Una mattina di inizio novembre, Napoli si è svegliata ritrovando un neonato alle sue porte. Non un bambino qualsiasi: un piccolo gigante di marmo raccolto in posizione fetale e addormentato a piazza del Plebiscito, dove decine di persone si sono fermate a guardarlo a bocca aperta.

La scultura, dall’emblematico nome Look Down – gioco di parole che strizza l’occhio al termine lockdown ormai entrato nel nostro linguaggio corrente – è opera dello scultore anagnino Jacopo Cardillo, conosciuto in tutto il mondo come Jago. Il messaggio sociale che lancia è semplice quanto innovativo nella forma che assume: non dimenticare mai il prossimo, soprattutto in tempi difficili come quello che stiamo vivendo. Un invito che è stato raccolto dai lavoratori della Whirlpool, che nelle proteste contro la chiusura della sede napoletana decretata dai vertici dell’azienda hanno fatto di quest’opera un loro simbolo, coprendola con delle magliette come per proteggerla dalle intemperie dell’autunno e dell’inverno incombente.

Enlarge

Look-Down_Jago-2
Look Down, il neonato incatenato a terra

Jago ha rappresentato le categorie più fragili condensandole in un inerme neonato, ma a chi pensa per primo quando si parla di ultimi? «Anche a me stesso, a dire la verità – sorride in collegamento su Skype –. La domanda è: primi rispetto a che cosa e ultimi rispetto a chi? Ci sarà sempre qualcuno che viene dopo. Ho fatto sicuramente esperienza degli ultimi, mi sembra di averne visti, ma anch’io sono dietro qualcun altro. Se ci rendiamo conto di questo, possiamo partecipare a un meccanismo collettivo che può essere rivoluzionario nel riuscire a posizionarci e a capire che siamo tutti profondamente collegati. E poi anche sapersi accontentare. Mi è capitato, nei giorni scorsi, di vedere un video di bambini in Messico che ricevevano in regalo matite, colori… un po’ ho rivisto me da piccolo. Per loro era qualcosa di inaspettato; bambini che non hanno nulla, eppure vedevi una gioia infinita con quello che può sembrare poco – ma poco non è – perché i colori si possono tradurre in capolavori, in opportunità, in creatività, e rivoluzionare un’esistenza. Non so effettivamente chi è ultimo, ma mi rendo conto che ci sono delle persone che soffrono una condizione “naturale” o imposta e vedo anche altre persone a cui non manca nulla, ma che si lamentano più di chi non ha niente. Credo che l’unica cosa che vale la pena fare sia occuparsi di se stessi, perché se io ho amor proprio riesco anche a dedicarmi con amore agli altri. Ognuno vede nell’opera ciò che vuole: apri gli occhi e guarda in basso, renditi conto di dove sei rispetto a chi puoi fare un intervento diretto. Ognuno a livello diverso può fare un intervento diretto».

Un dettaglio che cattura l’attenzione di chi osserva l’opera è il cordone ombelicale, rappresentato con una lunga catena di ferro che blocca a terra la statua. Jago ne spiega il significato: «È un’immagine a cui ho pensato nel 2016, perché il cordone ombelicale è il primo elemento del nutrimento, che deriva dal benessere di chi, attraverso quel cordone, ti fornisce il sostentamento. Se la vita è malsana, chi ne subisce le conseguenze senza poter fare nulla? Il bambino che se ne sta lì inerme. Anche il popolo a volte si trova in questa condizione: può scalciare, lamentarsi e piangere, ma poi quel cordone, se non porta nutrimento, può diventare una catena da cui diventa difficilissimo staccarsi». C’è qualcosa che fa sentire anche lui prigioniero? Jago annuisce: «La mancanza di cultura e il dover dipendere da altri. Questo mi può far sentire in catene e mi rende vorace di informazioni, perché voglio essere libero e, se hai consapevolezza culturale, sei tu che puoi aiutare gli altri. Ma se manchi di cultura, dipenderai dagli altri e crederai a ciò che ti dicono, diventerai un consumatore. Non parlo di nozionismo: tutti possono aprire un libro e imparare a memoria delle cose, ma la vera consapevolezza è padroneggiare un contenuto e metterlo in pratica nella vita di tutti i giorni».

Enlarge

Donald_Jago-2
Donald, riferimento a Trump e al muro con il Messico

Scegliere uno spazio aperto come casa per la statua significa raggiungere un pubblico più largo possibile, ma perché ha scelto proprio piazza del Plebiscito? «La prima volta che ci sono stato, mi ha fatto la stessa impressione – forse anche maggiore – di piazza del Popolo a Roma. Sono due piazze che abbracciano grazie al colonnato, però a Roma è un abbraccio più chiuso, che ti stringe dentro, mentre quello di Napoli è aperto, come se si rivolgesse a chi viene dal mare, dicendo “Vieni, c’è spazio anche per te”, quindi mi interessava questa prospettiva. Quando posizioni un’opera, questa si colora dell’ambiente circostante. È un concetto molto importante per la scultura, perché manca di un elemento che nella pittura c’è ed è la cornice. La cornice rende tutto perfetto, perché ovunque metti il quadro vedono tutti la stessa cosa. Nella scultura, invece, ognuno – anche chi ti sta accanto – vede altro, perché il punto di vista è leggermente diverso. La cornice quindi è il contesto, così come le persone che sono lì, che la frequentano, che la sporcano».

