Kareem Abdul-Jabbar è uno dei più complessi e interessanti personaggi che il mondo dello sport ci abbia mai regalato. L’uomo precedentemente conosciuto come Lew Alcindor ha unito con la sua forte e carismatica personalità mondi diversi, come la musica e lo sport. Jabbar era convinto che tra questi due universi non esistesse in fondo una grande differenza: anche un giocatore di basket doveva infatti giocare “sentendo il ritmo” della partita, un pulsare anarchico e libero come quello del jazz. La sua passione per questo genere musicale è stata così trascinante da permettergli, dopo il ritiro dal parquet, una seconda vita come musicista. Jabbar ha avuto un’esistenza piena ma ha potuto comunque dedicarsi al jazz quando voleva, senza che le sue velleità artistiche inficiassero il proseguo della sua lunga e leggendaria carriera cestistica.

Marta Mason con Jabbar ha poco in comune ma dimostra anche lei che musica e sport possono parlarsi. È stata però più sfortunata in termini di forma fisica e gli infortuni hanno accelerato la sua completa transizione da calciatrice a cantante, forse proprio sul più bello per la sua carriera sportiva. Ma, parafrasando il titolo del suo primo ep, Ogni cosa cambia e tanto vale prenderne atto. La buona notizia è che abbiamo perso un piede educato ma possiamo goderci una voce nuova.

Marta Mason cambia solo professione, e sempre con successo, pubblicando l’album “Ogni cosa cambia”.  E di se stessa dice: “L’importante è non vestire una maschera per accontentare mercato e produttori

La tua carriera da calciatrice è stata funestata dalla sfortuna, con un quantitativo di infortuni che alla fine ti hanno costretto a smettere presto. Anche la carriera musicale non è iniziata proprio “liscissima” visto che pure questo ep di esordio è rimasto congelato per un po’.

Ce lo avevo pronto da due anni ma non mi sentivo io pronta a farlo uscire: a un certo punto ho anche pensato di lasciarlo per sempre nel cassetto e di non farlo vedere a nessuno.  A un certo punto ho detto a Veronica (la produttrice del disco) che non avevo semplicemente più voglia di iniziare quest’avventura. L’esperienza di Amici, dove ho partecipato come concorrente, è stata anche emotivamente difficile e ha minato un po’ le mie certezze: ci è voluto un po’ prima che mi riprendessi e avessi di nuovo voglia di lanciarmi come performer.

A proposito di Amici, visto da fuori lo show sembra avere delle dinamiche simili a quelle del mondo che ti sei lasciata alle spalle: nel programma ci sono in fondo due squadre, ognuna delle quali ha al suo interno persone con qualità diverse e tutti devono funzionare bene per garantire il successo dell’intero gruppo. Immagino che si crei anche del cameratismo tra voi membri quando vi “allenate” prima della performance. È così? Ti ha aiutato nel caso questo ambiente a non sentire troppo il peso della transizione dalla carriera sportiva a quella artistica?

Mi dispiace deluderti ma, in un format come Amici, le squadre assumono un’importanza molto relativa. Io venivo da un contesto in cui il concetto di squadra è davvero sentito e ha senso di esistere, forse per questo mi sono subito resa conto che lì invece era un espediente puramente televisivo: di fatto tu hai davvero poca possibilità di influire sulle scelte del gruppo all’interno del programma. Alla fine, tutto è deciso dalle logiche televisive e dalle preferenze del pubblico più che dal confronto tra i membri delle squadre.

Quindi non c’è un’unità di intenti? Siete tutte singole unità che mai si aggregano davvero?

Alla fine sì. Ti dirò, secondo me ha più senso un format tipo quello di X-Factor. Ti prepara anche di più alla realtà di un ambiente musicale in cui, arrivati a un certo punto, conti davvero solo tu e la tua ambizione. Poi, certo, anche in un talent fai delle amicizie: puoi conoscere persone con cui vai d’accordo e continuerai ad avere un rapporto anche dopo.Io stessa mi sono portata via da quell’esperienza delle amicizie che continuano ancora oggi, ma lì dentro combatti: sei dentro una gabbia di leoni.

