“Formidabili quegli anni!”. L’incontro alla Statale di Milano si apre con le note di un brano dell’ultimo album di Roberto Vecchioni. Che ha lo stesso titolo del più celebre libro di Mario Capanna, storico leader della contestazione milanese. Cinquant’anni fa, Capanna aveva 23 anni e studiava filosofia. Fu alla testa del Movimento studentesco, l’organizzazione extraparlamentare di sinistra che animò la lotta in tutti gli atenei d’Italia. In via Festa del perdono, davanti a una nutrita platea di “giovani di oggi e di ieri”, ha presentato la sua ultima opera, Noi tutti, un bilancio in chiaroscuro di quegli anni a mezzo secolo di distanza. Anni formidabili, appunto. “Formidabile viene dal latino formido, che significa incutere timore, generare paura”, spiega l’ex sessantottino, che ha alle spalle due legislature da parlamentare e oltre quindici libri pubblicati, “qualcosa di straordinario quindi, di inconsueto, ma al tempo stesso che faceva una grande paura: e questo spiega la repressione che abbiamo subito in ogni Paese”. Tanti decenni dopo, cosa resta di quel movimento così eterogeneo ma così potente e rivoluzionario? “L’eredità più grande del ’68 è il fatto stesso di esserci stato“, spiega Capanna. “Da allora, l’umanità sa che cambiare il mondo è possibile”.

“L’eredità più grande del ’68 è il fatto stesso di esserci stato”Nel ’68, scrive Capanna, milioni di giovani sotto mille cieli diversi smisero di essere idioti, nel senso greco del termine. Smisero di curare il proprio orticello, e iniziarono a pensare di voler trasformare il mondo intorno a sè. E ciò che li spingeva sopra ogni cosa, ricorda, era l’allegria: Ci siamo divertiti un casino“, dice al pubblico. “Oggi la gente non si diverte più. Volete mettere le pippe delle vostre discoteche, l’alcol, le pillole di droga? Noi eravamo euforici perché sapevamo che insieme a milioni di altri come noi stavamo scrivendo una pagina di storia“.

Ma Capanna, a differenza di tanti suoi ex compagni di lotta, non crede che il ’68 appartenga solo al passato. “In questi anni, chi pensa di aver sconfitto il ’68 ha portato l’umanità in un vicolo cieco. Siamo di fronte a una terza guerra mondiale a pezzi, come l’ha chiamata papa Francesco. Le guerre, i mutamenti climatici, le diseguaglianze, la globalizzazione selvaggia e prepotente. Le idee che ci spingevano allora, però, sono ancora vive, anche se a volte non si vedono: riappaiono e scompaiono negli anni, come un fiume carsico”. In questo senso, Capanna ha parole di stima anche per il movimento francese dei gilet gialli, che pure è del tutto post-ideologico: “L’importante è che le persone si sollevino e si rialzino. “Nessuno sa dire quando e dove tornerà. L’importante è sapere che lottiamo per questo”Da questo punto di vista, forse, i francesi hanno qualcosa da insegnarci. Le contraddizioni del mondo di oggi sono tali e tante, che è sicuro che prima o poi qualcosa da sotto la cenere verrà fuori. Dove, come, quando comincerà non lo so sa nessuno, come non lo sapeva nessuno allora. L’importante è sapere che è per questo che lottiamo“.