Sono stati proprio i passanti in piazza del Plebiscito a dare risalto e importanza alla scultura lasciata da Jago, che ha poi colpito la sensibilità di migliaia di persone in Italia attraverso il passaparola sui social. Sembra quasi che questo grande pubblico si sia risvegliato dal torpore, segno che l’arte continua a essere uno strumento molto efficace per attirare l’attenzione e per scatenare la riflessione in chi osserva una certa opera. Eppure tra le attività chiuse a causa di questo secondo, parziale lockdown ci sono di nuovo anche i musei, che pure si erano adeguati già da maggio agli ingressi contingentati e alle altre misure di sicurezza. Tenerli aperti avrebbe avuto in qualche modo un impatto psicologico sulla popolazione? Per Jago, in realtà, il punto è un altro: «Quella che viviamo può diventare un’opportunità di inventare nuovi modi per fruire dell’arte. Se parliamo di turismo, con le riaperture i visitatori andranno con maggior desiderio ai musei per timore di non poter entrarci se chiuderanno un’altra volta».

E i giovani che si affacciano al mondo del lavoro? Jago afferma che anche per lui questa è «un’opportunità gigantesca per imparare. Se la nostra generazione farà tesoro di questo momento, avrà una grande eredità da lasciare ai propri figli. Credo che questa situazione servirà anche a far aprire gli occhi alle persone, utilizzando la creatività per creare nuovi paradigmi per riuscire a vivere e magari a generare un’eredità che sia culturale o familiare che possa diventare un valore aggiunto per le future generazioni».

Enlarge

Memoria-di-sé
Memoria di sé, il ricordo dell'io bambino dell'artista

A proposito di future generazioni, se si studiano le opere di Jago ci si accorge subito di come i bambini siano soggetti ricorrenti, ritratti in momenti diversi dell’infanzia: dal neonato di Look Down al piccolo Donald intento a giocare con le costruzioni mentre siede su un seggiolone, passando per il Figlio Velato e la Memoria di sé. Jago ha nostalgia della propria infanzia o si sente ancora un bambino? «Sì, assolutamente – annuisce con prontezza davanti alla seconda ipotesi –. Un bambino impara a camminare cadendo. Io continuo a cadere ogni giorno proprio perché mantengo dentro di me quella modalità operativa. Continuo e voglio continuare a essere bambino, perché ha due cose fondamentali che poi purtroppo si perdono entrando nei meccanismi dell’educazione, soprattutto scolastica: la curiosità e l’entusiasmo. Finiscono perché devi lavorare, perché hai i tuoi problemi… Esaurisci le uniche due fonti di energia che contano e che si traducono in creatività. È per questo che voglio continuare a essere un bambino».

Nella scultura di Jago, però, c’è spazio per molto altro. Il suo prossimo progetto, già avviato, è una rivisitazione della Pietà di Michelangelo dove, rovesciando i ruoli originari, metterà in evidenza la figura paterna che regge tra le braccia il corpo della figlia. Un modo, come ci spiega, per ribaltare la tradizionale rappresentazione dell’uomo «storicamente dipinto come il violento, lo stupratore, il malvagio. Ci sta, perché esistono anche queste tipologie di maschi, ma esiste anche l’amore paterno. Esiste una tipologia di uomo che sa essere un padre, un genitore, un amante vero, un innamorato; che sa occuparsi di cose semplici, come accogliere e amare. Va sottolineato questo aspetto ed era un’immagine che avevo in mente. L’ho solo tradotta in una forma».

Jago per sé non ama parlare di ispirazione, che vede incarnata in tutto ciò che ci circonda. Allora cos’è che fa scattare in lui la scintilla creativa? «Sono chiaramente mosso dall’intuizione – dice con un’alzata di spalle –, ma lo definirei più che altro equilibrio. È come quando cammini: non è che fai un passo giusto, è che il corpo anche quando si sta fermi continua ad avere dei micro assestamenti per mantenersi in equilibrio. L’intuizione funziona allo stesso modo. Di fatto c’è il desiderio di riuscire ad avvicinarti a quella che è la tua idea, e allora lì ti muovi stando in equilibrio, un equilibrio sottile tra quello che vorresti fare e quello che poi effettivamente si manifesta».

Enlarge

Figlio-Velato_Jago-2
Il figlio velato, ispirato al Cristo conservato a Napoli

Prima di salutarci, però, c’è un’ultima curiosità da spiegare: perché ha scelto proprio Napoli e il Rione Sanità come base per i suoi lavori italiani? «Perché il luogo è il genio – afferma con un altro sorriso –. Se vuoi darti una possibilità di crescita, devi andare nei luoghi che ti possono condizionare favorevolmente. Se hai qualcosa da dire o seminare, hai bisogno di un terreno fertile dove ci sia spazio per mettere i tuoi semi». Si ferma per un istante, poi continua, raccontando la sua esperienza anche in campo internazionale: «A New York tutti corrono e non c’è spazio per nessuno, perché ormai è satura. Cinquant’anni fa c’era posto per gli artisti; oggi se ci vai che sei realizzato forse troverai uno spazio, altrimenti devi andare dove si può seminare. L’esposizione del Figlio Velato qui a Napoli è un seme in un luogo in cui potrà germogliare. Quando Michelangelo lavorava a Roma la sua affermazione era “Questo è un posto di preti e puttane”: per lui era una palude, dove però si poteva seminare. Hanno iniziato a farlo e oggi Roma è quella che vediamo».

© Massimiliano Ricci per la foto in primo piano, in alto. Napoli, 2020