Quindi è un’esperienza che non rifaresti? Magari forse oggi affronteresti una sfida del genere solo dopo aver fatto un po’ di gavetta come cantante, anche live.

Sì, esatto. Oggi rifarei tutto solo con la certezza di avere un progetto artistico solido alle spalle. Io sono entrata lì di fatto solo con l’idea di cantare, niente di più. Volevo imparare a cantare e ho pensato: “Amici è una scuola e lì posso studiare e mettermi in evidenza nello stesso momento”.In realtà, questi programmi sono soprattutto una possibilità di farsi conoscere e di promozione: sì, ho fatto tante lezioni di canto ma nessuno va lì principalmente per migliorare le sue capacità. Oggi farei un’esperienza come Amici o X-Factor ma solo con un discorso già aperto e un chiaro percorso artistico in mente. Lì per me è stata la prima volta che ho cantato e suonato di fronte a un pubblico.

La tua scelta di abbandonare lo sport è stata forzata dagli infortuni. Hai dei rimpianti su come sarebbe potuta continuare la tua carriera da calciatrice?

Ovviamente sì, anche perché calciare una palla, giocare e fare gol rimane il mio “istinto primordiale”. Coltivo sempre il dispiacere di non essermi curata bene e di non aver avuto neanche la possibilità di essere seguita da specialisti. Io comunque giocavo ancora in un’epoca in cui le squadre erano “piccoline” e non avevano grandi mezzi: non c’erano ancora il Milan, l’Inter, la Fiorentina o comunque top-club di questo livello.Il rimpianto resta, a maggior ragione vedendo la crescita che il movimento ha vissuto e sta  ancora vivendo. Avrei potuto avere opportunità di crescita diverse e avrei potuto giocare ad un livello diverso, sia a livello di club che in nazionale.

Anche perché, grazie soprattutto alla televisione, tu sei stata tra le prime calciatrici a guadagnare un seguito importante sui social. Il rammarico viene anche dal fatto che, nel momento in cui potevi avere ancora più visibilità come sportiva, sei stata costretta ad abbandonare quel sogno.

È vero, sono stata una delle prime giocatrici conosciute, anche se non grazie al calcio. Sono comunque felice che le mie compagne, colleghe e amiche, abbiano potuto guadagnare una considerazione diversa e meritata.Per anni si è giocato all’ombra del maschile senza dare al calcio femminile la giusta importanza.

Nel tuo modo di fare musica è rimasto qualcosa della tua vita precedente, nell’approccio e nel modo di lavorare?

Mi è dispiaciuto fare un ritardo di due minuti per questa intervista. Significa che lo sport ha contribuito a rendermi anche una persona precisa e puntuale: in una squadra non puoi fare troppi ritardi, non puoi fregartene delle regole.Ho un’attenzione e una disciplina che mi porto dietro dal mio passato come atleta: pensa che ad Amici io sono ricordata come la “secchiona”, quella che stava lì a studiare e a provare continuamente, anche quando non serviva. Perché poi nella musica puoi studiare quanto vuoi una canzone ma se non hai l’abitudine a stare sul palco e gestire le emozioni, non arrivi a chi ti ascolta nel modo che vorresti.

È un po’ lo stesso problema di tanti calciatori oggi, se ci pensi. Molti apprendono a giocare nelle scuole calcio e da lì arrivano ai grandi stadi ma gli manca sempre la malizia, quella che apprendi in strada o in un contesto più libero e autentico, dove ti “esibisci” soprattutto per stupire chi ti guarda.

