni, il proprio vissuto, ugualmente degno di essere affermato.

Per te la street art, o come vogliamo chiamarla, che ruolo può avere ancora oggi, che esempio e che significato può esprimere?
Ultimamente mi è capitato spesso di riflettere sui progressi fatti in questi 15 lunghi anni. Solo alcuni anni fa era impensabile che un Comune offrisse spazi liberi da dipingere, come ad esempio le operazioni fatte a Quarto Oggiaro, o la lista dei 100 muri sparsi per la città, messi a disposizione dal Comune di Milano; così succede a Roma e in molte altre città nel mondo. Questa maggiore apertura ha permesso agli artisti di trovare il tempo per elaborare opere più belle e curate dal punto di vista estetico, senza dover finire in fretta a tutti i costi con il timore di venire scoperti e arrestati dalla polizia. Vedi, io ho studiato psicologia per l’infanzia e, da brava montessoriana, non credo affatto nel metodo repressivo per educare la società. É un sistema che ha clamorosamente fallito nella lotta alla droga, alla delinquenza e anche all’arte di strada, che di criminale non ha proprio nulla. Anni di leggi durissime contro i graffiti, hanno messo in enormi difficoltà i veri artisti, portando alla prolificazione di tag e scritte sui muri. Perché a tracciare la propria firma con lo spray ci si mette 30 secondi.
Oggi le cose sono decisamente migliorate: non si contano più i festival, i contest e le iniziative dedicate ai graffiti. Ho notato che la gente ci apprezza, non ha gli antichi pregiudizi nei nostri confronti e in generale ricomincia ad avere un senso estetico più sviluppato, perlomeno più consapevole: non sopporta più, ad esempio, certe ingerenze a fini pubblicitari ed è la gente stessa che oggi vuole più arte in strada, e questo sicuramente è un bene. Dall’altro lato, però, oggi si è perso, in parte, quello spirito originario che animava gli “animi ribelli”. La voglia di creatività, gratuità e disinteresse assoluto che fondava tutto il nostro movimento. Da quando i graffiti sono diventati mainstream, molti giovani hanno creduto che, buttandosi in strada, avrebbero avuto quei 15 minuti di celebrità, così oggi spesso si va in strada per la visibilità. Come se armarsi di spray e dipingere su un muro gigante basti per farti diventare un artista affermato. Ma così posso anche parlare di quegli artisti più maturi, che fino a qualche anno fa snobbavano la strada, rincorrendo i galleristi e considerando la strada un luogo démodé: gli stessi che oggi vogliono essere tutti in strada perché è “tornata di moda” e ci si può fare un sacco di soldi…
Vedendola in positivo, credo però che tutto questo sia un giusto prezzo da pagare per avere in cambio quella libertà e quel giusto riconoscimento che per anni è mancato. Nel mucchio, poi, vedo qualche ragazzo davvero bravo che ha moltissimo da dire. In ogni caso la strada da sempre rappresenta, nel bene e nel male, la contemporaneità.

Vedo che le tue opere sono cambiate rispetto a quelle degli anni passati.
Ci sono voluti molti anni per costruirmi una sorta di “alfabeto” visuale con il quale poter comunicare; all’inizio le mie opere si focalizzavano sui singoli personaggi, e sul mio stile immaginario, anche se in ogni progetto ho sempre tentato di raccontare delle storie. Nel tempo io sono cambiata e così il mio lavoro, di conseguenza. La ricerca sulla natura organica delle creature invisibili e l’impatto che esse hanno sull’ecosistema mi hanno portato a ragionare su molte altre cose che esistono o che ci influenzano nonostante siano invisibili. Tutto ciò che è invisibile è percepito dall’uomo come mistero, che in origine era considerato sacro; oggi il mistero viene visto spesso come simbolo di ignoranza e superstizione o passa per follia, eppure solo dalla ricerca dell’invisibile possiamo individuare la strada per tornare a “casa” e ritrovare il senso dell’Essere. Oggi i miei microbi non hanno più quell’originario spirito di ribellione e sono diventati protagonisti di storie fantastiche classiche e contemporanee, ma anche personificazioni di miti e leggende antiche.

Quali sono stati i tuoi ultimi lavori più importanti che ti senti di raccontare?
Più che i miei lavori, ciò che conta per me sono le esperienze di vita legate al mio lavoro. Quelle che lasciano un segno e che mi hanno dato l’opportunità di cambiare dentro, per poi rigettarlo fuori attraverso i miei dipinti. Uno dei progetti più recenti e più entusiasmanti è stato Du Graffiti dans Les Voiles (“Graffiti sulle Vele”), un progetto a cui ho partecipato insieme ad altri 8 artisti di varie nazionalità e una troupe cinematografica capitanata dal regista libanese Sami Chalak, in una delle zona più povere del Madagascar nella parte a Sud della costa che da sul canale di Mozambico. L’intento del progetto è stato quello di raccontare attraverso il nostro viaggio e la nostra arte la vita di queste popolazioni nomadi del deserto dove la pesca è una delle pochissime risorse di sostenimento. Durante il viaggio, abbiamo conosciuto e vissuto con i “Vezo”, gli abitanti di questi piccoli villaggi di capanne.
Nelle 3 settimane, in cui eravamo lì abbiamo dipinto su più di 40 “vele” delle tipiche piroghe – in realtà più che vele direi vecchi e grandi ‘lenzuoli’, veri e propri patchwork di stoffe diverse – lasciando loro in cambio delle nuove vele più robuste, impermeabili e più utili per la pesca. Il docufilm prodotto da Canal Plus in collaborazione con altri enti e produzioni indipendenti di Reunion Island è uscito proprio quest’anno ed è andato in onda nelle tv francesi; le vele, invece, stanno girando in mostra in diversi Paesi.
Quello che mi ha lasciato quest’esperienza è molto più di un lavoro importante da raccontare, qualcosa che ti si imprime nel profondo… Villaggi abitati soprattutto da bambini (perchè la mortalità giovanile è altissima) che pur non avendo nulla, hanno tutto dentro i loro occhi, sempre allegri, felici per niente, bambini-adulti e adulti-bambini che vivono giorno per giorno intensamente, godendo della vita così com’è, in totale armonia con la natura, e con il sorriso sulle labbra. Ne rifarei altri cento di progetti così.

C’è una frase, un verso di una canzone o un’opera d’arte a cui ti senti affezionata?
Ieri mattina mi sono svegliata con What a Wonderful World, di Louis Armstrong e mi ero sentita molto bene. Oggi, invece ho ascoltato DJ Gruff. Amo il suo disco Tutto o Niente e in particolare la canzone che fa: “Lo spazio è pieno di misteri… Aiuto help me SOS…”.

Michele Alinovi