Quante volte Milano ci ha dato un posto dove stare?/ I Navigli in piena notte, vuoi venire con me a nuotare? Nell’industria musicale di oggi una canzone ha successo se entra nelle classifiche di Spotify. Sembra riduttivo (e forse lo è), ma tant’è. Se poi questa canzone è la tua prima e tu sei per giunta appena maggiorenne, allora tra gli addetti ai lavori parecchie teste iniziano a girarsi e a guardare curiosi alla tua evoluzione.

È questo quello che è successo ad Antonio Guadagno, in arte Manfredi. «Siamo arrivati alla viral di Spotify (la classifica delle canzoni più condivise nella settimana in corso) in maniera abbastanza inaspettata, per me è stata una grande emozione. Eravamo tutti felici, adesso però vediamo cosa ci riserva il futuro». Manfredi è nato nel 1998 che per la musica significa gli Aerosmith in Armageddon e Celine Dion in Titanic, le Spice Girls e i Backstreet Boys, Gigi D’Agostino che imperversava (e continua a farlo), Will Smith, ancora indeciso se fare l’attore o il rapper e Ricky Martin che firmava l’indimenticabile inno dei mondiali di calcio in Francia.

A sentirlo parlare però sembra un veterano, dosa le parole ma dà spunti interessanti: insomma non si è montato la testa. I suoi inizi non sono diversi da quelli di tanti altri: realizzare che cantare è quello che si vuole fare per vivere, iniziare a strimpellare qualcosa e, incrociando le dita, inviare alle varie etichette il frutto delle tante ore chiuso nei posti più strani a fare musica. «Il primo pezzo l’abbiamo registrato in un armadio. Ho iniziato a suonare quando avevo 14 anniIl primo pezzo l’abbiamo registrato in un armadio. Ho iniziato a suonare quando avevo 14 anni, a scrivere verso i 17 e con degli amici abbiamo prodotto una demo a casa di un altro nostro amico. Poi, un po’ per gioco e un po’ perché non sapevamo che cosa fare, l’abbiamo inviata a diverse etichette discografiche». Il 99% delle volte nessuno ti risponde, ad Antonio invece è successo. Amore al primo ascolto. Gli è “bastato” far commuovere il talent della sua attuale casa discografica che, come ogni giorno, tornava a casa dal lavoro ascoltando le demo che gli arrivano copiose.

La sua, per ora unica, canzone parla di Milano, la città che lo ha accolto. «Sono cresciuto in provincia e sono arrivato qui quest’anno per studiare al Politecnico: è una città piena di vita, ci sono duecentomila cose da fare, le opportunità non mancano». Tra un esame da dare e una canzone da scrivere, Manfredi passa il tempo ad ascoltare la scena indie italiana. «Mi piace molto perché è viva, frizzante, in continua evoluzione. Si discosta da quello che c’era prima. Secondo me stiamo riuscendo a prendere quello che di forte l’Italia aveva, ovvero tutto il filone cantautorale, un po’ il nostro marchio di fabbrica, e gli stiamo dando una veste nuova. Questa musica ha testi più forti, più ricercati e parla alla nostra epoca, ci parla più direttamente. Questa musica ha testi più forti, più ricercati e parla alla nostra epoca, ci parla più direttamente». Ma ha davvero senso polarizzare ancora in questo modo la musica? «L’indie sta diventando sempre meno indipendente: ci sono ormai produttori e musicisti importanti. Essere indie oggi vuol dire un po’ tutto e un po’ niente. Probabilmente vuol dire scrivere e basta. Scrivere di quello che ti va, come ti va, nel genere che ti va. Alla fine le categorie contano poco. Fai quello che ti piace ed è giusto così».