Hai ragione. Pensa a giocatori con doti tecniche relative, tipo Gattuso o Chiellini (che è comunque migliorato molto nel tempo): nonostante tutto sono amatissimi dai tifosi e sono in grado di avere un peso specifico importante nelle loro squadre. Quando Gattuso non era in campo la differenza si vedeva: la passione che avevano dentro, l’emozione che trasmettevano certi giocatori era la loro forza.Nel canto è uguale: non è che se sei brava a cantare  allora sei automaticamente nata per fare quello nella vita. Viceversa, esistono anche tanti stonati che hanno avuto successo nella musica e sono arrivati alla gente pur essendo oggettivamente delle “campane”. Mi sono accorta ad Amici che oggi hai tanto aiuto dalla tecnologia: con l’autotune tutti possono diventare intonati.

E a quel punto diventa fondamentale anche saperti creare un personaggio per poter venire fuori.

Volendo avrei potuto costruirmi un’immagine “forte” insistendo su diversi aspetti della mia storia personale o del mio carattere. Avrei potuto fare molte cose per avere ancora più risonanza mediatica mapreferisco essere sempre me stessa, anche se mi crea delle difficoltà nell’arrivare subito alle persone.

Avrai notato che anche per pubblicare un ep è necessario un grande lavoro di squadra: devi confrontarti con diverse persone, per primo con il produttore. Sapere già come si sta in un team ti ha avvantaggiato?

È stato abbastanza facile l’approccio di condivisone della mia musica, grazie anche al fatto che avevo a fianco una persona come la mia produttrice Veronica Marchi. La storia del nostro rapporto è questa: era settembre o ottobre del 2016, io ero a casa a guardare i boot-camp di X-Factor in salotto e in quella puntata non mi piaceva praticamente nessuno. A un certo punto, saltò fuori Veronica e io immediatamente mi bloccai: aveva una voce meravigliosa. Poi scoprii che era di Verona, la città in cui giocavo in quel periodo e mi entusiasmai ancora di più per lei. I giudici si appassionano evidentemente meno, visto che la eliminano subito dopo l’esibizione. Per reazione, io mi arrabbiai moltissimo, spensi tutto e mi ripromisi che non avrei guardato mai più X-Factor. Un mese dopo succede che io entro ad Amici e i ruoli si invertono: è lei a vedermi seduta in salotto.

E quando ti eliminano spegne tutto anche lei?

No, però dice: “Guarda che voce che ha questa!”. Di lì a poco è iniziato il lavoro assieme ed è stato abbastanza semplice per me, perché confrontarsi e lavorare con Veronica è molto facile. Secondo me, è stato più complicato per lei collaborare con me: io cambio cento volte idea. Lei ha avuto molta pazienza.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali e quali i tuoi riferimenti calcistici e c’è qualcosa che in qualche modo li accomuna?

Da buona milanista i miei miti calcistici erano Kakà e Shevchenko, giocatori potenti ed eleganti ma soprattutto umili: una qualità fondamentale in un essere umano per me. Non ho mai amato i calciatori con una personalità spavalda come Ibrahimovic o anche l’ultimo Cristiano Ronaldo. Nella musica,io sono cresciuta con Biagio Antonacci, con la musica italiana dei Dalla e Battisti. Un riferimento è anche E…

Stavi per dire Elisa? Si sente molto la sua influenza nella tua musica.

Davvero?

Sì. Se ci pensi tutti i tuoi riferimenti, musicali o sportivi che siano, condividono una certa attitude e, come hai fatto notare tu, ci tengono ad apparire sempre molto umili.

Elisa ha segnato davvero molto i miei ultimi anni di ascolti. Poi, seguendola ora anche dai social ho scoperto un lato di lei che mi piace molto: vive in Friuli, in campagna: sembra molto genuina, una bella persona, oltre che una grande artista.

C’era anche una vecchia cover di Rolling Stone molto bucolica, con lei vestita da contadine e una mucca alle  sue spalle. Non so se te la ricordi. In questo periodo poi ha fatto anche una canzone in diretta Instagram con Tommaso Paradiso. Tu faresti mai qualcosa di simile?

