I Marlene Kuntz sono da vent’anni una band di culto della scena del nuovo rock nostrano, che lungo gli anni Novanta ebbero la loro maggiore vitalità. Afterhours, Massimo Volume e Csi incarnavano, in modo diverso, la rabbia, le inquietudini e le ansie più intime degli ultimi teenager di un secolo agli sgoccioli. In questo panorama si inserì il quartetto cuneese di Cristiano Godano, erede del noise rock americano dei Sonic Youth ma capace di reinterpretare le influenze in uno stile personale, squisitamente italiano. Dopo i primi tre capolavori Catartica (1994), Il Vile (1996) e Ho Ucciso Paranoia (1999), i Marlene hanno cavalcato gli anni zero allontanandosi dall’aggressività primigenia per approcciarsi talvolta a un genere più lirico e popolare, culminato con la discussa partecipazione al Festival di Sanremo, nel 2012. Sebbene il loro brano in gara, Canzone per un figlio, fosse stato eliminato subito, il loro duetto con Patti Smith – sulle note di Impressioni di settembre prima e Because the night poi – è stato senza dubbio un momento tra i più alti della storia del Festival tutto.

Che i Marlene Kuntz non abbiano mai davvero snaturato la loro antica essenza musicale lo dimostra Nella tua luce, il loro nono album in studio, completamente autoprodotto e ultimato la scorsa estate dopo una genesi durata molti anni. In esso il ritorno all’alt-rock delle origini, sulla scia di Ricoveri virtuali e sexy solitudini (2010), si fonde molto bene con lo stile più cantautorale del penultimo album, pubblicato sulla scia di Sanremo, Canzoni per un figlio. La title-track in apertura inizia con l’irrompere della luce. Si invocano Clizia, ninfa innamorata del sole cantata da Montale, e Beatrice, musa salvifica di Dante alle porte del Paradiso. L’ultimo brano dell’opera, Solstizio, celebra il giorno più lungo dell’anno con un senso di disagio, quasi che la troppa luce sia in manifesta contraddizione con le tenebre interiori dalle quali non si può mai veramente evadere («Ma non sono partecipe/ed oggi forse irragionevole/sì forse proprio irragionevole/non essere partecipe»).

E tutto l’album, in fondo, è un’ode al contrasto luce e ombra, catastrofe e speranza. I protagonisti delle canzoni sono eroi tristi, miseri derelitti, o semplicemente persone comuni dei nostri tempi. C’è Adele, ragazza vittima di stalking. Nella bellissima Osja, amore mio viene cantato l’infinito amore della moglie di Osip Mandel’stam, che per sottrarre all’oblio i versi del poeta russo imprigionato e morto nei gulag per volere di Stalin, li imparò tutti a memoria. C’è Gioele, che ha perso tutto e ora vive per strada. E poi Oscar Wilde, genio scomodo che con i suoi sferzanti aforismi ha lottato con il perbenismo della rigorosa società dell’Inghilterra vittoriana fino a diventarne un illustre martire. L’eros inattuale di Seduzione, l’invettiva alla Alberto Fortis di Giacomo Eremita fino allo slancio catartico di Senza rete ed alla stridente La tua Giornata Magnifica: un’ode di stilnoviana memoria che celebra la ‘luminosità’ della protagonista, “donna angelicata” la cui gioia di vivere dona felicità a chi le è vicino («Un sole arde desertico dentro te/mai ti uccide l’anima/A noi sembra una sorta di aureola/per cui spandi radiosità»).

A Cristiano Godano, storico cantante del gruppo, impegnato negli ultimi giorni nel mini-tour di presentazione dell’album, abbiamo chiesto un bilancio dei vent’anni di carriera dei Marlene Kuntz e come vede Milano, dove torna periodicamente.
Sabato scorso avete suonato al Live Club di Trezzo sull’Adda, vicino a Milano. Com’è andata e che tipo di concerto avete voluto costruire nel vostro tour?

È andata benissimo: la più parte della gente cantava con noi i pezzi nuovi, e questo è il massimo che potessimo aspettarci. Il tipo di concerto… Il solito concerto dei Marlene: una forte scarica di intensità sonora e poetico-artistica. E’ l’unica cosa che pensiamo di saper fare e che ci interessa fare.

Chi sono oggi i Marlene Kuntz? Come sono cambiati dai tempi di Catartica? Per chi suonano, contro chi suonano e perché la vostra musica e i temi che affrontate hanno ancora così successo tra il pubblico?

Oggi i Marlene Kuntz sono lo stesso identico gruppo di vent’anni fa, con vent’anni in più. Vent’anni sono vent’anni per qualsiasi essere umano, dunque ognuno può pensare quello che vuole di come i nostri vent’anni ci hanno attraversato (o di come li abbiamo attraversati noi). Noi, come molti esseri umani direbbero di sé stessi, pensiamo di essere le stesse persone di sempre con vent’anni in più. Suoniamo per noi ma immediatamente dopo – ed è una condizione imprescindibile – suoniamo per il nostro pubblico e per tutti coloro che hanno voglia di stare ad ascoltarci. Se suoniamo contro qualcuno, quel qualcuno sono i crapuloni che si ostinano a continuare a pensare, con grossolana tracotanza, che siamo bolliti. Ma non sono così sicuro che in realtà noi si suoni contro. Il successo che riusciamo a perpetuare ha a che fare con il fatto che continuiamo ad avere cose da dire, con pienezza artistica. E ne avremo ancora molte, ne sono certo. Perché ci viene piuttosto facile, per fortuna. Per grandissima fortuna, a dire il vero.

