Sembrerebbe proprio che alla gente sia venuta voglia di mollare lo smartphone e di uscire di casa la sera. Si fa presto a pensarlo tenendo il conto degli eventi in giro nella settimana in cui ha luogo il Festival della Canzone Italiana: in ogni dove, locali di ritrovo mettono a disposizione televisore, proiettore, posti a sedere e consumazioni, invitando chi ne abbia voglia a partecipare ad una visione collettiva. Paradosso curioso: una pratica di fruizione così frequente in tempi di magra, quando pochissime famiglie potevano permettersi un tubo catodico, ritrova smalto in anni in cui è possibile contare almeno un paio di schermi al plasma dentro ogni casa. A far leva sulla volontà di ritrovarsi ha giocato un ruolo decisivo una certa stanchezza da condivisione solo virtuale. Di tutto è successo in tempi come questi: attentati, manifestazioni, bombardamenti, saliscendi in borsa, lutti pubblici e dolori privati, elezioni, epidemie e calamità naturali di vario genere, gravità e vicinanza. A tutto si è assistito dalla poltrona di casa, col pollice pronto al commento, un occhio puntato alle immagini dei fatti, l’altro impegnato nello scrolling compulsivo, chiusi dentro la più capillare indagine di mercato della Storia.

Alla sequela interminabile di sciagure da non perdersi per niente al mondo, a noi italiani piace aggiungere di anno in anno una nuova edizione del Festival di Sanremo. È un modo singolare e tutto nostro di misurare la temperatura al Paese. In passato, fu infatti un certo Domenico Modugno ad annunciare l’arrivo di un’epoca di spensierata leggerezza e benessere alla portata di tutti con una canzonetta che parlava di quanto fosse piacevole sognare di volare (oooh-oooh). Cinquant’anni più tardi, s’iniziò a capire grazie alla vittoria di un brano tra intimismo e protesta uscito dalla penna di Roberto Vecchioni che l’età berlusconiana cadeva a pezzi come la faccia del suo leader – la «maledetta notte che dovrà pur finire» trovò termine nel novembre di quell’anno, tra uno spread oltre i livelli di guardia e un governo tecnico. Quanto all’aria che tira, verrebbe da dire – per scherzo ma neanche tanto –, Sanremo pare più attendibile dei risultati delle urne.

Ma, al netto delle canzoni, per ogni edizione significativa e/o degna di menzione almeno una decina risultano volgarissime, vuote, insopportabili. Si può sentirle arrivare tutte allo stesso modo: con un acceso brusio di polemiche in sottofondo – molto simili a certi personaggi disposti a dare scandalo pur di continuare a far parlare di sé. In più, ad essere usurato, logoro, inservibile non è solo il format della trasmissione, ma il concetto stesso alla base: quale significato dare ormai al termine ‘’nazional-popolare’’? Quale il livello? Basso, alto, medio, prematurato con scappellamento a destra? Fosse ancora vivo, Umberto Eco impazzirebbe come il vigile di Amici miei. O ancora: che senso ha oggi un concetto largo, quello di popular music, quando tutti i sottogeneri possibili ci trovano spazio come una serie di tribù senza nulla in comune stanziate tutte insieme in tende e sacchi a pelo sul selciato di Piazza Duomo?

Di fronte a domande del genere rimango perplesso sull’opportunità di guardare Sanremo. Se lo faccio è per abitudine, pigrizia e nostalgia. Ogni tanto mi ritornano in mente canzoni che ho amato e significano ancora qualcosa. Allora apro la porta di una piccola sala tutta buia, prendo posto in poltrona e sullo schermo partono immagini da Teche Rai: Antonella Ruggero in tailleur bianco mentre canta Vacanze romane nel 1983 e, quello stesso anno, Vasco Rossi che dà appuntamento a tutti al Roxy Bar con Vita spericolata; Anna Oxa «conciata come una punk londinese» alla voce, Ivano Fossati alla penna, il risultato è Un’emozione da poco, annus horribilis 1978; Max Gazzè, basso in spalla, con Il timido ubriaco nel 1998 e, dieci anni dopo, con Il solito sesso; i Perturbazione che ripercorrono la storia degli amori, veri o presunti, di ognuno con L’unica nel 2014. Fiori spuntati da un mare di letame, specchietti per le allodole, eccezioni utili a confermare la regola. Solo per dovere di cronaca allora spengo la mia pipa, chiudo la copia di Essere e tempo e la poggio sul comodino, rimetto nell’ombrelliera il bastone con manico di ferro a forma di testa di cane e mi dirigo verso il Mare Culturale Urbano.