Partiamo dal presupposto che loro fanno musica da una vita. Io ho iniziato con questo ep a scrivere le mie cose. Io dico sempre che non so farlo e Veronica mi risponde che in realtà io mento a me stessa. Forse ha ragione ma io in generale mi sento più brava a trovare i suoni che le parole. Faccio fatica a tradurre in un testo quello che voglio dire. Magari farei una cosa del genere ma ci vuole tempo: devo crescere ancora molto prima di arrivare a quel livello.

Dopo essere stata sia una cantante che una calciatrice, credi che una performance canora e un gesto tecnico sul campo da calcio possano essere considerati entrambi atti artistici?

Assolutamente sì. Nascono dal puro istinto e, nel momento in cui ci pensi troppo e cerchi di dargli una logica, perdi inevitabilmente qualcosa: la spontaneità. Penso a quando ho iniziato a giocare in serie A: a quel livello, gli schemi iniziano a prendere molto piede e finiscono per limitarti. La naturalezza del gesto o del suono continuano ad avere qualcosa di unico.

È tutto molto legato a degli schemi ormai, sia nella musica che nello sport, se ci rifletti.

Ed è super noiosa questa cosa. Poiio non amo le mode, quindi non sopporto tutto quello che si rifà a uno schema fisso, a un paradigma definito, a un filone. Non mi fa impazzire il fatto che, perché oggi la trap è di moda, allora devi fare questo tipo di musica, sennò non ti si filano. Ma d’altronde è da sempre così: la storia è fatta di cicli ma alla fine si torna sempre indietro, per fortuna.

Poi per te che pensi prima alla musica e poi alla parola il fatto che vada di moda una musica che funziona di fatto al contrario, come la trap, deve essere castrante.

Mettici poi che in quel genere è importante prima di tutto il personaggio. Il discorso del rimanere acqua e sapone oggi è un po’ stato dimenticato. Io nel dubbio resto me stessa: se voi siete contenti indossando un qualche tipo di maschera, buon per voi.Poi se alla gente piace un certo tipo di musica probabilmente ci sarà anche un valido motivo ma sicuramente io non mi avvicino a un mondo che non mi piace per fare contenta più gente.

Sei molto giovane. Nonostante questo però, da quando hai iniziato seriamente a giocare a quando hai smesso è cambiato radicalmente tutto nel mondo del calcio femminile. Che ricordi hai dei tuoi inizi?

Quando ho cominciato c’erano meno possibilità di allenarsi in strutture adatte, di ricevere uno stipendio. Ho esordito in Serie A sotto-età a Venezia e, quando mi dissero che mi davano cinquanta euro a partita per giocare, a me sembrava un capitale. All’epoca, facevo però allenamento nel fango, con un unico faro che illuminava solo metà campo. Mi compravo io le scarpe e dovevo farmele bastare per tutto l’anno. In Nazionale sembrava il paradiso: c’era la federazione dietro e finché eri lì ti sentivi una professionista. Poi però tornavi alla tua normalità ed era difficile prenderla seriamente quando niente intorno a te sembrava professionale. In Nazionale ti seguivano preparatori e medici, facevi viaggi.Oggi chi sta nelle grandi squadre ha lo stesso trattamento riservato alle giocatrici della nazionale italiana.

Se tu avessi iniziato adesso, seguita come le tue colleghe di oggi, avresti avuto probabilmente meno infortuni e giocheresti ancora.

Assolutamente. Io sento le altre giocatrici e anche come ti seguono a livello di alimentazione: è diverso e fa la differenza nel prevenire infortuni e mantenere la forma. Se io mi fossi infortunata al Milan o alla Juve di oggi, piuttosto che alla Reggiana dell’epoca le cose sarebbero andate diversamente. Loro mi davano ovviamente quello che potevano ma ho versato tre quarti dei miei stipendi in cure che mi pagavo io. Non so se lo sai ma oggi collaboro con un’agenzia di procuratori e ho con Melania Gabbiadini il progetto Nel femminileNon ti posso dire di quale squadra si trattasse, ma qualche tempo fa sono andata a firmare un contratto per una delle mie giocatrici in un top-club. Avevo appena smesso di giocare da un mese. Arrivo in questo centro sportivo fantastico, mi siedo e la prima cosa che mi dicono è: “Marta, ma che ne dici di fare una visita per vedere se puoi tornare in campo anche tu a darci una mano?”. Mi sono sentita sprofondare. Gli ho detto: “Non fatemici neanche pensare”. Non sopporterei l’idea di un nuovo stop dopo essere rientrata in quel mondo ma questo episodio ti fa capire la differenza: erano pronti a mettermi a disposizione subito un dottore di altissimo livello e mi garantivano il meglio in fatto di cure. Che è cambiato tutto lo capisci anche da questo, non solo dall’aspetto strettamente mediatico.

