Da Milano a New York per partecipare alla campagna elettorale più entusiasmante degli ultimi anni. Mattia Tarelli, 26 anni, è l’unico italiano nello staff di Hillary Clinton, candidata per i democratici alle presidenziali USA 2016. Dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano e qualche esperienza nella politica locale, ha scelto la Grande Mela come trampolino di lancio per un futuro nel mondo delle Relazioni internazionali.


Lei ha studiato molto all’estero: l’Erasmus all’Università di Valencia, la preparazione della tesi all’Università di Istanbul e un Master in Relazioni internazionali all’Università di New York. Che cosa le hanno lasciato queste esperienze?

«Per un ragazzo di vent’anni studiare all’estero è fondamentale. È un’occasione unica che ti permette di imparare una nuova lingua e vivere un’esperienza incredibile dal punto di vista professionale e personale. L’Erasmus mi ha cambiato completamente, mi ha fatto scoprire il mondo e ha aumentato la mia curiosità per le altre culture. Probabilmente non avrei compilato la domanda di ammissione per l’Università di New York se non fossi partito per Valencia. Studiare all’estero è il primo consiglio che darei a chi inizia il percorso universitario».

Come vive l’esperienza all’Università di New York?

«L’Università di New York è meravigliosa e il metodo di insegnamento è ottimo. Le classi sono molto piccole, 10-20 persone al massimo, niente a che vedere con le aule stracolme di studenti in Italia. Si instaura un dialogo alla pari con il professore e si ha la possibilità di lavorare in istituzioni importanti. New York è perfetta per studiare Relazioni internazionali perché è il crocevia del potere. L’Italia ha molto da imparare dagli Stati Uniti: in merito alle risorse e alle strutture disponibili parliamo di due mondi diversi».

Come mai ha scelto di sostenere Hillary Clinton?

«Hillary è fantastica, si muove con naturalezza e determinazione. Ha l’empatia del politico» «Di Hillary mi piace il fatto che abbia proposte assolutamente riformiste che si muovono nella direzione giusta per gli Stati Uniti. Oltre a spiegarle in maniera chiara agli elettori, step by step, sono sicuro che riuscirà a portarle a termine durante la presidenza. Dal salario minimo al rinnovamento dell’università, con il college gratuito per le famiglie meno abbienti, passando per la riforma dell’immigrazione. Inoltre, è il candidato con più esperienza degli ultimi cento anni: otto anni come first lady, otto come senatrice dello Stato di New York e altri quattro come segretario di Stato. Sa già con chi dialogare in campo internazionale e come farlo. Alla Casa Bianca si muove come se fosse a casa sua».

Che cosa pensa, invece, di Bernie Sanders?

«Sanders è un buon candidato e ha contribuito in modo significativo alla campagna elettorale del Partito Democratico, ponendo l’attenzione su temi più liberali. Per esempio, del finanziamento dei Super Pac ai candidati non si era mai parlato. Eppure, non ha mai dimostrato di avere un piano concreto. Hillary è l’unica in grado di custodire l’eredità del presidente Obama».

Anche in politica estera?

«È innegabile che negli ultimi anni siano stati commessi degli errori in campo internazionale. Ma i progressi significativi sono stati tanti, in particolare l’accordo sul nucleare con l’Iran e la ripresa delle relazioni diplomatiche con Cuba. Occuparsi di politica estera per un presidente degli Stati Uniti non è facile. Ma Obama ha fatto un ottimo lavoro, soprattutto in termini di cooperazione con gli alleati».

Quali sono i punti del programma in cui si riconosce di più?

«Di sicuro la battaglia per i diritti civili. È impensabile che per ogni dollaro guadagnato da un uomo bianco una donna percepisca 70 centesimi e le minoranze etniche ancora meno. Inoltre, la riforma universitaria apre il dialogo con le banche per abbassare i tassi di interesse per i prestiti agli studenti. Infine, il controllo e la regolamentazione del possesso di armi da fuoco da parte degli americani. Al riguardo nessuno ha una posizione più intransigente di quella di Hillary».

Che cosa pensa di Donald Trump?

«Trump fa leva sui desideri degli americani, sul loro senso di frustrazione e ingiustizia» «È l’avversario numero uno al momento. Nei discorsi parla di una NATO obsoleta, presta scarsa attenzione all’ONU e ritiene poco sensato l’accordo sul nucleare. Sarebbe un disastro se salisse alla Casa Bianca. Anche gli altri candidati repubblicani calpesterebbero l’operato di Obama abolendo l’ObamaCare e riformando l’immigrazione in senso restrittivo. Sarebbe una forte contraddizione per gli Stati Uniti, dove il successo della democrazia è da sempre legato all’idea di multiculturalismo».

Quale clima si respira nello staff di fronte all’ascesa di Trump?

«Le possibilità che Trump vinca la nomination repubblicana dopo le ultime votazioni sono altissime. Per batterlo Hillary deve continuare in quello che ha fatto finora: lottare per i diritti civili delle donne e delle coppie omosessuali portando avanti il suo programma progressista. Trump fa leva sui desideri degli americani, sul loro senso di frustrazione e ingiustizia. Quello dato al candidato repubblicano sarebbe soltanto un voto di pancia».

Quanto utilizzate Internet e i social media per la campagna elettorale?

«L’utilizzo di Internet è importante per qualsiasi campagna elettorale, negli Stati Uniti come in Italia. I social media sono un mezzo di comunicazione che permette di dialogare anche con i più giovani. A livello organizzativo sono fondamentali e in una campagna da milioni di dollari la loro gratuità è un vantaggio notevole».

Dove si vede nel prossimo futuro?

«La mia intenzione è quella di tornare a Milano, la città negli ultimi anni si è evoluta notevolmente. New York è meravigliosa, ma non credo di poterci vivere per sempre. Vorrei continuare nel campo della politica e delle Relazioni internazionali, anche se non ho ancora deciso in quale ruolo».