Nella tua luce è un album di sensazioni e temi – oltre che di suoni – molto contrastanti. Ci sono molte citazioni dotte e letterarie e una capacità di scrittura autoriale sempre più sviluppata. Le parole ormai possono dirsi molto più importanti rispetto ai vostri lavori di anni fa, quando la musica aveva un ruolo dominante.

È tutto così soggettivo… Ci sono molti che pensano che ero meglio quando ero… ermetico (qualsiasi cosa questo voglia dire). In realtà si torna a quanto dicevo prima: siamo gli stessi di sempre, con vent’anni di vita in più. Personalmente ritengo che i miei testi abbiano sempre avuto la stessa importanza. La differenza rispetto ad allora è che al giorno d’oggi ce la meniamo infinitamente meno sul fatto di dove mettere la voce nel mix: quando eravamo giovani eravamo più condizionati dalle cose tipo “la voce nel noise deve stare quasi a livello degli strumenti”. Il che era ovviamente una sorta di adeguamento a un canone estetico di genere. In realtà era una stupidaggine, perché se uno ha delle cose da dire (e io di cose da dire ho dimostrato di averne) è stupido far di tutto perché la gente poi non le capisca. Tutto qua.

Come nascono le vostre canzoni?

I miei testi nascono sempre allo stesso modo: mi lascio condizionare dalla musica corrispondente e provo ad adeguare le mie parole a ciò che essa mi comunica. Canzone dopo canzone, fino a che il disco non è pronto. Nient’altro che questo.

Parliamo de Il genio (L’importanza di essere Oscar Wilde). Della figura di Wilde, da cui riprendete la famosa dichiarazione «non ho nulla da dichiarare se non il mio genio».

È un testo prima di tutto volto a soddisfare una specie di esercizio di stile: ovvero costruire una canzone fatta di citazioni (di Wilde) con un suo senso preciso, che si emancipi dalle singole citazioni in sé.
In questo fine cercato (e trovato) va inquadrata questa celebre dichiarazione; la quale ovviamente non è una mia aspirazione (non sarei in grado di fare per me stesso una affermazione di quel tipo, troppo altisonante), ma una sorta di approdo logico di quel “mi piacerebbe arrivare a temere di non essere frainteso”, altra citazione, posta all’inizio del testo.

Adele e Gioele vivono problemi che fanno parte dell’attualità, anzi della cronaca. Chi sono, perché raccontare le loro storie?
Perché in certi risvolti tristi o torbidi del nostro quotidiano si annidano spesso, almeno per me, opportunità creative.

Osja, amore mio narra un amore inattuale, quasi mitico. Cosa ti ha affascinato di questa storia? Pensi che qualcosa di simile potrebbe verificarsi anche oggi?
Mi hanno affascinato tante cose, la più importante delle quali è il gesto della moglie di Mandel’stam di imparare a memoria tutta la produzione del marito per scongiurare il pericolo che la polizia di Stato potesse bruciare tutti i manoscritti nel caso li avesse trovati. Non mi stupirei se qualcosa del genere ricapitasse nella Russia attuale.

Tre anni fa, in Ricovero virtuale, c’era un riferimento a chi scarica musica gratis da internet, e ha spesso parlato negativamente di questo fenomeno, che sfavorisce gli artisti.

Il senso di quella canzone era stigmatizzare il comportamento dei molti che si appropriano di una sorta di ‘stortura’ ideologica per la quale sembra giusto che la musica sia gratis. E in virtù di ciò, non accettano il fatto che per i musicisti sia un problema. Questa non accettazione implica un totale disinteresse per le ragioni dei musicisti, categoria che a prescindere andrebbe riverita da qualsiasi amante della musica. Per il resto non ho mai sostenuto che non si debba scaricare la musica, perché so che tanto la gente la scarica. Non amo le lotte contro i mulini a vento.

A Milano insegna da anni Comunicazione musicale all’Università Cattolica. Qual è il suo rapporto con questa città?

Neutro, direi. La città in sé per alcuni aspetti mi piace molto. Ad esempio mi piace il look della gente in giro per le strade, veramente tanto. Però non credo che sarei a mio agio nel viverla: non ora che ho superato la quarantina, per lo meno. La percepisco come una città molto competitiva e molto incentrata sul lavoro, sulla riuscita nel lavoro e sul tipo di business che con il lavoro riesci a tirar su. Non ho nulla in particolare contro questo tipo di etica, se non quando è esasperata e dimostra di essere l’unica ragione di vita.