Hai prodotto l’ep con Veronica Marchi, fondatrice dell’etichetta Maieutica Dischi,  pensata per dare più spazio alle artiste donne.  Questa attenzione della label alla musica “al femminile” ha avuto un suo peso quando hai deciso di lanciare il tuo primo lavoro con loro?

Veronica produce in realtà  anche uomini ma con Maieutica si dedica solo ai progetti al femminile. Io sono felice soprattutto di lavorare con lei, che è un’artista e una persona di grande spessore, ma è impossibile non apprezzare il lavoro che fa per fare emergere voci femminili. Se ci pensi in generale, anche nei talent, la cantante ha uno spazio diverso: è più difficile che escano fuori artiste autonome e non so dirti neanche io esattamente il perché.

Con i social che ti danno così tanta visibilità, il rischio, per una calciatrice come per una cantante, è che si venga riconosciute più come influencer che per quello che effettivamente si fa come prima occupazione.

Una cosa che ho notato è che, dopo la televisione, io sono passata in un attimo dall’essere “Marta Mason la calciatrice” a diventare subito “Marta Mason la cantante”. In realtà, mentre questo accadeva, io ero in camera a soffrire di poca autostima e non mi sentivo proprio un’interprete fatta e finita. Questo per farti capire come ciò che esce fuori dai social abbia in realtà poco a vedere con la realtà.Dovremmo staccarci un po’ da certi spazi virtuali e dall’eccessiva attenzione all’immagine che questi ultimi propagandano: dovremmo concentrarci di più su quello che un’artista effettivamente fa, sia esso un film, un disco o qualunque altra cosa.

Hai mai usato la musica come strumento di auto-cura, per superare i momenti difficili?

La musica la uso più per sentirmi libera di creare un suono che sia solo mio. Quando trovo quello che si mischia bene con gli altri provo un godimento unico, sono veramente felice.Non uso la musica solo per superare momenti difficili: la uso per sentirmi ancora più felice.

C’è un verso nel brano che dà il titolo all’ep che fa capire quanto questo disco sia un lavoro autobiografico. In Ogni cosa cambia ti chiedi infatti: “A cosa serve sperare che tutto rimanga per sempre com’è se ogni cosa cambia?”. Ti ricordi dov’eri e come ti sentivi quando hai buttato giù queste parole?

Assolutamente sì. Questa è un po’ la fase centrale del pezzo.Ho imparato sulla mia pelle che tutto cambia e serve a poco sperare che tutto resti sempre uguale. Ho scritto la canzone in questa stanza da dove ti sto parlando adesso e ha un ritornello che ricorda un po’ una di quelle filastrocche di quando eravamo bambini. Sono voluta tornare all’infanzia, il periodo in cui sono stata più felice e spensierata. Ma il messaggio del brano alla fine è che bisogna accettare il cambiamento e “cambiare assieme a lui”. Se ti lasci sorpassare dalla tua vita finirai per perderne il controllo e ne soffrirai e basta.

Marta Mason si è reinventata e ha accettato il cambiamento: quando il destino le aveva ormai detto chiaramente che non poteva più essere “Marta la calciatrice” ha cercato un’altra maniera per fare gol nella sua vita. Il tempo dirà se la musica è davvero la sua strada: magari doveva andare così sin dall’inizio.