Il suo amore per il teatro è sbocciato sui banchi di scuola dove, tra un’opera di Shakespeare e una tragedia di Euripide, ha capito di volerne fare un mestiere. Da 30 anni la regista e founder del CETEC (Centro Europeo Teatro e Carcere) Donatella Massimilla ha scelto di lavorare nei luoghi di confine e di portare, dietro alle sbarre del carcere di San Vittore, una drammaturgia costruita a partire dalle esperienze e dal vissuto delle detenute che scelgono di denudare la propria interiorità davanti a un pubblico. Lo scorso 7 dicembre, il Comune di Milano ha deciso di premiarne l’impegno insignendola del riconoscimento più importante della città, l’Ambrogino d’oro, attestato che ne ha celebrato la lunga serie di progetti a favore dell’integrazione delle minoranze e dell’abbattimento di pregiudizi e barriere mentali.

Cosa l’ha spinta a portare l’attività teatrale in un luogo complesso come il carcere?

Senza dubbio l’amore per un “teatro oltre”. Il carcere è una dimensione dove il tempo è sospeso e, nonostante la sofferenza, rimane il laboratorio ideale per la riprogettazione dell’essere umano. Quando sono entrata per la prima volta a San Vittore, ho scoperto che in questo luogo “non luogo” sarebbe stato possibile trovare le condizioni ideali per ricreare quello che Grotowski chiamava “teatro delle sorgenti”, un parateatro dove l’uomo viene messo alla prova per restituire l’essenza della comunicazione. Questo è stato il motore immobile che mi ha spinto a intraprendere quest’avventura. Il teatro in carcere non è un obbligo o un incattivimento ma una scelta consapevole degli interessati che diventa un momento di autosvelamento e trasformazione, in cui chi trova il coraggio di mettersi in gioco riesce a ritornare bambino e a ricostruirsi. «Il teatro in carcere non è un obbligo ma una scelta consapevole degli interessati che diventa un momento di autosvelamento e trasformazione»

Sicuramente per i detenuti è molto difficile mettersi in gioco. Anche per lei, però, non è complicato reggere il carico emotivo di vissuti non così semplici da codificare?

Non particolarmente. Probabilmente per storia personale, probabilmente per un talento che ho coltivato negli anni, ho sempre cercato di toccare anime e storie di confine con la curiosità e il desiderio di conoscere e sorridere con delicatezza di quella che è la tragedia della vita. Prendersi cura degli altri è qualcosa che viene da dentro, un’inclinazione naturale.

Tra le storie con cui è entrata in contatto, ce n’è stata una che l’ha segnata in modo particolare?

No, sono tante e, ognuna, ha la sua peculiarità, la sua grande sofferenza e la sua possibilità di trasformazione. Non pretendo che le detenute mi raccontino la loro storia, questo bisogno deve partire da loro e tutto viene ricompreso nel lavoro che sviluppiamo insieme. Adesso, ad esempio, l’idea di riportare la figura di Frida Khalo nelle carceri, dopo i primi spettacoli trent’anni fa e i viaggi in Messico, mi ha fatto capire quanto le donne possano rispecchiarsi nella biografia di quest’artista straordinaria e siano comunque in grado di restituire la loro Frida, ritrovandosi nelle pagine del suo diario e riscrivendone l’opera dal proprio punto di vista.

Con il CETEC lotta da anni per l’inclusione di soggetti svantaggiati e per l’abbattimento di stereotipi. Oggi, purtroppo, le minoranze sono sempre più guardate di sottecchi, complice anche la politica. Crede che il teatro possa aiutare a sradicare questi pregiudizi?

A mio parere sì. I progetti che, negli anni, hanno incentivato la contaminazione tra culture diverse hanno sempre dimostrato come la possibilità di conoscere l’altro sia un’insostituibile fonte di arricchimento. «I progetti che incentivano la contaminazione tra culture hanno dimostrato come conoscere l’altro sia fonte di arricchimento»

Da un po’ di tempo visita anche le scuole con il progetto Le Sedie, contro la violenza di genere. Com’è nato e in cosa consiste?

Il progetto è un work in progress collegato alla campagna nazionale “Il Posto Occupato”, alla quale ha aderito il Comune di Milano, deliberando di avere una sedia vuota nella sala consiliare in ricordo delle vittime di femminicidio. Si tratta di un insieme di iniziative: l’anno scorso, ad esempio, abbiamo organizzato una serata, in Piazza Della Scala, nel corso della quale abbiamo deciso di dare spazio alle storie di donne vittime di femminicidio ma anche alle voci di chi, denunciando, è riuscita a sopravvivere. Negli anni, abbiamo avuto modo di istituirne anche delle edizioni speciali, come Le sedie straniere, con testimonianze che avevo raccolto in Messico e attrici straniere in scena, oppure Le sedie per persone sorde, utilizzando la lingua LIS e documentando una violenza sulle donne diversamente abili più diffusa di quanto si possa credere. Quest’anno abbiamo scelto di portare l’idea tra i giovani, grazie alla collaborazione di attrici detenute e ex detenute, e sicuramente a marzo arriveremo anche a San Vittore, dove sono tante le recluse vittime di abusi o che hanno detenzioni marchiate da violenza e manipolazioni.

Parliamo, invece, dell’Ambrogino d’oro di cui è stata recentemente insignita. Cosa ricorda di quella giornata?

Senza dubbio, la cosa che più mi è piaciuta di questo Ambrogino è stata l’atmosfera creatasi al Teatro dal Verme. Ho incontrato persone con cui mi sono trovata a condividere valori e punti di vista pur non avendole mai viste prima. E ho avuto conferma del fatto che, aver scelto di lavorare in un quartiere invisibile come S. Vittore, mi abbia aiutato a integrarmi in una città che, da romana di nascita e milanese d’adozione, ora avverto come il mio posto.

Se domani finisse, per un motivo o per un altro, la sua esperienza con il CETEC, quale sarebbe l’eredità più importante che porta con sé?

Il valore della libertà, fondamentale da preservare e da augurare soprattutto a chi, per una qualsiasi ragione, si trova ad esserne privo.