Ex caporedattore delle inchieste di Rainews 24, Maurizio Torrealta è autore di importanti lavori sulla mafia e sulle armi non convenzionali all’uranio impoverito utilizzate dagli eserciti che hanno operato in aree di crisi, dalla Jugoslavia all’Iraq. Collega di Ilaria Alpi al Tg3, è uno dei giornalisti che hanno indagato con maggiore determinazione sull’omicidio dell’inviata e di Miran Hrovatin, ed è anche grazie al suo lavoro che la loro morte non è passata sotto silenzio.

Aver scritto di Ilaria Alpi e della sua vicenda ha avuto qualche conseguenza sulla sua vita o sulla sua attività professionale?

Sì, mi ha insegnato molte cose, anzi devo dire che le cose più importanti le ho imparate proprio svolgendo questa inchiesta. Sono partito dall’ultima intervista realizzata da Ilaria: un montatore suo amico mi aveva chiamato chiedendomi di guardarla perché nel girato c’era un taglio strano. Io l’ho guardata cento volte, e partendo da quel vuoto all’interno dell’intervista ho cominciato a farmi delle domande: mi sono chiesto perché primadel taglio si parlava di pesci e di porti e dopo invece si parlava di qualcosa che si sarebbe dovuto raccontare ai magistrati, e da lì sono partito. Ho imparato una lezione molto importante da quell’intervista, quella di un giornalismo fatto non di telecamere nascoste ma di silenzi e di ragionamento.

Lei era collega di Ilaria Alpi al Tg3. Che ricordo ha del giorno in cui è morta?

Ricordo un grande spaesamento, non capivo cos’era successo né perché era successo. Non ho mai digerito la notizia della morte di Ilaria, non volevo lasciarla passare. All’epoca ero l’ultimo della fila, ma visto che nessuno si occupava di questa storia ho deciso di farlo io, parlando prima con i montatori, poi con dei somali che conoscevano un uomo che era marinaio su una delle navi di cui si stava interessando Ilaria. Di quest’uomo si sapeva solo che era soprannominato “Forchetta” perché aveva delle fessure molto larghe tra i denti, e che frequentava delle ragazze somale che lavoravano come cameriere alla stazione. Ho passato quindi molto tempo in stazione, parlando con alcune di queste ragazze e chiedendo di questo “Forchetta”, finché non l’ho trovato e l’ho intervistato. A quel punto ho cominciato a mettere insieme i pezzi della vicenda e a capire cosa fosse effettivamente accaduto.

Sulla morte di Ilaria e di Miran Hrovatin lei ha scritto un libro al quale hanno collaborato anche i genitori di Ilaria. Che rapporto ha con loro?

Sicuramente un rapporto molto forte. Voglio molto bene a Giorgio e Luciana Alpi, ma da giornalista devo dire che è sempre molto difficile mantenere rapporti stretti con persone che hanno subìto un dolore così forte come la perdita di una figlia, perché si rischia di perdere la propria obiettività. Per questo motivo, se me lo chiedono, consiglio sempre di non mantenere relazioni troppo strette in casi del genere, perché può rivelarsi un boomerang dal punto di vista professionale.

Per far luce sulla vicenda è stata istituita anche una commissione parlamentare di inchiesta, presieduta dall’allora onorevole Carlo Taormina. Da giornalista che si è occupato di questo caso, come giudica l’operato della commissione?

Molto negativamente: a mio giudizio, quella commissione ha fatto l’esatto contrario di ciò che avrebbe dovuto fare. Non solo non ha fatto emergere nessuna verità su quanto è accaduto, ma nella relazione finale di maggioranza si legge che la morte di Ilaria e Miran sarebbe stata la conseguenza di un tentativo di sequestro finito male, il che è palesemente falso. Taormina mi ha dipinto come il grande depistatore del caso Alpi, mi ha fatto perquisire la casa e sequestrare il computer. Come se non bastasse, per le mie indagini sull’omicidio di Ilaria e Miran ho anche subito dei processi per diffamazione, dai quali comunque sono sempre uscito assolto.

Quali sono i valori dell’operato e della professionalità di Ilaria che lei sente anche suoi?

Il valore più grande di Ilaria dal punto di vista professionale era la sua conoscenza dell’arabo. Io l’ho studiato per tre anni, e mi sono reso conto che impararlo bene è un’impresa. Nonostante sia una lingua molto difficile, Ilaria la padroneggiava alla perfezione, e in un paese come la Somalia, dove le informazioni si ottengono solo parlando con le persone, questo era fondamentale. Questo tipo di approccio è quello che vorrei riuscire ad utilizzare ogni volta che vado all’estero, perché è chiaro che se uno va in un Paese senza conoscerne la lingua, non va a fare il giornalista ma il turista.

Perché secondo lei è importante sostenere l’attività dell’associazione e del premio intitolati a Ilaria?

Il premio si è dimostrato un’iniziativa straordinaria. Ricordo quando ci venne in mente di istituirlo: eravamo a Riccione io, Francesco Cavalli e altri, e proposi di intitolare un premio alla memoria di Ilaria. Fortunatamente l’idea piacque, e oggi il premio Alpi è un punto di riferimento per il giornalismo italiano e la figura di Ilaria un simbolo di tutto ciò che significa buon giornalismo.