Mare Culturale Urbano sarebbe in zona San Siro, quadrante Nord-Est di Milano, così indicano le mappe. Nata nel 2016 da un gruppo di ricerca formato da artisti, professionisti e sociologi, l’iniziativa trova posto in una cascina e ha come obiettivo quello di realizzare progetti, autonomi o in collaborazione con il quartiere, per uno sviluppo sociale e culturale condiviso in un contesto periferico. Nobilissimi intenti. Quasi subito dopo l’apertura, nel cartellone dei programmi compare Sanremo Culturale Urbano, gruppo d’ascolto allargato arrivato quest’anno alla terza edizione.Il gioco è semplice: prendere un format come quello del Festival – statico, pesante, immodificabile –, mandarlo in onda alzando o abbassando il volume nei momenti più o meno salienti e mettere sul palco due animatori a commentare le serata à la Gialappa’s Band. Senza dimenticarsi di mettere insieme una Giuria di qualità né di lasciar libero il pubblico di esprimere il proprio insindacabile giudizio attraverso palette colorate. La combinazione dei voti di élite e popolo formerà alla fine una classifica parallela a quella del Festival ufficiale.

Sanremo Culturale Urbano è un gruppo d’ascolto allargato nella cascina dell’associazione Mare Culturale Urbano, in zona San Siro

Al mio arrivo, la sala è già piena: un centinaio di persone in tutto già mangiano, bevono, bivaccano, usano i tempi morti per uscire a fumare. Mi aspettavo una presenza massiccia di sciure del quartiere in pelliccia sedute ai tavolini, impegnate a parlar male di tutto e tutti. Al contrario, l’età media del pubblico è bassa: soprattutto giovani under 35, universitari o lavoratori, molte ragazze, qualche famiglia con bambini piccolissimi al seguito. Scoprirò in seguito che per tutti o quasi è la prima volta qui e addirittura la prima e unica serata di Sanremo vista in settimana. Al centro del palco, i due conduttori (Marco Cardea e Francesco Roggero – vestito come il figlio illegittimo di un rapporto tra il Battiato de La voce del padrone e Jarvis Cocker) parlottano con la Giuria di qualità, quattro persone sedute accanto a loro.Decido di prendere subito da bere, per sete e per altre ragioni: Sanremo è una grande metafora della vita, entrambe cose che non si riesce a sopportare da sobri. Mi metto a sedere e decido anche un’altra cosa: al momento del voto, alzerò la paletta rossa per ogni cantante in gara. Non importa la simpatia, il talento, i contenuti, l’immagine: odiare tutti senza distinzioni è il miglior modo per essere equi.

Il riepilogo della classifica parziale lascia scontenti per i posti riservati a Elodie, Levante e Achille Lauro, mentre c’è soddisfazione per Gabbani e Diodato. Manca il tempo per pensare al passato, però, perché si apre la gara finale. Comincia Zarrillo e il pubblico non riesce a scaldarsi. Ci si accende qualche momento più tardi quando sul palco arriva Elodie: Andromeda è un pezzo dal respiro internazionale, con un ritornello killer e in bella vista l’impronta lasciata da Mahmood, non sfigurerebbe all’Eurovision. Le ragazze ci si rivedono tanto da alzarsi in piedi e cantarla a memoria, segno che andrà alla grande in radio, farà bene nei club, sarà adorata entro i confini della rainbow zone di Milano e non dispiace neanche a me. Ho un problema invece con Enrico Nigiotti: l’anno scorso portò in rassegna una canzone passatista, inutilmente lacrimevole, melanconica nel senso peggiore del termine. Quest’anno fa il compitino, si presenta a capelli sciolti – più Grignani che Axl Rose –, si porta a presso la chitarra per suonarla pochissimo e riesce a darmi l’idea di uno che andrà a Sanremo per presentare qualsiasi cosa faccia. Irene Grandi mi trova distratto, pronuncia la parola ‘’sesso’’ e solo allora alzo la testa chiedendomi chi voglia vendermi cosa. Il wannabe Bocelli Alberto Urso svolge invece un ruolo di grande importanza sociale: svuota la sala e manda tutti fuori a consumare il drummino preparato nel frattempo. Niente di personale, ma è diventato urgente pensare ad un petizione pubblica per vietare interpretazioni con troppo vibrato, aria perennemente contrita del/dei cantante/i e musica presa di peso dall’opera lirica, si troverebbe seguito sufficiente per mettere fine a questo strazio. Rientrati, assistiamo all’esibizione di uno dei favoriti: Diodato. Anche stavolta alcuni si alzano e cantano in piccoli gruppi il pezzo, molto sanremese. Assistere alla scena mi convince: il ragazzo se la giocherà. Subito dopo è il turno di Marco Masini. Origlio un siparietto divertente a poca distanza da me: in un gruppo di amici, un tizio con pesante accento veneto si sbilancia prima della performance: «Tra le canzoni presentate è la meno peggio, almeno è radiofonica». Appena Masini apre bocca per cantare, fa marcia indietro, un poco avvilito: «Ok, forse mi sbagliavo». Di quello portato da Piero Pelù molti parlano come del brano più rock del Festival e in effetti regge bene alla prova dell’impianto stereo. Eppure quando sento la parola ‘’rock’’ mi tornano in mente gli ascoltatori di Virgin Radio – puristi del genere, fermi da 50 anni a discutere su quanto sia di rottura un disco come Paranoid dei Black Sabbath, ignari o forse fin troppo coscienti che il mondo (e il rock) siano cambiati – e mi invade una tenerezza immensa.

