«Noi crediamo che non si debba parlare astrattamente di violenza sulle donne ma che si debba porre l’accento sul fatto che queste violenze sono commesse da uomini ai danni delle donne. È per questo che nasce Maschi che s’immischiano».

Gabriele Balestrazzi è un giornalista, docente universitario all’Università di Parma, e iscritto all’associazione parmigiana nata con l’intento di cercare di combattere il fenomeno della violenza sulle donne da un altro punto di vista.

«La nostra – dice – è una piccolissima associazione. Quando la presento dico sempre che siamo una cosa insignificante con l’obiettivo di sparire. E questa definizione ruota attorno al fatto che, se puntiamo a far scomparire la violenza sulle donne, vorremmo non ci sia bisogno di un’associazione maschile che lavori per questo. Però, purtroppo, non è ancora così».

Maschi che s’immischiano nasce nel 2016, un anno in cui la provincia di Parma ha fatto segnare uno storico primato di femminicidi: ben 11 in 12 mesi. «Noi parmigiani ci vantiamo spesso di essere la capitale un po’ di tutto – dice con ironia – ma quella volta, purtroppo, non c’era nulla di cui vantarsi».

Secondo l’ultimo Report della Polizia di Stato, in Italia 88 donne al giorno subiscono violenza, una ogni 15 minuti. Il fenomeno riguarda tutti i ceti sociali e tutte le regioni italiane. E nella maggior parte dei casi il carnefice ha le chiavi di casa.

«Quell’anno, – continua Balestrazzi – visto il record negativo fatto segnare proprio dalla nostra città, in alcuni di noi è scaturita una riflessione. Stefano Fornari, oggi consigliere comunale, ebbe l’idea di creare un’associazione che ponesse l’accento su una cosa che di solito sembra così scontata da non essere mai abbastanza citata: il ruolo degli uomini nei femminicidi».

Per farlo, Fornari ne ha ragionato con una giornalista della Gazzetta di Parma già molto conosciuta in città: Chiara Cacciani. «Lei è l’unica donna che oggi fa parte di Maschi che s’immischiano, quella con cui ci confrontiamo di volta in volta per essere sicuri di avere una visione diversa da quella che altrimenti avremmo», dice Balestrazzi.

Così è nato un gruppetto, formato da una decina di persone, che come prima cosa ha reso omaggio alle donne. In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne del 2016, diedero vita a un corteo che avrebbe dovuto accompagnare quello storico – tutto al femminile – organizzato in città.

«Per la prima volta, quell’anno, accanto alla manifestazione femminile ce n’è stata una maschile che l’ha incrociata all’imbocco di Via Cavour. È stato un momento non solo simbolicamente importante ma anche di grande emozione. Siamo arrivati in piazza, e dietro al microfono hanno parlato insieme per la prima volta sia donne che uomini».

Nel corso degli anni, anche in una realtà cittadina articolata come quella di Parma, l’associazione ha ottenuto i suoi piccoli ma importanti risultati.

«Noi cerchiamo di seminare senza avere l’ambizione di raccogliere grandi cose. Partendo da quel primo appuntamento abbiamo poi partecipato spesso a incontri, dibattiti, momenti di sensibilizzazione importanti. Io stesso, qualche tempo fa, sono stato ad un incontro che riguardava un femminicidio dalle sembianze particolari: ho assistito al funerale di una donna uccisa e del marito che poi si era ucciso a sua volta. In quella chiesa, in quel momento, il figlio della coppia aveva davanti a sé non solo i suoi genitori, ma anche la bara di una vittima e quella del suo assassino».

Nel corso degli anni, Maschi che s’immischiano ha ottenuto però anche altre vittorie, cercando di mettere assieme le anime e le personalità che possiede al suo interno.

«Qualche tempo fa – racconta Balestrazzi -, un’azienda della nostra provincia ha pubblicizzato una lavatrice con una campagna che partiva con uno di quegli slogan triti e ritriti tipo “te la do gratis”, con la foto di una ragazza in minigonna e giocando con i 90°. Noi, anziché limitarci alla polemica sterile su Facebook, abbiamo sfruttato il nostro grafico. Ha smontato tecnicamente e qualitativamente la pubblicità, dimostrando come una pubblicità così così non avrebbe fatto vendere mezza lavatrice. Dopo qualche minuto il nostro post ha cominciato a girare, e nel giro di qualche ora la campagna è stata ritirata».

Il punto cardine da cui parte l’associazione è ovviamente ti tipo culturale. Per loro, è la cultura machista ad essere tossica, ad essere diventata in qualche modo anti-cultura.

«E per combatterla, nel corso degli anni abbiamo dato vita ad alcune campagne importanti per la città, andando nelle scuole ma soprattutto coinvolgendo il mondo dello sport, anzi di uno sport, quello maschilista per antonomasia: il rugby».

Le Zebre, il team rugbista parmigiano, è più volte sceso in campo indossando i calzettoni color fucsia, il colore scelto dall’associazione, per dichiarare la loro vicinanza alla causa.

«Si è trattato di un messaggio molto bello – dice ancora il giornalista -, dato da un mondo abituato ad essere considerato lo specchio della mascolinità, quella corretta però, non quella tossica».

Lo stesso Parma Calcio, nel 2017, ha disputato una partita in divisa fucsia perché l’allora capitano Cristiano Lucarelli si dimostrato era molto vicino alla causa.

«Si tratta – continua Balestrazzi – di uscire da una concezione rispetto alla quale dovrebbe essere facilissimo venirne fuori: l’idea innata per cui la donna è inferiore all’uomo in tutti gli ambienti. A me piace pensare che non si debba combattere una battaglia infinita, ma che possano essere sufficienti 30 secondi. Così come abbiamo dovuto imparare ad utilizzare le mascherine, non vedo perché con la stessa “facilità” non possiamo imparare il fatto che una donna non è in tuo possesso. Noi cerchiamo di lavorare sulla comunicazione che semplifichi le cose».

E quando gli si chiede se qualcosa stia cambiando, Balestrazzi risponde: «Io credo che si stia creando una sensibilità diversa. Noi partiamo da una idea diversa: lavorando su noi stessi, ci siamo accorti che chiunque di noi uomini, qualche volta, ha sicuramente contribuito e tutt’ora contribuisce al tipo di cultura da cui poi si originano i femminicidi. La battutina dopo il calcetto, per citare uno scenario comune, il commento sulla la giornalista in televisione, o quello sulla ministra che non faresti su un ministro. Questa sottocultura appartiene a tutti noi. Così come a tutti noi appartiene quel modo di pensare. Rendersene conto è il primo passo. Avere consapevolezza che noi siamo immersi in questo pensiero, e che anche i più in buona fede di noi, in qualche modo, contribuiscono alla diffusione di questo virus, fa la differenza. Cominciare a lavorare su queste piccole cose è il primo passo per creare un’immunità di gregge».