A questo punto, la Rai prosegue su un binario parallelo al nostro, perché spunta una sorpresa: il proiettore si spegne, una ragazza dai capelli rossi sale sul palco e si presenta: è Chiara Galiazzo, vincitrice dell’edizione 2012 di X Factor e più volte concorrente al Festival. Leggermente brilla, saluta, si siede dietro un pianoforte e si esibisce: canta prima Nessun posto è casa mia e poi L’ultima canzone del mondo. Quando scende porta tra le braccia un mazzo di fiori regalatole dagli animatori.

Ancora stupiti per l’apparizione, torniamo di nuovo dentro l’Ariston: la canzone di Levante ha un vestito sonoro elegante e un testo molto ritmato – una tendenza generale ormai – e lascia indovinare cosa serviranno le emittenti radiofoniche da qui all’estate. La sala si scalda coi Pinguini Tattici Nucleari e Ringo Starr incontra i favori di pubblico e critica, saltando in testa alla classifica di Sanremo Culturale Urbano: orecchiabile e con un significato mica scemo, ci ricorda che il successo è temporaneo, come la sfortuna (e come tutto il resto), e che gli underdog sanno nascondere spesso una forza sconosciuta ai primi della classe. Promossi, d’accordo, avanti il prossimo: Achille Lauro. Dall’elogio del lusso tenuto l’anno scorso, il ragazzo è passato ad attaccare la mascolinità tossica con l’aiuto di una serie di travestimenti: dopo San Francesco, Ziggy Stardust e la Marchesa Casati Stampa è il turno di Elisabetta I Tudor. In coppia con Boss Doms sul palco, durante la loro esibizione non riesco a non fare caso ai tratti somatici dei due, uguali sputati ai personaggi di Ranxerox, fumetto di Stefano Tamburini, coatti borgatari lanciati a velocità folle verso il futuro. Ma è il nome stesso, Achille Lauro, a farmi sentire a casa: profuma di Meridione, familismo amorale, liti tra condomini, voto di scambio clientelare. Il pubblico premia, la Giuria di qualità segue e assegna quattro 10: adesso è in cima alla classifica, scavalcando i Pinguini.

Da qui in poi, su Mare Culturale Urbano cala un down terrificante, una fase di stanca proseguita fino alla fine della serata. Junior Cally, pur con un testo e un arrangiamento più puntuto di Lauro, non entusiasma; la canzone di Gualazzi è piacevole, ma per pochi; alla fine del pezzo di Tosca qualcuno nelle ultime file esce dal sonno e si ricorda di applaudire; quando arriva Rita Pavone partono addirittura fischi – fischi che il sottoscritto non riesce a condannare, in quanto chiunque riesca a mettere, con 74 primavere alle spalle, nel titolo di un brano la parola ‘’resilienza’’ sarebbe capace di ogni porcheria. Su Gabbani, la curva dell’attenzione segna un timido rialzo: testo di puro divertissement in chiave amorosa, interpretato con aria da vero ruffiano, melodia catchy, si vede e lo vediamo già proiettato sul podio. Ad un certo punto, il pubblico applaude, finalmente vivo e presente. Vibrazioni positive che nulla hanno a che vedere con il gruppo di Francesco Sarcina e soci, quanto invece a poche parole pronunciate prima della loro esibizione: «Dirige l’orchestra il Maestro Peppe Vessicchio». Viva! Anche Biagio Antonacci passa in secondo piano e a qualcuno viene la felice idea di riacchiappare tutti grazie ad un intermezzo karaoke durante il quale la gente sale in piedi sui tavoli e balla. Playlist evergreen: Felicità, Non sono una signora, Non voglio mica la luna e Non succederà più. Si riprende col crossover di Anastasio; Riki trova concordi giuria e pubblico su una bocciatura senza appello, i conduttori azzardano con malignità: «C’è più probabilità che vinca Bugo che Riki» – parole sante; Giordana Angi ringrazia la madre; Herbert Ballerina si esibisce sotto copertura col nome di Paolo Jannacci e ringrazia il padre. Non c’è più niente da fare: il pubblico è, almeno virtualmente, da tutt’altra parte. La colpa va cercata in una scaletta scritta male e portata avanti peggio, che tradisce già chi arriverà sul podio e da mezzanotte in poi regala lunghissime intense passeggiate nelle praterie della noia. La gente vota senza voglia, persino i momenti karaoke perdono gioia. Fino a quando non arriva Elettra Lamborghini, con un brano così sudamericano che non sortirebbe lo stesso effetto neanche mettere sul piatto di un giradischi una tortilla. La rampolla della famiglia di produttori di auto di lusso si è giocata l’occasione molto meglio di Bugo, che pure di cognome fa Bugatti: è pronto il lancio del suo sedere gigantesco sul mercato discografico latinoamericano, si prevedono 10 morti e una quarantina di feriti – chiedo scusa da subito se qualcuno mi accuserà di bodyshaming, per favore non denunciatemi, grazie. Cattiverie a parte, la canzone è una cafonata e per questo riceve il consenso dei ragazzi del Mare Culturale Urbano e quattro 10 dalla Giuria. Ultima performance quella di Rancore: rap colto molto in voga di questi tempi, capace di farmi desiderare con struggimento la reunion dei Club Dogo a San Siro, sopra un pubblico che lancia reggiseni non appena parte Giovane e pazzo.

Seguono 45 minuti – ripeto: 45 minuti – utili a prendere tempo per calcolare la media totale del voto. Momenti durante i quali faccio due scoperte rilevanti. La prima: sono troppo ubriaco per rimanere ben piantato sulle gambe. La seconda: Sabrina Salerno a 51 anni è ancora ehm… fosforescente e se soltanto si potesse televotare Boys (Summertime Love) si può star certi che questa edizione la porterebbe a casa lei. La classifica finale di Sanremo Culturale Urbano però è già pronta:

  1. Achille Lauro, Me ne frego;
  2. Pinguini Tattici Nucleari, Ringo Starr;
  3. Elodie, Andromeda.

Di quella ufficiale si sa soltanto che sul podio andranno i Pinguini, Gabbani e Diodato, non in che posizione. Un giornalista della Giuria presente in Sala Stampa fino a ieri spiega: i primi hanno dalla loro solo Brescia, il secondo solo la Toscana, il terzo tutto il Sud e s’inizia a capire come andrà a finire. Nel frattempo, ancora karaoke. In tv vediamo comparire due sudamericani con in sottofondo un pezzo reggaeton e il Festival raggiunge nuovi sconosciuti picchi d’imbarazzo. Fino all’arrivo della busta e all’annuncio del podio: Pinguini terzi, Gabbani secondo, vince la 70° edizione Diodato, aggiudicandosi anche il Premio della critica.

Si è fatto tardi, è tempo di correre verso casa, dove si prende il notturno sostitutivo della metro? Sono qui da due mesi e ancora fatico a capirlo.Allo stesso modo, non ho realizzato il perché mi ostini a guardare ancora Sanremo. Forse – penso – perché è tanto simile a certe storie brutte sporche e cattive: una volta chiuse, tramortiti, ci si promette di non averci più nulla a che fare, salvo ricascarci, puntuali, al giro successivo, più fessi di prima.